Assolti sì, ma in silenzio


Quando la cronaca si ferma all’accusa e smarrisce la verità per strada


C’era una volta, e c’è ancora, un curioso zelo informativo: si annuncia con squilli di tromba che il signor Tizio è stato imputato di un reato. Titoli, occhielli, magari pure qualche aggettivo di troppo, ché l’inchiostro, quando sente odore di scandalo, scorre più veloce.

Poi, mesi o anni dopo, accade l’imprevisto meno gradito: Tizio viene assolto. Con formula piena, magari. Ma qui il cronista, già stanco o distratto da nuove tempeste mediatiche, ripone la penna. Cala il sipario. E il lettore resta con il primo atto, convinto che sia tutta la commedia.

La legge, va detto, non impone sempre al giornale di tornare spontaneamente sui propri passi. Non c’è una campanella che suona obbligando la redazione a dire: “Ci eravamo dimenticati un dettaglio: era innocente.” Tuttavia, esiste il diritto di rettifica, che consente all’interessato di bussare, con educazione o con avvocato,  e pretendere che la storia venga completata.

Ma il punto non è solo giuridico, è quasi morale. Perché una notizia lasciata a metà non è più una notizia: è un sospetto stampato. E il sospetto, una volta pubblicato, ha la pessima abitudine di non chiedere mai scusa.

I giudici, negli ultimi anni, hanno iniziato a ricordarlo con una certa fermezza: informare significa raccontare tutto, non solo ciò che fa più rumore. Altrimenti si passa dalla cronaca alla caricatura, e dalla verità al pettegolezzo con carta intestata.

Così accade che l’imputazione faccia notizia, l’assoluzione faccia silenzio, e la reputazione resti sospesa,  come un processo senza sentenza, ma con la pena già scontata.

E allora, più che un obbligo di legge, servirebbe un obbligo di decenza. Che è più raro, ma anche più necessario.

Chiudiamola lì, è meglio.

Giuseppe Arnò

*Immagine free of right

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