Trump prepara il ballo della pace: tutti in pista alla Casa Bianca
La Corte Suprema concede al presidente il permesso di continuare i lavori della sala da ballo. E se, dietro stucchi e lampadari, si nascondesse una soluzione ai guai del mondo? Putin, Xi, Kim e Araghchi sono avvertiti: si prega di non pestare i piedi al vicino.
Giuseppe Arnò
A prima vista potrebbe sembrare una notizia da relegare in qualche angolo delle pagine interne: la Corte Suprema degli Stati Uniti, attraverso il suo presidente John Roberts, consente per ora a Donald Trump di proseguire i lavori per la nuova sala da ballo della Casa Bianca, in attesa di una decisione definitiva sulla prosecuzione dell’opera.
Niente di epocale, dunque. Una sala da ballo è pur sempre una sala da ballo. Ma con Trump, si sa, anche un lampadario può nascondere una strategia geopolitica.
Il buon opinionista, infatti, non si limita a leggere le notizie: prova, quando possibile, a leggere anche ciò che potrebbe esserci dietro. E qui la fantasia, più che la cronaca, può dare una mano.
Donald Trump è imprevedibile, certo. Ma non è uno sprovveduto. È un uomo d’affari, abituato a fare i conti, a valutare costi e benefici e, soprattutto, a cercare una via d’uscita quando una situazione comincia a diventare troppo costosa.
E i conti, ultimamente, non sembrano proprio sorridere.
La guerra con l’Iran resta impantanata in un interminabile balletto di minacce, contro-minacce, proposte e controproposte. I feriti americani aumentano, il malcontento cresce e il prezzo della benzina, come spesso accade quando il mondo decide di complicarsi la vita, presenta il conto anche a chi della guerra non sa che farsene.
A questo punto, perché non provare un’altra strada?
C’è un vecchio proverbio che dice: se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna.
E se Trump avesse deciso di portare direttamente la montagna nella sala da ballo?
Ecco allora che la nuova, grandiosa struttura della Casa Bianca potrebbe assumere una funzione assai più ambiziosa di quella dichiarata. Non soltanto ricevimenti, gala e valzer presidenziali, ma una gigantesca pista diplomatica sulla quale far incontrare quelli che, fuori dalla sala, continuano a guardarsi in cagnesco.
Immaginiamo la scena.
Il padrone di casa apre le danze. Da una parte Putin, dall’altra Xi. Kim osserva con la consueta discrezione. Abbas Araghchi aspetta il suo turno. Qualcuno, magari, mette da parte per una sera i missili e si preoccupa finalmente dei passi di danza.
Non ci sarebbe nemmeno bisogno di scomodare il vecchio principe di Tomasi di Lampedusa: qui non sarebbe il principe Fabrizio a danzare con Angelica. I tempi sono cambiati, i protagonisti pure. Ma la musica, curiosamente, sembra sempre la stessa.
E forse è proprio questo il punto.
Perché talvolta, quando la politica non riesce più a parlare, resta soltanto la musica. E magari, tra un valzer e un tango, qualcuno potrebbe persino ricordarsi che la pace è un ballo nel quale, per riuscire a stare in pista, bisogna evitare di pestare i piedi al vicino.
Che sia questa la nuova giocata di Trump?
O è soltanto la fantasia di un vecchio giornalista che, davanti a una sala da ballo, si ostina a cercare una pista diplomatica?
Non lo sappiamo.
Ma una cosa è certa: se la pace dovesse davvero cominciare da una sala da ballo, Indro potrebbe finalmente sorridere dall’aldilà. E, conoscendolo, chiederebbe soltanto di alzare un po’ il volume della musica.
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