Board of Peace: il mondo ci invita, casa nostra ci respinge

 

Tra prestigio internazionale, diplomazia da adulti e città che fanno paura anche agli ospiti

C’è una curiosa legge non scritta della politica internazionale: quando l’Italia smette di fare la comparsa, qualcuno si affretta a offrirle un ruolo da protagonista. È successo anche stavolta, con il Board of Peace, creatura partorita a Davos, presieduta da Donald Trump in persona (non dagli Stati Uniti, badiamo bene: proprio da lui), e pensata per mettere un po’ d’ordine laddove la pace è diventata una tregua stanca, come a Gaza.

L’Europa, al solito, ha reagito come davanti a un piatto troppo speziato: Francia e Spagna hanno detto no, Bruxelles ha arricciato il naso, Londra si è indignata per la lista degli invitati. L’Italia, invece, ha fatto qualcosa di insolito: ha riflettuto. Giorgia Meloni non ha firmato col pilota automatico, ma nemmeno ha sbattuto la porta. Ha chiesto garanzie, modifiche allo Statuto, rispetto della Costituzione. Tradotto: disponibilità sì, sudditanza no. Ed è già una notizia.

Non è un mistero che Washington voglia Roma nel Board. Non per mandare soldati allo sbaraglio, ma per valorizzare ciò che sappiamo fare meglio: mediazione, addestramento, credibilità. I Carabinieri che formano le future forze di polizia palestinesi sono un’idea concreta, pragmatica, persino elegante. Altro che i soliti comunicati indignati. Qui si parla di costruire istituzioni, non slogan.

E il prestigio, intanto, cresce. L’Italia conta di più nei dossier che contano. Viene cercata, ascoltata, corteggiata. Mentre sulle piste di Kitzbühel Franzoni vola e Sinner resiste al caldo australiano come un monaco tibetano con la racchetta, il tricolore torna a essere sinonimo di affidabilità. Fuori, tutto sembra funzionare.

Dentro, però, scricchiola.

Perché mentre l’Italia viene chiamata a garantire sicurezza a Gaza, non riesce a garantirla a Milano. E non lo diciamo noi: lo dicono gli ospiti. Fa impressione, e un po’ vergogna, che il presidente della Repubblica di Corea, parlando delle Olimpiadi di Milano-Cortina, abbia sentito il bisogno di raccomandare “particolare attenzione alla sicurezza dei nostri cittadini”. Tradotto dal linguaggio diplomatico: abbiamo sentito certe cose.

Qui non c’entra l’assenza di volontà del governo. I provvedimenti ci sarebbero, le intenzioni pure. Ma ogni tentativo di rafforzare strumenti e uomini trova un’opposizione che preferisce politicizzare la paura anziché ridurla, e una Giustizia spesso indulgente, che confonde la clemenza con la resa. Risultato: città nervose, cittadini guardinghi, e una fama che corre più veloce delle riforme.

Invocare nuove leggi, più forze dell’ordine, persino ronde, chiamiamole pure con questo termine gergale, tanto l’ipocrisia non aumenta la sicurezza, non è autoritarismo: è buon senso. Non possiamo permetterci che Milano entri in classifiche che non le competono, né che il prestigio internazionale venga smentito dalla cronaca nera domestica.

Il paradosso è tutto qui: siamo abbastanza maturi per aiutare il mondo a fare pace, ma non ancora abbastanza risoluti per difendere le nostre strade. Marilyn Monroe diceva di fermarsi quando si è finito, non quando si è stanchi. Vale anche per la politica. Il Padreterno aiuta, sì, ma, come sempre, non firma i decreti al posto nostro.

E allora avanti: nel Board of Peace, senza ingenuità. Nelle città, senza timidezze. Perché la pace lontana è un onore; la sicurezza vicina è un dovere. E su certi doveri, Montanelli avrebbe detto, non si negozia: si governa.

Giuseppe Arnò

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