Mimmo Leonetti – Aule di Giustizia

  Il potere dei giudici: tra diritto creativo e responsabilità Il potere dei giudici è uno spazio enorme, una fonte creativa di nuovo diritto. È precisamente questa legittimazione che oggi viene riconosciuta all’espansione extra-legale del potere giudiziario da molteplici orientamenti dottrinari, pur nella diversità dei rispettivi approcci teorici.Ciò che accomuna tutti questi orientamenti è il primato riconosciuto alla giurisdizione rispetto alla legislazione come fonte creativa di diritto, l’abbandono (spesso scettico) dell’idea di subordinazione della prima alla seconda e la centralità attribuita al caso concreto, non soltanto nell’attività probatoria, ma anche nell’interpretazione della legge. Il problema nasce quando il giudice applica regole che non esistono, oppure non applica regole che esistono; quando fa ciò che spetta al Parlamento; insomma, quando – come si dice oggi – il giudice “fa il fenomeno”. Il giudice deve anteporre la tutela della salute e della vita rispetto all’interesse legittimo del Ministero della Giustizia di cui all’articolo 97 della Costituzione italiana:«La pubblica amministrazione deve operare in modo efficiente, efficace, economico e rispettoso delle procedure…». Il giudice deve colmare il vuoto normativo. L’interesse legittimo ha anche natura sostanziale, poiché si correla a un interesse materiale del titolare verso un bene della vita: la sua lesione (in termini di sacrificio o di insoddisfazione) può concretizzare un danno. L’articolo 32 della Costituzione afferma:Tutela della salute: La Repubblica Italiana riconosce la salute come un diritto fondamentale, sia per l’individuo sia per la collettività. La garanzia dei diritti e l’imparzialità riguardano anche l’operazione di individuazione di nuovi diritti, immediatamente garantiti, in quanto ritenuti rilevanti, emergenti, opportuni, giusti, condivisi, necessari, ecc.Questi diritti possono emergere attraverso letture dell’ordinamento giuridico alla luce dei principi costituzionali – i quali, essendo generali per natura, possono prestarsi a interpretazioni anche contrastanti – e in funzione di un’estensione delle garanzie ivi riconosciute.Tale dinamica può tuttavia generare un possibile cortocircuito tra le diverse tutele. L’imparzialità del giudizio può essere compromessa, soprattutto nei processi considerati minori, quando il giudice si sente distante, non partecipe dei fatti della vita che va a giudicare, oppure quando pigrizia, superficialità o conformismo prendono il sopravvento.Sono le motivazioni che devono essere attentamente valutate, poiché in esse può celarsi un giudizio non equilibrato. La dovuta chiarezza deve ispirare il duplice volto dell’imparzialità: da una parte l’indipendenza dell’ordine giudiziario dagli altri poteri («La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere»: art. 104 Cost.), dall’altra l’imparzialità richiesta nello svolgimento concreto dell’attività processuale (da parte del giudice giudicante, ma anche da parte del sistema giustizia nel suo insieme), affinché le decisioni siano conformi ai “canoni” della legge, valutati in base all’esperienza giuridica («I giudici sono soggetti soltanto alla legge»: art. 101 Cost.). La mancanza di imparzialità da parte del giudice rappresenta un rischio per la tenuta del sistema democratico e per la tutela effettiva dei diritti umani fondamentali. Al giudice spetta custodire il legame tra giustizia e verità nella fedeltà ai valori umani fondamentali, poiché non si deve dimenticare che il beneficiario ultimo della giustizia è, prima di tutto, l’uomo.Senza questo slancio morale – che può essere considerato la ragione stessa del diritto – l’applicazione della legge si riduce a una vuota operazione meccanica. L’indipendenza del giudice è anche espressione della sua credibilità, che non riguarda soltanto i tratti della persona fisica del magistrato, ma costituisce «un valore essenziale in uno Stato democratico». “Dunque, al calzolaio noi impedivamo di voler essere agricoltore o tessitore o architetto, e gli imponevamo di essere soltanto calzolaio, affinché riuscisse bene nella sua arte; e a ciascuno degli altri assegnavamo un solo compito, per cui era nato e in cui, trascurando ogni altra attività e dedicandosi a quella per tutta la vita, avrebbe potuto eccellere.”(Platone, La Repubblica, Libro II, 374b-c)

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Baby Reborn: Coi Pupazzi, Cose da Pazzi (senza offesa per Salemme)

In un mondo dove l’assurdo non solo ha preso casa, ma ha anche fatto il mutuo, ecco a voi la nuova, scintillante tendenza: i baby reborn. Bambolotti iperrealistici, simili in tutto e per tutto ai neonati veri – tranne per il piccolo dettaglio che non respirano, non piangono e non hanno nemmeno il codice fiscale. Baby reborn: coi pupazzi, cose da pazzi.Nel senso semantico e clinico del termine, sia chiaro. E senza alcun riferimento al film del 2005 diretto da Vincenzo Salemme, che a confronto con questa realtà pare un manuale di igiene mentale. Il fenomeno ha ormai varcato ogni soglia di decenza logica. Sedicenti “madri” (e qualche “padre”, perché l’idiozia è inclusiva) portano in giro le bambole come figli veri. Passeggini, biberon, pannolini, bagnetto, ninna nanna. E se finisse qui potremmo anche cavarcela con una scrollata di spalle. Ma no. C’è chi chiede il congedo di maternità, chi pretende posti riservati, e chi – udite udite – si infila nelle corsie preferenziali dei servizi pubblici grazie a un pupazzo in braccio. Ed è proprio qui che il delirio ha raggiunto il livello legislativo. In Brasile, infatti, è stato presentato un disegno di legge alla Camera dei Deputati che prevede una multa fino a 20 salari minimi per chi tenta di saltare la fila con un “figlio” reborn in braccio. Il legislatore, evidentemente con ancora un briciolo di lucidità residua, ha sottolineato che i servizi pubblici potrebbero essere danneggiati da questa pratica assurda. Siamo al punto che lo Stato deve tutelarsi… dai pupazzi. Sì, avete capito bene: siamo arrivati al punto in cui il Parlamento discute su come difendersi non da minacce economiche, non da crisi internazionali, ma da bambole di plastica travestite da neonati. Perché evidentemente le priorità dell’umanità si sono spostate nel reparto giocattoli. E intanto, i magistrati di mezzo mondo si trovano a valutare se concedere o meno il diritto al puerperio per chi “accudisce” un oggetto. La giurisprudenza si piega, la logica si spezza, il senso comune si eclissa. E nessuno ride. O forse sì, ma è una risata isterica. Del resto, se c’è una cosa che questo mondo non ci fa mai mancare, è una testa fuori fase in più: che sia al potere o sul divano con la bambola in braccio, la follia si distribuisce equamente, come i volantini al mercato. E allora, davanti a questa sfilata di pupazzi trattati come neonati e norme pensate per contenere la fantasia sfrenata degli adulti, non ci resta che una sola preghiera:Signore, abbi pietà di noi… accogli la nostra supplica e liberaci da questi mali.O almeno, spediscici un po’ di buon senso. Anche usato va bene. Giuseppe Arnò

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Trump mette in pericolo la sicurezza personale dei giudici

“Mandare una pizza a un giudice o al figlio di un giudice a nome del mio figlio assassinato con un messaggio intimidatorio di fare la fine di Daniel Anderl?” Queste le parole della giudice Esther Salas del New Jersey in un’intervista alla Public Broadcasting System (Pbs) in cui reiterava il clima di paura dei magistrati americani con l’amministrazione di Donald Trump. Va ricordato che 5 anni fa uno scalmanato ha visitato la residenza della giudice Salas uccidendo il figlio e ferendo il marito. Nell’intervista la Salas ha additato alla retorica minacciosa di Trump verso i magistrati che alimenta gli attacchi ai giudici. La tecnica intimidatoria di inviare pizze ai domicili di giudici opposti alle politiche di Trump è divenuta comune. In tempi recenti parecchie centinaia di pizze sono state ricevute da giudici mandate da individui che suggeriscono di fare attenzione perché i loro indirizzi sono noti. I mandanti sono individui influenzati dalla retorica incendiaria del presidente. Questi attacchi ai magistrati continuano e anche al momento di scrivere quando gli Usa celebrano il Memorial Day, la festa dei caduti, il presidente Usa ha rilasciato un altro messaggio in lettere maiuscole attaccando i giudici. Trump ha diretto la sua ira ai “giudici … che proteggono gli spacciatori, gli stupratori, i membri delle gang…. permettendo loro di continuare i loro reati”. L’atmosfera di tensione per i magistrati continua ed è alimentata da decisioni giudiziarie che non sono gradite dall’attuale inquilino alla Casa Bianca. Il clima è buio anche per il fatto che la protezione dei giudici è affidata agli US Marshals, un corpo di polizia agli ordini del ministero di Giustizia, il cui capo è Pam Bondi, fedelissima di Trump, la quale agisce come un avvocato personale del presidente. La tensione è all’ordine del giorno e si teme che gli US Marshals non farebbero di tutto per la protezione dei giudici federali. La protezione dei giudici della Corte Suprema è affidata a una forza di sicurezza speciale. In un recente incontro di magistrati a Washington si è discusso di togliere il compito agli US Marshals e organizzare la protezione con una forza di sicurezza indipendente simile a quello che protegge la Corte Suprema. Sarebbe sotto il controllo del giudice della Corte Suprema John Roberts invece di dipendere del ministero di Giustizia che è visto come dipendente dei capricci dell’attuale inquilino della Casa Bianca e del suo ministro di Giustizia. Il ministro di Giustizia è nominato dal presidente ma dovrebbe agire in maniera indipendente dai desideri del presidente in carica. In casi eccezionali il ministro di Giustizia dovrebbe persino indagare il presidente stesso. È avvenuto nella primo mandato di Trump quando il ministro di Giustizia, repubblicano, iniziò le indagini sulle interferenze straniere nell’elezione del 2016. Queste indagini sfociarono poi nella nomina del procuratore speciale Robert Mueller che condusse al Russiagate. Anche l’ex ministro di Giustizia nell’amministrazione di Joe Biden, Merrick Garland, fece scattare indagini sul presidente che lo aveva nominato per la faccenda di documenti top secret che non erano stati restituiti al governo. Nel caso di Bondi si tratta di un ministro di Giustizia che non solo segue la linea politica di Trump ma lo fa in modo completamente sfacciato attaccando i giudici con un linguaggio che evoca quello del suo capo. In un’intervista alla Fox News la Bondi ha aspramente criticato il giudice James Boasberg accusandolo di “interferire” nelle politiche del governo. Il peccato di Boasberg? Il giudice aveva minacciato legali di Trump di “oltraggio alla Corte” per non avere obbedito ai suoi ordini di non deportare alcuni migranti a El Salvador. La Bondi aveva continuato i suoi attacchi a Boasberg aggiungendo che il giudice cercava di “proteggere terroristi” che avevano invaso gli Stati Uniti. Nei quattro mesi di presidenza Trump ha emesso una valanga di ordini esecutivi, molti dei quali sono stati sfidati da giudici federali. Si capisce dunque come Trump stia attaccando i magistrati vedendoli come nemici alla sua agenda. Infatti, considerando l’inattivo ruolo del contrappeso esercitato dalla legislatura, i magistrati sono l’unico dei due rami del governo che argina il potere quasi assoluto del 47esimo presidente. Karoline Leavitt, la portavoce della Casa Bianca, commentando l’operato del giudice Brian Murphy di Boston, ha detto che non “è il segretario di Stato” e che non può controllare “la politica estera” degli Usa. Che cosa ha fatto Murphy? Il giudice aveva dichiarato che l’amministrazione Trump aveva violato un ordine della magistratura nella sua fretta di deportare migranti in Sudan nonostante il fatto che non fossero cittadini di quel Paese. Si tratta di inviare migranti a un Paese dove esiste una guerra civile mettendo in pericolo la loro vita. In effetti, il giudice Murphy ha cercato di fare applicare la legge e difendere i diritti di povera gente. Ha cercato, anche se con poco successo, di fare obbedire la legge come spetta ai giudici. Il fatto che Bondi non capisca come funziona la legge e che non mostri nessun rispetto per la magistratura dovrebbe preoccupare tutti gli americani ma anche altri Paesi che si affrettano a firmare accordi con Trump. Se Trump non rispetta le leggi e i giudici americani perché dovrebbe farlo con gli accordi internazionali? Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Il saluto romano e la giustizia italiana: assolto oggi, forse colpevole domani

Evviva, finalmente un po’ di chiarezza: il saluto romano non è reato, a meno che non si stia effettivamente riesumando il Duce con una seduta spiritica. Un braccio teso qui, uno là, ma niente paura: finché non ci sono balilla in marcia o olio di ricino nelle farmacie, possiamo stare tranquilli. È confortante sapere che i tribunali italiani si prendono il tempo di valutare con attenzione ogni caso, in un’appassionante partita a ping-pong giudiziario tra assoluzioni, condanne e prescrizioni. Il tutto, ovviamente, mentre la Procura continua a raccogliere figurine dei procedimenti aperti, che poi puntualmente si dissolvono nel nulla. Ma d’altronde, chi l’avrebbe mai detto che salutare a braccio teso in memoria di un camerata non bastasse a rievocare i fasti dell’OVRA? Chi l’avrebbe mai detto che un gesto simbolico non fosse di per sé una minaccia alla Repubblica? Chi l’avrebbe mai detto che la giustizia italiana fosse, ancora una volta, una meravigliosa tela di Penelope, dove ogni condanna è destinata a essere disfatta all’alba della sentenza successiva? E così, tra commemorazioni, prescrizioni e assenze di “concreto pericolo”, resta solo un dubbio: la Procura ci farà sapere quando avrà finito? Grazie. Redazione Foto estratta da: https://it.video.search.yahoo.com/search/video?fr=sfp&p=saluto+romano#id=1&vid=d95dabb1590618d423c35e3c218e0e07&action=view

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CPI: Un Gigante senza Mani e Gambe tra Cavilli e Ragion di Stato

CPI: Garanzia di Giustizia o Simbolo di Impotenza? La Corte Penale Internazionale (CPI), nata sotto il solenne auspicio di combattere l’impunità, sembra oggi essere più vicina all’immagine di un carrozzone burocratico, politicizzato e inefficace. L’ultimo episodio, la liberazione di Mahmoud Elmasry da parte dell’Italia, offre un perfetto esempio del groviglio di contraddizioni che caratterizzano quest’istituzione. Elmasry, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità dalla CPI, è stato arrestato a Torino, salvo poi essere rilasciato e spedito in Libia su un aereo dei servizi segreti italiani. Una scena che sembra uscita da un romanzo kafkiano, ma che è invece il risultato del cortocircuito tra norme internazionali, decisioni politiche e cavilli burocratici. La CPI: Una “Giustizia” a Fasi Alterne I suoi sostenitori la celebrano come baluardo contro l’impunità globale. Ma come può funzionare un’istituzione che dipende dalla collaborazione degli stessi Stati che dovrebbe tenere sotto controllo? Dei 31 imputati a piede libero, con nomi altisonanti come Vladimir Putin o Benjamin Netanyahu, nessuno perde il sonno pensando a un mandato d’arresto internazionale. I processi? Non si possono tenere in contumacia. Gli arresti? Solo se i governi coinvolti collaborano. Insomma, la CPI sembra più un’aspirazione morale che una realtà giuridica. Il Caso Elmasry: La Ragion di Stato Vince Tornando a Elmasry, è evidente che l’Italia abbia deciso di liberarlo più per convenienza politica che per rispetto delle procedure. Il governo italiano giustifica la decisione con motivazioni di sicurezza nazionale, ma il suo rilascio appare come un chiaro segnale al governo di Tripoli e alle milizie libiche. E questo non sorprende: dal 2017, tutti i governi italiani, di qualunque colore politico, hanno mantenuto intatti gli accordi con la Libia per bloccare i flussi migratori, anche al costo di ignorare le violazioni sistematiche dei diritti umani. Le scuse formali, come il mancato avviso al Ministero della Giustizia, suonano fragili. Non serve essere giuristi per capire che dietro alla decisione si nasconde una scelta politica ben precisa. Inutile girarci intorno: l’Italia ha ignorato un mandato d’arresto della CPI per difendere i propri interessi strategici. CPI: Riforma o Declino? Se la CPI vuole sopravvivere, ha bisogno di molto più di proclami idealistici. Non è accettabile che un’istituzione del genere sia considerata un’opzione a discrezione degli Stati membri. L’idea che “o tutti cooperano o nessuno lo fa” non è più sostenibile. La CPI è stata creata per impedire che crimini efferati restino impuniti, eppure oggi sembra incapace di affermarsi anche solo come strumento di pressione morale. Serve un meccanismo di enforcement reale, altrimenti resteremo intrappolati in un circolo vizioso in cui diritto e politica si scontrano, e il secondo vince sempre. Conclusione: Un’Era di Impunità L’episodio di Elmasry non è solo un’eccezione, ma un sintomo di un problema più grande. La CPI, nata sotto il sole di Roma con tante speranze, rischia di tramontare nell’indifferenza generale. E così, mentre i potenti continuano a dormire sonni tranquilli, le vittime di crimini contro l’umanità restano in attesa di una giustizia che, per ora, appare come un miraggio. Redazione

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Responsabilità a doppio taglio: quando governo e opposizione si neutralizzano a vicenda

    La responsabilità di chi legifera Da una parte, abbiamo un esecutivo che sembra percepire la legislazione come una maratona improvvisata. Si corre senza guardare dove si mette il piede, con provvedimenti che spesso nascono zoppi: incoerenti, mal scritti, o in palese contrasto con norme superiori. Questa superficialità non può sorprendersi quando incontra lo scoglio dei tribunali o della burocrazia, perché in uno Stato di diritto i provvedimenti devono rispettare le regole. Gridare al complotto, in questo caso, è un modo comodo per distogliere l’attenzione dai propri errori. Il ruolo dell’opposizione Dall’altra parte, però, l’opposizione non brilla per iniziativa. Critica, ostacola, ritarda, ma raramente propone un’alternativa concreta. Il mestiere di chi si oppone non dovrebbe limitarsi a mettere i bastoni fra le ruote, ma a formulare idee migliori. Invece, sembra che l’unico obiettivo sia quello di logorare il governo in carica per trarne vantaggio elettorale. Il risultato? Uno stallo totale, dove nessuno vince e il Paese intero perde. La “guerriglia” normativa: tutti colpevoli La narrazione del “deep state” è perfetta per entrambi gli schieramenti: il governo la usa per giustificare il fallimento delle sue politiche, mentre l’opposizione la sfrutta per delegittimare chi è al potere. E nel frattempo, tutti ricorrono agli stessi metodi: emendamenti punitivi, denunce strumentali, norme ad personam. Si combatte una guerra di carte bollate che non ha nulla a che fare con il bene comune, ma tutto con il mantenimento del potere. Verso una responsabilità condivisa Il punto, dunque, non è scegliere chi ha più torti, ma riconoscere che il sistema funziona male perché nessuno si assume davvero la responsabilità di farlo funzionare bene. Chi legifera dovrebbe investire nella qualità dei provvedimenti e nella capacità di dialogo, mentre l’opposizione dovrebbe abbandonare la logica del muro contro muro per proporre alternative serie e realizzabili. In altre parole, serve un salto di qualità collettivo, che vada oltre la narrativa del conflitto perenne. Conclusione: il vero “deep state” siamo noi Alla fine, il “deep state” non è una cabala di burocrati, magistrati o dirigenti apicali. È il prodotto della nostra incapacità collettiva di collaborare per risolvere i problemi. Un governo che scrive male le leggi e un’opposizione che non fa altro che ostacolare sono le due facce della stessa medaglia: un sistema politico che ha smesso di guardare al bene comune per concentrarsi solo su se stesso. Redazione

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Tra bilance, spade e calendari: quando la giustizia si trasforma in una soap opera istituzionale

“Calendari, spade e bilance: il nuovo volto della Polizia Penitenziaria” Chi l’avrebbe mai detto che il calendario della Polizia Penitenziaria 2025 potesse trasformarsi in un fenomeno così dibattuto? Da un lato, immagini suggestive con agenti in azione, dall’altro, polemiche sull’estetica e il messaggio veicolato. Ma niente paura: con un mix di ironia, riflessioni istituzionali e metafore affilate, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha messo tutti in riga. Spade e bilance: una lezione di filosofia visiva Rispondendo alle critiche, Nordio ha sottolineato che la giustizia è da sempre rappresentata dalla bilancia e dalla spada: equilibrio e forza, riflessione e azione. Ecco perché, secondo il Guardasigilli, anche una Glock nel calendario non è solo un’arma, ma un simbolo di garanzia e di rispetto della legge. Insomma, non un oggetto, ma una metafora. Certo, qualcuno avrebbe preferito una rappresentazione più “zen”, magari con sbarre ricoperte di fiori, ma si sa, non tutti apprezzano la narrativa epica. Le critiche dell’opposizione: manganelli vs ninna nanne? Tra le voci più critiche, spiccano quelle del Partito Democratico, che definisce il calendario “militaresco” e privo di rappresentazioni del lavoro quotidiano nelle carceri. Ma davvero è così terribile vedere gli agenti impegnati in addestramenti? Dopotutto, il loro lavoro è anche questo: essere pronti a intervenire nelle situazioni più difficili. Forse la prossima edizione potrebbe includere qualche momento di dialogo o mediazione, ma, per ora, l’attenzione resta sulle pose d’azione. Un calendario che fa discutere ma un messaggio chiaro In mezzo a tutto questo rumore, non dobbiamo dimenticare il cuore del messaggio: il diritto di difendersi. La Polizia Penitenziaria opera in condizioni difficili, spesso sotto pressione, ed è giusto riconoscerne il ruolo e la professionalità. Se un calendario può essere uno spunto per parlarne, ben venga. E magari il prossimo anno, accanto alle spade e alle bilance, potremmo aggiungere anche un cagnolino o un campo fiorito: il giusto mix di forza e sensibilità! Per ora, però, il calendario 2025 rimane un argomento caldo e, se non altro, ci ricorda che la giustizia non è mai noiosa. Redazione

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La penna s´impenna!

La stampa con il freno a mano: addio ai processi mediatici?   Si dice che la penna sia più potente della spada, ma negli ultimi tempi pare che anche la penna abbia trovato il suo scudo: un decreto che limita la pubblicazione di atti giudiziari. Ebbene sì, cari lettori, è giunto il momento di dire addio (o almeno arrivederci) al selvaggio far west dei processi mediatici, dove giornalisti e conduttori si trasformavano in giudici, giurie e, a volte, anche boia. Non è più possibile pubblicare ordinanze che applicano misure cautelari personali fino alla conclusione delle indagini preliminari o al termine dell’udienza preliminare. Una misura, dicono dal governo, per proteggere i diritti dei cittadini e garantire che la giustizia si svolga nei tribunali e non nei salotti televisivi. Gli oppositori gridano al “bavaglio”, ma forse, ogni tanto, un po’ di silenzio non guasta. Diciamolo chiaramente: chi non ama un buon dramma giudiziario in prima serata? Gli esperti onniscienti, che sembrano sapere tutto prima dei giudici stessi, ci intrattengono con le loro ipotesi ardite e congetture fantasiose. Ma alla fine, a che prezzo? La reputazione di chi è accusato, spesso ancora presunto innocente, viene triturata in una macchina mediatica senza pietà. E se poi l’accusa si rivela infondata? Beh, ciò che resta è solo una scia di distruzione e un flebile “scusate, abbiamo sbagliato”. Il decreto è stato etichettato come “legge bavaglio”, ma forse è più una mascherina chirurgica per prevenire la diffusione di epidemie mediatiche. Si tratta di proteggere non solo i cittadini coinvolti nei procedimenti, ma anche l’integrità del sistema giudiziario. È un piccolo passo per la giustizia, un grande passo per chi è stanco di vedere la propria vita privata spalmata sulle prime pagine. Non fraintendetemi, la libertà di stampa è sacrosanta. Ma come ogni libertà, porta con sé una grande responsabilità. Pubblicare ogni dettaglio di un’indagine in corso può sembrare un servizio pubblico, ma più di una volta si trasforma in un linciaggio mediatico. La stampa dovrebbe raccontare i fatti, non essere parte di uno show sensazionalistico. Quindi, caro lettore, la prossima volta che senti parlare di “legge bavaglio”, pensa a questo: è davvero un bavaglio o forse è una boccata d’aria fresca per chi ha diritto a un processo equo e non a un processo preliminare mediatico? Forse è arrivato il momento di riscoprire il vero scopo del giornalismo: informare, non infiammare. È un cambiamento che farà certamente discutere, ma forse necessario per rimettere al centro i valori di una giustizia che non si pieghi ai riflettori. In fondo, il vero giornalismo non perde valore proteggendo i diritti di tutti, ma ne acquista, dimostrando che informare non significa per forza esporre al pubblico ludibrio. Infine, e per concludere, forse la vera domanda da porsi non è se questo decreto sia un bavaglio o una tutela, ma se il nostro sistema mediatico e giudiziario possa trovare un equilibrio che rispetti i diritti di tutti: di chi informa, di chi giudica, e soprattutto di chi è giudicato. Solo allora potremo dire di avere davvero una giustizia per tutti. Giuseppe Arnò

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“Libertà di parola per i magistrati: il governo cede, ma il nodo resta irrisolto”

  Libertà di parola per i magistrati: equilibrio precario tra giustizia e politica La recente decisione del governo di escludere dal decreto la tanto discussa “stretta” sulla libertà di parola per i magistrati si rivela una mossa che, pur volendo evitare conflitti, solleva interrogativi sulla coerenza e sull’indipendenza delle istituzioni. Questa scelta, attribuita alla volontà del ministro della Giustizia Carlo Nordio di smorzare le tensioni, lascia intatta una zona grigia in cui si intrecciano diritto, etica professionale e politica. Magistrati e parola pubblica: un confine sempre più labile Che un magistrato possa esprimere opinioni su provvedimenti o azioni di un governo è un principio che affonda le sue radici nel diritto costituzionale alla libertà di espressione. Tuttavia, tale diritto, nel caso dei magistrati, si scontra con il principio altrettanto fondamentale della loro imparzialità. Come può un giudice, chiamato a valutare con obiettività le azioni di un governo, manifestare pubblicamente opinioni che potrebbero rivelare un pregiudizio? La preoccupazione è duplice: da un lato si teme che il magistrato possa tradire il suo ruolo di arbitro imparziale; dall’altro, si rischia di alimentare una percezione pubblica di giustizia politicizzata, minando ulteriormente la fiducia già vacillante dei cittadini nelle istituzioni giudiziarie. Il “non detto” di Nordio La decisione di Nordio di non forzare la mano con una riforma più stringente si inserisce in un contesto delicato. La magistratura, da anni al centro di polemiche per presunte commistioni con la politica, rappresenta un’area che il governo preferisce non alienarsi completamente. Dietro la scelta di non intervenire si intravedono considerazioni strategiche: evitare scontri frontali con una parte dell’ordine giudiziario che, se messo all’angolo, potrebbe reagire con forza in altre sedi, a cominciare da quelle giudiziarie. Questa decisione, tuttavia, rischia di passare come una capitolazione nei confronti di quelle frange politicizzate della magistratura che, forti di un’assenza di limiti espliciti, continueranno a cavalcare l’ambiguità tra giudizio tecnico e orientamento ideologico. Le conseguenze sull’opinione pubblica In un paese dove la fiducia nei poteri dello Stato è già minata da scandali e inefficienze, la percezione di una magistratura libera di esprimersi senza vincoli, ma chiamata a giudicare con imparzialità, non può che alimentare il sospetto. Il cittadino comune, osservando giudici che si schierano pubblicamente su temi politicamente sensibili, si chiederà inevitabilmente quanto sia neutrale il loro operato. Conclusione: una questione irrisolta La libertà di parola è un pilastro democratico, ma quando esercitata da chi è chiamato a garantire giustizia, diventa un’arma a doppio taglio. Non si tratta di mettere un bavaglio alla magistratura, ma di definire confini chiari per evitare che il giudizio diventi opinione e che l’opinione comprometta il giudizio. In questo contesto, la scelta di Nordio sembra più un passo indietro che un tentativo di trovare un equilibrio. Forse per evitare nuove tensioni immediate, ma a lungo termine il rischio è quello di aggravare il già fragile rapporto tra politica, giustizia e cittadini. Una fragilità che il Paese non può più permettersi di ignorare. Giuseppe Arnò

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Jornalismo, responsabilidade civil

O fato próprio do jornalista: proposta de responsabilidade civil qualificada pelo dolo Autores Rogério DonniniPontifícia Universidade Católica de São Paulo Gabriel Maciel QueirogaPontifícia Universidade Católica de São Paulo https://orcid.org/0009-0007-5670-1905 Resumo Desde a declaração de não recepção da Lei de Imprensa (Lei n. 5.250/67), operada pela ADPF 130/DF, a responsabilização civil dos órgãos de imprensa rege-se pelo Código Civil. Este panorama, porém, deixou aos tribunais diminuta base normativa para a consagração de precedentes orientadores da matéria, os acórdãos sempre primando mais pela resolução do caso concreto do que pelo balizamento de um regime especial de responsabilidade civil, de inconteste necessidade frente às constantes flutuações da jurisprudência. Sucede que o julgamento da ADI 6.792/DF desafia esse estado de coisas, conferindo-se interpretação conforme aos artigos 186 e 927 do Código Civil para submeter a configuração de ato ilícito no exercício do jornalismo a dolo ou culpa grave. O julgamento é emblemático, pois a responsabilidade civil, especialmente pelo avanço da jurisprudência internacional de direitos humanos, é mais e mais colocada como protagonista da sanção de atos ilícitos dos órgãos de imprensa. Seu mau funcionamento no desempenho deste papel relaciona-se principalmente à ausência de uniformização jurisprudencial, das quais resultam distorções perniciosas à própria liberdade de imprensa, como a excessividade indenizatória. Para a solução deste quadro, concebemos modelo de responsabilidade civil extracontratual e subjetiva de órgãos de imprensa qualificada pelo dolo no exercício do jornalismo. Biografia do Autor Rogério Donnini, Pontifícia Universidade Católica de São Paulo Professor Livre-docente de Direito Civil do Programa de Mestrado e Doutorado da Pontifícia Universidade Católica de São Paulo, da Escola Paulista da Magistratura e da Facoltà di Giurisprudenza della Campania Luigi Vanvitelli, Itália. Livre-docente, Doutor e Mestre em Direito Civil pela PUC-SP. Titular da Cadeira n. 73 da Academia Paulista de Direito, da qual foi presidente. Membro da Association Henri Capitant des Amis de la Culture Juridique Française. Advogado. Gabriel Maciel Queiroga, Pontifícia Universidade Católica de São Paulo Mestre em Direito Civil pela Pontifícia Universidade Católica de São Paulo. Advogado. ORCID: https://orcid.org/0009-0007-5670-1905. E-mail: [email protected]. Referências AGUIAR DIAS, José de. Da responsabilidade civil. 11. ed. Rio de Janeiro: Renovar, 2006. AGUIAR DIAS, José de; CARVALHO SANTOS, João Manoel de. Repertório enciclopédico do direito brasileiro, v. 14. 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