Fate largo ai pannolini intelligenti! O dell’illusione che l’immigrazione ci salverà

Editoriale settimanale sullo stato delle idee (e delle non idee) in Europa C’è chi vede nell’invecchiamento demografico europeo un’emergenza da codice rosso. Le culle vuote terrorizzano i ministri dell’economia più delle guerre commerciali, e la comparsa di un nonno ogni due giovani fa tremare le Borse come un’inflazione fuori controllo. E la soluzione a tutto questo? Ma è ovvio: “importiamo persone”. A pacchi. A container. A flussi “governati” – parola magica che, in politica, di solito significa: non abbiamo la minima idea di come farlo, ma fa bene dirlo. Ora, l’idea che basti spalancare le porte all’immigrazione per risolvere il declino demografico è comoda quanto ingenua. Non solo ignora la complessità sociale e culturale dei processi migratori, ma sembra dimenticare che le società ospitanti sono fatte di persone, non di algoritmi: troppe tensioni non integrate generano, a lungo andare, più crisi che risorse. E mentre alcuni sognano una forza lavoro giovane, docile e già pronta per le fabbriche, altri – meno entusiasti – ricordano che, senza strutture e politiche serie, il prezzo si paga in convivenza civile, coesione sociale e identità culturale. Esistono, per fortuna, alternative più sofisticate del “via libera agli arrivi”. Ce lo ricorda anche lo European Council on Foreign Relations nel suo recente policy brief, ripreso con precisione da Silvia Bosco. Tra le soluzioni proposte: rilanciare il capitale umano già esistente (come se fosse normale non utilizzare a pieno donne, anziani e giovani), investire in tecnologie e automazione, completare finalmente quel mercato unico europeo che ci portiamo dietro dagli anni ’90 come un mobile smontato dell’IKEA, e stringere alleanze intelligenti con i Paesi a crescita demografica accelerata. Insomma: usare il cervello prima di usare il passaporto altrui. La verità è che la demografia non è un problema da riempire, ma da ripensare. È troppo comodo invocare una “risorsa umana esterna” senza prima aver valorizzato quella interna. E troppo miope usare la migrazione come panacea, ignorando le sue sfide strutturali. La via d’uscita non passa solo dalle frontiere, ma dalla scuola, dall’innovazione, dalla visione. E – perché no – anche da un po’ di sano realismo politico.  Nota di Silvia Bosco: “Nel suo approfondimento per ECFR, Alberto Rizzi sintetizza una strategia plurima: attivare pienamente il capitale umano europeo; automatizzare i processi produttivi; completare il mercato unico e allargare l’Unione; e sviluppare partnership con aree a crescita demografica. L’immigrazione compare, sì, ma in forma selettiva, regolata, finalizzata a colmare specifici vuoti di competenze, non a sostituire interi sistemi in declino. Insomma: non è la bacchetta magica, ma solo uno degli strumenti possibili – da usare con intelligenza, non con ideologia”. di Redazione   Foto:  CC0 Dominio pubblico

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Università, caro affitti e verità scomode: chi può davvero permettersi di studiare fuori sede?

Da anni il dibattito sul “caro affitti” per gli studenti universitari fuori sede è tornato al centro dell’attenzione, alimentato da proteste in tenda nelle piazze e dal sostegno politico più o meno coerente. Ma dietro la retorica della “lotta per il diritto allo studio”, vale la pena porsi alcune domande concrete: chi sono davvero questi studenti fuori sede? E chi può permettersi oggi di studiare a centinaia di chilometri da casa? L’Italia presenta un’offerta universitaria estesa e articolata: non esiste regione, e raramente provincia, che non abbia almeno una sede universitaria. A ciò si aggiunge la crescita esponenziale delle università telematiche, con sedi d’esame sparse ovunque, alimentate da un marketing aggressivo e capillare. Eppure, nonostante questa capillarità, l’Italia resta fanalino di coda in Europa per numero di laureati. Il compianto prof. Domenico De Masi attribuiva il fenomeno alla scarsa attenzione dello Stato verso l’università e la ricerca. Ma questa lettura appare parziale. Il tessuto produttivo italiano è fatto per oltre il 90% da micro e piccole imprese a conduzione familiare, attive nei settori più tradizionali. Con circa quattro milioni di partite IVA — il doppio di Germania e Francia — l’Italia offre un contesto in cui spesso il titolo di studio universitario è visto come superfluo per la prosecuzione dell’attività di famiglia. Molti giovani, in vista del passaggio generazionale, si fermano al diploma, preferendo percorsi tecnici più immediatamente utili al lavoro concreto. Ma torniamo al caro-affitti. Se il sistema universitario è già saturo in termini di offerta, concentriamoci sui veri “fuori sede”: coloro che, per ambizione o per la reputazione dei corsi, si spostano da Sud a Nord per frequentare le università più blasonate — Roma, Milano, Torino, Bologna, Venezia, Firenze, Napoli. Chi sono queste famiglie che riescono a mantenere un figlio fuori sede? Realisticamente, si tratta di nuclei con redditi tra i 40 e i 50 mila euro netti annui. Un figlio in una grande città costa almeno 1.000-1.200 euro al mese: tra affitto, cibo, trasporti, libri e spese accessorie. Un terzo del reddito familiare. Se consideriamo anche il mutuo, resta poco margine per il resto della famiglia. Le famiglie con redditi inferiori, di norma, scelgono università più vicine, anche a 150-200 km, facendo i pendolari o rientrando nel fine settimana. Inoltre, queste famiglie accedono spesso a borse di studio regionali e altri benefici, nella misura in cui i bilanci lo consentono. Allora, quante sono le famiglie in grado di sostenere davvero gli studi fuori sede in una grande città? Poche. Una minoranza benestante del ceto medio-alto. In questo contesto, la presenza di Elly Schlein nelle piazze accanto agli studenti in tenda pone interrogativi politici. Solidarietà a chi, escludendo ogni retorica, è figlio di famiglie relativamente abbienti, che probabilmente non votano nemmeno a sinistra? E i figli delle famiglie più fragili, che restano a casa, pendolari o iscritti ad atenei locali, dove sono in questo racconto? Chi replica dicendo che è ingiusto precludere ai meno abbienti l’accesso alle università d’élite ha perfettamente ragione. E infatti, in passato, queste disuguaglianze venivano corrette con un sistema di sostegno pubblico basato sul merito: borse di studio, case dello studente, esoneri totali da tasse, trasporti e mense gratuite per gli studenti meritevoli ma privi di mezzi. Oggi, però, questi strumenti si sono appiattiti sull’indicatore ISEE, dove il merito spesso passa in secondo piano. Basta ascoltare alcune delle testimonianze raccolte in trasmissioni come Piazza Pulita per capire il cambio di paradigma. Una studentessa di Alzano, a 7 km da Bergamo, vuole studiare alla Statale di Milano e pretende che lo Stato si faccia carico dell’affitto. Uno studente laziale rifiuta l’università vicino casa per andare alla Sapienza, sempre a spese pubbliche. Un giovane amministratore milanese accusa il governo di aver distrutto la “politica della casa”, mentre un altro invoca apertamente l’esproprio delle abitazioni sfitte. Insomma, pare che oggi il diritto allo studio significhi, per alcuni, diritto alla scelta della città preferita — e alla casa gratis. Nel frattempo, gli studenti italiani occupano gli ultimi posti in quasi tutte le classifiche internazionali per qualità della preparazione e rendimento accademico. Ma evidentemente, ciò che conta è altro. Lo dice anche Michela Marzano, intellettuale di punta della sinistra, che dalla cattedra ama ripetere che nella vita non contano il merito e i sacrifici, ma la chance, la fortuna. In parole povere: “il culo”. Così, mentre si grida allo scandalo per gli affitti alti nelle metropoli universitarie, resta sullo sfondo una realtà meno raccontata: quella degli studenti realmente meritevoli e realmente in difficoltà, che non fanno rumore, non occupano le piazze, ma lottano ogni giorno per studiare e costruirsi un futuro. Senza tende e senza telecamere.

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Europa in Tilt, Libia al Microonde e Trump con le Valigie per Gaza: la Geopolitica del Follia Tour

Tra zar, sceicchi, visionari in cravatta rossa e un’Europa col mal di testa: breve guida semiseria all’implosione programmata del buon senso globale. Disamina (pseudo) seria della follia generalizzata Siamo alle comiche finali, solo che il teatro è l’intero pianeta e le uscite di scena sono con esplosioni vere, non effetti speciali. L’Europa naviga a vista, con la bussola impazzita e il timoniere assente. Gli analisti parlano di multipolarismo, ma quello che vediamo è un multicaos: da un lato ci si appella allo Spirito Santo per una pace globale — che, in tempi di intelligenze artificiali e droni kamikaze, è come invocare la pioggia nel Sahara — dall’altro, lo spettro di un’apocalisse nucleare, gentilmente offerta dal Cremlino, incombe su un continente che non sa più se applaudire o evacuare. La Libia: una nazione diventata Sudoku geopolitico La situazione in Libia è talmente intricata che anche Sherlock Holmes si darebbe alla macramè. Dopo il bombardamento franco-britannico con regia Sarkozy (grande interprete del genere complotto da salotto), il paese è passato da “dittatura stabile” a “anarchia a tempo indeterminato”. Gheddafi — l’uomo che metteva tende berbere nel giardino dell’Eliseo — manteneva almeno la caldaia nordafricana sotto controllo. Oggi, invece, è come se qualcuno avesse buttato una cassa di Kalashnikov dentro un frullatore tribale. Ucraina: teatro della tragicommedia slavo-europea Nel frattempo, la guerra in Ucraina è diventata il reality show geopolitico per eccellenza. Lo Zar di Mosca gioca a Risiko con i confini, mentre l’Occidente ci mette le bandiere arcobaleno e i post indignati. I negoziati? Pura scenografia. Il copione lo scrive solo uno: e lo fa in cirillico. E ora Trump: il regista visionario della geopolitica deluxe Come se mancasse un tocco surrealista, ecco arrivare Donald Trump, il Fellini della diplomazia internazionale. L’ultima sua idea — riportata da NBC News — è un piano che farebbe arrossire anche un romanzo distopico: evacuare la Striscia di Gaza (una delle aree più densamente popolate e martoriate del pianeta) e trasformarla in una località turistica. Resort di lusso, centri benessere e magari un campo da golf dove oggi piovono bombe. Nel frattempo, un milione di palestinesi andrebbero gentilmente spediti in… Libia. Già, quella Libia. Logistica della follia: mille Airbus e zero piste Per spostare un milione di persone ci vorrebbero più di mille voli di Airbus A380. Dettaglio comico: non ci sono aeroporti funzionanti nella Striscia. Dettaglio tragicomico: la Libia non è proprio in vena di accoglienza, tra milizie, mine, jihadisti e clan armati fino ai denti. Il Dipartimento di Stato americano lo sa bene: sconsiglia fortemente ai suoi cittadini di mettere piede lì. Ma per Trump, si sa, la logica è solo un’opinione. Tra beatificazioni e bunker nucleari Nel mezzo di questo teatro dell’assurdo, l’Europa si aggrappa ai santi, agli esorcisti e ai vertici UE. La speranza? Che lo Spirito Santo scenda davvero, possibilmente con un buon curriculum in diplomazia internazionale. L’alternativa? Un’apocalisse globale che, volendo vedere il lato positivo, almeno chiuderebbe la questione climatica. Conclusione (o diagnosi?):Non è chiaro se stiamo assistendo alla fine di un’epoca o all’inizio di una barzelletta lunga quanto la Storia. Ma tra autocrati che giocano a Risiko, piani di reinsediamento che, se veri, sembrano scritti da uno sceneggiatore burlone e istituzioni europee paralizzate come cervi nei fari, una cosa è certa: se non ci pensa lo Spirito Santo, ci penserà l’entropia. E a quel punto, potremmo davvero rimpiangere Gheddafi. di Redazione Gheddafi – By U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Jesse B. Awalt/Released – DefenseImagery.mil, VIRIN 090202-N-0506A-534, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=81125969

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Benvenuti nel Circo del Progresso: Giustizia Creativa, Fede in Equilibrio e Politica da Mangiafuoco

  Siamo ufficialmente entrati nell’era post-logica. L’essere umano, quel simpatico bipede dotato di pollice opponibile e accesso a internet, ha finalmente completato l’opera: ha stravolto ogni sistema di vita universale, senza dimenticare di metterci un tocco di genialità autodistruttiva, come solo lui sa fare. Cominciamo con un esempio di giustizia creativa: tre tunisini responsabili di molestie al Concertone del Primo Maggio? In libertà con l’obbligo di firma, che ormai vale quanto una stretta di mano su Zoom. Mentre in altre parti del mondo si discute di sicurezza, qui ci limitiamo a firmare la presenza come se fosse un corso di yoga. Nel Trevigiano invece ci si dà al turismo spirituale precoce: una scuola materna porta i bambini in moschea, li fa prostrare verso La Mecca e chissà, magari domani tutti a meditare sul Monte Fuji. Multiculturalismo o roulette identitaria? Intanto i genitori scoprono le attività extracurricolari direttamente dalle stories di Instagram. Nel frattempo, i seminari si svuotano come discoteche dopo l’alba. I preti sono in via d’estinzione, e la Chiesa lancia un appello disperato in stile “Cercansi operai per la messe”. Che detta così, suona più come un’offerta su LinkedIn che un richiamo vocazionale. Papa Francesco ci ha provato, ma con un clero in smart working e una fede in cassa integrazione, la ripresa è dura. E l’Europa? Beh, l’Europa! Generosa con chi chiede fondi per progetti dal titolo illuminato tipo “Islam bianco: una nuova religione per gli europei” (nient’altro che un rebranding spirituale, forse per piacere all’algoritmo). Zero euro, invece, per chi muore in lista d’attesa in un pronto soccorso, o per chi ha fame. Ma vuoi mettere il fascino dell’innovazione culturale? Nel frattempo, in un angolo dimenticato della diplomazia, Trump ci rassicura: Putin e Zelensky non si metterebbero d’accordo nemmeno su un caffè. E noi, poveri illusi, che speravamo almeno in una camomilla condivisa. Il popolo? Tranquillo. Ipnotizzato da maxischermi, concertoni e influencer che parlano di “vibes” mentre fuori cadono bombe. Perché preoccuparsi del futuro, quando si può guardare Sanremo in 4K? In sintesi: nulla funziona. La giustizia è un trend, la politica un talent show, la diplomazia una battuta, la religione un’eco lontana, l’economia un prestigiatore fallito, la sanità un videogioco in modalità “hard”. E la gente? Va avanti, come se niente fosse. Perché ormai si sopravvive a colpi di notizie assurde, come in un reality cosmico dove l’unico che ancora sembra preoccuparsi è Dio – sempre che non abbia chiuso il progetto “umanità” per manifesta inutilità. Che Dio ce la mandi buona. E magari con Amazon Prime, ché di questi tempi, la spedizione rapida fa la differenza. di Redazione  

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La musica sta per finire

Tanto va il missile al lardo… che ci lascia la pelle  Nel vasto teatro tragicomico del Medio Oriente, tre protagonisti si stanno giocando un Oscar al peggior attore non protagonista: la Cina, che si diverte a distribuire componenti per missili come fossero gadget alle fiere; l’Iran, che trasforma ogni porto in un deposito di petardi pronti a saltare in aria; e gli Houthi, che ormai prendono le navi americane come bersagli mobili nel loro personale torneo di freccette a colpi di droni e razzi. Solo che qui, a differenza delle freccette, chi sbaglia non paga pegno: fanno pagare agli altri. Ma ogni pazienza ha un limite, e quella dell’Occidente — leggasi Stati Uniti e Israele, con Trump pronto a rientrare in scena come un cowboy che ha finito di lucidare la Colt — sta per esaurirsi. E allora sarà interessante vedere quanto durerà il gioco quando le regole cambieranno. La Cina si diverte, l’Iran esplode, gli Houthi ringhiano Pechino, dal canto suo, finge di essere un moderatore globale ma intanto spedisce allegramente perclorato di sodio e ammonio (ingredienti base per carburante missilistico) come se stesse inviando tè verde e biscotti di riso. Due navi, Golbon e MV Jairan, sarebbero arrivate a Teheran con sufficiente materiale da far tremare tutto il Golfo Persico: 250 missili belli carichi di amicizia e diplomazia orientale. Intanto, a Bandar Abbas, il porto iraniano salta per aria in un’esplosione “casuale” durante il terzo round di colloqui con gli USA. Che coincidenza, vero? Khamenei si affretta a promettere “indagini accurate”, ma si sa: quando la polvere è cinese e il fuoco è persiano, il risultato è sempre lo stesso – fumo negli occhi al popolo e nervi tesi a Washington. Droni cinesi e satelliti spioni: il kit del piccolo ribelle Houthi Nel frattempo, gli Houthi – una milizia che si crede potenza navale – non sparano più solo con vecchi Kalashnikov, ma con droni letali e silenziosi dotati di celle a combustibile cinesi. Più leggeri, più potenti, più difficili da individuare: praticamente un sogno per ogni gruppo paramilitare in cerca di notorietà. E se servono coordinate precise? Nessun problema! Le fornisce Chang Guang, compagnia satellitare cinese “casualmente” legata all’esercito del Dragone. Washington ha chiesto chiarimenti. Pechino ha risposto con la consueta espressione impassibile: nulla da dichiarare, solo “cooperazione pacifica”. Certo, pacifica come una portaerei in avvicinamento. La musica sta per finire A questo punto, è lecito chiedersi quanto ancora potrà reggere questo circo. Per quanto tempo ancora il commercio globale dovrà piegarsi ai capricci di milizie sponsorizzate e regimi protetti da giganti impassibili? Perché, come si dice dalle nostre parti, tanto va il missile al lardo che prima o poi ci lascia la scocca. E quando accadrà, non saranno certo i registi a pagarne il conto, ma gli attori più fragili: gli Houthi, l’Iran e magari, chissà, anche qualche azienda “troppo coinvolta per far finta di niente”. Il messaggio è chiaro: la libera navigazione non è facoltativa. O si rimettono i remi in barca, o si prepara il conto. E stavolta, a fare la festa, non saranno i ribelli. di Redazione

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L’Europa Militare: Finalmente un’Idea Geniale (O No?)

Cari europeisti incalliti e detrattori del buon senso, ecco a voi l’idea rivoluzionaria che salverà il Vecchio Continente dal suo destino di eterna balia degli eventi: un esercito europeo unico, armato fino ai denti, con uno Stato Maggiore centrale e un addestramento degno di un film d’azione hollywoodiano. Ebbene sì, perché basta con questa farsa delle singole nazioni che si dilettano a giocare alla guerra ognuna con i propri giocattoli costosissimi e incompatibili. Se proprio dobbiamo riarmarci (e dobbiamo, perché è di moda), facciamolo con stile: un arsenale comune, una strategia condivisa e, soprattutto, un bel quartier generale europeo dove generali di diverse lingue possano finalmente discutere animatamente in una Torre di Babele bellica. Immaginate lo spettacolo di una moderna Armata Brancaleone, dove ogni Stato gioca per conto proprio, con carri armati incompatibili, missili che non dialogano tra loro e soldati che si addestrano secondo manuali di epoche diverse. Un vero spasso per i nostri potenziali avversari! Ma tranquilli, c’è di peggio: questa volta non si tratta di combattere con spade e lance contro qualche saraceno di turno, ma di confrontarsi con apparati militari in grado di polverizzare un continente con un solo tasto. Dettagli, vero? Nel frattempo, tra un summit e l’altro, i leader europei continuano a perdere tempo con concetti fumosi come “forze di rassicurazione”, che suonano bene nei comunicati stampa ma che nella realtà servono a poco più che a generare confusione. Francia e Regno Unito si offrono di guidare una missione in Ucraina, mentre il resto del continente rimane in attesa, diviso tra chi sogna di comandare e chi teme di essere comandato. E nel frattempo, la difesa europea rimane un miraggio, un esercizio di retorica condito da gelosie nazionali e ostacoli burocratici. E allora, cara Europa, vuoi fare sul serio o no? Il tempo stringe, e tra tentennamenti, indecisioni e ostacoli autoimposti, rischiamo di diventare la barzelletta geopolitica del secolo. Se dobbiamo difenderci, facciamolo con intelligenza e unità, senza pasticci burocratici e senza disperdere risorse in un’inutile corsa al riarmo frammentato. Un esercito europeo vero, con una catena di comando efficiente, armamenti standardizzati e una strategia comune, potrebbe essere l’unica soluzione sensata. Ma tranquilli, c’è sempre tempo per perdere altre occasioni e continuare a discutere all’infinito senza concludere nulla. Dopotutto, siamo europei: l’arte della procrastinazione è il nostro vero capolavoro. Giuseppe Arnò Credito foto: https://www.militarypedia.it/ugv-veicolo-terrestre-senza-pilota/

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Il Destino dell’Umanità: Un Circo Globale con Clown Armati

La storia dell’umanità sembra essere un copione già scritto, un’opera tragicomica in cui i popoli, per natura pacifici e desiderosi di prosperità, vengono trascinati in conflitti devastanti da una ristretta cerchia di individui il cui potere si fonda sulla paura e sulla manipolazione. Gli attori principali di questa sceneggiata sono spesso leader di grandi potenze, sbullonati e imprevedibili come meccanismi difettosi, che governano con un misto di cinismo, arroganza e calcoli personali. Eppure, mentre le anime dei giusti riposano in una dimensione al di sopra delle miserie terrene, qui sulla Terra il destino del mondo sembra essere in mano a pochi burattinai con un arsenale nucleare in tasca e una mentalità da Circo Massimo. Le nazioni, come gladiatori loro malgrado, vengono spinte a combattere per onori che non gli appartengono, sotto lo sguardo di una folla attonita e impotente. Il futuro si profila incerto e oscuro: guerre per procura, scontri ideologici, lotte economiche e la costante minaccia di un’apocalisse tecnologica che potrebbe ridurre il mondo a un cumulo di macerie fumanti. Davanti a questo scenario, sorge spontanea la domanda: c’è una via d’uscita? È possibile evitare che l’intera umanità paghi il prezzo della follia di pochi? La risposta non è semplice né immediata, ma risiede in un concetto tanto antico quanto disatteso: la responsabilità collettiva. La storia insegna che i tiranni non regnano senza il consenso – attivo o passivo – delle masse. Perciò, la prima soluzione è la presa di coscienza globale. Popoli informati, capaci di smascherare la propaganda e di resistere alla manipolazione emotiva, possono contrastare le derive autoritarie e guerrafondaie dei loro governanti. In secondo luogo, la diplomazia dovrebbe smettere di essere un gioco di specchi e diventare un vero strumento di pacificazione. Troppo spesso i trattati e le negoziazioni sono condotti come meri esercizi retorici, senza un sincero intento di risoluzione. Servono istituzioni internazionali più efficaci, dotate di reali poteri di mediazione e sanzione, capaci di bloccare gli eccessi prima che diventino catastrofi. Infine, il progresso tecnologico e scientifico, che ha spesso alimentato la corsa agli armamenti, potrebbe essere il nostro miglior alleato se utilizzato con saggezza. Investire in fonti di energia sostenibili, in intelligenza artificiale etica e in sistemi di prevenzione dei conflitti potrebbe rendere il mondo meno dipendente dalle logiche predatorie che lo hanno caratterizzato finora. L’umanità non può permettersi di estinguersi per la follia di pochi. La storia non è scritta nelle stelle, ma nelle scelte di chi la vive. Forse è giunto il momento di spezzare il circolo vizioso e trasformare il Circo Massimo in un’agorà, dove la parola prenda il posto della spada e la ragione sostituisca la furia cieca del potere. di Redazione Credit foto: https://www.lacittafutura.it/esteri/tragedia-greca-atto-terzo

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Attenti a quei due: Trump e Vance

   L’elefante in cristalleria schiaccia l’Europa C’era una volta un mondo in cui l’America difendeva l’Europa, la democrazia e i suoi alleati. Poi arrivò Donald Trump. Ora, invece, la strategia di Washington sembra essere quella di mollare gli amici per abbracciare gli avversari. Un’arte che il duo Trump-Vance sta affinando con una precisione chirurgica. E l’ultimo capitolo di questa telenovela tragicomica si è consumato davanti alle telecamere, con un Volodymyr Zelensky ridotto a spettatore impotente. L’agnello davanti al lupo (arancione) L’incontro tra Trump e Zelensky è durato meno di venti minuti, il tempo necessario per trasformare la Casa Bianca in un’aula scolastica dove il presidente ucraino è stato trattato come un bambino capriccioso. “Mostra gratitudine”, gli è stato detto. Non basta che il suo paese sia stato invaso, che milioni di ucraini siano in fuga, che le bombe cadano ogni giorno. No, deve anche ringraziare. Magari con un bel biglietto di auguri. E quando Zelensky ha provato a far notare che, forse, ci sarebbe bisogno di maggiore supporto e non di prediche, Trump gli ha risposto con una cacciata in diretta mondiale: “Torna quando sarai pronto”. Qualcuno immagini la scena: da una parte, il presidente ucraino con un viso pallido e provato dalla guerra. Dall’altra, Trump con la sua solita abbronzatura da resort e un sorrisetto compiaciuto. Se fosse un film, si chiamerebbe “David contro Golia, ma Golia ha il telecomando della regia”. Il patto diabolico: Trump, Putin e il destino dell’Ucraina Se qualcuno avesse ancora dubbi su da che parte sta Trump, basta riguardare il replay di questo scontro. La sua “pace” non è altro che un accordo già scritto con Vladimir Putin, progettato in incontri privati senza testimoni, dove la posta in gioco è la sovranità ucraina. Trump, in perfetto stile da businessman, ha una sola priorità: “convincere” Kiev a cedere alle condizioni russe e magari cedere pure alcune risorse minerarie agli Stati Uniti in cambio di promesse vaghe e nulla di concreto. Il tutto mentre JD Vance, il vicepresidente che sembra uscito da un romanzo distopico, rincara la dose con dichiarazioni allucinanti. Secondo lui, le vere minacce non vengono dalla Russia o dalla Cina, ma dall’Europa. Più chiaro di così si muore: per Trump e i suoi, Bruxelles è un fastidio, un concorrente da schiacciare. Putin, invece, un socio con cui fare affari. Europa, svegliati: il prossimo bersaglio sei tu L’Europa, come una fragile cristalleria, ha appena subito un colpo assestato con precisione chirurgica. Se ancora qualcuno pensava che gli Stati Uniti fossero un alleato affidabile, ora è tempo di ricredersi. La lezione di Zelensky è chiara: oggi è il suo turno, domani potrebbe essere quello di qualsiasi altro paese europeo. Trump non si sente più obbligato a difendere l’Occidente: preferisce dividere, destabilizzare e consegnare il destino del continente nelle mani di Putin. E mentre a Mosca già brindano con vodka e popcorn al “porco Zelensky che ha avuto ciò che meritava” (parole di Dmitry Medvedev, sempre fine ed elegante), in Europa sarebbe il caso di smettere di credere alle favole. Perché la pace che Trump vende non è altro che una resa incondizionata. E il prezzo lo pagheremo tutti noi. Giuseppe Arnò   Foto credit: https://www.ilgiornale.it/

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Matite, tablet e geopolitica: chi pensa grande, chi piccolo piccolo

Immaginate di essere a una festa in maschera. Da una parte, il governo italiano si presenta travestito da stratega internazionale, con mappe del mondo, progetti di cooperazione e ambizioni di tregue storiche. Dall’altra, l’opposizione si aggira come un detective di provincia, impegnata a investigare sulla spinosa questione dei tablet nelle scuole. Una scena tristemente esilarante. L’opposizione, oggi, si scaglia contro il governo (Valditara capro espiatorio di turno) accusandolo di sperperare denaro pubblico per fornire tablet e attrezzature elettroniche agli studenti italiani. Una tragedia epocale, pare. Dopotutto, è risaputo che insegnare ai ragazzi a usare strumenti moderni sia un attentato al futuro del Paese. Come osiamo puntare sull’innovazione e sull’istruzione tecnologica quando c’è ancora chi difende con eroismo la nobile arte della matita temperata? Chi pensa grande, invece, si dedica a ben altri orizzonti: far crescere l’Italia nel panorama geopolitico internazionale. Prendiamo ad esempio il governo, che in queste settimane sta tessendo una rete di iniziative su più fronti: dagli aiuti umanitari in Medio Oriente all’evacuazione di bambini oncologici da Gaza verso ospedali italiani, passando per la cooperazione economica con l’Oman e il consolidamento del ruolo italiano nell’Unifil in Libano. Il ministro Tajani, instancabile ambasciatore del brand Italia, non solo distribuisce aiuti e stipula accordi, ma rilancia il ruolo strategico del nostro Paese nel Mediterraneo e oltre. Certo, ogni tanto qualche svista accade – vedi la discutibile tappa turistica di Giorgia Meloni al Cristo Redentore dimenticando l´appuntamento con la stampa italiana a Rio de Janeiro – ma anche le scivolate servono a calibrare il passo successivo. Eppure, mentre Tajani e Bernini consegnano aiuti umanitari ad Ashdod, e il viceministro Cirielli intreccia rapporti strategici con l’Oman, in patria l’opposizione è impegnata in una lotta serrata contro la modernizzazione scolastica. Soldi spesi male, dicono, per tecnologie che potrebbero migliorare l’accesso all’istruzione e, osiamo dirlo, aprire una finestra sul mondo. Nel frattempo, il governo lavora a programmi di telemedicina per Gaza, progetti di ricostruzione sanitaria e piattaforme educative che coinvolgano le nostre università. Ma guai a farlo notare: si rischia di rovinare la narrazione della “matite contro i tablet”, uno scontro epico che neanche Tolkien avrebbe osato scrivere. Chi pensa grande, poi, guarda al medio-lungo periodo. L’Italia, che non si limita a gestire l’emergenza a Gaza, punta a diventare un pilastro europeo nella Nato e propone soluzioni creative per i dazi e la difesa comune. Si progetta un’Europa più integrata, una strategia africana per partenariati equi, e un ruolo centrale nei Balcani, dove l’Italia ospiterà il vertice “Amici dei Balcani”. E chi pensa piccolo? Beh, ci auguriamo che un giorno si svegli e capisca che temperare matite, per quanto nobile, non renderà grande un Paese. L’opposizione, anche criticando, potrebbe proporsi come partner propositivo. Ma forse è troppo impegnata a contare le schegge delle matite spezzate per accorgersene. L’Italia è sulla buona strada, anche se il traguardo è lontano. Non tutto è perfetto, ma è difficile ignorare i progressi in corso. Alla fine, chi pensa grande costruisce ponti. Chi pensa piccolo, tempera matite. Giuseppe Arnò

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La finestra su Roma

di Sanremo scatta la fotografia sulla morale italiana Il mese più lento e fastidioso per Roma e i romani è già alle spalle, superato in scioltezza anche grazie al meteo clemente che prometteva sfaceli di freddo e clima terribile, ma che alla fine si è rivelato molto più clemente di quanto si attendeva. Molto rumore per nulla, insomma, un po’ come il carattere degli Italiani che gesticolano per dire anche le cose più semplici facendo apparire enormi anche quelle che non lo sono.  Un po’ di giorni consecutivi di pioggia e un po’ di freddo ma alla fine tutto qua, e Roma si è mostrata come per la maggior degli inverni quel posto dal clima mite che ne fa sopportabile il viverci anche in mezzo ai suoi atavici disagi. Sarà forse per il clima che quei popoli antichi decisero di fondarci una città che avrebbe segnato per sempre la storia? Più passa il tempo più il meteo induce a pensare che, al netto dei cambiamenti climatici, sia stato un fattore determinante. Con febbraio alle porte fervono i preparativi per uno degli avvenimenti che ogni anno è capace di catalizzare l’attenzione degli Italiani come poco altro. Un fenomeno di costume che chiunque segue, anche se non direttamente, almeno per alcuni aspetti. Compresi anche tutti quelli che per darsi un tono e non sembrare troppo nazional-popolari, fingono di non accorgersi nemmeno del suo svolgimento ma poi si ritrovano sui social network a fare le pulci a chiunque calchi le tavole del palcoscenico. Parliamo naturalmente del Festival di Sanremo giunto alla veneranda età di 75 anni, una volta denominato Festival della Canzone Italiana, che vede quest’ultima tentare una strenua resistenza battagliando tra rap – trap – hip hop e chi più ne ha ne metta. Generi che in rari casi di genialità propongono spunti interessanti in mezzo a un mare di immondizia usa e getta.  Prodotti un tanto al chilo dall’industria discografica, solo per fare cassa qualche mese. Quest’anno c’è già polemica sull’uso dell’autotune, che teoricamente per regolamento ne prevede l’utilizzo come effetto vocale ma non come correttore di intonazione, ma che invece nella realtà è capace di far cantare chiunque come un vocalist di talento, evidenziando come la voce sia quasi un elemento accessorio di un prodotto da vendere. Insomma, basta avere una iperproduzione alle spalle, una grande comunicazione ed un marketing aggressivo, e per due mesi anche tu puoi diventare il nuovo Elvis Presley. Ma Sanremo va ben oltre la kermesse canora portando in scena annualmente una fotografia della cultura e della sottocultura italiana. In realtà è un fenomeno di costume tutto italiano dove la gara passa quasi in secondo piano rispetto all’attesa per tutti i personaggi con le loro implicazioni nel tessuto sociale nazionale che si alterneranno sul palco dell’Ariston. Da quelli che affiancheranno nella conduzione Carlo Conti durante le 5 (cinque!) serate, agli ospiti internazionali prettamente musicali e che spesso rappresentano il vero valore artistico della manifestazione, ai personaggi sulla cresta dell’onda per vari motivi. A questo riguardo c’è da credere che l’ampia quota di pubblico che si nutre “del nulla cosmico”, sia già in trepida attesa del duetto tra Fedez e Marco Masini che proporrà una delle canzoni di quest’ultimo, “Bella stron#a”. Scelta forse non casuale per attirare ascolti, visto che Chiara Ferragni si trova al centro delle polemiche, dopo le rivelazioni di Maurizio Corona sulla presunta relazione con il cantante ed ex amico proprio di Fedez, durante i tempi d’oro dell’unione tra quest’ultimo e l’ex regina delle influencer. Insomma, proprio quei contenuti che si leggono sulle riviste in attesa dal barbiere, e con cui la Rai sfruttando questa inguaribile passione che l’Italiano medio nutre per il trash, riesce a mettere tutti davanti al video, rigorosamente indossando i calzini a tema in vendita in ogni dove, e a fare il boom di ascolti per una settimana intera. Davanti a questo spettacolo l’Italia si ferma, nulla può offuscare la centralità di Sanremo, né la guerra dell’ormai dimenticata Ucraina, né le barbarie perpetrate sulla povera gente nel cruento conflitto tra Israele e Palestina, ne tantomeno le beghe della politica animata in questo momento dalle questioni sulla Meloni. A tal proposito la Premier ha appena ricevuto un avviso di garanzia per i reati di favoreggiamento e peculato, in relazione alla vicenda del rimpatrio del cittadino Almasri. Ad inviarlo è stato il procuratore della Repubblica Francesco Lo Voi, lo stesso del processo a Salvini con il quale questa vicenda probabilmente condividerà gli esiti. In questa nuova puntata della battaglia della magistratura contro il governo, l’avviso di garanzia ha interessato anche i ministri Nordio, Piantedosi e il sottosegretario Mantovano. La vicenda riguarda quei panni sporchi di varia natura che ogni governo italiano che si sia alternato ha cercato di lavare in famiglia. Contemporaneamente però fornisce una boccata d’ossigeno per l’opposizione che sempre più priva di leader e di contenuti si tiene a galla con queste questioni non avendo fatto tesoro che la destra nelle difficoltà, tende a superare le proprie controversie unendosi e uscendone spesso rafforzata. Intanto a tutti quelli che si sentono di tradire l’appuntamento con Sanremo, il panorama dei teatri romani offre una grande varietà di spettacoli, dalla comicità, alle pièce teatrali, passando per i concerti di musica classica e gli spettacoli di danza, una grande programmazione capace di soddisfare tutti, ma proprio tutti.

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