Rio de Janeiro: inaugurata Piazza Italia

Tra applausi e tricolori, la nuova piazza davanti al Consolato celebra l’amicizia tra Italia e Brasile. Il Console Iacchini protagonista di una cerimonia che profuma di casa.   Con una cerimonia tanto elegante quanto sentita, ieri, 11 ottobre 2025, è stata inaugurata Piazza Italia, il nuovo spazio urbano che sorge accanto alla Casa Italia e al Consolato Generale d’Italia a Rio de Janeiro. Un’iniziativa che unisce simbolo e sostanza: rappresentare, nel cuore pulsante della città carioca, la presenza viva e generosa dell’Italia in Brasile. L’evento, curato nei minimi dettagli, ha visto la partecipazione del Console Generale Massimiliano Iacchini, autentico artefice e promotore del progetto di rinnovamento dello spazio pubblico, che insieme al suo staff ha guidato con dedizione ogni fase dei lavori. Tra i collaboratori più attivi, il Dr. Flavio Cenciarelli, che ha seguito da vicino l’andamento dell’opera, assicurandone la qualità e la puntualità del completamento. Alla cerimonia erano presenti rappresentanti del Comune di Rio de Janeiro, politici,  ingegneri, architetti, responsabili della realizzazione, e figure di spicco della comunità italiana. Nell´occasione il ravennate Alessandro Calbucci, campione di beach tennis, è stato insignito dell´onorificenza di Ambasciatore della Diplomazia dello Sport. In un breve ma intenso discorso, il Console Iacchini ha sottolineato l’importanza simbolica di questa nuova piazza: non solo uno spazio architettonico rinnovato, ma un punto d’incontro e di identità, che testimonia il legame secolare e sempre vivo tra Italia e Brasile. “Piazza Italia è un pezzetto del nostro Paese nel cuore di Rio,” ha ricordato Iacchini, tra applausi convinti e commossi. Parole che hanno trovato pieno consenso anche nelle autorità brasiliane presenti, che hanno riconosciuto il valore culturale e umano dell’iniziativa, definendola “un ponte di amicizia che unisce due nazioni sorelle”. La cerimonia si è conclusa in perfetto stile italiano: premiazioni, ringraziamenti e un buffet irresistibile, dai sapori autentici della nostra tradizione gastronomica, preparato con la consueta maestria che distingue la Casa Italia. Molti gli invitati, moltissimi i consensi. Piazza Italia nasce così sotto il segno dell’armonia e della cooperazione, un simbolo tangibile di italianità e apertura, destinato a diventare punto di riferimento per la comunità e per tutti coloro che amano l’Italia. Un plauso speciale va al Console Generale Iacchini, che con efficienza, sensibilità e spirito di iniziativa continua a valorizzare i rapporti tra i due Paesi, rendendo la presenza italiana in Brasile un esempio di diplomazia attiva e cultura condivisa. di Redazione Da sin.: Flavio Cenciarelli, il C.G. Iacchini e i rappresentanti del Comune di RJ Gli Onorevoli Alessandro Cattaneo, Fabio Porta, Salvatore Caiata e Roberto Traversi.  

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Scioperi fuori tempo e rivoluzioni d’annata: la piazza italiana riscopre il teatro dell’assurdo 🎭

Mentre l’accordo su Gaza è (quasi) in porto, le nostre piazze esplodono in gazzarre di solidarietà retroattiva. Forse più che per la pace, si lotta per un posto al talk show del lunedì. Una volta si diceva “robe da matti”. Ora non si può più dire, ma il concetto, sussurrato, che non ci senta il garante dei sinonimi, resta. E il nostro Paese, tra una protesta e un selfie di piazza, sembra ospitare più d’un mattarello in libera uscita. Finché non diventano furiosi, transeat. Ma quando scatta la scintilla, ecco che la “manifestazione per la pace” si trasforma nel remake casereccio delle Cinque giornate di Milano. Solo che, a differenza del 1848, qui manca il nemico. Si sciopera, si urla, si sfascia. Ma perché? Non per Gaza, almeno non più: l’accordo di pace, udite udite,  pare ormai quasi siglato. E allora a che serve la caciara? Forse a non far finire troppo presto il palinsesto dei talk show, o magari per dare un senso all’agenda dei soliti professionisti del cartello e del fumogeno. Un lettore, più filosofico che indignato, ha telefonato in redazione per commentare: “Altro che rivoluzione del ’68, questa è la guerriglia globale!” E ha aggiunto, come se fosse una notizia dell’ultima ora: “Anche all’estero scendono in piazza!”. In realtà, per amor di cronaca, una rapida occhiata alle news internazionali ci ha svelato che non si agita foglia, neppure, col dovuto rispetto,  in Zimbabwe; solo qualche sporadica dimostrazione di infimo conto qua o là. All’estero, si sa, la gente il sabato pomeriggio lo dedica al calcio o al supermercato, non alla molotov. Intanto, a Roma, la solita minoranza rumorosa ha trasformato la capitale in un set apocalittico: auto incendiate, agenti feriti, simboli religiosi imbrattati e cori deliranti per Hezbollah e Nasrallah. Cose che neanche nel peggior cabaret politico degli anni Settanta. La statua di Giovanni Paolo II a Termini, sporcata con insulti e falci e martelli, è diventata il simbolo perfetto di questo smarrimento collettivo: “Scherza con i fanti, ma lascia stare i santi” non vale più, e nemmeno si capisce con chi o contro chi si protesti. Il diritto di sciopero è sacro, nessuno lo nega. Ma quando si trasforma in abuso, in violenza gratuita e in passatempo da weekend, allora sì, serve rimettere mano alle regole. Non per reprimere, ma per restituire dignità,  e pace,  a chi lavora, a chi deve muoversi, e persino a chi vorrebbe solo un sabato senza sirene né fumogeni. La conclusione è semplice: la piazza serve a farsi sentire, non a far paura.E la nostra solidarietà, stavolta, va a chi in piazza ci va per dovere e non per vanità,  gli agenti, che continuano a garantire ordine in mezzo alla disordinata follia del nostro tempo. Un Paese serio protesta quando serve, non quando conviene. Noi invece, si sa, arriviamo sempre puntuali… ma all’appuntamento sbagliato. Giuseppe Arnò

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Tra cori, fischi e molotov: la nuova moda del dissenso senza regole

Dalle curve allo stadio alle piazze universitarie, la violenza travestita da protesta sociale è ormai il passatempo preferito di chi scambia l’odio per militanza. E l’Occidente, quello che paga i conti, resta il nemico numero uno. Tra cori, fischi e molotov: la nuova moda del dissenso senza regole Lo sport è come la musica, come la scienza: non dovrebbe mai sporcarsi con la politica. Ma questo, ormai, è un concetto da museo archeologico, da esporre accanto alle tavolette sumere. Oggi vince la regola opposta: niente regole. Ogni occasione è buona per sprigionare il selvaggio latente che alberga dentro di noi.Così capita che durante Italia–Israele, i fischi non abbiano risparmiato né l’inno tricolore né quello ebraico, con tanto di schiena voltata alla bandiera altrui. Atto di coraggio civile? No: pura e semplice barbarie da stadio… degna di una coreografia da film di Fantozzi. Manifestazioni, cortei non autorizzati, università bloccate da sparuti gruppi che parlano a nome di “tutti”, poliziotti presi a pietrate nel silenzio generale: la democrazia, a quanto pare, funziona benissimo… finché parla chi urla di più. Il resto può comodamente restare a casa: qualcuno protesta anche per lui, che piaccia o no. Eppure, dietro al nobile slogan dei “bambini palestinesi”,  che commuovono tutti, come commuovevano i bambini vietnamiti ieri o gli ucraini oggi (ma quelli, chissà perché, non scaldano i cuori: forse non hanno ufficio stampa),  si cela un filo rosso ben più chiaro: l’odio per l’Occidente. Quell’Occidente che mantiene chi lo disprezza con un welfare insostenibile, che garantisce diritti e libertà a chi le utilizza per impedire agli altri di esprimersi. Pacifisti? Idealisti? Militanti del caos? Poco importa l’etichetta: chi urla “Palestina libera dal fiume al mare” e, chissà, forse domani “dal Manzanarre al Reno”, e chi spacca la testa ai poliziotti appartiene alla stessa famiglia allargata della violenza. Quella che odia la competizione, la meritocrazia, l’impegno. Troppa fatica: meglio gridare, meglio bloccare, meglio distruggere. Intanto, il Paese che lavora e paga le tasse continua a mantenere un welfare sociale ed inclusivo, anche a beneficio dei suoi odiatori di professione. Perché, dopotutto, siamo ancora abbastanza liberi da poter permettere che ci insultino. Una libertà così grande che qualcuno, se potesse, la trasformerebbe in monopolio di pochi: i soliti noti che “hanno sempre ragione”. di Redazione

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Pietre, pietruzze e macigni

Lo sgombero del Leoncavallo e le bellicose reazioni dell’opposizione     “Tu sei buono e ti tirano le pietre. Sei cattivo e ti tirano le pietre…”. Canta così la vecchia canzone. E in effetti, per il governo, pare non ci sia salvezza: qualunque cosa faccia, dovunque vada, pietre in faccia prenderà. Stavolta le pietre (metaforiche, si spera) arrivano dallo sgombero del Leoncavallo, che in certi ambienti è stato accolto come se si fosse violata l’ultima reliquia sacra di Milano. L’opposizione, fedele al nome che porta, sembra avere un solo verbo in repertorio: “opporsi”. Poco importa il contenuto, la logica o la coerenza: basta gridare “Al lupo!” e il gioco è fatto. Non che manchino temi più seri o fantasiosi per attaccare il governo, ma vuoi mettere la comodità di tirare fuori la solita carta del “due pesi e due misure”? Eppure, il decreto sicurezza è chiaro: le occupazioni abusive vanno eliminate, seguendo un ordine cronologico. Se la fila si rispetta, il Leoncavallo – longevo com’è – aveva diritto alla “corsia preferenziale”. Non sarà giustizia poetica, ma almeno è giustizia aritmetica. Il mito romantico dell’illegalità Negli anni, il Leoncavallo ha cessato di essere una fucina di scontri e di politica restava giusto la retorica nei comunicati. Il mistero non è lo sgombero di oggi, ma come abbia potuto prosperare per tre decenni sotto gli occhi benevoli di giunte di ogni colore. Ma guai a dirlo: subito scatta la difesa del “patrimonio autogestito”, definizione che fa pensare a una specie di monumento Unesco dell’illegalità. Ora, che lo sgombero venga raccontato come “atto fascista” o “gentrificazione criminale” fa sorridere: dopotutto, stiamo parlando di uno stabile privato reclamato dai legittimi proprietari da anni e già lautamente risarciti dallo Stato. Si può chiamare “spazio sociale” quanto si vuole, ma resta sempre una occupazione abusiva. Casapound, il jolly per tutte le stagioni Naturalmente non poteva mancare il paragone con Casapound: “Sgomberano il Leoncavallo e non toccano loro!”. Un classico intramontabile, il jolly che funziona sempre. Peccato che lo stabile romano sia effettivamente in lista d’attesa e che l’ordine di sgombero segua criteri decisi già anni fa. Ma, si sa, il dettaglio burocratico non scalda i cortei come lo slogan gridato in piazza. In attesa delle barricate vintage Così, dopo 31 anni di occupazione, la saga del Leoncavallo torna a infiammare i cuori ribelli. Già si annunciano barricate e manifestazioni, come nel ’94: sarà una sorta di rievocazione storica, ma senza costumi d’epoca. Milano avrà quindi la sua piccola “Notte dei forconi”, per rivendicare il diritto a vivere in spazi sottratti alla legalità in nome di un generico “movimento dal basso”. Intanto, le pietre continuano a volare, non si sa se più verso il governo o verso il buon senso. E forse aveva ragione la vecchia canzone: qualunque cosa fai, sempre pietre in faccia prenderai. Giuseppe Arnò   Foto: licenza Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication

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Missione in Canada per Goffredo Palmerini, nel mese del Patrimonio Italiano

Lo scrittore negli eventi della Federazione Abruzzese di Ottawa, dall’Abruzzo anche il sindaco di Pretoro   L’AQUILA – Pronto a partire per Ottawa il giornalista e scrittore Goffredo Palmerini, dove parteciperà dal 25 giugno alle iniziative culturali del Mese del Patrimonio Italiano in Canada (June Italian Heritage Month), programmate nella capitale canadese. Su invito della Federazione delle Associazioni Abruzzesi di Ottawa, diversi eventi culturali lo vedranno personalmente coinvolto, promossi dall’Italian Canadian Community Centre presieduto da Angelo Filoso, come pure incontri con la comunità italiana e con la stampa (CHIN Radio Ottawa, Radio Globo Italia, Tele 30 e il settimanale L’Ora di Ottawa di cui è collaboratore). Resterà ad Ottawa fino al 1 luglio, per poi recarsi a Montreal.         Nell’ambito delle iniziative in programma c’è la presentazione del volume “Radici”, scritto a quattro mani da Diego Giangiulli e Fabrizio Fanciulli, rispettivamente Sindaco e Assessore alla Cultura di Pretoro, magnifico borgo in provincia di Chieti abbarbicato ai contrafforti della Maiella, annoverato nel Club dei Borghi più belli d’Italia. Il libro, pubblicato sia in italiano che nella versione inglese “Roots”, riporta storie di vita di emigrati pretoresi raccolte dai due amministratori nel 2023 durante una precedente missione ad Ottawa. Il caso di Pretoro è davvero singolare nell’emigrazione abruzzese: comune di 865 abitanti, nella capitale canadese risiedono circa 2500 pretoresi, giunti nel grande Paese nordamericano con le ondate migratorie del secondo dopoguerra. I due amministratori, con una rappresentanza di Pretoro, saranno ad Ottawa dal 25 giugno al 4 luglio per l’intero ciclo delle manifestazioni.   Il libro “Radici”, con una Prefazione di Goffredo Palmerini sull’emigrazione abruzzese in Canada, sarà presentato il 27 giugno presso l’Ottawa Conference and Event Centre e il 29 giugno al Father Jerome Centre, con gli interventi degli autori Diego Giangiulli e Fabrizio Fanciulli, presente la stampa canadese, in un incontro moderato da Goffredo Palmerini. Agli eventi di Ottawa saranno presenti numerosi emigrati, anche di seconda e terza generazione. La comunità abruzzese, d’altronde, è una delle comunità regionali italiane più numerose e dinamiche nella capitale del Canada.   “Radici” rappresenta il secondo step del più ampio progetto “La Valigia di Cartone”, nato per esplorare e preservare la memoria dell’esodo migratorio abruzzese. Dopo una serie di eventi organizzati nell’estate scorsa a Pretoro, il libro si inserisce come tassello fondamentale in questa raccolta storica, documentale e testimoniale. Per l’occasione, sarà replicata ad Ottawa anche la mostra allestita lo scorso agosto a Pretoro, con parte del materiale originale raccolto: lettere, passaporti, permessi, visti, biglietti aerei e fotografie degli emigrati.   Tra i vari eventi con la comunità abruzzese, che conta molte associazioni tra le quali quella pretorese è tra le più cospicue, ci sono le iniziative programmate dal Centro Abruzzese Canadese Inc. – due anni fa ha celebrato il 50° di fondazione ricevendo il plauso dell’allora premier Justin Trudeau – con la Presidente Lucia Alloggia e il Consiglio direttivo, e con l’infaticabile past President Nello Scipioni, pietra miliare del Centro. Di significativa rilevanza è il meeting istituzionale, l’incontro con il Sindaco di Ottawa, Mark Sutcliffe, il 30 giugno alle 10.   Infine un’annotazione: nella progettazione e organizzazione degli eventi di Ottawa non si può non sottolineare l’impegno trascinante e la determinazione profusi da Angelo Filoso, imprenditore di talento, nonché editore del settimanale L’Ora di Ottawa e di Radio Globo Italia, emigrato da Pretoro in Canada negli anni Cinquanta insieme ai fratelli Antonio, Luigi e alla sorella Assunta. Oltre ad essere un vulcano di iniziative nel preservare la memoria della nostra comunità, Filoso è un autentico mecenate.   Goffredo Palmerini

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Premio Nazionale Pratola 2025, uno straordinario successo

  Il reportage della manifestazione nello splendido scenario dell’Abbazia morronese a Sulmona   di Goffredo Palmerini     SULMONA – Si rivela tutta insieme, nella sua magnificenza, al visitatore che vi arriva. Se è con il sole del pomeriggio avviato a scendere verso il tramonto, l’imponente complesso dell’Abbazia di Santo Spirito al Morrone restituisce un colore dorato che ne esalta le architetture. “Un tesoro d’arte e di storia – scriveva lo storico Mario Setta, che ben la conosceva da vicino –, di bellezze e di sevizie: l’abbazia celestiniana, la più grande dell’Italia centrale, situata in Badia di Sulmona, un fabbricato a pianta rettangolare di m.119 ×140). All’arrivo di Fra Pietro Angelerio, nel 1241, c’era una cappella dedicata a S. Maria, che cercò di ampliare. In seguito, verso la fine del XIII secolo, fu costruita una chiesa dedicata allo Spirito Santo, con convento annesso, sulla base dello stretto rapporto che Fra Pietro aveva stabilito con la teoria di Gioacchino da Fiore (1130-1202). Una teoria teologica d’avanguardia e che dimostra come Celestino V papa non fosse di “scarsità di dottrina”, come dichiara nel testo delle dimissioni. Nell’abbazia sono visibili diverse rappresentazioni pittoriche della colomba, simbolo dello Spirito Santo. Secondo Gioacchino da Fiore, la storia degli uomini si basa sul modello della Trinità, scandito in tre tappe: èra del Padre, predominio della Legge e della schiavitù; èra del Figlio, predominio della Grazia; èra dello Spirito Santo, predominio dell’Amore, della libertà, della Pace, un’èra in cui avrebbe avuto luogo l’avvento del ‘Papa Angelico, il successore di Pietro che si eleverà in sublimi altezze’, al quale ‘sarà data piena libertà per rinnovare la religione cristiana e per predicare il Verbo di Dio… la gente non sguainerà la spada contro i propri simili e nessuno si addestrerà alla battaglia’. […]. All’interno dell’abbazia c’è la chiesa a croce greca, che presenta due pregevoli opere in legno: l’organo, eseguito dal milanese G. Battista Del Frate nel 1681 e il coro di Leonardo Macchione di Pacentro. E la Cappella Caldora, con affreschi attribuiti a Johannes de Sulmona e in una nicchia ad arco semicircolare il monumento sepolcrale dei Caldora, scolpito nel 1412 da Gualterius de Alemania”. È in questo gioiello dell’architettura religiosa abruzzese – che fu casa generalizia dei Celestini di Pietro del Morrone e che con gli eremi costituisce in Abruzzo uno straordinario unicum – dove sabato 14 giugno, in un meriggio di luce e un cielo terso che orla di blu il monte Morrone e le altre cime d’intorno alla Valle Peligna, si tiene la XVI edizione del Premio Nazionale Pratola. Organizzato dall’Associazione culturale Futile Utile, ne sono anima e motore i giornalisti Ennio e Pierpaolo Bellucci. Quando vi arrivo, qualche minuto dopo le 17, la facciata della chiesa risplende. La navata è interamente esaurita in ogni ordine di posti, come lo sono le due cappelle del transetto. E già la voce splendida del soprano Chiara Tarquini riempie con note di velluto l’ampio tempio celestiniano. Presente al completo la rappresentanza peligna nelle Istituzioni: la senatrice Gabriella Di Girolamo, la vicepresidente del Consiglio Regionale Marianna Scoccia e la consigliera Antonietta La Porta, i primi cittadini Antonella Di Nino di Pratola Peligna e Luca Tirabassi di Sulmona, fresco d’elezione e d’insediamento della sua Amministrazione. Dopo un po’ arriva da Castel di Sangro anche il presidente della Provincia, Angelo Caruso. Presente il vescovo di Sulmona Valva, Mons. Michele Fusco, e tutte le autorità militari e delle Forze dell’ordine nella città di Ovidio. Nelle prime file, a sinistra, gli insigniti del Premio 2025. A condurre l’evento, con la consueta bravura, è il giornalista Enrico Giancarli, in diretta televisiva su Rete 8, la testata per la quale lavora. Madrina d’eccezione del Premio per l’edizione 2025 l’inviata del TG1 Stefania Battistini, impegnata all’estero sui fronti di guerra, e un Testimonial davvero di rango elevato, qual è il poeta, scrittore e traduttore Hafez Haidar, due volte candidato al Nobel per la Pace e per la Letteratura. Impossibilitato a presenziare, il prof. Haidar ha inviato dalla Brianza un videomessaggio molto intenso, che richiama e invoca il dialogo e la pace, specie in questo tempo insanguinato dalla guerra in Medio Oriente, dall’orrore del pogrom del 7 ottobre e soprattutto dal massacro di innocenti nella striscia di Gaza, vittime dei bombardamenti israeliani, delle privazioni e della fame. Sono seguiti i saluti delle Istituzioni, concordi nel rilevare l’eccellenza di un Premio che anno dopo anno accresce il suo prestigio e travalica con la sua eco positiva anche in confini nazionali. Toccante il saluto di Mons. Fusco, che sceglie non le sue, ma le parole di pace di papa Francesco, ascoltate in piedi come una preghiera, in un moto spontaneo di condivisa invocazione. Non formale il saluto di Ennio e Pierpaolo Bellucci, che al fardello delle difficoltà ogni anno da superare oppongono la tenacia, la determinazione e soprattutto la passione. Non si comprende perché mai Ennio affermi che questa XVI edizione è per lui l’ultima. L’uomo ha una cifra tutta singolare, in cui la serietà e la facezia hanno un confine assai sottile, laddove spesso l’ironia sopravanza. D’altronde è sua la creatura e l’annuncio di staccarsene ha più il sapore d’una provocazione a chi deve intendere. Ma ora è tempo di consegnare i riconoscimenti ai vincitor. Il primo è alla memoria dell’artista cui il Premio è dedicato: Marcello Mariani, un grande Maestro dell’arte informale, scomparso nel 2017. Marcello Mariani era nato a L’Aquila nel 1938. Allievo di Fulvio Muzi, si era formato all’Accademia di Belle Arti di Napoli, iniziando al teatro San Carlo i suoi primi lavori di scenografia. Nei primi anni Sessanta viaggia in Europa, conosce artisti a Berlino, ad Amburgo tiene una mostra personale. A Parigi conosce Sartre e gli esistenzialisti. Rientrato in Italia, nell’ambiente romano conosce Boille, Manzoni, Rotella, Lisi e Rauschenberg.  Con Rauschenberg intesse dialoghi franchi ed istintivi sulla pittura e sulla cultura. Con Boille, Lisi, Manzoni e Rotella vive gli anni infuocati delle contestazioni giovanili. Inizia ad insegnare all’Istituto Statale d’Arte dell’Aquila. Tra gli anni ’60 e ’70 si dedica con slancio alla

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“Love Story all’americana: Trump & Musk, dal ‘Ti amo’ al ‘Ti querelo’ in 12 mesi”

Analisi sarcastica del divorzio dell’anno Erano la “strana coppia” della politica contemporanea: uno con la valigetta nucleare, l’altro con un razzo per fuggire su Marte. Donald Trump ed Elon Musk si erano giurati amore eterno, o almeno finché incentivi e commesse governative non li separassero. Spoiler: li hanno separati. In un anno siamo passati dal bacio accademico con tanto di “chiave d’oro” della Casa Bianca a una raffica di post al napalm su X (ex Twitter, ex social, presto forse ex realtà). Il tycoon e il magnate si sono lanciati epiteti che nemmeno in un reality con opinionisti stanchi: “ingrato”, “bugiardo”, “impazzito”, e l’immancabile “Trump è nei file di Epstein”. Per ora, nessuno ha ancora minacciato di “togliere il follow”, ma non escludiamo sviluppi. Trump, presidente-influencer part-time, ha dichiarato in pieno stile divorzista: “Non so se avremo più una grande relazione”. Traduzione: si è già tenuto il cane, la Tesla, e forse anche il codice nucleare. Musk, invece, si è sfogato su X lanciando un sondaggio in cui chiede se sia ora di fondare un nuovo partito. L’84% ha detto sì, ma d’altronde su X votano anche i bot di Neuralink, quindi la statistica è da prendere con un chip nel cervello. Il “Big Beautiful Bill” — un nome che pare uscito da un cartone animato o da una marca di hot dog — è stato il colpo di grazia: una legge approvata “nel cuore della notte”, stile colpo di Stato sudamericano, con Musk che afferma di non saperne nulla. Lui, che nella Casa Bianca aveva un badge più usurato di quello del maggiordomo. Nel frattempo, mentre Musk brucia 100 miliardi di dollari in Borsa come se fossero marshmallow, Trump lo accusa di volere più incentivi per l’auto elettrica. Elon risponde: “Grassa e brutta” è la legge. Ma la vera domanda è: parlava della legge o della loro relazione? Non pago, Musk rilancia: “Trump dovrebbe essere sottoposto a impeachment e sostituito da JD Vance”. Proposta così casuale che sembra uscita da un bigliettino della fortuna. Ma ormai è guerra totale, e la SpaceX minaccia addirittura di ritirare la navicella Dragon, cioè l’unico mezzo americano affidabile per andare nello spazio senza usare Google Maps. Il divorzio tra questi due giganti non è solo gossip da Oval Office: è la fine di un’era. Una fine con botte da orbi, tweet velenosi, e il rischio concreto che l’America si ritrovi senza razzi spaziali ma con un nuovo partito populista formato da Elon e, probabilmente, un’intelligenza artificiale che gli fa da vice. E noi? Noi raccoglieremo i cocci. I cocci della democrazia, dei mercati, delle navicelle spaziali e forse anche di un sogno: quello che i super-ricchi potessero convivere pacificamente nel giardino dell’impero, tra una deregulation e una bistecca al ketchup. Ma dai, in fondo… C’eravamo tanto amati. Giuseppe Arnò Credito foto: AI

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Spoleto – Leone d´oro a Eugenia Serafini

      A EUGENIA SERAFINI IL PREMIO LEONE D’ORO da Spoleto Meeting Art Speciale Progetto Cultura Venezia 2025   L’artista, scrittrice, performer di esperienza internazionale, docente universitaria e giornalista Eugenia Serafini è in questo 2025 tra le stelle che brillano nelle iniziative e nei riconoscimenti del Menotti Art Festival, che la vedono il 24 maggio alle ore 16 protagonista a Venezia, premiata dal Presidente Luca Filipponi con il prestigioso Leone d’Oro allo Spoleto Meeting Art Speciale Progetto Cultura Venezia 2025, Scoletta dei Callegari. Al premio si accompagna, in prestigiosa sede veneziana, a cura di Luca Filipponi, Paola Biadetti e Assunta Cuozzo, la Mostra personale “Mitologie del mondo: Sguardo a Oriente – Omaggio a Marco Polo”, che tanto successo di pubblico e critica sta incontrando dalla sua prima presentazione al Circolo degli Esteri della Farnesina e che a Venezia amplia la sua panoramica con un Omaggio a Marco Polo, per i 700 anni dalla sua morte. Lo straordinario viaggiatore, attraverso la Via della Seta, raggiuse la Cina aprendo possibilità inaspettate per Venezia e lasciò con la stesura de “Il Milione”, memorie storiche e personali di grande interesse. Serafini, Icaro, acrilici su tela Luca Filipponi ed Eugenia Serafini nell’Atelier dell’Artista Così la giornalista Silvana Lazzarino scrive di lei: “Armonia, vitalità ed entusiasmo, ma anche verità e sogno caratterizzano le opere di Eugenia Serafini dove la bellezza e il mistero del cosmo, così come il contesto umano e sociale con le sue fragilità, permettono a chi osserva di “entrare” in queste dinamiche per riscoprire come il senso di questa esistenza si celi dentro l’universo interiore. È nell’universo interiore che albergano nostalgie per affetti lontani, verità non dette, e il bisogno di cercare un appiglio verso quell’infinito che sfugge ma che richiama a nuova vita.  A questi linguaggi si unisce la forza della narrazione che la Serafini esplora e ricama attraverso la parola scritta e declamata, come per il Teatro di performance di cui citiamo la raccolta “Canti di cantaStorie” (Ediz, Artecom, Roma 2008) tradotti, commentati e pubblicati in lingua Araba sul Quotidiano Giordano “Gli Arabi Oggi”, 1998.  All’interno di quest’opera sono racchiusi testi di grande forza evocativa legati ad accadimenti significativi del XX secolo come “Donde estan?” dedicato alla tragedia dei Desaparecidos degli anni ’70 in America Latina o le “Migrazioni” a partire da quella italiana per giungere a quella in Australia, fino alle migrazioni contemporanee. E’ stata invitata a tenere stages o mostre/installazioni oltre in Italia, in diverse nazioni: U.S.A., Egitto, Francia, Romania, Macedonia, e nel 1998 ha fondato, con un gruppo di artisti internazionali e per la volontà del maestro romeno Horea Cucerzan, il Museo di Arte Contemporanea “Micu Klein” di Blaj, in Transilvania. Fonte: Goffredo Palmerini

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LA STORIA DI JOE FARRUGGIO CON LE MANI INFARINATE

IL GUSTO DEL SUCCESSO: TUTTA LA STORIA DI JOE FARRUGGIO CON LE MANI INFARINATE   Roma, 12 maggio 2025 – “La storia di Joe: dagli USA arriva con un nuovo libro, ricco di Speranza, ma che ha il Gusto del Successo – dichiara Massimo Lucidi Presidente della Fondazione e-novation – che con il curatore Gianni De Simone e la casa editrice “publiGRAFIC” ha portato la Sicilia alla Casa Bianca con un vero romanzo, scritto con le mani infarinate”.   “Dopo lo straordinario successo ottenuto negli Stati Uniti con il libro ‘My Name Is Joe and I Am a Pizza Man’, l’autore Joe Farruggio ha deciso di tradurre in italiano il racconto del suo sogno italiano realizzato. Il noto ristoratore di Washington, D.C., tornerà in Italia per partecipare al Salone Internazionale del Libro di Torino. Dopo aver presentato la versione in lingua inglese del libro su Fox TV, Italia 1, Rai e nel programma “Little Big Italy”, il pizzaiolo siciliano emigrato in America a soli 15 anni è orgoglioso di condividere i segreti del suo successo duramente guadagnato con i suoi connazionali in Italia. La versione inglese del libro, ‘My Name Is Joe and I Am a Pizza Man’, è stato scritto insieme a Thierry Sagnier, Joe Farruggio è poi tradotto in italiano con l’aiuto del suo amico e cognato Angelo Badalamenti”.   Per la pubblicazione in Italia si è affidato alla casa editrice calabrese, publiGRAFIC con sede a Cotronei, in provincia di Crotone. La cura del testo è stata affidata a Gianni De Simone, ideatore della rivista il CalabrOne, e così ‘My Name Is Joe and I Am a Pizza Man’ diventa ‘Il Gusto del Successo’, con il sottotitolo ‘Il mio nome è Joe e sono un pizzaiolo’.   «È l’inizio di una nuova avventura internazionale» afferma Gianni De Simone. «Con Il Gusto del Successo partiremo per un tour in Italia: il primo appuntamento sarà il 15 maggio 2025 al Salone Internazionale del Libro di Torino, seguito dal 17 maggio a Reggio Emilia. Poi sarà la volta di Agrigento, Capitale Italiana della Cultura, e stiamo già pensando a una tournée anche internazionale…». La pizza è il cibo più popolare al mondo, e Joe Farruggio sa tutto quello che c’è da sapere su questa deliziosa creazione italiana. Il mio nome è Joe segue Farruggio dalla sua infanzia in Sicilia fino alla cucina del suo celebre ristorante Il Canale, situato nel cuore di Georgetown, a Washington, D.C insieme al famoso punto di riferimento a Virginia, A Modo Mio, e nella sua catena di ristoranti casual in rapida espansione, 90 Second Pizza.   IL GUSTO DEL SUCCESSO è la quintessenza della storia di un immigrato: il racconto di un uomo che ha trasformato il suo lavoro in ricchezza, dimostrando che, con coraggio, intelligenza e istinto, il “Grande Sogno Americano” può ancora diventare realtà.     NOTA DEL CURATORE Pubblicare un libro significa sempre dare voce a una storia che merita di essere raccontata. Quando ho avuto l’opportunità di leggere il manoscritto di Joe Farruggio, ho capito subito che non si trattava solo di una semplice autobiografia, ma del racconto di un viaggio straordinario, di una vita vissuta con passione, sacrificio e determinazione. La storia di Joe è quella di un uomo che ha creduto fermamente nel proprio sogno e, con dedizione e tenacia, ha saputo trasformarlo in realtà.   L’emigrazione è un tema che attraversa molte generazioni e culture, e il percorso di Joe rappresenta un esempio concreto di come il cosiddetto “sogno americano” si poteva e si può realizzare con coraggio e duro lavoro. Partito dalla Sicilia con poche certezze e tanta speranza, Joe ha costruito il suo futuro mattone dopo mattone, impasto dopo impasto, fino a diventare un punto di riferimento nel mondo della ristorazione. Il suo percorso non è stato privo di ostacoli, ma ogni sfida affrontata ha rafforzato la sua determinazione, rendendolo l’imprenditore di successo che è oggi.   Leggere la sua storia significa entrare nel cuore di un uomo che non si è mai arreso, che ha saputo reinventarsi e che oggi, attraverso questo libro, vuole condividere le lezioni apprese lungo il cammino. Ma il valore di questa testimonianza non sta solo nel successo imprenditoriale di Joe: sta soprattutto nella sua volontà di ispirare, di offrire una guida a chiunque sogni di costruire qualcosa di grande partendo da zero. L’opera che avete tra le mani non è solo il resoconto di un’esperienza di vita, ma un messaggio di speranza e di incoraggiamento per tutti coloro che credono nei propri sogni e sono pronti a lavorare sodo per realizzarli.   Gianni De Simone   Fonte: G. Palmerini

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L’ALFABETO DELL’INVISIBILE: MATEMATICA E MISTERO DIVINO DOPO L’ELEZIONE DI LEONE XIV

Nel nuovo Papa con la laurea in matematica, il segno che la fede può parlare il linguaggio dei numeri senza perdere il senso del mistero Quando la fumata bianca si è alzata nel cielo vaticano, il mondo si è interrogato, come sempre, sul volto del nuovo Papa. Ma questa volta, tra le prime righe dei profili biografici, una nota ha colpito anche i più distratti: Robert Francis Prevost, ora Leone XIV, è laureato in matematica. E in quel dettaglio, apparentemente insignificante, molti hanno letto qualcosa di incongruo. Come se la logica dei numeri fosse in contrasto con l’abbandono della fede. Come se un Papa matematico fosse una contraddizione in termini.   C’è in questo stupore un pregiudizio antico, mai del tutto estinto: l’idea che religione e scienza abitino galassie separate. Che i numeri parlino una lingua arida, incompatibile con la luce tremante del mistero. Eppure, lo stesso Leone XIV, formatosi tra le aule della Villanova University in Pennsylvania, ha respirato l’eleganza dei teoremi prima ancora di indossare l’abito talare.   Nella sua figura – con la disciplina del pensiero scientifico intrecciata alla profondità dell’ordine agostiniano – si compone qualcosa di nuovo. O forse qualcosa di molto antico. Perché non sono stati forse proprio i padri della fede come Agostino e Bonaventura a intuire che Dio parla anche in numeri, peso e misura? Lo stesso Sant’Agostino, in linea con la tradizione neoplatonica, sottolineava come i numeri rappresentino l’essenza della realtà e la struttura dell’universo, essendo una manifestazione dell’ordine divino. Già i pitagorici vedevano nei numeri l’essenza dell’universo.   Per Platone, le verità matematiche esistono nel mondo delle idee, più reali delle cose visibili. Galileo scriverà che la natura è un libro scritto in lingua matematica. E il suo contemporaneo Keplero, scoprendo le leggi del moto dei pianeti, affermava che “la geometria è coeterna alla mente di Dio, è Dio in persona”. Non sorprende allora che nel secolo scorso Ennio De Giorgi1, gigante del pensiero matematico del Novecento e uomo di fede, si sia espresso in questi termini, con un’immagine straordinariamente potente: “All’inizio e alla fine abbiamo il mistero. Potremmo dire che abbiamo il disegno di Dio. A questo mistero la matematica ci avvicina, senza penetrarlo. ”Un Papa matematico non è, dunque, un’anomalia. È il segno di un ponte possibile. Di una lingua comune tra l’intelligenza e la contemplazione. Ennio De Giorgi   Nel suo libro La matematica e l’esistenza di Dio, Antonio Ambrosetti2, uno dei più noti matematici italiani e allievo dello stesso De Giorgi alla Scuola Normale di Pisa, racconta come la fede abbia accompagnato la sua vita accademica. Non come rifugio, ma come apertura. “Lo studio della matematica mi fa intuire la presenza di Dio”, scrive. Per lui, ogni congettura è un passo verso l’infinito. Ogni intuizione, una finestra su ciò che sta oltre: “In questo, io intravedo qualcosa che è sempre sopra di noi, irraggiungibile, la presenza – seppure misteriosa – di Dio.”   Ambrosetti non pretende affatto che la matematica possa arrivare a dimostrare l’esistenza di Dio. Ma vede nella sua logica rigorosa, nella sua eleganza, una strada verso l’oltre. E perfino un riflesso della gioia creativa di Dio stesso. Un ponte fatto di silenzio e rigore: De Giorgi parlava della matematica come di una “forma di carità”, perché insegnare, condividere il sapere, è per lui una delle più alte espressioni dell’amore cristiano. “Non saprei dare un significato alla mia vita e al mio stesso lavoro scientifico senza la fede nella Resurrezione di Cristo”, scriveva. Non per bisogno, ma per coerenza: perché il mondo, se davvero è ordinato, deve avere un’origine. E se l’uomo riesce a leggerlo, è perché la sua intelligenza rispecchia, almeno in parte, quella del Creatore.   Avremo quindi un pontefice con l’anima cartesiana? Leone XIV potrebbe dunque rappresentare un ritorno al senso profondo della ratio, non come dominio, ma come meraviglia. La stessa meraviglia che guida il matematico nel cuore di una dimostrazione, e il credente nell’ora silenziosa della preghiera. La sua formazione scientifica non sarà quindi una nota di colore, ma una cifra spirituale. In un’epoca in cui tutto deve essere provato, computato, garantito, forse ci voleva un Papa che conoscesse i limiti della dimostrazione per ricordarci che il vero si manifesta anche nell’indimostrabile. E così, mentre Leone XIV si affaccia alla finestra del mondo, possiamo cominciare a leggerlo come un segno dei tempi: la fede non è l’opposto del rigore, ma potrebbe essere una sua estensione. Sebastiano Catte Com.Unica www.agenziacomunica.net _________________________________________________________________________________________________________ 1 Ennio De Giorgi, Anche la scienza ha bisogno di sognare (a cura di di A. Marino, C. Sbordone, F. Bassani), Edizioni Plus Università di Pisa 2002. 2 Antonio Ambrosetti, La matematica e l’esistenza di Dio, Lindau 2017.

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