Manuale semiserio per diventare grandi (o almeno evitare di sparire) come Europa

Dalla titanomachia USA–Cina alle nostre beghe di corridoio: istruzioni d’uso per un’Unione che vuole smettere di essere “la carta fuori dal mazzo”. PREFAZIONE: Europa, mettiti gli occhiali Gli Stati Uniti hanno appena riscritto la loro National Security Strategy come chi rinnova la polizza assicurativa: premi più alti, clausole più dure e, soprattutto, la certezza che in caso di incendio altrui, prima si salva casa propria.Trump lo ripete senza manco più alzare la voce: “Voi europei non servite più. Non avete niente da offrire”. Non proprio una dichiarazione d’amore. E allora, se vogliamo evitare di fare la fine delle civiltà “da libro di storia”, il tempo delle chiacchiere è scaduto. Serve una NSS europea, certo. Ma soprattutto serve applicarla. Subito. E per una volta senza il solito balletto di commissari, relatori, sottocomitati, comitati dei sottocomitati e relazioni d’impatto delle relazioni d’impatto. Ecco allora un manuale di sopravvivenza per un’Europa che vuole crescere, o almeno fingere bene. CAPITOLO 1 — Smettere di essere spettatori nello Scontro tra Titani La strategia USA parla chiaro: l’Indo-Pacifico è il ring del secolo.Lì si decidono ricchezze, commerci, rotte, semiconduttori, equilibri militari, destini nazionali… tutto. E nel film “Scontro tra titani” di Leterrier, quando i giganti combattono, gli umani fanno una sola cosa: cercano riparo.L’Europa, oggi, sta precisamente lì: dietro una colonna di marmo che trema, aspettando che passi la tempesta. Solo che qui non passa niente. Qui ti trovano. USA e Cina dettano le regole e cambiano gli amici come figurine doppione: affezioni zero, utilità massima. Non c’è spazio per sentimenti, solo per interessi.E noi? Noi facciamo comunicati. CAPITOLO 2 — L’Europa che vuole contare deve allargarsi e armarsi (con criterio) La terapia è brutale ma necessaria: Allargamento rapido, senza che la burocrazia trasformi Ucraina, Moldavia e compagnia in casi clinici da osservazione infinita. Accordi economico-militari tipo Piano Mattei, ma in versione globo terrestre: Africa (non solo quando serve gas) Paesi del Golfo (il Qatar già ci dà corda) Asia strategica: Taiwan, Filippine, Giappone Costruire un terzo polo mondiale, perché restare neutrali nella titanomachia è poetico, ma letale. Deterrenza vera, non spirituale: nucleare? Esiste già industria? C’è tecnologia? PureBasta mettersi sotto a lavorare, e smettere di credere che “noi europei siamo civili, mica come loro”. Loro ci ridono sopra, mentre costruiscono sottomarini. In sintesi: vogliamo rispetto? Dobbiamo far paura. In modo elegante, ma pur sempre paura. CAPITOLO 3 — L’America avverte: “O vi svegliate, o vi sveglio io” La Nss 2025 dice una cosa ovvia che in Europa ci ostiniamo a non capire:la geoeconomia è una guerra in giacca e cravatta. Washington vede Taiwan come: una centrale di chip, un ponte strategico per la Second Island Chain, una portaerei naturale a galleggiamento permanente. E vede la Cina come: un competitor predatorio, un costruttore di dipendenze, un infiltratore creativo. Perché ci riguarda?Perché se salta l’Indo-Pacifico, noi saltiamo subito dopo: noi importiamo sicurezza, energia, chip, tecnologia, materie prime e perfino le scuse quando sbagliamo. Intanto: Giappone è chiamato a rearmarsi; India a diventare co-regista di un fronte anti-egemonia; Corea del Sud e Australia sono considerati pilastri dell’architettura indo-pacifica. E l’Europa?Sta in nota a piè pagina, come “partner strategico di lungo periodo”. Traduzione: se fate i compiti, vi invitiamo alla prossima riunione. CAPITOLO 4 — Per sopravvivere serve riformare la testa (non gli slogan) Qui arriva il punto dolente. Per costruire un’Europa autorevole servono: dirigenti capaci, con competenze reali, e soprattutto non legati alla politica domestica e ai suoi giochi da cortile. Serve gente che capisca di: strategia, sicurezza, industria, diplomazia energica, tecnologia. Non servono sussurratori di corridoio, influencer istituzionali o commissari col pallino dei regolamenti su come debba essere fatta una lampadina. E sì, il vizio della corruzione: basta. Non c’è altro da aggiungere. CAPITOLO 5 — Immigrazione: la cuccagna che non possiamo più permetterci Senza estremismi e senza ipocrisie:ogni civiltà che vuole sopravvivere deve proteggere se stessa.Papa Leone ci perdoni, ma per aiutare gli altri bisogna prima evitare di affogare. Il resto sono omelie. CAPITOLO 6 — Manuale pratico per “diventare grandi” Un kit essenziale, da tenere nel cassetto di Bruxelles: Tagliare, non aggiungere, burocrazia. Parlare meno. Fare di più. Costruire deterrenza reale. Unire economia, diplomazia e difesa in un’unica regia. Scegliere alleanze robuste, non comode. Avere una voce sola quando si parla con giganti armati. Rimettere l’interesse europeo sopra gli ego nazionali. Riformare la classe dirigente prima che sia la classe dirigente a riformarci… fuori dall’Unione. CONCLUSIONE A furia di temere di essere troppo grandi, l’Europa ha finito per diventare piccola.E mentre i titani si affrontano, noi ci affanniamo a capire se “strategico” è un aggettivo o un auspicio. La verità è semplice:o l’Europa cresce, oppure verrà cresciuta da altri. E non sarà piacevole. Se non partiamo adesso, potremo sempre consolarci con le parole del vecchio Trump:“Ve l’avevo detto”.E allora sì, che avrà avuto ragione lui. Giuseppe Arnò

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In cielo, in terra e in ogni luogo: l’Italia che sorprende (persino se stessa)

Dal realismo “melonesco” che sgonfia i sogni verdi di Bruxelles, ai razzi di Colleferro che puntano alle stelle, fino alle missioni diplomatiche che rispolverano lo spirito di Mattei: l’Italia torna a muoversi, e lo fa con passo deciso e una buona dose di pragmatismo. a a a a C’è un’Italia che, tra un vertice europeo e un lancio spaziale, ha deciso di cambiare aria. E non solo in senso figurato. Quella che fino a poco fa sembrava arrancare dietro ai diktat di Bruxelles oggi prende quota, letteralmente, grazie a una politica che, con una certa dose di buon senso (merce rara a nord delle Alpi), ha rimesso i piedi per terra senza rinunciare a guardare il cielo. Il “Green Deal”, che doveva salvare il pianeta in un battito d’ali, si è rivelato un esercizio di fantasia a breve scadenza. Lo hanno capito anche i tedeschi, che con la loro proverbiale efficienza sono riusciti nell’impresa di licenziare, per la prima volta, nel sacro tempio della metalmeccanica. Segnale che il sogno elettrico, confezionato a Bruxelles e prodotto in Cina, comincia a mostrare crepe vistose. Giorgia Meloni, dal canto suo, non ci gira attorno: “Non ha senso perseguire la decarbonizzazione al prezzo della desertificazione industriale. Non c’è niente di ‘green’ in un deserto”. Parole che, più che un manifesto ambientale, suonano come una lezione di logica elementare. L’Italia, dice la premier, decarbonizza, ma con criterio. Riduce le emissioni, ma non le fabbriche. E intanto, per una volta, la stampa francese e la tedesca applaudono. Miracoli del pragmatismo mediterraneo. a a In cielo.Mentre in terra si tenta di salvare il salvabile dalle derive ideologiche del “tutto elettrico”, nei cieli italiani le cose vanno decisamente meglio. Avio, l’azienda che produce razzi e non chiacchiere, chiude i primi nove mesi del 2025 con risultati da capogiro: ricavi e margini in crescita, portafoglio ordini a livelli record, e contratti con Esa, Spacelaunch e Raytheon che fanno invidia ai francesi. Non solo: arriva un accordo da 40 milioni con l’Esa per sviluppare uno stadio superiore riutilizzabile, sì, proprio come SpaceX, ma in salsa tricolore, e un nuovo lancio in orbita previsto per il 2027. Mentre i vicini d’oltralpe discutono di “sovranità spaziale europea”, gli italiani, con la loro ironica sobrietà, ci stanno già volando sopra. a a E in ogni luogo.Sulla terra, invece, si viaggia. Non con i razzi, ma con le valigie diplomatiche. Il ministro Tajani, accompagnato da Piantedosi, ha messo in moto una missione in Africa occidentale che sa tanto di ritorno alle origini: Mauritania, Senegal, Niger. Non a caso il viaggio cade a ridosso dell’anniversario della scomparsa di Enrico Mattei, l’uomo che fece dell’Italia un interlocutore credibile nel mondo e che oggi viene evocato come ispirazione. “Un visionario e un grande italiano”, lo ha ricordato Meloni, e stavolta l’aggettivo non suona retorico. Tajani parla di “dialogo paritario” con l’Africa, e se davvero l’Italia riuscirà a farsi “speaker” dell’Europa verso il Sud globale, sarà la più ardita delle sue missioni recenti. Non più l’Italia del “ce lo chiede l’Europa”, ma quella che sussurra all’Europa come muoversi. a a Insomma: in cielo, in terra e in ogni luogo, l’Italia si muove. Non corre, non salta, non sbandiera, si muove. E lo fa con una sobrietà che par quasi sospetta. Chi l’avrebbe detto che il Paese dei santi, poeti e navigatori sarebbe tornato a navigare anche la geopolitica e a costruire razzi che arrivano in orbita? Forse non è ancora il “rinascimento industriale” che qualcuno sogna, ma per una volta si può dire che l’Italia non sta ferma a guardare. E se in Germania licenziano e a Bruxelles filosofeggiano, da noi, miracolo, si lavora. Come direbbe il buon Montanelli, finalmente un’Italia che vola alto senza montarsi la testa. di Redazione

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Più pesi e più misure

La moda di Gaza e l’oblio del resto del mondo. Quando il dolore diventa selettivo, la politica torbida e gli ideali a senso unico. C’è chi parla di moda. C’è chi sospetta di interessi. C’è chi, più semplicemente, osserva la scena e scuote la testa. Perché mentre la tragedia di Gaza monopolizza piazze, titoli e coscienze, decine di altri popoli perseguitati, massacrati e violentati da satrapi e dittatori spariscono dal radar mediatico come vecchie videocassette VHS. Nessuno che si indigni, nessuno che salga in barca con lo striscione al vento. Per Rohingya, Eritrei, Uiguri, Yazidi, Coreani del Nord e compagnia oppressa non un fischio di tromba, non una bandiera, non un sit-in sotto casa Landini. Per Gaza invece sì: cortei, barricate, scioperi, minacce di blocchi generali. Perfino le “crociere solidali”, che più che aiuti umanitari sembrano un revival delle gite scolastiche anni Ottanta, con tanto di bandierine e cori stonati. Il problema? Che quelle stesse navi potrebbero imboccare vie ufficiali e legali per portare viveri e medicine. Ma no: troppo noioso. Troppo poco eroico. Meglio la sceneggiata, meglio il brivido della sfida politica, meglio la narrazione da reality show “Il pericolo è il mio mestiere”. C’è chi mormora che il carburante della flottiglia arrivi da tasche arabe ben imbottite, ma l’effetto resta lo stesso: l’onesto cittadino si ritrova ostaggio di bande di facinorosi che, in nome di Gaza, mischiate tra i dimostranti, devastano vetrine, bruciano cassonetti e spaccano città intere. E intanto, delle altre tragedie globali, silenzio tombale. Eppure i numeri parlano chiaro. In Corea del Nord i perseguitati non si contano più, in Birmania i Rohingya sono diventati il “popolo senza Stato”, in Africa intere comunità cristiane e musulmane vengono cancellate a colpi di machete e kalashnikov. Ma per loro niente sciopero generale, niente sindacati in piazza. Forse non fanno notizia. O forse non rendono in termini di consenso e non solo. Se fosse vero idealismo, il metro non sarebbe a elastico. Ma si sa: la giustizia universale interessa poco quando non conviene. Più pesi, più misure. Gaza è l’ultima passerella. Gli altri? Solo comparse sacrificate nel retroscena. Morale? Con la violenza e la partigianeria non si va da nessuna parte. E se davvero Landini volesse fare lo sciopero generale, lo facesse per i campi di concentramento nordcoreani. Almeno, per una volta sola, sembrerebbe meno di parte e un po’ più uomo di mondo. di Redazione Foto credit:https://pixabay.com/

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Giocare a riconoscere le ombre

Il riconoscimento della Palestina non è un atto di moda ma di sostanza: o ci sono i presupposti reali, o restiamo al teatrino delle illusioni. Riconoscere la Palestina oggi è un po’ come giocare al gioco delle ombre cinesi: ognuno vede quello che vuole, pochi vedono la realtà. Alcuni governi europei hanno già firmato con entusiasmo la pergamena del riconoscimento, altri si tengono in bilico tra l’attesa e il “vediamo l’effetto che fa”, altri ancora, e per una volta l’Italia è tra questi,  hanno deciso di non scambiare l’ombra per sostanza. Perché, diciamolo chiaro: a che serve un riconoscimento simbolico se mancano le basi per un vero Stato? È come dichiarare campione del mondo una squadra che non ha né pallone né campo. Bello lo slogan, ma poi la partita chi la gioca? Le condizioni, piaccia o no, sono quelle che Marattin e altri hanno sintetizzato con buon senso: rilascio degli ostaggi (il teatrino crudele di “forse sì, forse no” è diventato indecente), cessazione delle operazioni militari (così Israele non avrebbe più motivo di coventrizzare Gaza), governance palestinese slegata da Hamas (che non è un partito politico, ma l’origine stessa del problema). Senza questi punti fermi, il riconoscimento è solo carta da parati per imbiancare le coscienze europee. Naturalmente, gli oppositori mugugnano: c’è chi urla al tradimento, chi agita bandiere, chi preferisce il rituale dello sciopero con spaccata annessa. Va bene, è il folclore moderno, il revival delle crociate via mare e dei comizi urlati nei talk show. Le mode, d’altronde, esistono da sempre: solo che oggi il mercato delle mode non veste più i corpi, ma le opinioni. La verità è che non si tratta di essere pro o contro, ma di capire che la Palestina non può essere riconosciuta “a prescindere”, come una formula magica che cancella i problemi. Non basta un voto in Parlamento o un comunicato dell’ONU: ci vogliono fatti. E i fatti, per ora, non ci sono. In questo contesto, l’Italia,  miracolo,  ha scelto la via della razionalità. Non è questione di destra, sinistra o centro: è questione di logica. Perché in politica estera, se si parte dalle ombre, si finisce per inciampare al primo raggio di sole. di Redazione

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Lo spaccone, il caffè e l’ora della verità

Mieli ci mette la storia, la Polonia i carri armati: il resto d’Europa preferisce il dibattito pomeridiano. MEGA? Meglio un’azione credibile che un altro comitato. Ecco, Paolo Mieli. Stesso sguardo da storico, stessa certezza che i grandi errori nascano da piccoli calcoli sbagliati, e stavolta, ci dice, l’errore lo stiamo commettendo a suon di conferenze stampa. Leggendo le sue parole vien quasi voglia di offrire all’Europa un bel diploma: «Eccellenza in dichiarazioni ufficiali». Peccato che i nemici, si sa, non apprendano leggendo i comunicati. Nel frattempo Varsavia non perde tempo a declamare. Costruisce scudi, compra F-35, raddoppia divisioni e, soprattutto, si allena a non fidarsi di sermoni collettivi. È una scelta che somiglia molto a chi al bar paga il conto quando vede il sushi avanzare: meglio prevenire che discutere se sia stato giusto ordinare. E mentre la Polonia mette mano al portafoglio e al piano, l’Europa sembra intenta a decidere il colore della moquette della prossima sala riunioni Nato. Mieli ha tutta la ragione del mondo quando osserva che Putin, seduto comodo sul sofà delle ambiguità atlantiche, ci prova per vedere fino a che punto possiamo essere «realisti» nel rinunciare a difenderci. Non è un’accusa di complotto: è la semplice constatazione che il vuoto si riempie rapidamente, e spesso con roba che fa male. Questo dovrebbe metterci in imbarazzo, non nella posizione di chi ripete come un mantra «procederemo con prudenza» mentre i vicini si armano seriamente. Ora, sul termine MEGA (Make Europe Great Again): suona come uno slogan da maglietta, ma ha il merito di tirare fuori una domanda scomoda,  cosa significa davvero tornare grandi? Per alcuni significa spendere di più, rafforzare deterrenti, lavorare senza posizioni auto-assolventi. Per altri, resta una bella frase da inserire in un tweet. Se «grande» vuol dire coerenza e prontezza, allora la grandezza chiede meno meeting e più sincronizzazione,  non perché ami la guerra, ma perché il linguaggio della forza, quando usato con giudizio e unità, può fermare chi sfida la pazienza altrui. Certo, c’è chi tirerà fuori la storia e parlerà di escalation, negoziati, profilassi diplomatica. Tutte cose utili, quando si fanno dopo aver mostrato di poter reagire. È un piccolo paradosso: la pace duratura si costruisce anche dimostrando di poter difendere la pace. In altri termini, non è questione di passare dalla trattativa alla battaglia: è questione di non arrivare a trattare dopo che qualcuno ha già deciso per te. Insomma: applaudiamo la Polonia per essersi messa al lavoro; ascoltiamo Mieli quando ci ricorda che la politica estera non sopporta la routine degli errori ripetuti; e invitiamo Bruxelles e i salotti europei a fare un semplice esperimento di umiltà pratica, più fatti, meno aforismi. Se poi si vuole davvero una maglietta con la scritta MEGA, potremmo regalarne una ai ministri competenti. Ma che sia per ricordare che grande è chi sa proteggere, non chi sa solo inneggiare al coraggio. di Redazione

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Putin e la pace a modo suo: prendere o lasciare (ma meglio prendere)

Tra allergie alle forze europee e buoni propositi mai firmati, il Cremlino continua a sventolare la bandiera della “pace condizionata”: metà Ucraina oggi, l’altra metà domani. Per ogni peccato si trovano le scuse. Il peccato di Vladimir Putin, però, non ha bisogno di grandi sofismi: la pace in Ucraina sì, ma solo a modo suo. Tradotto: metà del paese in tasca e l’altra metà pronta per essere fagocitata alla prima occasione utile. Se non fosse così, non si capirebbe la sua improvvisa orticaria verso l’ipotesi di forze di pace europee dopo una eventuale firma di accordo. Una reazione allergica che degenera in “avvertimenti sanitari”: qualsiasi presenza straniera in Ucraina, dice, diventerebbe un “legittimo obiettivo militare”. Un concetto che gli è familiare, visto che di truppe altrui spedite in guerra (vedi nordcoreani, a vagoni, in prima linea) se ne intende parecchio. Nel frattempo, il continente europeo continua a riunirsi in convegni, vertici e summit, come se il tempo bastasse a trasformare il rituale in realtà. Si parla di pace, di dopoguerra, di ricostruzione… ma senza l’altro interlocutore è più una liturgia che un programma. Per fare la pace, si sa, bisogna essere in due. Qui invece c’è solo l’Europa a recitare, mentre a Mosca si fa finta di non sentire. E poi c’è Trump, che racconta di avere un buon dialogo con Putin. Ma di cosa parlano, esattamente? Dell’Ucraina o di scambi commerciali all’ingrosso? Fatto sta che lo stesso Trump si dice “non felice” dei progressi sul fronte degli accordi, intanto si diletta a rinominare il Ministero della Difesa in Ministero della Guerra, come se la semantica fosse già una strategia. E allora non resta che rifugiarsi nell’antico ritornello: “Aspetta e spera”. Già, ma qui a forza di aspettare, è sempre l’Ucraina che paga il conto. Giuseppe Arnò

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Giorgia Meloni a Rimini: applausi, idee chiare e un pizzico di spettacolo

Se qualcuno pensava che il Meeting di Rimini fosse un convegno serioso, fatto di sole tavole rotonde e silenzi compunti, quest’anno ha dovuto ricredersi. Perché quando è salita sul palco Giorgia Meloni, l’atmosfera è cambiata: applausi da stadio, cori d’incoraggiamento e un entusiasmo che neppure una rockstar di primo livello.Altro che “malato d’Europa”: qui sembrava di assistere al ritorno in campo del campione tanto atteso. La Presidente del Consiglio non si è limitata ai convenevoli. Ha subito messo in tavola i suoi “tre piatti forti”: riforma del premierato, autonomia differenziata e riforma della giustizia. Presentati come i “tre pilastri” del futuro, con la grinta di chi sa che non sta parlando di utopie, ma di lavoro concreto. Insomma, non le solite promesse da sagra di paese, ma il menù di governo per i prossimi anni. Non sono mancati i passaggi più identitari: la condanna dell’utero in affitto (“non c’è nulla di moderno in tutto questo”) è stata accolta come uno slogan che difficilmente passerà inosservato. Chi era in sala ha annuito come se Giorgia stesse ricordando una verità ovvia, ma che pochi hanno il coraggio di dire a voce alta. Sul fronte internazionale, Meloni ha mostrato un’Italia che non si vergogna più, anzi: da “malato d’Europa” a Paese che gioca “un ruolo centrale nel mondo”. Una trasformazione che lei ha rivendicato con fierezza, quasi come una madre che mostra i progressi del figlio dopo anni di sacrifici e cure. E, ovviamente, non poteva mancare il capitolo sull’Europa: il monito a non rimanere condannati all’irrilevanza è suonato più come un invito che come un rimprovero. Un po’ come dire: “Sveglia ragazzi, se non ci diamo una mossa, restiamo seduti in panchina mentre il resto del mondo gioca la finale”. Il tutto condito da quell’energia che ormai è diventata il marchio di fabbrica della Premier: parole semplici, tono diretto, la capacità di alternare fermezza e sorriso. Così, invece di un freddo discorso istituzionale, il pubblico si è trovato davanti a una vera e propria performance, con la differenza che qui non c’era uno spettacolo da vendere, ma un progetto politico da difendere. di Redazione

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Trump 2.0 rialza il Muro: Dazi al 30% contro l’Europa, inizia la nuova guerra commerciale

Il presidente in carica torna all’attacco con misure protezionistiche che mettono a rischio l’asse transatlantico. L’Europa è chiamata a rispondere con maturità strategica, senza scivolare nella trappola del confronto cieco. Dissertazione politica: L’annuncio del presidente Donald Trump di voler imporre dazi fino al 30% su beni europei non è più una promessa elettorale: è una realtà politica, e segna uno dei primi colpi di frusta del suo secondo mandato. Non è un gesto isolato, ma l’emblema di una strategia coerente — benché aggressiva — volta a ribaltare l’ordine economico globale e ridefinire i rapporti di forza tra gli Stati Uniti e i suoi storici alleati. Il ritorno del protezionismo strutturale Nel suo secondo mandato, Trump ha abbandonato ogni pretesa di compromesso con l’Europa. Il dazio del 30% è un atto deliberatamente ostile, inserito in una visione del mondo rigidamente mercantilista: “America First” significa ora “America contro”. Colpire l’Unione Europea non è solo un modo per riequilibrare la bilancia commerciale — è un messaggio di potenza, una dichiarazione di indipendenza dagli equilibri multilaterali. Questa postura si lega perfettamente con la nuova dottrina della Casa Bianca: rapporti bilaterali, negoziati individuali, pressioni tariffarie come leva di potere. E l’Europa, con la sua lentezza decisionale e la sua dipendenza tecnologica, viene vista come un bersaglio facile. L’Europa nel mirino, ma non in ginocchio È vero: l’Unione Europea esporta verso gli Stati Uniti beni ad alto valore aggiunto — auto, aeronautica, beni di lusso — e sarà colpita duramente in alcuni settori chiave. Ma non è inerme. La potenza economica complessiva dell’UE le permette, se vuole, di reagire con misure proporzionate e intelligenti. La sfida è non cedere al riflesso di una rappresaglia speculare, che danneggerebbe anche le aziende europee e alimenterebbe un’escalation pericolosa. Piuttosto, Bruxelles deve approfittare di questa frattura per rafforzare la propria coesione interna e investire in una politica industriale autonoma. È il momento, ad esempio, per accelerare l’indipendenza strategica in settori come energia, semiconduttori, difesa e agroalimentare. Trump ha reso chiaro che l’ombrello americano non è più garantito — né in campo militare, né economico. L’Europa deve parlare con una sola voce Il rischio più grave è che gli Stati membri reagiscano in ordine sparso, cercando intese bilaterali con Washington nella speranza di salvarsi singolarmente. Sarebbe un errore strategico imperdonabile. Di fronte a una Casa Bianca che tratta ogni partner come concorrente, l’unica risposta efficace è una voce unica europea, capace di negoziare da pari a pari e di proteggere il mercato comune. Serve anche un salto politico: meno Bruxelles tecnocratica, più Bruxelles geopolitica. I dazi di Trump non sono solo una questione di bilancia commerciale: sono un attacco alla capacità dell’Europa di essere attore globale. Accettare passivamente l’imposizione americana equivarrebbe a dichiarare la propria irrilevanza. Conclusione: nella nuova era post-atlantica, o si sta in piedi o si è presi a calci Trump, da presidente in carica, ha dichiarato apertamente che gli USA non sono più “il poliziotto del mondo” e ora nemmeno “il partner fedele del mercato globale”. È un messaggio di rottura. Ma ogni crisi è anche un’opportunità. L’Europa può trasformare questo strappo in un momento fondativo per il proprio risveglio strategico, economico e politico. In un mondo in cui l’amico si comporta da avversario, non si può più vivere di rendita sulle alleanze del Novecento. È il tempo del coraggio e della lucidità. I dazi di Trump sono un pugno sul tavolo: l’Europa ha ora l’obbligo di rispondere senza isterie, ma con fermezza. di Redazione

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“Putin vuole la pace!”… E altre fiabe della buonanotte

Tra telefonate miracolose, memorie selective e illusioni vaticane, il “piano di pace” di Putin somiglia più a un piano di conquista con benedizione annessa. Donald Trump ci ha appena rivelato, con la solennità di un prete all’altare e l’entusiasmo di un venditore di aspirapolveri, che la guerra in Ucraina potrebbe finire a breve. Come? Grazie a una telefonata di due ore con Vladimir Putin. Due ore: il tempo di una pizza tra amici e — voilà — la pace mondiale è servita. E se poi i colloqui si fanno al Vaticano, magari tra una benedizione e una stretta di mano, che male c’è? “Che il processo abbia inizio!”, tuona The Donald, con la foga di chi lancia una nuova stagione di un reality show. Peccato che l’unico “processo” a cui sembra interessato Putin sia quello di inglobare metà dell’Ucraina e trasformare l’altra metà in una zona cuscinetto, stile vecchia DDR. Ma su questo, silenzio stampa. Nessuno che si azzardi a dire che “il negoziato” tanto agognato da alcuni, non è altro che una commedia in cui l’unico a conoscere il copione è proprio Putin. D’altronde, la Crimea? “Già russa”, ovviamente. Chi osa discutere? L’Europa, forse? Quella stessa Europa che non riesce a mettersi d’accordo nemmeno sull’ora legale? Quella che sventola la bandiera della pace mentre si dimentica che senza deterrenza militare, la diplomazia è solo un altro nome per “chiacchiere e tarallucci”? A proposito: in Calabria si dice che “quando l’asino non vuole bere, è inutile fischiare”. Ecco, Putin è l’ “asino”. Solo che non è un povero animale testardo, ma un leader che non vuole assolutamente “bere” la pozione della pace. E continuare a fischiare, come fanno Bruxelles e co., serve solo a farci venire il fiatone. Intanto, il Cremlino prende tempo. Finge apertura, propone un “memorandum” (che suona tanto quanto una lista della spesa con minacce tra le righe), e ribadisce che la Russia vuole “eliminare le cause profonde del conflitto”. Traduzione: niente NATO per Kyiv, e possibilmente nemmeno l’indipendenza. Ma tranquilli, si lavora per la pace! Nel frattempo, l’economia russa gira che è un piacere… in modalità guerra. Armi, propaganda, consensi interni: la macchina bellica funziona a pieni giri. Perché mai Putin dovrebbe voler fermare il motore adesso? E mentre Zelenskyj è messo in un angolo, Europa e Stati Uniti recitano un copione pieno di belle parole e zero azioni. Anzi, c’è il rischio concreto che, pur di dichiarare una “pace”, qualcuno firmi qualsiasi cosa, anche se include cedere Kherson, Zaporizhzhia, e magari pure un paio di città bonus. Ma ehi, Trump ha detto che risolverà tutto in un giorno. Cosa potrebbe mai andare storto? di [autore ironico a piacere]

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Trump, Landini e i dazi: quando la sinistra non sa più da che parte stare

Difendere i lavoratori va bene, purché non lo faccia quello lì. Ma guarda un po’, questa politica tutta trumpiana di difesa del lavoro, della produzione, del recupero industriale nazionale e del rilancio delle esportazioni – naturalmente a scapito della Borsa americana, delle Multinazionali USA, delle grandi Banche e della Speculazione globale – non dovrebbe, in teoria, far saltare di gioia Landini? Dopotutto, lui predica esattamente queste cose da una vita per l’Italia. Eppure, puntuali come un orologio svizzero, i commentatori televisivi di mezzo pianeta (quelli con il bonifico firmato da chi si sente “danneggiato”) arrivano alla solita conclusione: “I dazi si scaricheranno sui consumatori finali, cioè sui poveri lavoratori!”Che sorpresa, eh? A nessuno viene mai in mente il sospetto – chiamiamolo così, per carità di patria – che prima dei lavoratori potrebbero magari pagarne il prezzo altri pezzi della filiera produttiva. Né tantomeno che esistono lavoratori e lavoratori, consumi e consumi. Ma si sa, pensare è fatica. Intanto, dalle slides presentate oggi dal fine economista Fubini (Corriere della Sera) durante la trasmissione di Parenzo su LA7, emerge un dato curioso: di fronte ai dazi trumpiani, il popolo americano si spacca in due. Da una parte il 38% più povero, che quasi non se ne accorgerà; dall’altra il 62% medio-ricco, che invece ne risentirà parecchio.Effetti visibili? Due o tre mesi, mica un’era glaciale. Secondo Fubini e i suoi sapienti analisti, quindi, questa “manovra” durerà poco: <dura minga, non può durar!> e Trump dovrà, prima o poi, fare marcia indietro. E qui scatta la domanda delle cento pistole: Landini, Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni e l’imbarazzato caravanserraglio delle sinistre varie… voi da che parte volete stare? Con il 38% o con il 62%? Ma il vero tocco di genio, in questa tragicommedia tutta italiana, arriva quando si vede affrontare temi da Nobel dell’economia in uno studio di RAI 3, ad Agorà, con la presenza dell’On. Baldino (M5S). La quale, con sicurezza adamantina, se la prende niente meno che con Meloni e il suo governo, accusandoli dei ritardi (!) nella risposta ai dazi di Trump!Chapeau.

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