Pacifisti da tastiera e generali da salotto

Condannare le guerre è facile; capirle è difficile; risolverle è rarissimo. E intanto il mondo brucia, tra indignazioni selettive e responsabilità evitate.

 

“Homo homini agnus?” No, non esiste. È una bella invenzione da omelia domenicale, utile quanto un ombrello bucato sotto il monsone. L’uomo, semmai, resta quello descritto da Thomas Hobbes: homo homini lupus. E non per cattiveria gratuita, ma per un cocktail antico di paura, interesse e potere.

Dalla Guerra di Troia al sito di Jebel Sahaba, dodicimila anni fa, quando ancora non c’erano talk show ma si discuteva già a colpi di freccia, la guerra è stata una costante, non un incidente. E oggi, con la tecnologia che ci permette di litigare in tempo reale su ogni latitudine, siamo riusciti nel capolavoro: globalizzare anche il conflitto.

I numeri non hanno bisogno di retorica: decine di guerre attive, centinaia di migliaia di morti, e un’umanità che commenta come allo stadio. Si fischia, si applaude, si cambia canale. Ma raramente si capisce.

Perché qui sta il punto: criticare una guerra è doveroso; farlo senza conoscerne le cause è un lusso pericoloso. Oggi il bersaglio preferito sono Israele e gli Stati Uniti, con Donald Trump e Benjamin Netanyahu elevati a punching ball globali, mentre altre partite si giocano con meno telecamere e più pazienza strategica.

Vladimir Putin ha trasformato la guerra in abitudine visiva: dopo un po’, anche le bombe diventano sfondo. E Xi Jinping, con l’eleganza di chi non alza mai la voce, costruisce equilibri che non fanno rumore ma pesano come macigni. Non è questione di assolvere o condannare: è questione di vedere tutto il quadro, non solo il fotogramma che ci piace.

Come ricordava Malcolm X, “sbagliato è sbagliato, non importa chi lo fa”. Ma noi, più modestamente, preferiamo stabilire chi ci sta simpatico. È meno faticoso.

E poi c’è l’Europa. Vecchia, saggia, elegante. E immobile. Proclama, discute, firma documenti, organizza vertici. Una sinfonia perfetta di buone intenzioni. Peccato che, nel frattempo, la storia vada avanti senza aspettare i verbali. L’Europa critica, spesso con ragione, ma agisce poco. È un arbitro senza fischietto, che ammonisce a voce bassa mentre la partita degenera.

Si dirà: “Ma cosa possiamo fare noi?”. Domanda legittima, risposta scomoda: almeno smettere di essere parte del problema. Perché chi si limita a tifare, per uno o per l’altro, senza capire, senza informarsi, senza pretendere soluzioni serie, contribuisce a mantenere il conflitto nel suo habitat naturale: l’ignoranza rumorosa.

Il Papa fa il suo mestiere: predica pace, invita al dialogo, ricorda che l’uomo dovrebbe essere migliore di ciò che è. Finché resta in questo perimetro, che Dio lo benedica. Quando la politica entra dalla porta, la fede spesso esce dalla finestra. E il rischio è che anche il Vangelo diventi un comunicato stampa.

Intendiamoci: nessuna guerra è giusta. Ma molte sono spiegabili. E tra il capire e il giustificare c’è la stessa differenza che passa tra un medico e un complice.

La verità è che il mondo non ha bisogno di altri spettatori indignati. Ha bisogno, parola ormai fuori moda, di responsabilità. Di analisi. Di coraggio nel dire ciò che non piace alla propria fazione.

Perché alla fine la distinzione non è tra buoni e cattivi. È tra chi prova a capire e chi si accontenta di gridare.

E, per dirla senza troppi giri di parole: il problema non è che le guerre esistano. È che continuino a trovare pubblico.

 

Giuseppe Arnò

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Foto by Canva

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