Tra tribunali e templi: il GOI smarrisce il compasso

Dalla “guerra totale” per i gradi superiori all’appello per una Massoneria universale: il corto circuito tra cronaca e visione


Il Grande Oriente d’Italia non attraversa una semplice stagione di turbolenze, ma una crisi che ha assunto i contorni di una vera e propria contesa di potere. Altro che dispute rituali o fisiologiche divergenze: sul tavolo c’è il controllo dei gradi superiori, cioè uno dei nodi più sensibili dell’architettura massonica. Il risultato è un conflitto aperto, con accuse incrociate di irregolarità, tentativi di scissione e, inevitabilmente, un approdo nelle aule del Tribunale civile di Roma, dove i “profani” sono chiamati a dirimere ciò che dovrebbe restare materia iniziatica.

Il “pennacchio”, per usare una metafora che sa di bottino più che di simbolo, è diventato l’oggetto di una contesa che ha poco di esoterico e molto di terreno. E mentre le parti si affrontano a colpi di carte bollate, l’immagine stessa dell’Istituzione ne esce logorata, trascinata in una dimensione che contraddice la sua pretesa di riservatezza e autonomia.

Eppure, solo pochi mesi fa, il quadro appariva ben diverso, o, quantomeno, così veniva raccontato. Nel novembre 2025, durante l’International Masonic Symposium promosso anche grazie al patrocinio della Rivista “Cadena Fraternal”, si respirava tutt’altra aria. Relatori provenienti da quattordici nazioni e delegazioni di numerose Obbedienze avevano dato vita a un confronto internazionale orientato a un obiettivo ambizioso: costruire ponti, non muri, per una Massoneria del Terzo Millennio capace di ritrovare la propria universalità.

In quel contesto si inseriva l’intervento del Sovrano Gran Commendatore Mimmo Leonetti, che richiamava il “principio speranza” del filosofo Ernst Bloch come fondamento di un rinnovato impegno massonico. Costruire il Tempio, sosteneva, significa ricucire il tessuto lacerato della convivenza, restituire senso alla dimensione spirituale e operare, con gesti semplici e coerenti, per il bene dell’Umanità universale. Nessun massone è un’isola, ricordava Leonetti: ogni fratello e ogni sorella partecipano a un’opera comune che trova nella dignità della persona il suo cardine.

Il contrasto tra queste parole e la cronaca attuale è, per usare un eufemismo, stridente. Da un lato, l’ideale di una costruzione paziente, quotidiana, orientata all’unità; dall’altro, la realtà di una frammentazione che sembra privilegiare il controllo rispetto al senso, la giurisdizione rispetto alla visione.

Viene da chiedersi se il Tempio evocato nei convegni internazionali sia lo stesso che oggi si tenta di presidiare nei tribunali. O se, più semplicemente, si tratti di due edifici diversi: uno simbolico, fatto di parole alte e citazioni illustri; l’altro molto concreto, dove contano statuti, poteri e competenze.

In fondo, il rischio è sempre quello già intuito dagli antichi: che ciò che non giova all’alveare non giovi neppure all’ape. E qui l’alveare sembra sempre più rumoroso, ma sempre meno operoso.

Perché i ponti, a differenza dei pennacchi, non si conquistano: si costruiscono. E richiedono una virtù ormai rara, la coerenza. Senza quella, anche il Tempio più evocato finisce per somigliare a un cantiere abbandonato. E, come direbbe qualcuno, a quel punto non resta che chiudere i lavori. Ma non per inaugurazione.

di Redazione

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