Italia in preoccupante deriva

    Lasciti vandalici di manifestazioni Antifa e pro-Pal      Verona – Antifa vincit? Qui ed altrove?    Antifa. Cioè, collettivi antifascisti d’estrema sinistra, extraparlamentare o meno, dalle tendenze comuniste, anarchiche, socialiste libertarie, di provenienze no global e centri sociali autogestiti (con sedi plurivalenti anche in immobili occupati, esenti per… grazia ricevuta istituzionale da affitti, bollette e tasse da pagare o scontrini da rilasciare), strenui oppositori (talvolta con la violenza, come ampiamente dimostrato) della destra moderata, dell’estrema destra e, per default, dell’“area di compromesso” del centro liberale.    Liberi di scorrazzare (e spesso di far danno) in manifestazioni autorizzate o non, tra piazze e vie, vandalizzando e provocando, con rari arresti in flagranza di reato. A spese di cittadini che non vogliono immischiarsi in contrapposizioni ma che lamentano, loro malgrado, auto danneggiate se non bruciate, facciate dei palazzi riempite di scritte, vetrine sfasciate, aria ammorbata da effetti di bombe carta e lacrimogeni ecc., con dubbio appigliarsi ai diritti di manifestare e di riunione sanciti dagli artt. 21 e 17 della Costituzione, “interpretati” ad uso e consumo estremistico da chi scende in strada con intenti pianificati non proprio all’acqua di rose democratica.    Il Parlamento europeo, dal 2023, nicchia riguardo all’attribuire i movimenti Antifa quali “terroristici” mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald John Trump (New York, 14 giugno 1946), ha espresso l’intenzione, il 18 settembre 2025, d’etichettare Antifa come “organizzazione terroristica” firmando il 23 settembre successivo lo specifico decreto che lo sancisce. Gli è andato dietro il premier ungherese Viktor Mihály Orbán (Alcsútdoboz, 31 maggio 1964) quale contraccolpo al Budapest-Complex (lett. “Complesso di Budapest”, ovverossia “Gruppo di casi di Budapest”) consistente in aggressioni brutali da parte di militanti Antifa ai danni di estremisti di destra, registrati nella capitale ungherese nel febbraio 2023 (con conseguenti vertenze giudiziarie), in seguito all’annuale raduno neonazista denominato “Giorno dell’Onore” che commemora i soldati ungheresi e tedeschi uccisi nel corso dell’assedio sovietico alla città nella Seconda guerra mondiale (tra il 26 dicembre 1944 ed il 13 febbraio 1945).    Prima e dopo la tregua o non tregua nell’inferno della Striscia di Gaza tra forze d’Israele e miliziani del movimento islamico di resistenza Ḥamās (conseguenza sempre più colpevolmente oscurata e minimizzata del feroce attacco del 7 ottobre 2023 di quest’ultimo in territorio israeliano, appoggiato da altre formazioni armate palestinesi, con l’Operazione Diluvio al-Aqṣā, in arabo ʿamaliyya ṭūfān al-Aqṣā), i centri italiani sono stati teatro passivo di numerosi cortei pro-Palestina che hanno coinvolto un alto numero di attivisti. In un crescendo d’incanalamento politico-sociale, d’incondizionato supporto alle istanze palestinesi e di dura critica al Governo Meloni, arrivando al punto d’accusarlo di “complicità nel genocidio” in atto nella Striscia, secondo la vulgata e perpetrato dai militari israeliani con l’asserita “connivenza dell’Occidente”.    Come riportato dai media, frange minoritarie di manifestanti pro-Pal ed Antifa hanno messo (e continuano a farlo) a ferro ed a fuoco ambiti cittadini, attaccando le forze dell’ordine schierate in assetto antisommossa e ferendone centinaia, tra cui diversi in modo grave.    I  lasciti di queste manifestazioni sovente andate fuori controllo e misura sono evidenti in giro per Verona e non solo: muri (pure storici o ritinteggiati di recente), portoni, segnaletica imbrattati da “firme” Antifa ed anarchiche, sfoghi comunque teppistici che con il pacifismo e la solidarietà non hanno nulla a che spartire… Servizio e foto di Claudio Beccalossi

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Spunti di riflessione

Uomini o caporali – La domanda è ancora lecita Tra chiacchiere di palazzo, bussole impazzite e piani segreti che segreti non sono: la politica prova a darsi un tono, il mondo no.   C’è un vecchio adagio, attribuito al più filosofico dei comici italiani, Totò, che dovrebbe campeggiare all’ingresso di ogni istituzione: “Siamo uomini o caporali?” Domanda semplice, risposta complicata, in particolar modo quando la politica s’ingegna per offrirci prove quotidiane che la linea di confine tra le due categorie esiste ancora, ma si assottiglia come un elastico di scarsa qualità. L’ultimo esempio lo serve la vicenda Garofani: una conversazione privata che privata non era, un’uscita definita “inopportuna”, un volo istituzionale finito in bufera e subito ricucito con un colpo di spugna da Fratelli d’Italia: “Questione chiusa. Solo chiacchiere tra amici.” Peccato che le “chiacchiere tra amici”, quando si è in servizio, dovrebbero restare ben lontane dalla cabina di comando. Regola da caporali, certo. Ebbene, alla fine niente di nuovo, ma se non altro, l’episodio ha fornito un pretesto per un tè cordiale tra Mattarella e Meloni. Diplomazia spicciola? Forse. Ma almeno si sono parlati cortesemente: in tempi come questi è già quasi un successo. La politica che non orienta più Il problema è che le chiacchiere, da noi, non restano mai tra amici: diventano il tessuto connettivo della vita pubblica. E mentre politica e media inseguono la polemica del giorno, il cittadino medio fa l’unica cosa che ancora gli riesce bene: restare a casa. Perché votare? Si chiede amaramente. Non c’è più fiducia, non c’è più prestigio, non c’è più coraggio. E l’opposizione? Non si offenda, ma la bussola che dovrebbe guidarla sembra avvicinarsi ogni giorno di più a un magnete potentissimo, non sempre il più lusinghiero. Lo dimostra l’episodio di Carmen Consoli all’università: un comizio improvvisato condito da insulti alla premier. È questo il nuovo stile? Il nuovo garbo? O siamo davanti all’ennesimo segnale che il magnetismo, da qualche parte, s’è messo a tirare troppo forte? Intanto i numeri parlano chiaro: Meloni stabile al 30,5%. Schlein scende al 22%. Sarà colpa del magnetismo, certamente, non delle idee che scarseggiano. Auguriamoci che il Pd ritrovi una bussola degna di questo nome e, soprattutto, la capacità di fare opposizione secondo il catechismo istituzionale: con impegno e risultati. In fondo sarebbe un beneficio per tutti. Il mondo intanto fa… il mondo Mentre in Italia ci scanniamo per beghe e battutine, oltre confine gira voce di un piano segretissimo, dunque immediatamente noto a tutti, tra Usa e Russia per chiudere la guerra in Ucraina: Crimea e Donbass a Putin, e qualcosa in più. Un piano in 28 punti, trattato nell’ombra, filtrato sui giornali e subito smentito dal Cremlino. È la solita liturgia: si lancia la bomba diplomatica, si nega il giorno dopo, e nel frattempo si continuano a bombardare città e civili come se la pace fosse un dettaglio burocratico. Pagliacciate? Il termine è indulgente. In tempi normali chi diffonde certe notizie dovrebbe risponderne. In tempi tragici come questi dovrebbe risponderne il doppio. Il mondo sembra ormai diviso tra chi chiacchiera, chi gioca a Risiko con Paesi veri e chi incita alla guerra come se fosse una partita allo stadio. Gli ipocriti megalomani, che un tempo avremmo confinato nella categoria dei matti (non sia mai confonderli con I Pazzi,  la nobile famiglia fiorentina), oggi sono la crema delle élite globali. I migliori tra noi, dicono. Più spesso, i più pericolosi. Finale  E così restiamo qui, tra caporali che vogliono sembrare uomini e uomini che si comportano da caporali, tra opposizioni senza nord e governi con troppo sud, tra piani segreti che durano meno di una notifica WhatsApp. Qualcuno si ostina a sperare che domani andrà meglio. Noi, alla maniera del buon Indro, ci limitiamo a osservare: andrà diversamente. Meglio? Non fatevi illusioni. Non subito, almeno. Per quello ci vorrebbero meno chiacchiere e più uomini. E, a giudicare dalla stagione, siamo in penuria di entrambi. Giuseppe Arnò

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Il potere della resilienza

Di Mambro Dolores   In una realtà sempre più complicata e piena di sfide è sempre più evidente che occorre necessariamente adottare una nuova mentalità per affrontare la vita. Dalle pandemie globali, catastrofi naturali, conflitti politici e guerre, in un contesto del genere, la resilienza diventa la chiave per superare le difficoltà e costruire un presente migliore sia a livello individuale che collettivo. La resilienza è una forza silenziosa che ci permette di affrontare le avversità della vita. Tale termine richiama la matrice latina “resilire”, saltare indietro, rimbalzare, per esprimere la capacità dell’individuo di fronteggiare una situazione stressante, acuta o cronica. Questo concetto si applica sotto più sfaccettature infatti se parliamo di metalli rappresenta la loro capacità di resistere agli urti improvvisi, senza spezzarsi o cedere. In psicologia questa parola richiama alla capacità di adattarsi alle difficoltà, ritrovando risorse interiori e un nuovo equilibrio a costo di riorganizzare e rivedere la propria vita. Essere resilienti non significa opporsi alle sole pressioni dell’ambiente, ma implica una dinamica positiva, una capacità di andare avanti, nonostante le crisi. A tal proposito non significa non soffrire, ma saper reagire alle avversità in maniera costruttiva. Non si tratta di una qualità innata, ma un competenza che attualmente rappresenta un potere inestimabile, da coltivare ogni giorno, poiché permette all’individuo di superare le difficoltà esistenziali. Per svilupparla occorre prendere responsabilità, gestire efficacemente lo stress; circondarsi di perone positive ; avere consapevolezza delle proprie emozioni dando un senso alla propria vita. Le persone resilienti tendono ad avere una maggiore autostima, maggiore capacità di regolare le emozioni e una prospettiva ottimistica sulla vita. Come nella vita anche nello sport gli atleti resilienti non si arrendono dopo una sconfitta, ma la usano per migliorare, sotto l’aspetto motivazionale. La resilienza è come il potere di un muscolo che si allena, si rafforza per sostenerci nei momenti più difficili della vita.

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Rievocazione della Battaglia di Lèpanto.

Dalla cristianità trasversale d’un tempo all’attuale laicismo assurdo europeo. Abbottonata intervista al console generale della Federazione Russa a Milano       Settimo (Pescantina, Verona) – Un evento storico-rievocativo, con proiezioni nell’attualità, passato immeritatamente in sordina, se non bollato, minimizzato o compatito quale russofilo per certi accostamenti “scomodi”, all’indice d’un odierno, balbettante diritto di critica, disciplinato dall’art. 21 della Costituzione italiana. Nell’accogliente e suggestiva location di Villa Bertoldi, risalente al XVII secolo, l’Associazione culturale Veneto-Russia, presieduta da Palmarino Zoccatelli, ha tenuto il suo nono evento commemorativo della vittoria cristiana nella Battaglia di Lèpanto (in greco Nàfpaktos, Nàupaktos, affacciata sul golfo omonimo, parte interna del golfo di Corinto, nonché frazione del comune di Nafpaktia, in Grecia occidentale), del 7 ottobre 1571. Lo scontro in mare avvenne durante la guerra di Cipro tra le navi musulmane dell’Impero Ottomano e quelle cristiane della Lega Santa (unite dalle insegne pontificie), metà delle quali appartenenti alla Repubblica di Venezia e con le altre soggette all’Impero spagnolo (inclusi i regni di Napoli, Sicilia e Sardegna), allo Stato Pontificio, alla Repubbliche di Genova e Lucca (aggregate alle galee genovesi), ai Cavalieri di Malta, al Granducato di Toscana, ai ducati di Savoia, Urbino, Ferrara, Parma e Piacenza, Mantova. L’unione alleata, condotta da Don Giovanni d’Austria, sconfisse le forze ottomane, comandate da Müezzinzade Ali Pascià, morto in battaglia. Il titolo dell’incontro pubblico s’è barcamenato, con un pizzico di polemica, tra ieri ed oggi: “Lèpanto 1571: l’Europa cristiana sconfigge i turchi. 2025: l’Europa laicista fa guerra alla Russia cristiana. Un paradosso nella storia europea”. Coordinato dallo stesso Zoccatelli, il corposo programma ha visto dapprima i saluti di Vito Comencini (ex deputato della Lega per Salvini Premier ed ora leader di Popolo Veneto) nel giorno del suo compleanno e, poi, l’intervento di Mauro Murgia, dell’Associazione “Amici di Beslan”, in merito al suo ultimo viaggio appunto a Beslan (tragico teatro della famigerata strage, avvenuta fra il 1º e il 3 settembre 2004, perpetrata da fondamentalisti islamici e separatisti ceceni nella scuola Numero 1 della cittadina nella repubblica autonoma dell’Ossezia del Nord, nel Caucaso). È seguito il videosaluto di mons. Carlo Maria Viganò (che, nel giugno 2024, è stato accusato di scisma dal Dicastero per la dottrina della fede e, il 5 luglio successivo, lo stesso organismo vaticano l’ha dichiarato colpevole del delitto canonico di scisma, ribadendo d’essere incorso nella scomunica latae sententiae a causa del suo “rifiuto di riconoscere e sottomettersi al Sommo Pontefice, della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti e della legittimità e dell’autorità magisteriale del Concilio Ecumenico Vaticano II”. Scomunica non riconosciuta dall’interessato, affermando di voler proseguire a celebrare le funzioni religiose). A mons. Viganò è succeduto il lucido esame di realtà contemporanee esposto da Gianandrea Gaiani, già reporter di guerra in vari fronti, attuale opinionista su emittenti televisive e direttore responsabile di “Analisi Difesa”, primo magazine online in Italia a trattare argomenti militari e di difesa, anche sotto il punto di vista tecnico-industriale. Sono poi seguiti i contributi di Antonio Imperatore (“Amici della Russia Imperiale”), Dmitry Shtodin (console, con grado diplomatico di Ministro Straordinario e Plenipotenziario di 1^ Classe, del Consolato generale della Federazione Russa a Milano), Velimir Tomovic (giornalista e documentarista), Nicola Cavedini (presidente del Comitato Celebrazione Pasque Veronesi), Riccardo Pasqualin (che ha presentato il suo libro-ricerca “Il Codino. Un giornale padovano filocarlista”, Edizioni Solfanelli, 2024), Vincenzo Lorusso (giornalista freelance nel Donbass, autore di “De russofhobia”, 4 Punte Edizioni, 2025) in videomessaggio. Al termine dell’articolata disamina, il console generale Shtodin (Vladivostok, 1963, in servizio presso il ministero degli Affari esteri di Mosca dal 1989), alquanto riservato e cauto nell’esprimere pareri, ha, in qualche maniera, replicato ad alcune domande d’attualità internazionale.   Dmitry Shtodin: «Israele e Palestina? Due Stati! Russia ed Ucraina? C’è un negoziato che si svolge!»     – In Italia si sta passando dalla russofobia all’israelofobia per la questione Israele-Palestina. Cosa ne pensa? Il console, dopo aver scosso la testa in senso di non disponibilità a rispondere, ha infine affermato: «Non è nostro compito, per favore, per favore. Non posso nemmeno dare commenti a questo riguardo, no. La posizione del governo di Mosca è solo questa: la soluzione di questo conflitto è due Stati. Non le posso dire nient’altro. L’esistenza di due Stati, palestinese ed israeliano». – Pare che Putin abbia approvato il piano di Trump per Gaza. «Non ho ancora sentito gli argomenti del suo portavoce (Dmitrij Sergeevič Peskov, n.d.a.) e per questo non le posso dire qualcosa».  – E per quanto riguarda la guerra tra Russia ed Ucraina, l’“Operazione militare speciale” di Mosca nei confronti di Kyïv , quando pensa potrà avere termine? «Guardi, è stato avviato un processo di negoziati, c’è un negoziato che si svolge, dobbiamo pazientare. Nient’altro, nient’altro, nient’altro». – Anche perché lo stesso presidente ucraino Zelens’kyj non è più legittimato al potere, il suo mandato, infatti, è scaduto. «Ci sono colloqui tra due delegazioni, russa ed ucraina, ecco. Non abbiamo contatti diretti con l’amministrazione degli Stati Uniti. Insomma, questi due formati di negoziato dovrebbero dare dei risultati. Poi vedremo cosa avremo come esito».  – Ci sarà un’evoluzione anche per i buoni rapporti tra Putin e Trump? «Sì, c’è un buon rapporto con il  nostro presidente che sottolinea personalmente quello che fa di positivo Trump. Voi lo sapete molto bene».   Servizio e foto di Claudio Beccalossi

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Non tutti i mali vengono per nuocere (anzi, talvolta fanno miracoli)

Tra Salis salvata dai suoi stessi e Landini ai tamburi di guerra, la sinistra si autoaffonda con zelo e il governo veleggia tranquillo, non verso Gaza ma verso mari decisamente più prosperi. A volte la Provvidenza ha il senso dell’umorismo. Prendete il caso di Ilaria Salis, scippata per i capelli, letteralmente e metaforicamente, alla giustizia ungherese: doveva essere il simbolo della resistenza antifascista, è finita per diventare la cartina di tornasole della confusione morale di chi la osanna. Dopo aver implorato l’aiuto delle destre, alza il pugno chiuso e brinda all’antifascismo. Non è un paradosso, è un varietà. Nel frattempo, Landini scandisce scioperi a ritmo di tam tam come se la lotta di classe fosse una danza tribale, mentre nei consigli comunali si premiano attiviste che negano perfino le tragedie di ottobre. È un festival dell’autolesionismo ideologico: tanto zelo da meritare una medaglia al masochismo politico. Eppure, come diceva il vecchio adagio, non tutti i mali vengono per nuocere. Perché mentre la sinistra si arrotola su se stessa, il governo Meloni procede spedito, e non con rotta verso Gaza, ma verso lidi che,  volenti o nolenti, sono quelli che contano davvero per il Paese. Se questo è il “tanto peggio” della sinistra, non c’è dubbio che per il governo sia davvero “tanto meglio”. E vien quasi da ringraziare: a forza di errori, l’opposizione è diventata il più efficiente alleato del potere. In fondo, se il nemico insiste a scavarsi la fossa da solo, non è buona educazione interromperlo. di Redazione

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La Terza Guerra Mondiale?

    Già in saldo al supermercato delle economie globali  Mentre i media annunciano l’Armageddon come se fosse la prossima puntata di una serie tv, la guerra è già in corso: non si combatte coi carri armati, ma coi dazi e i grafici del PIL.     Si parla tanto di Terza Guerra Mondiale. I giornali ne fanno titoloni, i talk show ci campano da mesi, e i politologi improvvisati si alternano per spiegare quando scoppierà e chi sarà il primo a premere il pulsante rosso. Intanto, il pubblico a casa si divide: metà già cerca rifugio nei tunnel della metropolitana, l’altra metà si consola pensando che, alla fine, morire per una bomba o per il mutuo scaduto cambia poco. Ma la verità è che la Terza Guerra Mondiale è già in corso. Non serviva nemmeno l’oracolo di Delfi: lo diceva persino Papa Francesco. Non si spara (ancora) in tutte le piazze, ma i missili sono stati sostituiti dalle sanzioni, i fucili dai dazi, e i campi di battaglia dalle borse valori. Altro che polvere da sparo: oggi basta un tweet di Trump per far crollare mezzo pianeta. Grande protagonista di questa guerra “senza morti ma con fallimenti” è proprio Donald Trump, che ha sostituito le cannoniere con il tariffario doganale. Una mossa geniale: costa meno, fa più paura e non lascia cadaveri, solo container fermi nei porti. Gli Stati ormai giocano a Risiko con le economie: chi è bravo fa scacco matto, chi è lento paga il 50% di dazio sulle noccioline. India, Cina e Stati Uniti recitano la parte dei tre grandi generali di questo conflitto 2.0. Si stringono la mano davanti ai fotografi e, subito dopo, si infilano un pugnale commerciale alle spalle. Gli indiani piangono per i dazi americani, i cinesi rispondono con l’antidumping, e gli americani cercano di vendere la guerra in Ucraina come fosse un abbonamento premium alla democrazia globale. Morale della favola: i media gridano all’apocalisse nucleare, ma intanto la guerra c’è già, e la stiamo combattendo con il portafoglio. Più che Terza Guerra Mondiale, sembra la prima guerra dei consumatori: vincerà chi riuscirà a comprarsi il mondo a rate, senza interessi. Epilogo: Come ogni guerra, anche questa finirà. Non con trattati firmati a Versailles o Yalta, ma con un link su Amazon Prime: “Nuovo Ordine Mondiale, spedizione gratuita, consegna in 48 ore.” Giuseppe Arnò

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Zelensky, il patriota che qualcuno scambia per guitto

Tra retorica da teatrino e realtà di un popolo che resiste C’è chi ama definire Volodymyr Zelensky “il guitto di Kiev”, come se guidare un Paese sotto le bombe fosse un esercizio di cabaret. Una definizione curiosa, soprattutto se si pensa che parliamo di un uomo con solide basi culturali, laureato in economia e diritto, non certo l’ultimo arrivato al circolo delle imitazioni. Si potrebbe sorridere, se non fosse che in gioco non c’è uno spettacolo di provincia, ma la sopravvivenza di una nazione. Zelensky, infatti, non ha scelto di abbandonare la scena al primo colpo di cannone: ha preferito restare accanto al suo popolo, con la dignità di chi difende la propria casa e la propria libertà. Non è un attore che recita un copione, ma un presidente che ha deciso di viverlo sulla pelle. E allora, quando si insinua che il suo sostegno internazionale sia frutto di un’operazione da burattinai, viene da sorridere amaramente. Perché l’appoggio di gran parte dell’Occidente non è la folla che applaude un teatrino da piazza, ma il riconoscimento concreto, politico, economico e morale di un popolo che non vuole piegarsi. Naturalmente, la storia darà i suoi verdetti, come sempre. Ma già oggi possiamo dire che Zelensky non sarà un genio della geopolitica, né un condottiero rinascimentale: è però un patriota autentico, uno che non ha abbandonato la nave quando affondava. Certo, non sarà neppure Machiavelli, ma nell’ora più buia ha dimostrato ciò che conta davvero: coraggio, dignità, patriottismo. Qualità rare, che fanno sorridere amaramente quando qualcuno le scambia per cabaret. E per concludere: In un mondo che troppo spesso si accontenta di applausi facili, Zelensky ha scelto la scena più difficile: quella della realtà. E se mai ci sarà una standing ovation, sarà la sua, non quella di chi recita copioni altrui. Giuseppe Arnò

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🤝 Il gossip batte la geopolitica 3 a 0

Se Brigitte ignora la mano di Macron, il mondo trema… ma nessuno sa perché erano a Londra Nell’epoca dell’informazione istantanea e dell’opinione preconfezionata, pare che la stampa abbia deciso di abdicare alla sua nobile missione di raccontare il mondo, preferendo invece occuparsi del mondo… delle unghie di Putin o dei mancati sfioramenti di mano tra coniugi presidenziali. L’ultima “notizia bomba” riguarda l’arrivo in pompa magna di Emmanuel Macron e signora nel Regno Unito. Un evento storico, la prima visita di Stato di un leader europeo dopo la Brexit. Un’agenda fitta di incontri con Re Carlo III, il Principe di Galles, e probabilmente pure con il maggiordomo di Downing Street. Ma che importa! L’unico vero scoop è che Brigitte ha gentilmente declinato la mano del marito scendendo dall’aereo, preferendo – orrore! – il rassicurante corrimano. Immediato il delirio mediatico: “crisi coniugale”, “clima glaciale”, “lo ha fatto di nuovo dopo lo schiaffo in Vietnam!” (che già all’epoca sembrava più una carezza maldestra che un’aggressione diplomatica). Alcuni editorialisti si sono lanciati in analisi da romanzo rosa di terz’ordine, altri hanno sfoderato diagrammi relazionali per spiegare la “distanza emotiva” tra i due. Pochissimi, nel frattempo, si sono chiesti perché Macron fosse a Londra. Che poi, se anche la premiere dame avesse preferito il corrimano al marito, sarà forse per motivi di equilibrio, non certo politico. Ma nell’epoca della notizia a tutti i costi, meglio la foto virale di un gesto anodino che una riflessione su relazioni franco-britanniche, commercio post-Brexit, sicurezza europea o aiuti all’Ucraina. E mentre la stampa si esercita nel body language da rotocalco, il mondo continua a girare (sì, anche senza quella mano). Il problema è che non ce ne stiamo accorgendo: troppo impegnati a scrutare le scale dell’aereo, quando dovremmo guardare un po’ più in alto. O quantomeno leggere il comunicato ufficiale della visita. Insomma, cari cronisti del brivido sentimentale, diamoci un reset: meno telenovela e più notizie vere. La geopolitica, in fondo, è già abbastanza teatrale di suo. Non serve farla diventare un episodio di Beautiful. di Redazione

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Ad Altomonte un sabato tra musica, solidarietà e prevenzione

Claudia Gerini protagonista di una giornata che intreccia cultura, salute e impegno sociale: spettacolo serale dedicato a Franco Califano   Altomonte si prepara a vivere un sabato d’estate che profuma di bellezza, musica e impegno. Un appuntamento che unisce la forza della prevenzione alla magia del palcoscenico, la riflessione sociale al piacere dell’arte, con un’ospite d’eccezione: Claudia Gerini. Sabato 28 giugno, infatti, la cittadina calabrese diventerà il cuore pulsante di “Radio Eventi Generazioni. Più storia, più paesaggio, più turismo”, una manifestazione che, oltre a intrattenere, vuole lasciare un segno profondo nella comunità. Il pomeriggio si aprirà all’insegna della prevenzione: grazie alla collaborazione del Lions Club Pollino-Sibaritide-Valle dell’Esaro “Castello Aragonese”, dalle ore 16:00 alle 19:00 presso il centro sanitario locale, sarà possibile effettuare gratuitamente screening per la prevenzione del tumore al seno col rinomato dott. Luigi Postorivo. Un’iniziativa concreta per ricordare quanto la salute femminile meriti attenzione continua, ben oltre le ricorrenze. In questo contesto di sensibilizzazione e attenzione sociale, un ringraziamento particolare va al dott. Don Paolo Baratta, figura di spicco nel panorama internazionale, distintosi per il suo impegno anche fuori dai confini nazionali. La sua presenza rappresenta un autentico esempio di eccellenza calabrese nel mondo, un simbolo di quanto la qualità e la dedizione possano fiorire anche oltre la propria terra d’origine. Al suo fianco, il giovane talento musicale Federico Lauro, che ha saputo dare un prezioso contributo al programma, non solo con la sua arte, ma anche con la sua sensibilità verso la causa della prevenzione oncologica. A seguire, il Comune ospiterà “Note per la Vita”, un format che vedrà protagonisti cultura e società: appassionati, rappresentanti di associazioni del terzo settore e la stessa Claudia Gerini si confronteranno in un workshop e in un social talk coordinato dalla dott.ssa Marianna Affortunato, grazie all’impegno di Radio Nord Castrovillari e dell’Associazione “Dolce Sara”. Ad allietare il pubblico, le performance musicali di Federico Lauro, Beatrice Limonti e Luca Oliveto. Ma il cuore dell’evento batterà forte alle 21:30, quando l’Anfiteatro “Costantino Belluscio” accoglierà lo spettacolo “Qualche estate fa. Vita, poesia e musica di Franco Califano”, interpretato da Claudia Gerini e dal prestigioso Solis String Quartet. Un tributo raffinato al “Califfo”, cantore delle verità scomode e delle dolcezze estive, in una serata che già si preannuncia memorabile. La manifestazione, organizzata dall’associazione Antropos con il sostegno di Avis, Lions Club e patrocinata dalla Regione Calabria e dal Comune di Altomonte, rappresenta un perfetto esempio di sinergia virtuosa tra cultura, turismo e solidarietà. Non mancherà, durante la giornata, la consegna del premio “Donna, fiore d’amore”, a cura di Cidis Impresa Sociale ETS, per celebrare l’impegno femminile nella società contemporanea. Come sottolinea il sindaco Gianpietro Coppola:“Sarà una giornata di alto profilo culturale e sociale, un’anteprima che ci proietta verso il Festival Euromediterraneo 2025. Altomonte saprà ancora una volta unire bellezza, riflessione e attenzione verso la salute della donna, un bene da difendere sempre.” Un sabato speciale, dunque, dove arte, prevenzione e solidarietà cammineranno fianco a fianco, confermando come la cultura possa essere strumento di crescita e di coesione per un’intera comunità. di Redazione

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Dalla Marcia su Roma al meme del cane: anatomia sentimentale della Destra (e della Sinistra) postmoderna

“La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa.” — Karl Marx       Nessuna infografica, nessun saggio di geopolitica o editorialista della domenica ha descritto meglio l’evoluzione della Destra novecentesca quanto quel celebre meme: a sinistra, un cane iper-palestrato, mascella quadrata, occhi infuocati; a destra, lo stesso cane, ma decrepito, tremolante, ormai fuso nel divano con un plaid addosso e la faccia da chi ha appena perso anche l’ultimo treno per la storia. Eppure, lì dentro — in quel banalissimo collage da social — c’è tutto: il passaggio dalla Destra come progetto di dominio e trasformazione del mondo, alla Destra come comitato di accoglienza del proprio pubblico. E sì, vale la pena tentare una (sempre parziale e raffazzonata) ricostruzione. Un secolo fa: velleità e violenza Cento anni fa, la Destra era muscolare, ideologica, perfino mistica. Fascismi, nazionalismi, tradizionalismi, colonialismi: la missione era grande, era storia con la S maiuscola. La Destra credeva in qualcosa — spesso in qualcosa di profondamente sbagliato, ma comunque qualcosa. Un’Idea che pretendeva di prevalere sulla realtà. L’uomo nuovo, l’ordine, la gerarchia, la forza, l’onore. Dall’altra parte, la Sinistra era lo spazio della massa informe: lavoratori sfruttati, anarchici disorganizzati, drogati, bohémien e utopisti. Era caos, fermento, utopia: lo “stato brado” dell’umanità, ancora tutta da civilizzare attraverso l’istruzione, l’emancipazione, la lotta. Oggi: Nutella contro Nietzsche Nel 2025 la mappa si è rovesciata. La Sinistra è diventata la custode del progresso. Non più l’assalto al cielo, ma la manutenzione del mondo. Porta sulle spalle tutto il peso della moralità, dell’ecologia, dell’inclusività, dei diritti, della complessità. È diventata seria, tragicamente seria. Un’ideologia che non ha più il fascino della rivoluzione, ma la noia della responsabilità. La Destra, invece, ha fatto implosione. Non ha più una narrazione, né un orizzonte. Il suo rappresentante più paradigmatico — Matteo Salvini — ha tradotto il vecchio “Credere, obbedire, combattere” in “Mangiate Nutella e fatevi i cazzi vostri”. Il suo messaggio è chiaro: non cambiate. Rimanete esattamente come siete. Pigri, confusi, approssimativi, a vostro agio tra il barbecue abusivo in giardino e lo scontrino non fatto. Non c’è più traccia dell’ambizione tragica, imperiale, mistica. Al suo posto c’è il cazzeggio — ma un cazzeggio elevato a filosofia, a progetto politico. L’uomo della Destra postmoderna non vuole trasformare il mondo, vuole che il mondo non lo disturbi. Conservare l’individuo, non i valori Una volta si parlava di conservatorismo, cioè di un ordine superiore da difendere. Oggi si tratta di conservazione individuale: la propria casetta, il condono edilizio, il motorino truccato del ’97, il privilegio come diritto acquisito. Non c’è più Patria, c’è il giardino di casa. Non c’è più Tradizione, c’è il “mi sono sempre fatto così”. In un mondo in cui la Destra ha perso la guerra culturale, non cerca di riscrivere i valori: li evita. Se la moralità è oggi patrimonio della Sinistra, la Destra ha scelto di essere amorale, apolitica nel senso più profondo: senza polis, senza progetto comune. Essere di sinistra oggi: una condanna al pensiero Il paradosso è che, per quanto ridicolizzata, è la Sinistra che oggi si fa carico della continuità storica dell’Occidente: Hegel, Kant, Marx, perfino Cristo. L’idea che la Storia abbia un senso, che le nostre azioni contino. Che ci sia un dover essere. Ma a quale costo? Essere di sinistra oggi è una maratona morale. È svegliarsi ogni mattina e ricordarsi di essere fallibili, di dover correggere i propri bias, di dover pensare agli altri, al pianeta, agli esclusi. È rinunciare al sollievo della pancia e scegliere ogni giorno il peso della testa. La vittoria della destra è una disfatta mascherata Eppure la Destra vince. In Italia, certo — ma non solo. Vince quasi ovunque in Europa. Ma è una vittoria di Pirro, una conquista illusoria, incapace di tradursi in strategia, visione o guida. La Destra vince perché non pretende nulla dal proprio elettorato, ma questa non è forza: è abdicazione. Il continente appare un corpo flaccido e spaesato. Di fronte alle sfide geopolitiche del nostro tempo — la Cina, la Russia, l’AI, le migrazioni, le transizioni ecologiche e digitali — l’Europa è un vecchio cane stanco che prova ogni tanto a ringhiare, ma non riesce nemmeno ad abbaiare. Le destre d’oggi non propongono soluzioni, non immaginano futuri: al massimo, provano nostalgia per i mondi scomparsi. È una destra che vuole governare ma non guidare, sedersi ma non costruire, sorvegliare ma non decidere. Una destra che prende i voti come si prende un like: per simpatia, per pigrizia, per paura. Ma poi si arena, si inchioda, si incarta su se stessa. Conclusione: Cani vecchi in un continente stanco Ecco perché quel meme è così efficace. Perché racconta una verità scomoda: la Destra ha smesso di credere nella storia e si è rifugiata nella sitcom quotidiana; la Sinistra si è presa tutto il fardello della coscienza, e ne è uscita stanca, cupa, insopportabile. Nel frattempo, l’Europa — che pure si credeva l’avanguardia del mondo — è diventata la pancia molle del pianeta. Un continente che non ha più nemici esterni da combattere, né sogni interni da inseguire. Che si specchia nel proprio cane tremolante e si domanda, sottovoce: “Che cosa siamo diventati?”

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