Lo spaccone, il caffè e l’ora della verità

Mieli ci mette la storia, la Polonia i carri armati: il resto d’Europa preferisce il dibattito pomeridiano. MEGA? Meglio un’azione credibile che un altro comitato. Ecco, Paolo Mieli. Stesso sguardo da storico, stessa certezza che i grandi errori nascano da piccoli calcoli sbagliati, e stavolta, ci dice, l’errore lo stiamo commettendo a suon di conferenze stampa. Leggendo le sue parole vien quasi voglia di offrire all’Europa un bel diploma: «Eccellenza in dichiarazioni ufficiali». Peccato che i nemici, si sa, non apprendano leggendo i comunicati. Nel frattempo Varsavia non perde tempo a declamare. Costruisce scudi, compra F-35, raddoppia divisioni e, soprattutto, si allena a non fidarsi di sermoni collettivi. È una scelta che somiglia molto a chi al bar paga il conto quando vede il sushi avanzare: meglio prevenire che discutere se sia stato giusto ordinare. E mentre la Polonia mette mano al portafoglio e al piano, l’Europa sembra intenta a decidere il colore della moquette della prossima sala riunioni Nato. Mieli ha tutta la ragione del mondo quando osserva che Putin, seduto comodo sul sofà delle ambiguità atlantiche, ci prova per vedere fino a che punto possiamo essere «realisti» nel rinunciare a difenderci. Non è un’accusa di complotto: è la semplice constatazione che il vuoto si riempie rapidamente, e spesso con roba che fa male. Questo dovrebbe metterci in imbarazzo, non nella posizione di chi ripete come un mantra «procederemo con prudenza» mentre i vicini si armano seriamente. Ora, sul termine MEGA (Make Europe Great Again): suona come uno slogan da maglietta, ma ha il merito di tirare fuori una domanda scomoda,  cosa significa davvero tornare grandi? Per alcuni significa spendere di più, rafforzare deterrenti, lavorare senza posizioni auto-assolventi. Per altri, resta una bella frase da inserire in un tweet. Se «grande» vuol dire coerenza e prontezza, allora la grandezza chiede meno meeting e più sincronizzazione,  non perché ami la guerra, ma perché il linguaggio della forza, quando usato con giudizio e unità, può fermare chi sfida la pazienza altrui. Certo, c’è chi tirerà fuori la storia e parlerà di escalation, negoziati, profilassi diplomatica. Tutte cose utili, quando si fanno dopo aver mostrato di poter reagire. È un piccolo paradosso: la pace duratura si costruisce anche dimostrando di poter difendere la pace. In altri termini, non è questione di passare dalla trattativa alla battaglia: è questione di non arrivare a trattare dopo che qualcuno ha già deciso per te. Insomma: applaudiamo la Polonia per essersi messa al lavoro; ascoltiamo Mieli quando ci ricorda che la politica estera non sopporta la routine degli errori ripetuti; e invitiamo Bruxelles e i salotti europei a fare un semplice esperimento di umiltà pratica, più fatti, meno aforismi. Se poi si vuole davvero una maglietta con la scritta MEGA, potremmo regalarne una ai ministri competenti. Ma che sia per ricordare che grande è chi sa proteggere, non chi sa solo inneggiare al coraggio. di Redazione

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Putin e la pace a modo suo: prendere o lasciare (ma meglio prendere)

Tra allergie alle forze europee e buoni propositi mai firmati, il Cremlino continua a sventolare la bandiera della “pace condizionata”: metà Ucraina oggi, l’altra metà domani. Per ogni peccato si trovano le scuse. Il peccato di Vladimir Putin, però, non ha bisogno di grandi sofismi: la pace in Ucraina sì, ma solo a modo suo. Tradotto: metà del paese in tasca e l’altra metà pronta per essere fagocitata alla prima occasione utile. Se non fosse così, non si capirebbe la sua improvvisa orticaria verso l’ipotesi di forze di pace europee dopo una eventuale firma di accordo. Una reazione allergica che degenera in “avvertimenti sanitari”: qualsiasi presenza straniera in Ucraina, dice, diventerebbe un “legittimo obiettivo militare”. Un concetto che gli è familiare, visto che di truppe altrui spedite in guerra (vedi nordcoreani, a vagoni, in prima linea) se ne intende parecchio. Nel frattempo, il continente europeo continua a riunirsi in convegni, vertici e summit, come se il tempo bastasse a trasformare il rituale in realtà. Si parla di pace, di dopoguerra, di ricostruzione… ma senza l’altro interlocutore è più una liturgia che un programma. Per fare la pace, si sa, bisogna essere in due. Qui invece c’è solo l’Europa a recitare, mentre a Mosca si fa finta di non sentire. E poi c’è Trump, che racconta di avere un buon dialogo con Putin. Ma di cosa parlano, esattamente? Dell’Ucraina o di scambi commerciali all’ingrosso? Fatto sta che lo stesso Trump si dice “non felice” dei progressi sul fronte degli accordi, intanto si diletta a rinominare il Ministero della Difesa in Ministero della Guerra, come se la semantica fosse già una strategia. E allora non resta che rifugiarsi nell’antico ritornello: “Aspetta e spera”. Già, ma qui a forza di aspettare, è sempre l’Ucraina che paga il conto. Giuseppe Arnò

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Giorgia Meloni a Rimini: applausi, idee chiare e un pizzico di spettacolo

Se qualcuno pensava che il Meeting di Rimini fosse un convegno serioso, fatto di sole tavole rotonde e silenzi compunti, quest’anno ha dovuto ricredersi. Perché quando è salita sul palco Giorgia Meloni, l’atmosfera è cambiata: applausi da stadio, cori d’incoraggiamento e un entusiasmo che neppure una rockstar di primo livello.Altro che “malato d’Europa”: qui sembrava di assistere al ritorno in campo del campione tanto atteso. La Presidente del Consiglio non si è limitata ai convenevoli. Ha subito messo in tavola i suoi “tre piatti forti”: riforma del premierato, autonomia differenziata e riforma della giustizia. Presentati come i “tre pilastri” del futuro, con la grinta di chi sa che non sta parlando di utopie, ma di lavoro concreto. Insomma, non le solite promesse da sagra di paese, ma il menù di governo per i prossimi anni. Non sono mancati i passaggi più identitari: la condanna dell’utero in affitto (“non c’è nulla di moderno in tutto questo”) è stata accolta come uno slogan che difficilmente passerà inosservato. Chi era in sala ha annuito come se Giorgia stesse ricordando una verità ovvia, ma che pochi hanno il coraggio di dire a voce alta. Sul fronte internazionale, Meloni ha mostrato un’Italia che non si vergogna più, anzi: da “malato d’Europa” a Paese che gioca “un ruolo centrale nel mondo”. Una trasformazione che lei ha rivendicato con fierezza, quasi come una madre che mostra i progressi del figlio dopo anni di sacrifici e cure. E, ovviamente, non poteva mancare il capitolo sull’Europa: il monito a non rimanere condannati all’irrilevanza è suonato più come un invito che come un rimprovero. Un po’ come dire: “Sveglia ragazzi, se non ci diamo una mossa, restiamo seduti in panchina mentre il resto del mondo gioca la finale”. Il tutto condito da quell’energia che ormai è diventata il marchio di fabbrica della Premier: parole semplici, tono diretto, la capacità di alternare fermezza e sorriso. Così, invece di un freddo discorso istituzionale, il pubblico si è trovato davanti a una vera e propria performance, con la differenza che qui non c’era uno spettacolo da vendere, ma un progetto politico da difendere. di Redazione

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Trump 2.0 rialza il Muro: Dazi al 30% contro l’Europa, inizia la nuova guerra commerciale

Il presidente in carica torna all’attacco con misure protezionistiche che mettono a rischio l’asse transatlantico. L’Europa è chiamata a rispondere con maturità strategica, senza scivolare nella trappola del confronto cieco. Dissertazione politica: L’annuncio del presidente Donald Trump di voler imporre dazi fino al 30% su beni europei non è più una promessa elettorale: è una realtà politica, e segna uno dei primi colpi di frusta del suo secondo mandato. Non è un gesto isolato, ma l’emblema di una strategia coerente — benché aggressiva — volta a ribaltare l’ordine economico globale e ridefinire i rapporti di forza tra gli Stati Uniti e i suoi storici alleati. Il ritorno del protezionismo strutturale Nel suo secondo mandato, Trump ha abbandonato ogni pretesa di compromesso con l’Europa. Il dazio del 30% è un atto deliberatamente ostile, inserito in una visione del mondo rigidamente mercantilista: “America First” significa ora “America contro”. Colpire l’Unione Europea non è solo un modo per riequilibrare la bilancia commerciale — è un messaggio di potenza, una dichiarazione di indipendenza dagli equilibri multilaterali. Questa postura si lega perfettamente con la nuova dottrina della Casa Bianca: rapporti bilaterali, negoziati individuali, pressioni tariffarie come leva di potere. E l’Europa, con la sua lentezza decisionale e la sua dipendenza tecnologica, viene vista come un bersaglio facile. L’Europa nel mirino, ma non in ginocchio È vero: l’Unione Europea esporta verso gli Stati Uniti beni ad alto valore aggiunto — auto, aeronautica, beni di lusso — e sarà colpita duramente in alcuni settori chiave. Ma non è inerme. La potenza economica complessiva dell’UE le permette, se vuole, di reagire con misure proporzionate e intelligenti. La sfida è non cedere al riflesso di una rappresaglia speculare, che danneggerebbe anche le aziende europee e alimenterebbe un’escalation pericolosa. Piuttosto, Bruxelles deve approfittare di questa frattura per rafforzare la propria coesione interna e investire in una politica industriale autonoma. È il momento, ad esempio, per accelerare l’indipendenza strategica in settori come energia, semiconduttori, difesa e agroalimentare. Trump ha reso chiaro che l’ombrello americano non è più garantito — né in campo militare, né economico. L’Europa deve parlare con una sola voce Il rischio più grave è che gli Stati membri reagiscano in ordine sparso, cercando intese bilaterali con Washington nella speranza di salvarsi singolarmente. Sarebbe un errore strategico imperdonabile. Di fronte a una Casa Bianca che tratta ogni partner come concorrente, l’unica risposta efficace è una voce unica europea, capace di negoziare da pari a pari e di proteggere il mercato comune. Serve anche un salto politico: meno Bruxelles tecnocratica, più Bruxelles geopolitica. I dazi di Trump non sono solo una questione di bilancia commerciale: sono un attacco alla capacità dell’Europa di essere attore globale. Accettare passivamente l’imposizione americana equivarrebbe a dichiarare la propria irrilevanza. Conclusione: nella nuova era post-atlantica, o si sta in piedi o si è presi a calci Trump, da presidente in carica, ha dichiarato apertamente che gli USA non sono più “il poliziotto del mondo” e ora nemmeno “il partner fedele del mercato globale”. È un messaggio di rottura. Ma ogni crisi è anche un’opportunità. L’Europa può trasformare questo strappo in un momento fondativo per il proprio risveglio strategico, economico e politico. In un mondo in cui l’amico si comporta da avversario, non si può più vivere di rendita sulle alleanze del Novecento. È il tempo del coraggio e della lucidità. I dazi di Trump sono un pugno sul tavolo: l’Europa ha ora l’obbligo di rispondere senza isterie, ma con fermezza. di Redazione

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“Putin vuole la pace!”… E altre fiabe della buonanotte

Tra telefonate miracolose, memorie selective e illusioni vaticane, il “piano di pace” di Putin somiglia più a un piano di conquista con benedizione annessa. Donald Trump ci ha appena rivelato, con la solennità di un prete all’altare e l’entusiasmo di un venditore di aspirapolveri, che la guerra in Ucraina potrebbe finire a breve. Come? Grazie a una telefonata di due ore con Vladimir Putin. Due ore: il tempo di una pizza tra amici e — voilà — la pace mondiale è servita. E se poi i colloqui si fanno al Vaticano, magari tra una benedizione e una stretta di mano, che male c’è? “Che il processo abbia inizio!”, tuona The Donald, con la foga di chi lancia una nuova stagione di un reality show. Peccato che l’unico “processo” a cui sembra interessato Putin sia quello di inglobare metà dell’Ucraina e trasformare l’altra metà in una zona cuscinetto, stile vecchia DDR. Ma su questo, silenzio stampa. Nessuno che si azzardi a dire che “il negoziato” tanto agognato da alcuni, non è altro che una commedia in cui l’unico a conoscere il copione è proprio Putin. D’altronde, la Crimea? “Già russa”, ovviamente. Chi osa discutere? L’Europa, forse? Quella stessa Europa che non riesce a mettersi d’accordo nemmeno sull’ora legale? Quella che sventola la bandiera della pace mentre si dimentica che senza deterrenza militare, la diplomazia è solo un altro nome per “chiacchiere e tarallucci”? A proposito: in Calabria si dice che “quando l’asino non vuole bere, è inutile fischiare”. Ecco, Putin è l’ “asino”. Solo che non è un povero animale testardo, ma un leader che non vuole assolutamente “bere” la pozione della pace. E continuare a fischiare, come fanno Bruxelles e co., serve solo a farci venire il fiatone. Intanto, il Cremlino prende tempo. Finge apertura, propone un “memorandum” (che suona tanto quanto una lista della spesa con minacce tra le righe), e ribadisce che la Russia vuole “eliminare le cause profonde del conflitto”. Traduzione: niente NATO per Kyiv, e possibilmente nemmeno l’indipendenza. Ma tranquilli, si lavora per la pace! Nel frattempo, l’economia russa gira che è un piacere… in modalità guerra. Armi, propaganda, consensi interni: la macchina bellica funziona a pieni giri. Perché mai Putin dovrebbe voler fermare il motore adesso? E mentre Zelenskyj è messo in un angolo, Europa e Stati Uniti recitano un copione pieno di belle parole e zero azioni. Anzi, c’è il rischio concreto che, pur di dichiarare una “pace”, qualcuno firmi qualsiasi cosa, anche se include cedere Kherson, Zaporizhzhia, e magari pure un paio di città bonus. Ma ehi, Trump ha detto che risolverà tutto in un giorno. Cosa potrebbe mai andare storto? di [autore ironico a piacere]

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Trump, Landini e i dazi: quando la sinistra non sa più da che parte stare

Difendere i lavoratori va bene, purché non lo faccia quello lì. Ma guarda un po’, questa politica tutta trumpiana di difesa del lavoro, della produzione, del recupero industriale nazionale e del rilancio delle esportazioni – naturalmente a scapito della Borsa americana, delle Multinazionali USA, delle grandi Banche e della Speculazione globale – non dovrebbe, in teoria, far saltare di gioia Landini? Dopotutto, lui predica esattamente queste cose da una vita per l’Italia. Eppure, puntuali come un orologio svizzero, i commentatori televisivi di mezzo pianeta (quelli con il bonifico firmato da chi si sente “danneggiato”) arrivano alla solita conclusione: “I dazi si scaricheranno sui consumatori finali, cioè sui poveri lavoratori!”Che sorpresa, eh? A nessuno viene mai in mente il sospetto – chiamiamolo così, per carità di patria – che prima dei lavoratori potrebbero magari pagarne il prezzo altri pezzi della filiera produttiva. Né tantomeno che esistono lavoratori e lavoratori, consumi e consumi. Ma si sa, pensare è fatica. Intanto, dalle slides presentate oggi dal fine economista Fubini (Corriere della Sera) durante la trasmissione di Parenzo su LA7, emerge un dato curioso: di fronte ai dazi trumpiani, il popolo americano si spacca in due. Da una parte il 38% più povero, che quasi non se ne accorgerà; dall’altra il 62% medio-ricco, che invece ne risentirà parecchio.Effetti visibili? Due o tre mesi, mica un’era glaciale. Secondo Fubini e i suoi sapienti analisti, quindi, questa “manovra” durerà poco: <dura minga, non può durar!> e Trump dovrà, prima o poi, fare marcia indietro. E qui scatta la domanda delle cento pistole: Landini, Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni e l’imbarazzato caravanserraglio delle sinistre varie… voi da che parte volete stare? Con il 38% o con il 62%? Ma il vero tocco di genio, in questa tragicommedia tutta italiana, arriva quando si vede affrontare temi da Nobel dell’economia in uno studio di RAI 3, ad Agorà, con la presenza dell’On. Baldino (M5S). La quale, con sicurezza adamantina, se la prende niente meno che con Meloni e il suo governo, accusandoli dei ritardi (!) nella risposta ai dazi di Trump!Chapeau.

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GIUSTIZIA E POLITICA

L’affondo di Le Pen dopo la condanna: una battaglia per la democrazia e la libertà di scelta   “La giustizia è la costante e perpetua volontà di dare a ciascuno il suo.” – Ulpiano La sentenza: ineleggibilità e reclusione La condanna di Le Pen ha scosso profondamente l’intero panorama politico francese, suscitando un ampio dibattito sulla giustizia e sulle sue implicazioni politiche. La sentenza che l’ha colpita, che la rende ineleggibile per i prossimi cinque anni, ha suscitato indignazione, non solo tra i sostenitori del Rassemblement National, ma anche tra molti cittadini francesi che vedono in questa decisione una minaccia al diritto di scelta politica. Oltre alla questione dell’ineleggibilità, Le Pen è stata condannata a una pena di quattro anni di reclusione, con due anni da scontare con il braccialetto elettronico, e una multa di 100.000 euro. La Corte ha anche dichiarato ineleggibili tutti i funzionari eletti del partito, una decisione che si applica immediatamente, indipendentemente dall’eventuale ricorso in appello. Ma la sentenza non si è fermata a questo: il Front National, che oggi si chiama Rassemblement National, è stato sanzionato con una multa complessiva di due milioni di euro, un milione dei quali senza condizionale. Inoltre, la giustizia francese ha ordinato la confisca di un milione di euro già sequestrati durante il procedimento giudiziario. La reazione di Le Pen e Bardella Le Pen, furiosa, ha definito questa condanna come un attacco diretto alla democrazia, un gesto che, secondo lei, ha lo scopo di impedire al suo partito di presentarsi alle future elezioni presidenziali. Parlando con forza e determinazione, ha dichiarato che “non lasceremo che i francesi si facciano rubare le presidenziali”. Ha accusato i giudici di essersi intromessi nel processo elettorale per danneggiare il suo partito, descrivendo la sentenza come una vera e propria “bomba nucleare” sganciata contro di loro. Le Pen ha inoltre lanciato un appello ai suoi sostenitori, promettendo di utilizzare tutti i mezzi possibili per lottare contro questa decisione che considera ingiusta e motivata politicamente. Secondo la leader del Rassemblement National, questa sentenza non è un atto giuridico neutrale, ma una mossa deliberata per danneggiare la sua carriera politica e indebolire il suo partito, che continua a guadagnare consensi tra i francesi. Anche Jordan Bardella, presidente del partito, ha espresso il suo dissenso nei confronti della sentenza, paragonando il trattamento riservato a Le Pen a una “deriva estremamente grave” che tradisce i principi democratici fondamentali. Bardella ha dichiarato che milioni di francesi sono indignati, ritenendo che i giudici abbiano agito in modo partigiano e sproporzionato. Ha anche sottolineato che il ricorso in appello è l’unico strumento per ribaltare la situazione, e che non si arrenderanno facilmente, nonostante le difficoltà. Il sostegno da parte di Meloni e la mobilitazione popolare La condanna di Le Pen ha avuto risonanza oltre i confini francesi, con esponenti politici europei che hanno espresso la loro solidarietà. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio italiano, ha condannato la sentenza, affermando che nessuno che creda veramente nella democrazia può gioire per una decisione che colpisce un leader di un grande partito e priva milioni di cittadini della loro rappresentanza politica. “Nessuno può rallegrarsi per una sentenza che danneggia la democrazia”, ha scritto Meloni sui social, dando così un segnale di sostegno a Le Pen. Nel frattempo, la base del Rassemblement National ha risposto attivamente. Dal momento della condanna, il partito ha visto una forte mobilitazione, con oltre 10.000 nuove iscrizioni e la raccolta di oltre 300.000 firme in favore di Le Pen. Questi numeri riflettono la determinazione dei suoi sostenitori e il crescente senso di ingiustizia percepito da una larga fetta della popolazione francese. Il partito sta preparando una serie di manifestazioni e campagne di volantinaggio, che partiranno già dal prossimo fine settimana, per protestare contro quella che considerano una decisione ingiustificata e politicamente motivata. La lotta legale e le prospettive per il futuro Nonostante la condanna, il ricorso in appello offre ancora una speranza. La Corte d’appello ha annunciato che la decisione finale sul ricorso sarà presa entro l’estate del 2026, un periodo che potrebbe permettere a Le Pen di prepararsi per le elezioni presidenziali del 2027. In ogni caso, il Rassemblement National non intende cedere, e Bardella ha chiarito che, finché esistono vie legali per annullare la condanna, non si considererà un’alternativa a Le Pen. La sua priorità è portare avanti la battaglia legale per permettere a Le Pen di tornare sulla scena politica. Nel frattempo, il caso di Le Pen è stato paragonato ad altri episodi di esclusioni politiche che hanno coinvolto leader europei, come quello di Calin Georgescu, il candidato di estrema destra rumeno, escluso dalle elezioni presidenziali per presunti illeciti elettorali. Il caso di Le Pen è dunque visto come parte di un più ampio schema di ostacoli posti ai movimenti di destra in Europa. Conclusioni Questa vicenda non riguarda solo Le Pen e il Rassemblement National, ma tocca questioni cruciali per il futuro della democrazia in Francia e in Europa. La lotta per difendere la libertà di scelta dei cittadini, il diritto di essere rappresentati da chi si ritiene più adatto a farlo, è una battaglia che va ben oltre le sorti di un singolo partito. Mentre il Rassemblement National si prepara a lottare in tribunale, le manifestazioni e le mobilitazioni politiche si intensificano, e la politica francese entra in una fase delicata, segnata dal confronto tra le istituzioni e una parte crescente della popolazione che sente di essere stata tradita dal sistema giudiziario. Le Pen e il suo partito non intendono arrendersi, pronti a combattere per i diritti dei francesi fino in fondo. Carlo Di Stanislao

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Europa, il grande bivio: alleanza con la Russia o fedeltà agli USA?

Diciamolo chiaramente al professor Prodi, ancora convinto che l’Eurozona sia il risultato di una cooperazione rafforzata tra i Paesi fondatori, che la realtà è ben diversa e che la creazione dell’euro segnò un vero e proprio strappo con gli Stati Uniti, Trump o non Trump. Negli ultimi 25 anni, la moneta unica ha eroso almeno il 35% del mercato globale delle transazioni a scapito del dollaro. E solo degli ingenui potevano pensare che la NATO, l’ONU e gli altri organismi di cooperazione atlantica non ne avrebbero risentito. Oggi, queste istituzioni appaiono sempre più svuotate, ridotte a mere arene di discussioni senza impatto reale. Ma ora l’Europa è a un bivio: se la politica isolazionista di Trump dovesse prevalere, il Vecchio Continente potrebbe trovarsi costretto a ridisegnare le proprie alleanze. E l’asse con la Russia potrebbe diventare non solo una possibilità, ma una necessità strategica. Non è un caso che proprio Putin abbia spesso evocato una visione geopolitica più ampia, quella dell’Eurasia: un blocco esteso dalle Azzorre a Vladivostok, capace di ridefinire l’ordine mondiale. Uno scenario che non è passato inosservato nemmeno a Trump, il primo a guardare con interesse a Mosca. Perché? Forse perché sa che una “Grande Europa”, forte della sua estensione continentale e della sua potenza economica, potrebbe trasformarsi in una superpotenza nucleare e industriale capace di dettare le regole del gioco globale. Con 700 milioni di abitanti, risorse immense e un apparato produttivo gigantesco, questa nuova entità geopolitica avrebbe il peso per cambiare gli equilibri mondiali. E non è un caso che Cina e India, con i loro problemi interni di sovrappopolazione e sottosviluppo, potrebbero guardare con interesse a un assetto più bilanciato e meno incentrato sulla potenza militare. Uno scenario che merita di essere analizzato con attenzione. Chiedere a Sergio Romano, che questi equilibri li ha studiati a fondo.  

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Michela Bertelloni nuovo presidente Commissione Controllo Cava Fornace

Montignoso: Michela Bertelloni eletta presidente della Commissione di Controllo su Cava Fornace MONTIGNOSO – Michela Bertelloni, capogruppo della Lega in Consiglio Comunale a Montignoso e responsabile regionale del Dipartimento Attività Produttive della Lega Toscana, è la nuova presidente della Commissione di Controllo su Cava Fornace. La sua elezione si è resa necessaria dopo il passaggio della consigliera Berti alla maggioranza, poiché la presidenza delle commissioni di vigilanza spetta all’opposizione. Durante la prima riunione della Commissione, svoltasi giovedì pomeriggio, tutti i capigruppo hanno trovato un accordo unanime sul nome di Bertelloni. Un segnale di compattezza che conferma l’importanza del ruolo di controllo sull’operato della discarica di Cava Fornace, una questione di grande rilevanza per il territorio. “Ringrazio i colleghi di minoranza per aver proposto la mia candidatura e gli altri capigruppo per averla condivisa – ha dichiarato la neoeletta presidente –. Desidero inoltre esprimere la mia gratitudine alla consigliera Berti per il lavoro svolto fino ad oggi. Il nostro territorio e i cittadini stanno attraversando quello che probabilmente è il momento più critico dall’apertura della discarica. Per questo motivo, ci metteremo subito al lavoro per fare il punto della situazione, contando sulla preziosa collaborazione della nostra segretaria, la dottoressa Vietina”. Bertelloni ha infine sottolineato la necessità di rafforzare il monitoraggio della discarica e di garantire trasparenza nelle operazioni, ribadendo la sua volontà di mantenere un dialogo costante con i comitati cittadini e le associazioni locali. “Ascoltare le istanze della comunità e coinvolgere attivamente chi vuole dare un contributo sarà fondamentale per affrontare al meglio le problematiche legate alla discarica e individuare possibili soluzioni”. L’elezione di Bertelloni arriva in un momento di crescente attenzione sulla gestione dei rifiuti e dell’impatto ambientale di Cava Fornace, con residenti e associazioni che chiedono maggiori garanzie sulla sicurezza e sostenibilità del sito. Fonte foto: https://www.voceapuana.com/

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Europa: Potenza Economica, Nano Militare – È Ora di Svegliarsi!

Europa: È Ora di Svegliarsi! L’Europa, quel vecchio continente così raffinato e civile, è da tempo una delle più grandi potenze economiche al mondo. Ci vantiamo della nostra cultura, della nostra tecnologia, della nostra capacità diplomatica. Ma c’è un piccolo problema: se domani qualcuno decidesse di fare sul serio con noi, dovremmo chiedere cortesemente agli Stati Uniti di salvarci per l’ennesima volta. Un Colosso con i Piedi di Burro Abbiamo economie floride, industrie avanzate, una popolazione altamente istruita. Eppure, militarmente parlando, siamo un’accozzaglia di forze nazionali scoordinate, con eserciti troppo piccoli, bilanci troppo frammentati e una dipendenza cronica dalla NATO, ovvero dagli Stati Uniti. Se il soft power ha funzionato fino a ieri, il mondo di oggi (e soprattutto quello di domani) non sembra più così incline ad accettare le buone maniere come deterrente. La Dipendenza da Zio Sam: Una Favola che Sta Finendo Per decenni abbiamo delegato la nostra sicurezza agli USA. Il Patto Atlantico ci ha permesso di dormire sonni tranquilli mentre loro si occupavano delle minacce globali. Ma i segnali sono chiari: gli americani sono stanchi di fare da baby-sitter all’Europa. Se domani Washington decidesse di ridurre il suo impegno militare nel Vecchio Continente (e già ci sono avvisaglie), cosa faremmo? Un’Europa Unita o un’Arlecchinata Militare? Oggi gli eserciti europei sono una dispersione di forze e risorse: diverse dottrine, armamenti non interoperabili, bilanci disallineati. Alcuni stati spendono cifre irrisorie per la difesa, altri hanno mezzi obsoleti, altri ancora sono troppo piccoli per avere un vero impatto strategico. La mancanza di una struttura militare unica e coesa ci rende vulnerabili e, nel migliore dei casi, irrilevanti nelle grandi dinamiche geopolitiche. I Benefici di una Forza Militare Europea Una difesa europea unificata porterebbe numerosi vantaggi: Maggiore deterrenza: un esercito europeo ben armato e coordinato sarebbe un serio deterrente per qualsiasi minaccia esterna. Indipendenza strategica: saremmo finalmente capaci di gestire le crisi senza dover mendicare aiuto dagli americani. Efficienza economica: con un budget comune e una logistica unificata, ridurremmo sprechi e ottimizzeremmo risorse. Credibilità internazionale: essere una potenza economica senza una forza militare credibile è come guidare una Ferrari senza freni: impressionante, ma pericoloso. Conclusione: O Costruiamo la Nostra Difesa, o Restiamo Comparse Continuare a ignorare la necessità di una vera forza militare europea è non solo miope, ma anche irresponsabile. Il mondo sta cambiando e l’Europa non può più permettersi di fare la bella addormentata nel bosco sperando che qualcuno la svegli con un bacio. O ci svegliamo da soli e iniziamo a costruire una vera difesa comune, o resteremo condannati a essere una superpotenza economica con la rilevanza militare di un club di scacchi. La scelta è nostra – ma sarebbe ora di farla sul serio. di Redazione Credit foto:https://militarynewsfromitaly.com/tag/forze-armate/

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