Bravo chi ci capisce qualcosa

Quando il caos tricolore viaggia nel mondo e torna indietro con gli interessi     “Ubi italicus, ibi Italia”: quando il patriottismo diventa un avvertimento più che un motto. C’è un vecchio adagio latino che campeggia all’ingresso del Circolo Italiano di San Paolo: Ubi italicus, ibi Italia. Una massima che un tempo faceva sorridere di orgoglio, ma che oggi rischia di suonare come una diagnosi: dove arriva un italiano, arriva puntuale anche il caos in confezione famiglia. E il bello è che lo esportiamo pure. Ultime dalla collezione “caos d’alta gamma”: Federica Mogherini si dimette dal Collegio d’Europa, l’ambasciatore Sannino pure dal suo incarico. Tutti innocenti fino a prova contraria, sia chiaro. Ma il caos lo hanno comunque messo in moto: almeno quello mediatico, quello che ci tiene appesi ai titoli di cronaca giudiziaria come a un fotoromanzo di altri tempi. E sorvoliamo pure sul punto centrale: il Collegio d’Europa, questo elegante carrozzone comunitario che inghiotte fondi come un buco nero e restituisce utilità più evanescenti di un apprendistato in filosofia zen. Nel frattempo, dall’ONU arriva una delle più grandi rivelazioni della storia recente: la stampa va rispettata. Ci giunge come un fulmine di saggezza. Peccato solo sia il 2025. Ma, come si dice: meglio tardi che mai… e molto tardi che sempre. Peccato che, costretti a inseguire queste vicende da salone del barbiere, ci si annoi. Non perché siano irrilevanti, ma perché sembrano tutte uguali: uno sfiancante déjà-vu nazionale. L’Italia è diventata noiosa, piatta, livida. E l’Europa, invece di aiutarci a respirare, ci ha trasformati in un ufficio protocollo a cielo aperto. Eppure un barlume ci resta: quel talento italico del sospetto intelligente. Lo stesso che ci fa intuire, con beffarda precisione, che Trump può cambiare posizione mentre si versa il caffè; che a Bruxelles i soldi pubblici si polverizzano con l’allegria delle noccioline allo stadio; e che Putin non ha alcuna urgenza di terminare la guerra in Ucraina, anzi guarda ben oltre l’orizzonte. E poi, oggi, il menù del giorno è servito: – Delrio con il suo disegno di legge sull’antisemitismo; – Sempio che ci narra la fiaba genetica del DNA; – la CGIL che picchia duro, non sul tavolo della contrattazione ma su quello della polemica; – i lavoratori in sciopero e le violenze a Genova per l’ex Ilva, dove la realtà supera la fiction con un certo disagio. Insomma, roba che neppure la televisione commerciale degli anni ’90 osava mandare in onda. Alla fine, più che notizie, ci resta addosso una sensazione precisa: che stiamo raccontando immondizie. Eppure queste immondizie sono tutto ciò che abbiamo. E allora, in perfetto spirito montanelliano, non resta che una constatazione amara ma lucidissima: l’Italia non smette mai di stupire, ma raramente nel modo che vorremmo. Giuseppe Arnò

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La paura di esporsi e del giudizio altrui

Cambia il mondo, cambiano i Papi, ma certe paure restano una costante universale   C’è chi sostiene che i tempi cambino rapidamente. Vero. Ma alcune dinamiche, come certe melodie popolari, sembrano attraversare le epoche senza perdere una nota. Tra queste, una delle sinfonie più riconoscibili della società contemporanea è la paura: di parlare, di esporsi, di essere giudicati, di “urtare sensibilità”, o più semplicemente di mettersi nei guai. La paura è antica quanto l’uomo: un misto di incertezza, smarrimento e istinto di sopravvivenza. Ma oggi, nel frastuono dei social, dell’informazione istantanea e delle indignazioni a tempo determinato, questa emozione primordiale ha assunto contorni nuovi, più sottili, più sofisticati, spesso mascherati da prudenza o neutralità. Eppure basta osservare qualche episodio recente per accorgersi che, sotto la superficie, il meccanismo è sempre lo stesso. Persecuzioni in Africa: tante stragi, pochi titoli Nel 2024-2025, gli attacchi contro i cristiani in Africa subsahariana, Nigeria, Congo, Burkina Faso,  non si sono affatto attenuati. Anzi. L’ennesimo assalto di matrice jihadista contro villaggi cristiani nel Nord della Nigeria ha provocato decine di morti. Storie tremende, eppure destinate a scomparire nell’arco di poche ore dai notiziari europei. Un paio di lanci d’agenzia, qualche tweet di circostanza e poi… nulla. Le ONG? Molte preferiscono evitare l’argomento: è terreno scivoloso. Le grandi testate? Aprono con altro. E l’Europa, sempre attenta ai rischi reputazionali, teme l’ombra lunga dell’accusa ormai inflazionata: “islamofobia”. Così, per non complicarsi la vita, si guarda altrove. Papa Leone XIV: parole misurate in un mondo esplosivo L’elezione di Papa Leone XIV, considerato un pontefice pragmatico, diplomatico, attento alla comunicazione, aveva fatto sperare in una linea più coraggiosa su questi temi. E infatti, nei discorsi ufficiali, i riferimenti alle vittime cristiane non sono mancati. Ma quando si passa dal pulpito ai social, il registro cambia. Si twitta con prudenza, si pesano le parole, si calibrano le reazioni. Ed ecco che puntualmente scatta la polemica: per Notre Dame c’era stato un tweet immediato; per alcune moschee colpite da estremisti, altrettanto. Per i cristiani massacrati in villaggi lontani, invece, il messaggio arriva tardi, se e quando arriva. È paura? È diplomazia? È strategia? Forse una miscela delle tre. Ma la sensazione diffusa è che a volte il timore di “irritare” il mondo islamico prevalga sulla necessità morale di chiamare le cose col loro nome. Antimafia 2025: maxi-blitz, maxi-silenzio Negli ultimi mesi non sono mancate operazioni di altissimo livello contro le cosche calabresi. L’operazione “Maestrale–Carosello”, con centinaia di arresti e una rete che toccava affari, politica, imprenditoria e un sottobosco internazionale, avrebbe meritato settimane di approfondimenti. E invece? Un giorno di apertura sui tg, qualche speciale lampo, poi l’attenzione evapora. Nessuna grande mobilitazione, poca analisi, pochissimo dibattito pubblico. Perché? Perché parlare di criminalità organizzata, quella vera, fa ancora paura. Paura di esporsi, paura di sbagliare, paura di attirare attenzioni indesiderate. Una paura talmente radicata che finisce per influenzare anche la gerarchia delle notizie. È quello che confermano vari magistrati: l’omertà, oggi, non è solo dei territori, ma spesso dell’opinione pubblica, che velocemente “passa oltre”. E i media, che vivono di audience, seguono il flusso: se i lettori non cliccano, si cambia argomento. Media e pubblico: chi teme chi? Arriviamo così alla domanda cruciale: sono i media a non informare abbastanza o sono i lettori a non voler essere informati? La verità, probabilmente, sta nel mezzo. Il pubblico corre dietro ciò che è immediato, facile, emotivamente neutro. Le redazioni, dall’altra parte, calibrano i temi in base a ciò che “tira”. Temi scomodi, persecuzioni religiose, terrorismo, mafia, finiscono così ai margini, sacrificati sull’altare di un principio che nessuno ammette ma tutti seguono: meglio non complicarsi la vita. Ed eccoci di nuovo al filo rosso: la paura. La paura come denominatore comune Tre scenari, tre contesti diversi, un’unica matrice: paura di essere etichettati; paura di compromettere equilibri geopolitici e religiosi; paura della malavita e dei poteri deviati. Paura di parlare, paura di essere fraintesi, paura di fare troppo… o troppo poco. Ma mentre molti tacciono, chi combatte davvero la criminalità conosce bene la paura e non la nega. Anzi, la usa. Un noto magistrato calabrese lo ha sintetizzato così: “La paura ce l’ho, certo. Ma va addomesticata, altrimenti ti domina.” E noi? Abbiamo imparato ad addomesticare le nostre paure? La risposta è, probabilmente, no. Non ancora. Ma il coraggio, quello autentico, non è riservato a pochi. È contagioso. Richiede esempi, richiede educazione al senso morale, richiede una società che smette di tremare davanti all’idea di essere criticata. La paura è inevitabile; la resa alla paura, invece, è una scelta. Sant’Agostino, che attraversa i secoli meglio di molte cronache contemporanee, ci ricorda: “O è il male ciò di cui abbiamo paura, o il male è che abbiamo paura.” Nel dubbio, vale la pena stare dalla parte del coraggio. Sempre. di Redazione

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Atomica per tutti, e poi?

Quando il mondo gioca alla roulette nucleare e il popolino tifa dal divano, tra fake news, talk show isterici e finti profeti della catastrofe. a a C’è un momento, nella storia dei popoli, in cui l’ingenuità smette di essere tenera e diventa pericolosa. Un po’ come quando si scopre che il bambino che rideva davanti ai cartoni animati adesso crede che i dibattiti televisivi siano la “verità”. E così eccoci qui: un’umanità ipnotizzata dalle beghe politiche impacchettate nei talk show, dove ogni sciocchezza diventa apocalisse e ogni apocalisse, ormai, fa sbadigliare. Nel frattempo, mentre il pubblico si accapiglia su chi urla meglio nello studio televisivo, nel Pacifico si respira un’aria più tagliente di una lama di katana. Il Giappone, sì, proprio quello che per decenni ha sventolato la bandiera del pacifismo come un mantra esistenziale, adesso si riscopre con la mano sul pomo della spada. Non per folklore, ma per necessità. Il nuovo ministro della Difesa, Shinjiro Koizumi, ha chiesto apertamente di valutare l’acquisto di sottomarini a propulsione nucleare. Una frase che, in qualsiasi altro Paese, farebbe tremare le borse e agitare i pacifisti; in Giappone, invece, si scontra con una memoria collettiva ancora ustionata da Hiroshima e Nagasaki. Eppure qualcosa si muove. Quando hai come vicini una Corea del Nord che ti manda missili sopra la testa come fossero cartoline natalizie, e una Cina che vara portaerei come fossero yacht da weekend, a un certo punto anche il samurai più pacioso si domanda se non sia il caso di lucidare l’armatura. Gli Stati Uniti, manco a dirlo, osservano, approvano e spingono: perfino Seoul ha avuto il suo bravo via libera per entrare nel club delle potenze con sottomarini nucleari. Nel frattempo la regione si riempie di arsenali nuovi di zecca: una fiera del riarmo atomico che farebbe apparire il “day after” quasi un documentario bucolico. Il mondo trema, muore, implode. Ma a noi… che importa? Qui da noi, nel paese dove l’aria fritta è ormai patrimonio immateriale, basta un bello sciopero del venerdì, uno qualsiasi, il motivo è puramente accessorio, e qualche talk show fazioso che ripete sempre le stesse lagne per far sentire milioni di cittadini “informati”, “coinvolti”, “vigili”. Peccato che la vigilanza sia quella di chi dorme con gli occhi aperti: l’illusione di essere partecipi mentre si è drogati di fake news, indignazione a orologeria e politica-spettacolo di quart’ordine. E così il mondo corre verso l’abisso nucleare, e noi con lui, a passo lento ma determinato, come ciechi in un vicolo cieco, un cul de sac, direbbe chi vuole darsi un tono francese. C’è chi evoca la storia circolare, come Peter Colosimo, parlando di civiltà avanzate spazzate via da cataclismi e guerre atomiche per poi rinascere da zero. La differenza? Che all’epoca i responsabili erano, forse, extraterrestri. Oggi, invece, basta guardare i telegiornali: gli alieni siamo noi, governati da svitati che, per fantasia, competono solo con i marziani. E allora, come direbbe Montanelli, prepariamoci: se la storia è davvero un cerchio, tranquillizziamoci. Prima o poi torneremo all’inizio. E chissà che stavolta non si impari qualcosa, sempre ammesso che ci resti qualcuno capace di ricordarla. Di Redazione

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L’Italia dei tribunali ambulanti

Ogni testa è un tribunale, ma da noi le sentenze si emettono al bar, sui social e nei cortei: così, mentre i problemi restano, si discute di gossip come fosse politica estera. Come è strana la vita!Non si è mai contenti di ciò che si ha, né di ciò che si fa. E fin qui nulla di nuovo: l’uomo è un eterno insoddisfatto. Ma da noi l’incontentabilità è diventata mestiere. Ognuno ha la sua verità e la serve come un avvocato d’ufficio, sicuro di difendere la causa giusta. “Ogni testa è tribunale”, dice il proverbio; peccato che in Italia i tribunali abbondino, ma la giustizia, quella del buon senso, sia merce rara. Prendiamo, per dire, i pacifisti di professione. A pace fatta, continuano a guerreggiare. Si capisce: se smettessero, dovrebbero trovarsi un lavoro vero. E chi governa non può certo rischiare di mandarli in cassa integrazione morale. Così si sciopera a prescindere, come si respira: per abitudine. Eppure ci sarebbero buoni motivi per farlo davvero, uno per tutti: la solidarietà a corrente alternata. Giorgia Meloni è stata oggetto di un attacco sessista da parte di due esponenti di sinistra, Elly Schlein e Laura Boldrini, le stesse che hanno fatto del femminismo una bandiera. Ma qui il coro delle indignazioni si è improvvisamente ammutolito. La “testa-tribunale”, che di solito proclama verdetti fulminanti, questa volta archivia il caso: non luogo a procedere. Nel frattempo, Lerner e Saviano rispolverano il vecchio “Piove, governo ladro!”, la Salis attribuisce al capitalismo la colpa di ogni sciagura, e i grillini evaporano con la solita disinvoltura dei gas nobili. Intanto, i veri problemi, quelli che pesano sul Paese, vengono messi in coda, scavalcati dal gossip quotidiano, dalla lite di condominio travestita da analisi politica. E così si tira avanti: un popolo di detrattori professionisti, sempre pronti a scioperare contro qualcosa, purché non richieda fatica di pensiero. Poi ci si stupisce se all’estero ci capiscono meglio di quanto ci capiamo da soli. In pochi giorni due autorevoli giornali tedeschi hanno elogiato la premier italiana. Qui da noi, invece, nessuno se n’è accorto: erano tutti occupati a discutere dell’ultima polemica da salotto. Meno male che lassù, tra un rigore e un’autostrada efficiente, qualcuno ci guarda.E forse sorride, chiedendosi come faccia un Paese così serio nei talenti a non prendersi mai sul serio nelle cose serie.Forse è il prezzo della libertà: quella di lamentarsi sempre, anche quando non c’è più niente da dire. Giuseppe Arnò

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Europa sotto attacco (ibrido): grazie Mosca, per la lezione gratuita

I droni russi testano le nostre difese, le nostre vulnerabilità e, ironia della sorte, ci offrono la possibilità di capire quanto siamo impreparati. Mentre Trump pensa al commercio e non alla geopolitica, l’Europa deve finalmente accorgersi che il tempo delle illusioni è finito.   Foto PIXNIO L’Europa si scopre fragile come una tenda canadese in mezzo a una tempesta. Le ripetute provocazioni di Mosca, tra droni chesorvolano aeroporti e cyberattacchi che scompaiono dai radar fino a quando fanno danno, ci ricordano con brutalità che la guerra ibrida non è una teoria accademica, ma la nuova normalità. Eppure, non tutti i mali vengono per nuocere. Se il Cremlino voleva semplicemente divertirsi a testare la reattività della NATO, ha fatto un favore imprevisto: ci ha mostrato i buchi clamorosi del nostro ombrello difensivo. Ora, o li cuciamo in fretta, o rischiamo di bagnarci alla prossima pioggia di droni. Il discorso della premier danese Mette Frederiksen è stato un raro esempio di franchezza: “Siamo impreparati, ma dobbiamo reagire insieme”. Un’ammissione che vale più di mille proclami vuoti. Perché il vero rischio non è il drone che sorvola indisturbato, ma la sfiducia che lascia dietro di sé nei cittadini. E, attenzione, quello è il veleno più efficace che Mosca possa inoculare. L’unità forzata (ma necessaria) Le invasioni di campo russe, ironia della sorte, hanno un merito: ci obbligano a guardarci in faccia, noi europei, e a riconoscerci come un unico destino. Non è romanticismo comunitario, è mera sopravvivenza. Uniti, possiamo reagire. Divisi, siamo carne da drone. Trump, dal canto suo, ci osserva da oltre Atlantico con la freddezza del mercante: non più il salvatore geopolitico, ma il negoziatore che guarda agli interscambi favorevoli. “Ognuno per sé e Dio per tutti” funziona, purché il dollaro segua. Se vogliamo davvero emanciparci dalla dipendenza di chicchessia, gas, petrolio o protezioni esterne, l’ora è questa. Ursula von der Leyen sembra averlo intuito: vedremo se dalle parole passerà ai fatti o se resteremo all’ennesimo comunicato di Bruxelles. Piccole commedie quotidiane Intanto, mentre la geopolitica ribolle, non manca la solita farsa mediterranea: barche a vela che ignorano i suggerimenti del Presidente Mattarella sul “giro di boa” via Cipro, ma che pretendono scorte navali. Peccato che quelle scorte costino circa un milione di euro a missione: e indovinate chi paga? Sempre noi. L’opposizione, intanto, mugugna su tutto senza mai tendere una mano. Il solito sport nazionale: criticare a gratis. Morale della favola Non siamo in una torre di Babele perché ci manchi una lingua comune; siamo in una torre di Babele perché ci manca un ideale condiviso. Eppure, ogni tanto, i nemici comuni fanno miracoli: le provocazioni di Mosca ci obbligano a stringere i ranghi, e la voce ferma di Copenhagen ci ricorda che reagire insieme è l’unico modo per restare forti, e perfino l’opposizione, chissà, potrebbe un giorno smettere di mugugnare per costruire. Un sogno? Forse. Ma se non altro, per una volta, la realtà ci sta obbligando a guardarla negli occhi. di Redazione

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Dal linciaggio morale al mercato delle illusioni

L’omicidio di Charlie Kirk non è solo un crimine, è il capolinea di un odio politico coltivato come virtù civile. Intanto, dall’altra sponda, Trump confeziona la sua rivoluzione economica come se fosse un nuovo spot promozionale, trasformando il pragmatismo in spettacolo. C’è chi si ostina a pensare che le parole siano innocue, che l’insulto sia solo folclore e che il sarcasmo quotidiano sui social serva a sdrammatizzare. Poi accade il delitto di Charlie Kirk, un abominevole epilogo che dimostra come il veleno, se coltivato con cura, prima o poi diventi mortale. Dal campus universitario al talk show serale, la cultura dell’odio ha trovato il suo palcoscenico permanente, legittimando l’idea che l’avversario non sia da confutare, ma da eliminare. In Italia, com’è costume, il dibattito non ha tardato a trasformarsi in una farsa. C’è chi piange indignato a corrente alternata e chi, con il sopracciglio alzato, si limita a dire che “dopotutto se l’è cercata”. La morale, quando diventa esclusiva di una sola parte, si trasforma in complicità: e il linciaggio culturale diventa l’anticamera di quello fisico. E mentre un cadavere politico segna la deriva del confronto democratico, dall’altra parte del mondo Donald Trump indossa i panni dell’astuto mercante. Con un occhio all’inflazione e l’altro al consenso, riscopre l’economia come spettacolo pirotecnico: dazi come slogan, agevolazioni fiscali come gadget da comizio, debito pubblico trattato come una campagna di marketing. È la rivoluzione economica versione Trump: non importa se funziona, importa se vende. Il paradosso è che l’odio politico e l’economia-spettacolo condividono la stessa radice: la riduzione della complessità a slogan. Da un lato il nemico da abbattere, dall’altro il miracolo da promettere. In mezzo, un pubblico che applaude o fischia, ma che raramente riflette. E così, mentre si celebra la libertà di parola che avvelena, e il genio economico che promette, resta un dubbio che nessuno vuole sciogliere: stiamo ancora facendo politica o semplicemente partecipando a un talent show dove l’odio è la sigla d’apertura e il mercato l’applauso finale?

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Lo Spaccone del Cremlino

Putin gioca a biliardo con l’Europa: lui tira col gesso, noi discutiamo sul regolamento Lo “Spaccone” non è solo il celebre film del 1961 con Paul Newman. È anche la parte più riuscita della recita putiniana: il capo del Cremlino che sfida la Nato violando lo spazio aereo rumeno, certo che dall’altra parte non arriverà più di un comunicato stampa, un po’ di “profonda preoccupazione” e l’ennesimo giro di sanzioni dal gusto annacquato. Il Treccani definisce lo spaccone come colui che “si vanta di aver fatto o di essere capace di fare cose straordinarie e inverosimili”. Putin l’ha preso alla lettera: sfida le regole internazionali, disprezza i trattati e intanto osserva l’Europa riunita attorno al tavolo delle chiacchiere, pronta a discutere, a condannare e, magari, a minacciare nuove restrizioni economiche che colpiranno più i nostri commercianti di parmigiano che i suoi generali. E mentre Varsavia schiera 40 mila uomini al confine con la Bielorussia, Berlino amplia l’air policing e Londra rispolvera i Typhoon, la domanda resta sospesa: davvero il massimo che sappiamo fare è minacciare altre sanzioni? Possibile che a fronte di droni russi che sorvolano confini Nato non si pensi di restituire la cortesia con qualche visitina tecnologica nei cieli da cui sono partiti? Non si tratta di dichiarare guerra, ma di giocare con le stesse regole dello zar spaccone. Perché, diciamolo: se uno ti sfida a biliardo e tu rispondi tirando fuori il manuale delle regole, non sei un campione, sei l’arbitro. Ed è chiaro che allo Spaccone interessa giocare, non arbitrare. Forse è arrivato il momento che l’Europa smetta di limitarsi a parole e sanzioni, e inizi a far capire a Mosca che non è più tempo di spacconate. Non per amore della guerra, ma per rispetto di se stessa. di Redazione

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Mimmo Leonetti – Uniti per la Pace

Comunicato stampa Il RSAA 1778 ha da sempre costruito ponti di solidarietà tra i popoli, impegnandosi concretamente nell’educare l’uomo alla pace e alla tolleranza. Perché tutti gli uomini,  al di là dei talenti o delle posizioni sociali,  nascono con gli stessi diritti e gli stessi doveri. La Massoneria, nella sua essenza, pone tra le proprie finalità il sostegno ad iniziative umanitarie e di beneficenza, offrendo aiuto ai bisognosi e contribuendo alla ricostruzione delle comunità colpite dalla guerra e dalla violenza. Questo impegno pratico per il bene dell’umanità riflette l’ideale massonico di servizio, fratellanza e amore universale. In tal senso, la Massoneria può, e deve,  essere voce e strumento nella ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti, promuovendo una visione spirituale e umanitaria che incoraggi dialogo, collaborazione, rispetto reciproco e compassione. La storia ci offre grandi esempi di Fratelli che hanno incarnato questi principi: Mahatma Gandhi, con la sua filosofia dell’Ahimsa (non violenza) e del Satyagraha (forza della verità), ha ispirato movimenti di liberazione e di pace in tutto il mondo. Martin Luther King Jr., leader del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, ha fatto della non violenza lo strumento per un cambiamento sociale profondo. Il suo celebre discorso “I have a dream” è prima di tutto una visione spirituale, un inno alla pace, all’uguaglianza e alla fratellanza. Nelson Mandela, Premio Nobel per la Pace nel 1993, dopo anni di prigionia per la lotta contro l’apartheid, guidò il Sudafrica verso la democrazia e la riconciliazione, ricordandoci che «ci sono due strade per un futuro migliore: la bontà e il perdono». Oggi più che mai, da Oriente a Occidente, rivolgiamo un appello agli intellettuali, ai filosofi, agli uomini di religione, agli artisti, agli operatori dei media e della cultura, affinché riscoprano e diffondano i valori eterni della pace, della giustizia, della bellezza, della fratellanza e della convivenza comune. Questi valori sono l’àncora di salvezza dell’umanità, e rappresentano il fondamento sul quale costruire un futuro di solidarietà e speranza. Il nostro contributo, anche se modesto, può essere essenziale: vivere quotidianamente ispirati alla tolleranza, al rispetto e all’amore verso i nostri simili. Benjamin Franklin, Fratello iniziato nella Saint John’s Lodge di Philadelphia nel 1731, ci ha lasciato parole che ben rappresentano lo spirito iniziatico:«Siate sempre in guerra con i vostri vizi, in pace con i vostri vicini, e fate sì che ogni anno vi scopra persone migliori». Parole che racchiudono un cammino di crescita personale e di armonia con il mondo: l’essenza stessa di un impegno massonico al servizio dell’umanità. Mimmo Leonetti

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Fuoco al confine: la crisi tra Thailandia e Cambogia rischia di riesplodere

  “In certi luoghi del mondo, la guerra non finisce mai davvero. Si nasconde nei sassi, nei boschi, negli occhi degli uomini.” – Italo Nostromo Il 23 luglio 2025, il confine tra Thailandia e Cambogia è tornato a essere un teatro di sangue. Un violento scontro armato ha lasciato sul terreno 9 morti – tra cui 4 soldati thailandesi, 3 cambogiani e 2 civili, oltre a decine di feriti. La tensione che da mesi serpeggiava in quell’area si è tramutata in un confronto diretto, segnando un grave peggioramento della crisi tra i due paesi. Non è un semplice incidente militare, ma il sintomo acuto di una ferita storica mai rimarginata. Un conflitto sospeso nel tempo La frizione tra Thailandia e Cambogia non nasce oggi. È un conflitto radicato nel tempo, nutrito da cicatrici coloniali, ambizioni nazionaliste e memorie dolorose. Ogni governo che arriva al potere, ogni momento di instabilità interna, sembra risvegliare questa disputa sopita. La zona più simbolica – e più contesa – resta quella intorno al tempio khmer di Preah Vihear, monumento che è insieme reliquia religiosa, simbolo identitario e baluardo strategico. Da quando, nel 2008, l’UNESCO ha inserito il sito tra i patrimoni dell’umanità, la contesa si è inasprita. Per la Cambogia è un riconoscimento della propria sovranità storica. Per la Thailandia è una provocazione. Ma ciò che rende tutto più teso è il terreno attorno al tempio: terre aride, montagne rocciose e foreste impervie che, a prima vista, sembrerebbero prive di valore. In realtà, queste zone nascondono ricchezze minerarie, rotte commerciali e punti di controllo strategico, il vero oggetto del contendere. L’ombra lunga della Cina A rendere il quadro ancora più delicato è la geopolitica del Sud-Est asiatico, oggi dominata dalla crescente influenza della Cina. Pechino ha fatto della Cambogia un partner strategico, investendo miliardi in porti, strade, ferrovie e – cosa più delicata – infrastrutture militari mascherate da civili. Le immagini satellitari parlano chiaro: nei pressi della base navale di Ream, sul Golfo della Thailandia, si costruiscono piste d’atterraggio e moli in grado di ospitare navi da guerra. Non si tratta solo di speculazioni: la Cina ha firmato accordi segreti con Phnom Penh, suscitando la preoccupazione sia di Bangkok che di Washington. Così, quando esplode un conflitto come quello del 23 luglio, non si può più leggerlo solo come una disputa tra due vicini. Si tratta piuttosto di una crisi incastonata dentro equilibri globali fragili, dove ogni movimento locale può innescare reazioni a catena. La Thailandia, più vicina storicamente agli Stati Uniti e a una postura non allineata, vede la presenza cinese in Cambogia come una minaccia diretta. Ecco perché, nel linguaggio non detto dei comunicati ufficiali, si leggono avvertimenti reciproci, accuse velate, e un pericoloso gioco di nervi. Un equilibrio instabile su una frontiera armata Lungo quel confine, tra villaggi isolati e trincee scavate nel fango, la guerra è un’eventualità sempre pronta a manifestarsi. I contadini coltivano riso sotto la minaccia delle mine, le scuole chiudono non per le vacanze, ma per evacuazione, e i bambini imparano a riconoscere il suono dei colpi di mortaio. Mentre i governi cercano di guadagnare posizioni nei media e nei consessi internazionali, chi paga il prezzo più alto sono le comunità locali, stremate da anni di insicurezza. Il nazionalismo è un carburante facile da accendere, e molti leader lo usano per distogliere l’attenzione da problemi interni: corruzione, disoccupazione, repressione politica. Ma un conflitto del genere non si controlla facilmente. Una scintilla – come quella del 23 luglio – può degenerare in una fiammata regionale. La diplomazia tra impotenza e ambiguità L’ASEAN, teoricamente garante della stabilità regionale, si trova ancora una volta a dimostrare la propria impotenza. Legata da regole che richiedono l’unanimità, e indebolita da interessi divergenti al suo interno, non riesce ad agire come mediatore credibile. La Cambogia, forte dell’appoggio cinese, blocca ogni risoluzione che possa sembrare critica verso di lei. Gli Stati Uniti si sono detti “profondamente preoccupati”, ma la loro influenza è oggi molto più debole che nel passato. La Cina, dal canto suo, invita alla calma, ma senza mai condannare la Cambogia, segno evidente che considera l’attuale situazione favorevole ai propri interessi strategici. Riflessioni finali: la pace fragile e il futuro incerto In un mondo dove le guerre spesso iniziano in modo ambiguo e si trascinano per anni senza vincitori né soluzioni, la crisi tra Thailandia e Cambogia rappresenta uno dei tanti focolai dimenticati, dove la diplomazia vacilla, e la storia si ripete. Ciò che colpisce è l’incapacità collettiva di superare le logiche del passato. La mappa mentale dei leader resta ancorata a linee di confine tracciate con righello da potenze coloniali, anziché fondata sulla cooperazione e lo sviluppo condiviso. In tempi in cui il mondo è sempre più interconnesso, è paradossale vedere come alcuni territori restino prigionieri del secolo scorso, mentre i cittadini chiedono solo stabilità, diritti e futuro. Se non si affrontano le vere radici del conflitto – storiche, politiche, economiche – la pace sarà solo una tregua tra due raffiche di mitra. E in fondo, come scriveva Italo Nostromo, non è nei trattati che la guerra finisce, ma negli occhi degli uomini. E oggi, in troppi occhi, si legge ancora la paura.

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Il tempo non concede proroghe

  A un commento di un caro e illustre amico sul mio editoriale di luglio (https://lagazzetta-online.com/editoriale-luglio-2025/) rispondo quanto segue: Commento: Grazie, Giuseppe. Interessante. Trump ha dimostrato i suoi colori: la sia inaffidabilità e il costante cambiamento di idea. Sperare che lui difenda l’Europa da potenziali attacchi russi mi sembra utopia. D’altra parte direi che gli europei sperano che il capoccione americano esca di scena e poi il 5 percento di spese militari promesse sarà un miraggio. I cinesi sono furbi e giocano a lungo termine. Ecco perché Trump si è dovuto ricredere con loro sulle minacce dei dazi che funzionano a volte ma spesso se le dimentica. Il problema però è che controlla armi nucleari e la sua inconsistenza dovrebbe fare paura a tutti. Risposta: Grazie per il tuo spunto, molto puntuale. In realtà l’Europa sta facendo sul serio: l’impegno di portare la spesa per la difesa al 5% non è una boutade estemporanea, ma una presa d’atto storica. L’Europa ha finalmente compreso che non può più permettersi di vivere sotto l’illusione di una protezione automatica da parte degli Stati Uniti, soprattutto in un’epoca in cui – come giustamente osservi – la leadership americana può essere soggetta a svolte imprevedibili. Trump o non Trump, la nostra sicurezza non può essere delegata. Ma allo stesso tempo, non possiamo cedere alla tentazione di prendere le distanze dagli Stati Uniti: noi siamo geneticamente occidentali, apparteniamo a quella comunità di civiltà che travalica i governi di turno. Gli americani sono, nella loro radice culturale, europei; non sono né cinesi né russi, e nemmeno lo diventeranno mai. L’ideologia non è il vero parametro: è una maschera, un racconto, proprio come intendeva Marx. La sostanza è nei legami storici, culturali e antropologici. L’Occidente è un sistema, un’alleanza che ci definisce ben oltre la politica del momento. Per questo motivo dobbiamo rafforzare il sistema occidentale a prescindere da chi sieda alla Casa Bianca: Trump può anche essere volubile, ma la fedeltà transatlantica dell’Europa non è negoziabile. Sta a noi renderla più solida, più autonoma e soprattutto credibile. Il 5% è parte di questa credibilità. Non possiamo permetterci di aspettare. Chi sa leggere la storia, sa bene che il tempo, a volte, non concede proroghe. Giuseppe Arnò 

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