Tra acrobazie normative e numeri da prima pagina, la Spagna tenta la regolarizzazione di mezzo milione di persone. L’Europa osserva, calcola e si interroga.
Il circo equestre, quello vero, è disciplina e misura: cavalli addestrati, cavalieri in equilibrio, applausi quando il salto riesce. In Europa, il tendone resta, ma l’arte dell’equilibrio sembra talvolta cedere il passo all’improvvisazione. Gli artisti non mancano, il pubblico neppure: a difettare è, semmai, la certezza della rete.
L’ultima attrazione arriva dalla Spagna: la proposta di regolarizzare mezzo milione di migranti. Una cifra che impone rispetto già alla sola lettura, e che diventa scelta politica quando si traduce in atti concreti. Significa trasformare una presenza irregolare in una condizione riconosciuta, con diritti e doveri. E, trattandosi di uno spazio comune, significa anche incidere indirettamente su un equilibrio che non è soltanto nazionale.
Al centro della scena c’è Pedro Sánchez, che procede con decisione, forte di una visione che privilegia l’iniziativa rispetto all’attesa. Qualcuno vi legge un riflesso della lezione di Don Quixote: non tanto per l’illusione, quanto per la determinazione a sfidare ciò che appare immobile. In questa linea si inseriscono anche le posizioni assunte verso Donald Trump, verso Israele e rispetto al nuovo orientamento europeo in materia migratoria, più prudente e incentrato sulla responsabilità condivisa.
Non tutti, tra gli osservatori, condividono l’entusiasmo. In Francia, Bruno Retailleau ha espresso forti riserve, paventando effetti che potrebbero estendersi oltre i confini spagnoli e sollecitando controlli più stringenti. Anche il vicino Portogallo guarda con attenzione, consapevole che decisioni di tale portata, pur legittime sul piano interno, raramente restano prive di conseguenze nel contesto europeo.
Il nodo è tutto qui: l’Unione Europea è una costruzione delicata, fatta di compromessi e di pazienti aggiustamenti. Una scelta unilaterale, per quanto motivata, può trasformarsi in precedente e mettere alla prova un’architettura che già convive con tensioni economiche e politiche non trascurabili. Non si tratta di negare la sovranità nazionale, ma di riconoscere che, in un sistema interconnesso, ogni mossa ha un’eco.
C’è poi il capitolo della giustizia europea, evocata come possibile arbitro. Ma l’arbitro, si sa, interviene quando il fallo è evidente, e talvolta, anche allora, con tempi che appartengono più alla riflessione che all’urgenza. Nel frattempo, la partita continua.
Scriveva François-René de Chateaubriand che “gli dèi se ne vanno”. Forse non se ne sono andati: forse hanno semplicemente smesso di intervenire, lasciando agli uomini la libertà, e la responsabilità, di provarci da soli.
Sotto il chapiteau, intanto, il numero è partito e gli applausi non mancano. Resta solo un dettaglio, che nei grandi spettacoli si tende a rimandare: capire chi raccoglierà i biglietti all’uscita. Perché, in Unione Europea, il pubblico cambia, gli artisti pure, ma il conto, quello, ha la curiosa abitudine di restare sempre sul tavolo.
Giuseppe Arnò
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