L’amico americano e il dispiacere dell’imprevisto

Trump, Meloni, il Papa e la solita fabbrica delle interpretazioni: quando una crepa diventa, per mestiere, un terremoto X x In politica, il dissenso non dovrebbe scandalizzare nessuno. Eppure basta una frase, un sopracciglio alzato, una presa di posizione non perfettamente allineata, perché il coro degli esegeti di giornata si precipiti a decretare crisi, rotture, svolte epocali e tramonti di civiltà. È accaduto ancora. Donald Trump ha manifestato il proprio rammarico per le parole del Papa e per la posizione assunta da Giorgia Meloni. Tanto è bastato perché i laboratori della polemica si mettessero all’opera con zelo quasi industriale: chi parla di strappo, chi di gelo diplomatico, chi addirittura di mutazione genetica della premier italiana. La realtà, come spesso accade, è assai meno romanzesca. Meloni ha detto ciò che pensava, pubblicamente e senza troppe circonlocuzioni. Non è obbligata a far coincidere il proprio pensiero con quello dell’alleato americano, e anzi il contrario sarebbe motivo di ben altra preoccupazione. L’amicizia politica non è servitù volontaria, né l’alleanza è un contratto di silenzio. Qui sta il primo equivoco di una certa narrativa mediatica: scambiare ogni divergenza per una resa dei conti. Una rondine non fa primavera. E una divergenza non fa una rivoluzione geopolitica. Trump, da parte sua, ha reagito più da uomo che da stratega. Vi è in questa sua risposta qualcosa di profondamente umano: la sorpresa, forse la delusione, di chi si attendeva consonanza e ha trovato invece una voce autonoma. Nulla di scandaloso. Semmai, nulla di nuovo. Ma il mestiere di certa stampa è ormai quello di trasformare ogni crepa in voragine, ogni attrito in dramma, ogni frase in un serial a puntate. Noi, fortunatamente, non abbiamo copie da vendere a colpi di titoli isterici, né fondi pubblici da giustificare, né padroni di redazione cui rendere omaggio. Questo ci concede il privilegio, oggi quasi rivoluzionario, di scrivere ciò che pensiamo. Non siamo a libro paga di nessuno. E la libertà, quando non è stipendio, diventa giudizio. L’opposizione, naturalmente, applaude alla presa di posizione della presidente del Consiglio. Applauso legittimo, per carità. Ma qui torna utile la saggezza antica, che spesso comprendeva gli uomini meglio dei moderni analisti da salotto: timeo Danaos et dona ferentes. Temo i Greci anche quando portano doni. Perché gli applausi dell’avversario, in politica, sono spesso il modo più elegante di suggerire una divisione, di accarezzare una crepa, di soffiare sulla brace di una presunta distanza. Chi vuol capire, intenda. Il resto è il solito teatro: commentatori in cerca di un titolo, oppositori in cerca di un varco, tifoserie in cerca di conferme. Noi, più sobriamente, prendiamo atto del fatto. Trump si è risentito. Meloni ha parlato da capo di governo. Il Papa ha detto ciò che un Papa deve dire. Fine della notizia. Tutto il resto è letteratura da retrobottega. E qui, se Montanelli fosse ancora tra noi, forse chiuderebbe con una delle sue frasi taglienti, di quelle che sembrano carezze e invece lasciano il segno: in politica non fanno rumore i fatti, ma le fantasie costruite intorno ai fatti. La vera notizia, in fondo, non è la delusione di Trump. È lo stupore di chi ancora si sorprende che, in politica, anche gli amici pensino. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Budapest, Bruxelles e il grande mercato delle illusioni

  Dalle urne ungheresi ai sogni della sinistra da salotto: cambia il vincitore, non il destino. E mentre il mondo sprofonda nel caos, l’Europa cerca ancora una forza che non sa darsi In Ungheria si vota, e già questo basta a scatenare, nei salotti del commento europeo, un entusiasmo quasi liturgico. Le urne si aprono, i microfoni si accendono, i think tank caserecci della sinistra italiana, più numerosi dei votanti e spesso meno lucidi, si dispongono in semicerchio per celebrare l’ennesima alba della storia. Péter Magyar, con l’aplomb di chi sa che in politica la sicurezza vale più della verità, proclama: «Il nostro partito vincerà; resta solo da capire se con la maggioranza semplice o con quella assoluta». La frase è perfetta: solenne, rassicurante, inutilmente categorica. È la frase che ogni popolo desidera sentire alla vigilia di una disillusione. Poi arrivano le promesse, quelle che hanno il pregio dell’universalità. Rafforzare la posizione dell’Ungheria nell’Unione Europea e nella NATO. Scongelare i fondi di Bruxelles. Combattere la corruzione. Restituire dignità istituzionale al Paese. In altre parole: la solita lista della spesa elettorale. La politica mondiale, a ben guardare, non è altro che una straordinaria industria di slogan riciclabili. Cambiano le capitali, restano identiche le formule. Oggi Budapest, ieri Roma, domani Parigi: le promesse si copiano come le ricette della nonna, con l’unica differenza che il risultato raramente è digeribile. L’Europa, si dice, ci guadagnerebbe qualcosa con un europeista in più e un bastian contrario in meno. Può darsi. Ma appena il necessario per cambiare il colore delle tende, non certo per raddrizzare i muri della casa. Le porte del Paradiso, del resto, non le aprono né Orbán né Magyar; le chiavi le custodisce San Pietro, e non risulta che abbia mai ceduto quote di maggioranza a Bruxelles. È questo il punto che sfugge agli entusiasti del giorno dopo: si confonde il ricambio con il cambiamento. Si manda via un uomo, se ne acclama un altro, e si immagina che la storia, per gratitudine, cambi direzione. Non funziona così. I popoli hanno la memoria corta e le speranze lunghe; è la combinazione perfetta perché ogni illusione trovi sempre un nuovo pubblico. Oggi si celebra la possibile fine del Fidesz, domani si invocherà il suo ritorno come rimedio ai guasti dei successori. È il pendolo eterno della politica moderna: si odia chi governa fino a rimpiangerlo, e si ama chi arriva fino a detestarlo. In Italia, naturalmente, il fenomeno assume toni quasi teatrali. Il politicantismo degli sfaccendati, dei commentatori seriali, dei sacerdoti del talk show e dei divulgatori da social è già in fermento. Si guarda a Budapest come si guarda a una finale di coppa, con l’illusione puerile che una vittoria altrui possa anticipare una rivincita domestica. Sognano i propri beniamini, i contras nostrani, spesso privi di programma ma ricchi di pose, pronti a salire sul palco per gridare: «Abbiamo fatto la storia!» La storia, purtroppo, è una signora severa: non si lascia fare così facilmente. E spesso, davanti a certi protagonisti, non concede neppure la geografia. Ma il vero nodo non è l’Ungheria. Il vero nodo è il mondo. Mentre a Budapest si contano le schede, altrove si contano i rischi di un conflitto globale. Hormuz, Teheran, Washington, Mosca, Pechino: un groviglio di minacce, smentite, mediazioni e prove muscolari che assomiglia più a un preludio di tempesta che a un ordine internazionale. L’ordine mondiale, semplicemente, non esiste più. È evaporato insieme alle vecchie certezze, lasciando dietro di sé una polvere geopolitica che nessuno riesce più a ricomporre. E allora ecco il nuovo mantra: costruire una Europa forte, capace di proiettare un potere globale. Magnifica espressione. Talmente magnifica da sembrare vera. Ma una forza non nasce per decreto, né per dichiarazione televisiva. Non la si ottiene cambiando leader come si cambia il presentatore di un programma in calo di ascolti. I partiti, bisogna avere il coraggio di dirlo, hanno fallito. Hanno fallito nel pensiero lungo, nella capacità di guida, nella visione strategica. Hanno ridotto la politica a manutenzione ordinaria dell’emergenza, a reazione nervosa al titolo del giorno. Forse, allora, non resta che affidarci alle eccellenze disponibili: competenze, intelligenze libere, figure capaci di pensare in grande senza appartenere alle liturgie del partito. Oppure, più radicalmente, a ciò che trascende la politica stessa. «Senza Cristo non ci sarà una nuova Europa», parafrasando il cardinale Müller. È una frase che, al netto della dimensione spirituale, possiede una forza civile formidabile: nessuna architettura istituzionale sopravvive se perde la propria anima. La Bibbia ci racconta che il mondo nacque dal caos. A guardare il presente, viene il sospetto che non ne sia mai davvero uscito. E allora la conclusione, più che sarcastica, diventa inevitabile. Forse Karl Kraus aveva visto giusto: ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato. E noi, europei moderni, continuiamo a cambiare i nomi sulle targhe dei ministeri credendo di cambiare il destino dei popoli. È il nostro vizio più antico: scambiare il rumore per la storia. Il resto è propaganda. La resa dei conti, come sempre, arriva dopo le elezioni. E non vota mai nessuno. In democrazia si cambia il nome del vincitore; il destino, per crudele consuetudine, resta quasi sempre lo stesso. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Europa cercasi: istruzioni per diventare potenza (e per non perdere l’anima)

  Draghi predica l’unità, il mondo si divide, la Svizzera inciampa: tra grandi strategie e piccole delusioni europee Mario Draghi, insignito della laurea honoris causa a Leuven, ha fatto ciò che gli riesce meglio: parlare chiaro a chi finge di non capire. L’Europa, ha detto in sostanza, rischia di diventare una terra di mezzo: subordinata, divisa, deindustrializzata. Gli Stati Uniti cercano il dominio, la Cina l’espansione silenziosa, e nel mezzo c’è un’Unione che spesso scambia la prudenza per strategia e l’unanimità per virtù. Il messaggio è fin troppo limpido: un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà a lungo difendere nemmeno i propri valori. Tradotto per i meno avvezzi al linguaggio dei consessi accademici: o ci si consegna a una delle due superpotenze, oppure si trova il coraggio di diventare adulti. La terza via esiste, ma richiede un prezzo: un’Europa federata, politicamente coesa, capace di decidere senza restare ostaggio dei veti incrociati. Il caso Groenlandia, con le sue improvvise centralità geopolitiche, insegna più di molti trattati. Con tutto il rispetto per il demiurgo Draghi, non siamo davanti a rivelazioni esoteriche. Persino il quivis de populo intuisce che un gruppo che condivide davvero un obiettivo può raggiungere l’impossibile. Diventare la terza potenza mondiale non è una missione impossibile; è una missione scomoda. Implica riscrivere regole, archiviare l’unanimità, rivedere criteri di adesione e, soprattutto, sentirsi cittadini europei prima che collezionisti di bandiere nazionali. Volere è potere, sì. Ma volerlo davvero è tutta un’altra faccenda. E quanto alle teste pensanti, sarebbe ora che pensassero sul serio, oppure lasciassero spazio a chi è ancora capace di farlo. Mentre a Leuven si discute di destini globali, a Milano il presidente Mattarella si reca a sorpresa al Niguarda per incontrare i feriti di Crans-Montana. Un gesto umano, doveroso, che stride con la freddezza amministrativa del dopo tragedia. Dal Vallese arrivano promesse, rassicurazioni, tempi tecnici. Intanto, però, alle vittime arrivano le bollette delle spese mediche. I risarcimenti? Annunciati, diluiti, parziali: 45 pagamenti su quasi 150 vite spezzate. C’era una volta la Svizzera, esempio di precisione, equità e senso della responsabilità. Oggi resta la contabilità, puntuale come sempre.  Per concludere Forse l’Europa diventerà una potenza quando smetterà di parlare solo di valori e inizierà a praticarli, anche nei dettagli. E forse la Svizzera tornerà a essere la Svizzera quando capirà che la puntualità è una virtù, ma la giustizia senza cuore è solo un modulo compilato correttamente. Giuseppe Arnò

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Venerdì sciopero, sabato e domenica riposo

Scioperi, senatori Lega: tutelare chi deve andare a lavorare e chi deve curarsi ​Roma, 22 gen. – “La precettazione intrapresa in occasione dello sciopero del 17 novembre 2023 era nata dalla necessità di tutelare i milioni di cittadini che ogni giorno hanno il diritto e il bisogno di spostarsi. In merito alla decisione del Tar su quel provvedimento, ribadiamo che la priorità resta garantire la mobilità di chi si alza la mattina per raggiungere il proprio impiego o di chi deve recarsi presso le strutture sanitarie per visite e cure mediche. Sebbene il diritto all’astensione dal lavoro sia sacrosanto, l’abuso sistematico di questo strumento — puntualmente esercitato di venerdì — rischia di sminuire il valore delle storiche conquiste sindacali, finendo per mettere in grave difficoltà le fasce più fragili della popolazione. La Lega continuerà a lavorare con determinazione affinché i servizi pubblici essenziali siano sempre salvaguardati, con l’obiettivo di bilanciare i diritti di tutti senza che nessuno resti ostaggio di paralisi che danneggiano la collettività”. Così i senatori della Lega in commissione Trasporti a Palazzo Madama Tilde Minasi, Nino Germanà e Manfredi Potenti. __________ Ufficio stampa Lega Senato

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Europa della Lego

Un continente smontabile che discute mentre il mondo bussa alla porta   Sì, certo. L’Europa. Ma quella vera, quando serve, somiglia più a una scatola di Lego che a una potenza politica. Pezzi colorati, intercambiabili, spesso incompatibili. Ognuno incastrato male con l’altro. Il risultato è un continente che parla molto, ma raramente all’unisono, soprattutto quando la Storia, che non aspetta, chiede una risposta rapida e chiara. Non c’è una crisi internazionale recente in cui l’Unione Europea abbia dato l’impressione di sapere cosa fare prima, durante e dopo. Ucraina: divisi. Gaza: prudenti fino all’inerzia. Iran: spettatori con taccuino. E ora, come se non bastasse, Donald Trump che minaccia di comprare la Groenlandia come fosse un outlet artico, a prezzo di mercato o di raffo, secondo l’umore. La reazione europea? Da manuale. Macron impugna il “bazooka anti-coercizione”, uno strumento da 93 miliardi di euro mai usato, evocato più per intimidire che per colpire. Nei corridoi di Bruxelles lo chiamano “opzione nucleare”: fa scena, ma nessuno è certo che funzioni davvero. Italia e Germania, più sobriamente, invocano la diplomazia. L’Ungheria si chiama fuori: affare tra Danimarca e Groenlandia, non nostro. Ventisette Paesi, ventisette toni diversi. Un coro senza spartito. Nel frattempo Ursula von der Leyen, dal palco ovattato di Davos, ribadisce che “l’indipendenza europea è un imperativo strutturale” e che i dazi di Trump sono “un grave errore”. Parole impeccabili. Come sempre. Il problema nasce quando restano tali. Perché, senza fatti, finiscono per somigliare a quelle di Mina: “parole, parole, parole”, elegantemente intonate e politicamente innocue. Intanto, fuori dai palazzi, il continente reale accumula crepe. In Italia le cronache registrano coltellate quotidiane, ormai normalizzate come il meteo. Ci si interroga, legittimamente, sul ruolo di un’immigrazione gestita a vista, spesso senza bussola. I dati del Viminale, riportati dal Sole 24 Ore, parlano chiaro: oltre un terzo di arresti e denunce riguarda cittadini stranieri; per i reati predatori si supera il 60%. Numeri che non assolvono nessuno e non condannano tutto, ma che indicano un problema serio, ancora una volta affrontato a slogan e decreti tampone. A questo si aggiungono tragedie, processi ad alto rischio con metal detector in aula, scuole che invocano controlli come aeroporti, treni che deragliano in Spagna portando con sé decine di morti. Un’Europa fragile dentro e incerta fuori, che reagisce sempre dopo, mai prima. E allora si torna al punto di partenza: un’Unione che pretende l’unanimità su tutto e ottiene l’immobilismo su quasi nulla. Sarebbe buono e giusto, almeno in politica estera ed economica, avere una sola voce, una sola linea, una sola responsabilità. Lo si predica da anni. Il miracolo, però, non arriva. Forse perché, più che a Bruxelles, bisognerebbe rivolgersi altrove. Magari a San Giuda Taddeo, patrono delle cause impossibili. In fondo, governare un’Europa di Lego senza istruzioni è ormai materia da devozione, non da politica. Giuseppe Arnò

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Saldi di fine stagione: Groenlandia -50%?

  Il mondo cambia spartito, Trump dirige, l’Europa scopre di essere rimasta senza orchestra   I proverbi sono pillole di saggezza popolare: brevi, incisivi, spesso più lungimiranti di intere risoluzioni Onu. Nascono dall’esperienza quotidiana e, miracolosamente, resistono al tempo meglio dei trattati internazionali. Uno di questi, di origine siciliana, recita: «Ccu amici e ccu parenti, ’un accattari e ’un vinniri nenti», con amici e parenti non comprare e non vendere nulla. Cade a pennello per l’argomento del giorno: USA e Groenlandia. Dopo il blitz in Venezuela, che ha avuto il merito pedagogico di chiarire a europei distratti e antagonisti strutturali come Putin e Xi quale musica verrà suonata d’ora in avanti, la comunità internazionale è rimasta stordita, come una barata tonta, una blatta dopo il primo spruzzo d’insetticida. Non morta, ma incapace di capire da dove sia arrivato il colpo. Donald Trump, piaccia o meno, dirige con la sicurezza di chi non ama le partiture altrui. È un maestro dell’arte dell’affare, soprattutto perché non rispetta le vecchie regole e ne inventa di nuove mentre gli altri sono ancora intenti a discuterne la legittimità. Forse non fu un caso che abbia intitolato la propria autobiografia The Art of the Deal: più che un libro, un manifesto. L’imprevedibilità è il suo metodo. Guerra senza quartiere al narcotraffico, Venezuela ricondotto sotto una tutela di fatto, avviso di sfratto a cinesi e russi dal Sudamerica, petroliere sequestrate, segnali inequivocabili a Messico e ayatollah. Non inviti a gala, ma messaggi recapitati senza busta. Il risultato è un sistema globale disorientato, costretto a inseguire. L’ultimo colpo di scena riguarda la Groenlandia. L’ipotesi di un interesse americano diretto ha aperto una frattura con gli alleati europei. Emmanuel Macron, parlando agli ambasciatori francesi, ha denunciato un’America che si allontana dagli alleati, si libera delle regole internazionali e indulge in una forma di “aggressività neocoloniale”. Ha invocato il rilancio delle istituzioni multilaterali e il reinvestimento nell’Onu, perché, a suo dire, sarebbe assurdo non farlo. Macron scopre l’acqua calda, con qualche anno di ritardo. Il vero tema, però, è il mea culpa europeo. Nell’ultimo decennio l’Unione ha coltivato sogni eco-ideologici e architetture regolatorie, ignorando l’Atlantico, cortile di casa condiviso con gli Stati Uniti, lasciando spazio ad altri. Ora, improvvisamente, scopriamo che esiste la Groenlandia, che il Baltico è affollato e che l’Atlantico non è più un lago privato dell’Occidente. In questo contesto, l’Italia, meno entusiasta di certe mode continentali, appare oggi meno sorpresa di altri. Non per virtù profetica, ma per sano istinto di sopravvivenza geopolitica. Quanto alla Groenlandia, il proverbio torna utile. Fare affari tra amici è sempre rischioso. Una forzatura americana incrinerebbe inutilmente il rapporto atlantico, senza reali benefici strategici: gli Stati Uniti dispongono già di una base artica e di accordi che ne consentono l’espansione. E, da quelle parti, lo spazio non manca. Il mondo, insomma, ha cambiato musica. Trump dirige senza chiedere il permesso e l’Europa, invece di lamentarsi del volume, farebbe bene a procurarsi almeno lo spartito. Quanto alla Groenlandia, resterà probabilmente dov’è: non in saldo, non in vetrina. Perché certe terre non si comprano. E certi risvegli, purtroppo, non si possono più rimandare. Giuseppe Arnò

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Manuale semiserio per diventare grandi (o almeno evitare di sparire) come Europa

Dalla titanomachia USA–Cina alle nostre beghe di corridoio: istruzioni d’uso per un’Unione che vuole smettere di essere “la carta fuori dal mazzo”. PREFAZIONE: Europa, mettiti gli occhiali Gli Stati Uniti hanno appena riscritto la loro National Security Strategy come chi rinnova la polizza assicurativa: premi più alti, clausole più dure e, soprattutto, la certezza che in caso di incendio altrui, prima si salva casa propria.Trump lo ripete senza manco più alzare la voce: “Voi europei non servite più. Non avete niente da offrire”. Non proprio una dichiarazione d’amore. E allora, se vogliamo evitare di fare la fine delle civiltà “da libro di storia”, il tempo delle chiacchiere è scaduto. Serve una NSS europea, certo. Ma soprattutto serve applicarla. Subito. E per una volta senza il solito balletto di commissari, relatori, sottocomitati, comitati dei sottocomitati e relazioni d’impatto delle relazioni d’impatto. Ecco allora un manuale di sopravvivenza per un’Europa che vuole crescere, o almeno fingere bene. CAPITOLO 1 — Smettere di essere spettatori nello Scontro tra Titani La strategia USA parla chiaro: l’Indo-Pacifico è il ring del secolo.Lì si decidono ricchezze, commerci, rotte, semiconduttori, equilibri militari, destini nazionali… tutto. E nel film “Scontro tra titani” di Leterrier, quando i giganti combattono, gli umani fanno una sola cosa: cercano riparo.L’Europa, oggi, sta precisamente lì: dietro una colonna di marmo che trema, aspettando che passi la tempesta. Solo che qui non passa niente. Qui ti trovano. USA e Cina dettano le regole e cambiano gli amici come figurine doppione: affezioni zero, utilità massima. Non c’è spazio per sentimenti, solo per interessi.E noi? Noi facciamo comunicati. CAPITOLO 2 — L’Europa che vuole contare deve allargarsi e armarsi (con criterio) La terapia è brutale ma necessaria: Allargamento rapido, senza che la burocrazia trasformi Ucraina, Moldavia e compagnia in casi clinici da osservazione infinita. Accordi economico-militari tipo Piano Mattei, ma in versione globo terrestre: Africa (non solo quando serve gas) Paesi del Golfo (il Qatar già ci dà corda) Asia strategica: Taiwan, Filippine, Giappone Costruire un terzo polo mondiale, perché restare neutrali nella titanomachia è poetico, ma letale. Deterrenza vera, non spirituale: nucleare? Esiste già industria? C’è tecnologia? PureBasta mettersi sotto a lavorare, e smettere di credere che “noi europei siamo civili, mica come loro”. Loro ci ridono sopra, mentre costruiscono sottomarini. In sintesi: vogliamo rispetto? Dobbiamo far paura. In modo elegante, ma pur sempre paura. CAPITOLO 3 — L’America avverte: “O vi svegliate, o vi sveglio io” La Nss 2025 dice una cosa ovvia che in Europa ci ostiniamo a non capire:la geoeconomia è una guerra in giacca e cravatta. Washington vede Taiwan come: una centrale di chip, un ponte strategico per la Second Island Chain, una portaerei naturale a galleggiamento permanente. E vede la Cina come: un competitor predatorio, un costruttore di dipendenze, un infiltratore creativo. Perché ci riguarda?Perché se salta l’Indo-Pacifico, noi saltiamo subito dopo: noi importiamo sicurezza, energia, chip, tecnologia, materie prime e perfino le scuse quando sbagliamo. Intanto: Giappone è chiamato a rearmarsi; India a diventare co-regista di un fronte anti-egemonia; Corea del Sud e Australia sono considerati pilastri dell’architettura indo-pacifica. E l’Europa?Sta in nota a piè pagina, come “partner strategico di lungo periodo”. Traduzione: se fate i compiti, vi invitiamo alla prossima riunione. CAPITOLO 4 — Per sopravvivere serve riformare la testa (non gli slogan) Qui arriva il punto dolente. Per costruire un’Europa autorevole servono: dirigenti capaci, con competenze reali, e soprattutto non legati alla politica domestica e ai suoi giochi da cortile. Serve gente che capisca di: strategia, sicurezza, industria, diplomazia energica, tecnologia. Non servono sussurratori di corridoio, influencer istituzionali o commissari col pallino dei regolamenti su come debba essere fatta una lampadina. E sì, il vizio della corruzione: basta. Non c’è altro da aggiungere. CAPITOLO 5 — Immigrazione: la cuccagna che non possiamo più permetterci Senza estremismi e senza ipocrisie:ogni civiltà che vuole sopravvivere deve proteggere se stessa.Papa Leone ci perdoni, ma per aiutare gli altri bisogna prima evitare di affogare. Il resto sono omelie. CAPITOLO 6 — Manuale pratico per “diventare grandi” Un kit essenziale, da tenere nel cassetto di Bruxelles: Tagliare, non aggiungere, burocrazia. Parlare meno. Fare di più. Costruire deterrenza reale. Unire economia, diplomazia e difesa in un’unica regia. Scegliere alleanze robuste, non comode. Avere una voce sola quando si parla con giganti armati. Rimettere l’interesse europeo sopra gli ego nazionali. Riformare la classe dirigente prima che sia la classe dirigente a riformarci… fuori dall’Unione. CONCLUSIONE A furia di temere di essere troppo grandi, l’Europa ha finito per diventare piccola.E mentre i titani si affrontano, noi ci affanniamo a capire se “strategico” è un aggettivo o un auspicio. La verità è semplice:o l’Europa cresce, oppure verrà cresciuta da altri. E non sarà piacevole. Se non partiamo adesso, potremo sempre consolarci con le parole del vecchio Trump:“Ve l’avevo detto”.E allora sì, che avrà avuto ragione lui. Giuseppe Arnò

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In cielo, in terra e in ogni luogo: l’Italia che sorprende (persino se stessa)

Dal realismo “melonesco” che sgonfia i sogni verdi di Bruxelles, ai razzi di Colleferro che puntano alle stelle, fino alle missioni diplomatiche che rispolverano lo spirito di Mattei: l’Italia torna a muoversi, e lo fa con passo deciso e una buona dose di pragmatismo. a a a a C’è un’Italia che, tra un vertice europeo e un lancio spaziale, ha deciso di cambiare aria. E non solo in senso figurato. Quella che fino a poco fa sembrava arrancare dietro ai diktat di Bruxelles oggi prende quota, letteralmente, grazie a una politica che, con una certa dose di buon senso (merce rara a nord delle Alpi), ha rimesso i piedi per terra senza rinunciare a guardare il cielo. Il “Green Deal”, che doveva salvare il pianeta in un battito d’ali, si è rivelato un esercizio di fantasia a breve scadenza. Lo hanno capito anche i tedeschi, che con la loro proverbiale efficienza sono riusciti nell’impresa di licenziare, per la prima volta, nel sacro tempio della metalmeccanica. Segnale che il sogno elettrico, confezionato a Bruxelles e prodotto in Cina, comincia a mostrare crepe vistose. Giorgia Meloni, dal canto suo, non ci gira attorno: “Non ha senso perseguire la decarbonizzazione al prezzo della desertificazione industriale. Non c’è niente di ‘green’ in un deserto”. Parole che, più che un manifesto ambientale, suonano come una lezione di logica elementare. L’Italia, dice la premier, decarbonizza, ma con criterio. Riduce le emissioni, ma non le fabbriche. E intanto, per una volta, la stampa francese e la tedesca applaudono. Miracoli del pragmatismo mediterraneo. a a In cielo.Mentre in terra si tenta di salvare il salvabile dalle derive ideologiche del “tutto elettrico”, nei cieli italiani le cose vanno decisamente meglio. Avio, l’azienda che produce razzi e non chiacchiere, chiude i primi nove mesi del 2025 con risultati da capogiro: ricavi e margini in crescita, portafoglio ordini a livelli record, e contratti con Esa, Spacelaunch e Raytheon che fanno invidia ai francesi. Non solo: arriva un accordo da 40 milioni con l’Esa per sviluppare uno stadio superiore riutilizzabile, sì, proprio come SpaceX, ma in salsa tricolore, e un nuovo lancio in orbita previsto per il 2027. Mentre i vicini d’oltralpe discutono di “sovranità spaziale europea”, gli italiani, con la loro ironica sobrietà, ci stanno già volando sopra. a a E in ogni luogo.Sulla terra, invece, si viaggia. Non con i razzi, ma con le valigie diplomatiche. Il ministro Tajani, accompagnato da Piantedosi, ha messo in moto una missione in Africa occidentale che sa tanto di ritorno alle origini: Mauritania, Senegal, Niger. Non a caso il viaggio cade a ridosso dell’anniversario della scomparsa di Enrico Mattei, l’uomo che fece dell’Italia un interlocutore credibile nel mondo e che oggi viene evocato come ispirazione. “Un visionario e un grande italiano”, lo ha ricordato Meloni, e stavolta l’aggettivo non suona retorico. Tajani parla di “dialogo paritario” con l’Africa, e se davvero l’Italia riuscirà a farsi “speaker” dell’Europa verso il Sud globale, sarà la più ardita delle sue missioni recenti. Non più l’Italia del “ce lo chiede l’Europa”, ma quella che sussurra all’Europa come muoversi. a a Insomma: in cielo, in terra e in ogni luogo, l’Italia si muove. Non corre, non salta, non sbandiera, si muove. E lo fa con una sobrietà che par quasi sospetta. Chi l’avrebbe detto che il Paese dei santi, poeti e navigatori sarebbe tornato a navigare anche la geopolitica e a costruire razzi che arrivano in orbita? Forse non è ancora il “rinascimento industriale” che qualcuno sogna, ma per una volta si può dire che l’Italia non sta ferma a guardare. E se in Germania licenziano e a Bruxelles filosofeggiano, da noi, miracolo, si lavora. Come direbbe il buon Montanelli, finalmente un’Italia che vola alto senza montarsi la testa. di Redazione

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Più pesi e più misure

La moda di Gaza e l’oblio del resto del mondo. Quando il dolore diventa selettivo, la politica torbida e gli ideali a senso unico. C’è chi parla di moda. C’è chi sospetta di interessi. C’è chi, più semplicemente, osserva la scena e scuote la testa. Perché mentre la tragedia di Gaza monopolizza piazze, titoli e coscienze, decine di altri popoli perseguitati, massacrati e violentati da satrapi e dittatori spariscono dal radar mediatico come vecchie videocassette VHS. Nessuno che si indigni, nessuno che salga in barca con lo striscione al vento. Per Rohingya, Eritrei, Uiguri, Yazidi, Coreani del Nord e compagnia oppressa non un fischio di tromba, non una bandiera, non un sit-in sotto casa Landini. Per Gaza invece sì: cortei, barricate, scioperi, minacce di blocchi generali. Perfino le “crociere solidali”, che più che aiuti umanitari sembrano un revival delle gite scolastiche anni Ottanta, con tanto di bandierine e cori stonati. Il problema? Che quelle stesse navi potrebbero imboccare vie ufficiali e legali per portare viveri e medicine. Ma no: troppo noioso. Troppo poco eroico. Meglio la sceneggiata, meglio il brivido della sfida politica, meglio la narrazione da reality show “Il pericolo è il mio mestiere”. C’è chi mormora che il carburante della flottiglia arrivi da tasche arabe ben imbottite, ma l’effetto resta lo stesso: l’onesto cittadino si ritrova ostaggio di bande di facinorosi che, in nome di Gaza, mischiate tra i dimostranti, devastano vetrine, bruciano cassonetti e spaccano città intere. E intanto, delle altre tragedie globali, silenzio tombale. Eppure i numeri parlano chiaro. In Corea del Nord i perseguitati non si contano più, in Birmania i Rohingya sono diventati il “popolo senza Stato”, in Africa intere comunità cristiane e musulmane vengono cancellate a colpi di machete e kalashnikov. Ma per loro niente sciopero generale, niente sindacati in piazza. Forse non fanno notizia. O forse non rendono in termini di consenso e non solo. Se fosse vero idealismo, il metro non sarebbe a elastico. Ma si sa: la giustizia universale interessa poco quando non conviene. Più pesi, più misure. Gaza è l’ultima passerella. Gli altri? Solo comparse sacrificate nel retroscena. Morale? Con la violenza e la partigianeria non si va da nessuna parte. E se davvero Landini volesse fare lo sciopero generale, lo facesse per i campi di concentramento nordcoreani. Almeno, per una volta sola, sembrerebbe meno di parte e un po’ più uomo di mondo. di Redazione Foto credit:https://pixabay.com/

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Giocare a riconoscere le ombre

Il riconoscimento della Palestina non è un atto di moda ma di sostanza: o ci sono i presupposti reali, o restiamo al teatrino delle illusioni. Riconoscere la Palestina oggi è un po’ come giocare al gioco delle ombre cinesi: ognuno vede quello che vuole, pochi vedono la realtà. Alcuni governi europei hanno già firmato con entusiasmo la pergamena del riconoscimento, altri si tengono in bilico tra l’attesa e il “vediamo l’effetto che fa”, altri ancora, e per una volta l’Italia è tra questi,  hanno deciso di non scambiare l’ombra per sostanza. Perché, diciamolo chiaro: a che serve un riconoscimento simbolico se mancano le basi per un vero Stato? È come dichiarare campione del mondo una squadra che non ha né pallone né campo. Bello lo slogan, ma poi la partita chi la gioca? Le condizioni, piaccia o no, sono quelle che Marattin e altri hanno sintetizzato con buon senso: rilascio degli ostaggi (il teatrino crudele di “forse sì, forse no” è diventato indecente), cessazione delle operazioni militari (così Israele non avrebbe più motivo di coventrizzare Gaza), governance palestinese slegata da Hamas (che non è un partito politico, ma l’origine stessa del problema). Senza questi punti fermi, il riconoscimento è solo carta da parati per imbiancare le coscienze europee. Naturalmente, gli oppositori mugugnano: c’è chi urla al tradimento, chi agita bandiere, chi preferisce il rituale dello sciopero con spaccata annessa. Va bene, è il folclore moderno, il revival delle crociate via mare e dei comizi urlati nei talk show. Le mode, d’altronde, esistono da sempre: solo che oggi il mercato delle mode non veste più i corpi, ma le opinioni. La verità è che non si tratta di essere pro o contro, ma di capire che la Palestina non può essere riconosciuta “a prescindere”, come una formula magica che cancella i problemi. Non basta un voto in Parlamento o un comunicato dell’ONU: ci vogliono fatti. E i fatti, per ora, non ci sono. In questo contesto, l’Italia,  miracolo,  ha scelto la via della razionalità. Non è questione di destra, sinistra o centro: è questione di logica. Perché in politica estera, se si parte dalle ombre, si finisce per inciampare al primo raggio di sole. di Redazione

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