Corte di Lussemburgo, applausi e sipario

Altro che Paesi sicuri: l’Europa mette in scena una commedia giuridica che confonde poteri e regole del gioco.

Chi scrive le regole del gioco democratico conosce bene il principio di separazione dei poteri: il Giudiziario giudica, il Legislativo legifera, l’Esecutivo governa. Peccato che a Lussemburgo abbiano trovato un’interpretazione creativa di Montesquieu, quella che potremmo definire versione espansa: il giudice giudica… e quando vuole riscrive le regole.

Il caso è noto: la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la designazione di un Paese terzo come sicuro, anche se prevista da una legge nazionale, non è sufficiente. Deve sempre esserci la possibilità di revisione giudiziaria nel merito, caso per caso. Tradotto: la valutazione di sicurezza fatta da un governo, organo politico, responsabile davanti agli elettori, non basta più. Ora occorre il timbro della giurisdizione europea, che si erge ad arbitro finale di una valutazione che, per sua natura, è politica e non giudiziaria.

Il problema è di metodo, prima ancora che di merito. Stabilire se un Paese è “generalmente sicuro” non è un esercizio accademico: è una scelta politica, che implica analisi diplomatiche, rapporti di intelligence, considerazioni strategiche. Elementi che sfuggono, e devono sfuggire, alla giurisdizione. Ma la Corte ha deciso di trasformare questa valutazione in un requisito giuridico, come se la sicurezza internazionale potesse essere trattata alla stregua di una clausola contrattuale.

Non stupisce che anche Francia e Germania, non esattamente custodi del sovranismo italico,  abbiano preso posizione contro questa lettura. Berlino ha chiarito che un legislatore nazionale può designare un Paese sicuro tramite atto primario; Parigi ha ricordato la possibilità di introdurre eccezioni per categorie vulnerabili. Insomma, un approccio equilibrato e coerente con la direttiva 2013/32, che parla di “normativa”, non di decisioni giudiziali preventive. Ma la Corte, con elegante disinvoltura, ha preferito ignorare la ratio della norma e imporre la propria.

E qui il nodo: non è solo una sentenza, è un cambio di paradigma. Si passa da un sistema dove il giudice garantisce diritti nel singolo caso, a uno in cui il giudice detta le condizioni di legittimità di una scelta politica generale. È ancora giurisdizione o è normazione mascherata?

Montesquieu ammoniva: «Tout serait perdu si le même homme exerçait ces trois pouvoirs» (Tutto sarebbe perduto se il medesimo uomo esercitasse i tre poteri). Forse non immaginava che un giorno la frase andasse aggiornata così: «Tutto sarebbe confuso se il medesimo organo si prendesse gusto a farlo».

Se questo non è un fallo di confusione di ruoli, poco ci manca. Forse, per coerenza con la logica sportiva che piace tanto all’Europa, non sarebbe male introdurre una regola: quando la Corte invade il campo, due turni di squalifica e ripasso obbligatorio di diritto costituzionale.

Perché alla fine resta la domanda più classica, ma anche la più inquietante: chi controlla il controllore?

Giuseppe Arnò

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