Quando muore un fisico e il mondo resta rumoroso

  Zichichi, l’antimateria e le solite pietre italiane Viviamo tra cose destinate a morire, intra peritura vivimus, ricordava Seneca con l’eleganza dei classici che non avevano ancora conosciuto i talk show. Ma quando muore un uomo, aggiungeva John Donne, non si strappa una pagina dal libro: la si traduce in una lingua migliore. Oggi quella lingua, per chi sa ascoltarla, parla di fisica, di dubbi, di fede e di un certo orgoglio italiano che raramente sappiamo maneggiare con sobrietà. La fisica italiana saluta Antonino Zichichi, scomparso a 96 anni. Piange il genio e piange l’eredità: dalla fisica nucleare alla divulgazione scientifica, dal CERN all’INFN, dalla scoperta dell’antideutone a mezzo secolo di dibattito pubblico. Scienziato discusso, perché in Italia il talento che non si discute non è talento, ma indiscutibilmente eccellenza. Uno di quelli che, anche quando non convincevano, costringevano a pensare. E non è poco. Il Nobel lo ha solo sfiorato. Lui, con la schiettezza di chi non ha tempo per la falsa modestia, anni dopo disse: «Avrebbero dovuto darmelo già tre volte». Forse aveva ragione, forse no. Ma il Nobel, si sa, è una creatura sensibile agli equilibri geopolitici, alle mode scientifiche e alle correnti di corridoio. Zichichi resta comunque tra i massimi fisici del suo tempo, stimato e riconosciuto ben oltre i nostri confini, che sono sempre stati più stretti nella testa che sulle mappe. In patria, invece, gli toccò anche l’onore effimero della politica. Rosario Crocetta, allora presidente della Regione Siciliana, lo volle assessore ai Beni culturali e poi lo liquidò con una battuta memorabile: «Non se ne poteva più, bisognava lavorare e invece parlava di raggi cosmici». Come dire: colpa grave, in Sicilia, parlare di stelle quando ti chiedono di contare le pietre. Forse, suggerì Crocetta, sarebbe stato meglio usarlo come esperto. In Italia i geni funzionano sempre meglio come consulenti postumi. Zichichi non separava fede e scienza con il filo spinato ideologico. Sosteneva che nessuna scoperta scientifica potesse negare l’esistenza di Dio e criticava tanto il darwinismo dogmatico quanto il creazionismo militante. Ragione e fede, ricordando un assioma, sono le due sponde dello stesso fiume. Gandhi gli avrebbe fatto compagnia: ci sono territori dove la ragione si ferma e la fede non contraddice, ma trascende. Ora che cavalca davvero le forze dell’universo, possiamo augurargli un approdo sereno. Se c’è un ordine cosmico, uno come lui avrà già chiesto spiegazioni. Per il resto, come spesso accade quando muore un uomo grande, il Paese torna subito alle sue abitudini rumorose. E allora la giriamo a musica, perché altro non si può fare in questo nostro Stato affettuosamente squinternato. Antoine cantava: Tu sei bello e ti tirano le pietre. Parafrasando: sei di destra, e non puoi lavorare. Andrea Pucci, Paolo Petrecca, Beatrice Venezi hanno in comune una colpa imperdonabile: non essere dichiaratamente di sinistra. Per alcuni sedicenti esperti, basta questo per decretare l’incompetenza professionale. La censura resta una brutta cosa, a destra come a sinistra. Clare Boothe Luce lo disse meglio di chiunque altro: la censura, come la carità, dovrebbe iniziare a casa, ma a differenza della carità, dovrebbe fermarsi lì. Nel frattempo, i sondaggi ci consolano come sempre. Il Sì al referendum sulla giustizia 2026 risale al 52,5%, il No si ferma al 47,5%. Numeri che oscillano con la stessa leggerezza con cui oscillano le convinzioni. E intanto lo sport ci regala qualche scheggia di allegria: Olimpiadi in crescendo per l’Italia, almeno lì il cronometro è più sincero dei commentatori. Zichichi non c’è più. Il rumore resta. Ma ogni tanto, nel frastuono, qualcuno ascolterà ancora una voce che parlava di antimateria mentre noi discutevamo di fazioni. E forse capirà che il vero scandalo, in questo Paese, non è chi guarda troppo in alto, ma chi non alza mai lo sguardo. Giuseppe Arnò

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Apocalisse a breve termine

  Il mondo perduto attende il suo Terminator, piaccia o non piaccia «Sì, vendetta, tremenda vendetta». Dal Rigoletto di Verdi potrebbe arrivare la colonna sonora ideale di queste ore, se davvero l’America di Donald Trump deciderà di voltare pagina, o, più realisticamente, di cambiare libro, nel capitolo iraniano. Trump non recita: quando promette, prima o poi mantiene. E la sua rabbia, più che cieca, appare fredda, metodica, da uomo d’affari che ha capito una cosa elementare: certi conti, se non li chiudi, tornano sempre a presentarsi con interessi usurai. L’Iran non è il Venezuela, non è una trattativa da salotto né una transazione graduale. È una questione di regime, di sistema, di macelleria ideologica che, secondo le accuse, avrebbe lasciato sul terreno decine di migliaia di giovani. Numeri che non chiedono riforme cosmetiche, ma una cesura netta. L’Armada americana avanza, o almeno così si racconta, con tutta la tecnologia che la modernità bellica consente. Di fronte, un Paese vasto, popoloso, temprato e tutt’altro che improvvisato. Proprio per questo, se colpo sarà, dovrà essere decisivo. Non per vendetta, parola che la storia giudica sempre male, ma per deterrenza. Il messaggio, più che a Teheran, sembra indirizzato a Pechino e Mosca: compagni di merenda sì, ma non di trincea. Le reazioni, finora, restano quelle di prammatica: condanne verbali, sopracciglia aggrottate, e nulla più. Alla fine, nel bene e nel male, molti si scoprono a tifare per Trump senza ammetterlo. Predica male, razzola spesso bene. Scompagina, irrita, ma mette in riga. In un mondo che ha confuso il dialogo con l’inazione e la prudenza con la paura, l’arrivo di un Terminator geopolitico era forse inevitabile. Non auspicabile, ma inevitabile: come certi temporali d’estate che ripuliscono l’aria a suon di tuoni. Finita, ammesso che finisca, la pulizia globale, il nostro eroe dovrà però guardarsi allo specchio e occuparsi di casa propria. Economia e immigrazione: due dossier opinabili, contestabili, ma non del tutto deprecabili. Sull’immigrazione, rimandare a casa chi non ha titolo per restare non è eresia, ma semplice applicazione di una regola. E se le opposizioni interne alzeranno barricate, Trump sembra il tipo che risponderebbe parafrasando il cinema italiano: nulla ci può fermare. Musk, intanto, pare intenzionato a rientrare nei ranghi, promettendo nuove stagioni di una telenovela che il mondo segue con più attenzione delle fiction serali. In Italia, nel frattempo, le notizie restano fedeli a se stesse: una spaventosamente medievale, l’altra sorprendentemente virtuosa. Da un lato dichiarazioni che riportano l’orologio morale indietro di secoli; dall’altro, Les Echos che incorona la strategia economica del governo Meloni e certifica l’Italia come quarta potenza mondiale dell’export a fine 2025. Piccoli segnali che ricordano come, anche nel caos globale, esistano ancora isole di raziocinio. Conclusione Il mondo è stanco, confuso e infelice. Forse non aveva bisogno di un Terminator, ma di sicuro non ha saputo evitarlo. Ora che è arrivato, conviene sperare che sappia quando spegnersi. Perché l’ordine imposto può salvare il presente, ma solo la misura può salvare il futuro. E quella, purtroppo, non si scarica da nessun arsenale. Giuseppe Arnò

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Trump, l’Europa ringrazia

Dai talk show di lana caprina al ceffone americano che ha svegliato Bruxelles x C’è un curioso filo rosso che unisce i salotti televisivi della politica italiana ai palazzi ovattati dell’Unione Europea: l’arte sublime del perdere tempo. Un talento coltivato con dedizione, risorse pubbliche e una certa ostinazione al sonno profondo. Basta accendere la RAI, per esempio. Nella trasmissione Il Confronto di ieri sera si è discusso, come sempre, di inflazione, rottamazioni e dell’eterna, commovente contesa tra ricchi e poveri. Una disputa che dura dai tempi di Noè, attraversa il Medioevo e arriva integra, senza una ruga, fino ai nostri studi televisivi. Con una novità: ora la percentuale dei poveri sarebbe diminuita. Ma attenzione, replica immediata dell’opposizione: dentro quel dato ci sono anche i lavoratori in cassa integrazione, i semi-occupati, i quasi-occupati e, probabilmente, pure qualche santo in paradiso. Il risultato è noto: le stesse musiche, gli stessi spartiti, gli stessi solisti che si alternano con foga, senza che il concerto produca una sola nota nuova. Viene allora da chiedersi se questi talk show abbiano ancora una funzione civile o se siano diventati una forma di arredamento televisivo: stanno lì, occupano spazio, consumano risorse e danno l’illusione che qualcosa si muova. Nel frattempo, i cittadini pagano il biglietto. Del resto, ricchi e poveri sono sempre esistiti. Anche in musica: basti pensare ai Ricchi e Poveri, glorioso gruppo genovese, che almeno aveva il pregio di non prendersi troppo sul serio. In politica, invece, ogni dato è buono solo per essere smentito, relativizzato, smontato e rimontato fino a diventare innocuo. E se una percentuale scende, non è mai merito di qualcosa che funziona, ma di un trucco contabile ben nascosto. Forse, più che l’economia, andrebbe riformulato il palinsesto RAI. Ma questo è un discorso che vale anche, e soprattutto, per l’Europa. L’Unione Europea, infatti, da anni vive in uno stato di torpore elegante: molte parole, molte commissioni, molte unanimità richieste e pochissime decisioni prese. Una macchina perfetta per non decidere nulla su tutto ciò che conta davvero. Ucraina, difesa, politica estera, energia: ogni volta si arriva a un vertice e si riparte con un comunicato. Qualcosa, però, sembra essersi incrinato. Complice il recente asse Italia-Germania, ma soprattutto grazie a un personaggio che l’Europa ama detestare: Donald Trump. Il tycoon sarà antipatico, anti-diplomatico, imprevedibile e poco ortodosso, ma ha fatto una cosa che Bruxelles non riusciva più a fare da sola: ha dato la sveglia. La vicenda della Groenlandia, con le sue minacce muscolari e fuori registro, ha avuto un effetto miracoloso. Per la prima volta da tempo, l’Europa si è ricompattata. Ha capito che senza una testa unica, senza una struttura decisionale snella e senza superare il freno dell’unanimità, resterà un grande mercato e una piccola potenza. Un continente che commenta il mondo invece di guidarlo. Meglio tardi che mai, ci ricorda una vecchia commedia televisiva di Luca Manfredi. Anche se, come ammoniva Theodor Seuss Geisel, si è fatto tardi molto presto. E allora sì, tocca dirlo sottovoce, magari storcendo il naso: se l’Europa si riformerà davvero, se smetterà di sonnecchiare e inizierà finalmente a decidere, una parte del merito andrà anche a lui. Trump non è una soluzione. È stato uno schiaffo. Ma a volte, nella storia, gli schiaffi servono più delle carezze. E l’Europa, da tempo, dormiva profondamente. Giuseppe Arnò

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Il mondo brucia, noi timbriamo il cartellino

Missili ipersonici, rivolte soffocate, terre messe all’asta e scioperi fuori tempo massimo: breve catalogo delle follie contemporanee   a Mentre in Iran la protesta corre affiancata alla repressione, come due binari che portano allo stesso precipizio, Mosca alza la posta e gioca la carta dei missili ipersonici. Vladimir Putin ha lanciato per la prima volta l’Oreshnik su Kiev: un messaggio più che un’arma, di quelli che non cercano una risposta diplomatica ma un brivido lungo la schiena dell’Europa. Le cancellerie europee hanno reagito come da copione: dichiarazioni «inaccettabili», sopracciglia corrugate, comunicati stampa. Il tutto con l’efficacia di un ombrello contro un bombardamento. Forse, invece di infilarsi sotto il letto come fanno i cani quando scoppiano i fuochi d’artificio, sarebbe il caso di ricordare che con la Russia non si tratta a colpi di aggettivi, ma,  piaccia o no,  con rapporti di forza credibili. Gli Stati Uniti osservano, calcolano, monetizzano. Sulle disgrazie altrui si può sempre costruire un margine di profitto: l’Iran è ancora un terreno “spremibile”, l’Ucraina lo è già stata a lungo. Gli ayatollah lo sanno: se la repressione diventa strage, le visite indesiderate non tardano mai troppo. Questa non è morale, è geopolitica. E fingere di non capirlo non cambia la realtà. Intanto, come se tutto ciò appartenesse a un altro pianeta, l’Italia sciopera. Sciopera come se il mondo fosse fermo, come se i missili fossero un problema da telegiornale e non un rischio concreto. Sciopera per riflesso condizionato, per tradizione, per abitudine. Un rito stanco, celebrato mentre la storia accelera. E poi c’è la Groenlandia, messa idealmente all’asta come un bene di una massa fallimentare globale: ghiaccio, risorse, posizione strategica. Nel grande mercato delle follie, anche l’Artico ha il suo cartellino col prezzo. Il mondo va a fuoco, le potenze giocano con fiammiferi e dinamite, e noi discutiamo di turni, slogan e proclamazioni. Forse non è follia. È peggio: è distrazione organizzata. E la storia, si sa, non aspetta chi è in sciopero. Giuseppe Arnò

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Bravo chi ci capisce qualcosa

Quando il caos tricolore viaggia nel mondo e torna indietro con gli interessi     “Ubi italicus, ibi Italia”: quando il patriottismo diventa un avvertimento più che un motto. C’è un vecchio adagio latino che campeggia all’ingresso del Circolo Italiano di San Paolo: Ubi italicus, ibi Italia. Una massima che un tempo faceva sorridere di orgoglio, ma che oggi rischia di suonare come una diagnosi: dove arriva un italiano, arriva puntuale anche il caos in confezione famiglia. E il bello è che lo esportiamo pure. Ultime dalla collezione “caos d’alta gamma”: Federica Mogherini si dimette dal Collegio d’Europa, l’ambasciatore Sannino pure dal suo incarico. Tutti innocenti fino a prova contraria, sia chiaro. Ma il caos lo hanno comunque messo in moto: almeno quello mediatico, quello che ci tiene appesi ai titoli di cronaca giudiziaria come a un fotoromanzo di altri tempi. E sorvoliamo pure sul punto centrale: il Collegio d’Europa, questo elegante carrozzone comunitario che inghiotte fondi come un buco nero e restituisce utilità più evanescenti di un apprendistato in filosofia zen. Nel frattempo, dall’ONU arriva una delle più grandi rivelazioni della storia recente: la stampa va rispettata. Ci giunge come un fulmine di saggezza. Peccato solo sia il 2025. Ma, come si dice: meglio tardi che mai… e molto tardi che sempre. Peccato che, costretti a inseguire queste vicende da salone del barbiere, ci si annoi. Non perché siano irrilevanti, ma perché sembrano tutte uguali: uno sfiancante déjà-vu nazionale. L’Italia è diventata noiosa, piatta, livida. E l’Europa, invece di aiutarci a respirare, ci ha trasformati in un ufficio protocollo a cielo aperto. Eppure un barlume ci resta: quel talento italico del sospetto intelligente. Lo stesso che ci fa intuire, con beffarda precisione, che Trump può cambiare posizione mentre si versa il caffè; che a Bruxelles i soldi pubblici si polverizzano con l’allegria delle noccioline allo stadio; e che Putin non ha alcuna urgenza di terminare la guerra in Ucraina, anzi guarda ben oltre l’orizzonte. E poi, oggi, il menù del giorno è servito: – Delrio con il suo disegno di legge sull’antisemitismo; – Sempio che ci narra la fiaba genetica del DNA; – la CGIL che picchia duro, non sul tavolo della contrattazione ma su quello della polemica; – i lavoratori in sciopero e le violenze a Genova per l’ex Ilva, dove la realtà supera la fiction con un certo disagio. Insomma, roba che neppure la televisione commerciale degli anni ’90 osava mandare in onda. Alla fine, più che notizie, ci resta addosso una sensazione precisa: che stiamo raccontando immondizie. Eppure queste immondizie sono tutto ciò che abbiamo. E allora, in perfetto spirito montanelliano, non resta che una constatazione amara ma lucidissima: l’Italia non smette mai di stupire, ma raramente nel modo che vorremmo. Giuseppe Arnò

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La paura di esporsi e del giudizio altrui

Cambia il mondo, cambiano i Papi, ma certe paure restano una costante universale   C’è chi sostiene che i tempi cambino rapidamente. Vero. Ma alcune dinamiche, come certe melodie popolari, sembrano attraversare le epoche senza perdere una nota. Tra queste, una delle sinfonie più riconoscibili della società contemporanea è la paura: di parlare, di esporsi, di essere giudicati, di “urtare sensibilità”, o più semplicemente di mettersi nei guai. La paura è antica quanto l’uomo: un misto di incertezza, smarrimento e istinto di sopravvivenza. Ma oggi, nel frastuono dei social, dell’informazione istantanea e delle indignazioni a tempo determinato, questa emozione primordiale ha assunto contorni nuovi, più sottili, più sofisticati, spesso mascherati da prudenza o neutralità. Eppure basta osservare qualche episodio recente per accorgersi che, sotto la superficie, il meccanismo è sempre lo stesso. Persecuzioni in Africa: tante stragi, pochi titoli Nel 2024-2025, gli attacchi contro i cristiani in Africa subsahariana, Nigeria, Congo, Burkina Faso,  non si sono affatto attenuati. Anzi. L’ennesimo assalto di matrice jihadista contro villaggi cristiani nel Nord della Nigeria ha provocato decine di morti. Storie tremende, eppure destinate a scomparire nell’arco di poche ore dai notiziari europei. Un paio di lanci d’agenzia, qualche tweet di circostanza e poi… nulla. Le ONG? Molte preferiscono evitare l’argomento: è terreno scivoloso. Le grandi testate? Aprono con altro. E l’Europa, sempre attenta ai rischi reputazionali, teme l’ombra lunga dell’accusa ormai inflazionata: “islamofobia”. Così, per non complicarsi la vita, si guarda altrove. Papa Leone XIV: parole misurate in un mondo esplosivo L’elezione di Papa Leone XIV, considerato un pontefice pragmatico, diplomatico, attento alla comunicazione, aveva fatto sperare in una linea più coraggiosa su questi temi. E infatti, nei discorsi ufficiali, i riferimenti alle vittime cristiane non sono mancati. Ma quando si passa dal pulpito ai social, il registro cambia. Si twitta con prudenza, si pesano le parole, si calibrano le reazioni. Ed ecco che puntualmente scatta la polemica: per Notre Dame c’era stato un tweet immediato; per alcune moschee colpite da estremisti, altrettanto. Per i cristiani massacrati in villaggi lontani, invece, il messaggio arriva tardi, se e quando arriva. È paura? È diplomazia? È strategia? Forse una miscela delle tre. Ma la sensazione diffusa è che a volte il timore di “irritare” il mondo islamico prevalga sulla necessità morale di chiamare le cose col loro nome. Antimafia 2025: maxi-blitz, maxi-silenzio Negli ultimi mesi non sono mancate operazioni di altissimo livello contro le cosche calabresi. L’operazione “Maestrale–Carosello”, con centinaia di arresti e una rete che toccava affari, politica, imprenditoria e un sottobosco internazionale, avrebbe meritato settimane di approfondimenti. E invece? Un giorno di apertura sui tg, qualche speciale lampo, poi l’attenzione evapora. Nessuna grande mobilitazione, poca analisi, pochissimo dibattito pubblico. Perché? Perché parlare di criminalità organizzata, quella vera, fa ancora paura. Paura di esporsi, paura di sbagliare, paura di attirare attenzioni indesiderate. Una paura talmente radicata che finisce per influenzare anche la gerarchia delle notizie. È quello che confermano vari magistrati: l’omertà, oggi, non è solo dei territori, ma spesso dell’opinione pubblica, che velocemente “passa oltre”. E i media, che vivono di audience, seguono il flusso: se i lettori non cliccano, si cambia argomento. Media e pubblico: chi teme chi? Arriviamo così alla domanda cruciale: sono i media a non informare abbastanza o sono i lettori a non voler essere informati? La verità, probabilmente, sta nel mezzo. Il pubblico corre dietro ciò che è immediato, facile, emotivamente neutro. Le redazioni, dall’altra parte, calibrano i temi in base a ciò che “tira”. Temi scomodi, persecuzioni religiose, terrorismo, mafia, finiscono così ai margini, sacrificati sull’altare di un principio che nessuno ammette ma tutti seguono: meglio non complicarsi la vita. Ed eccoci di nuovo al filo rosso: la paura. La paura come denominatore comune Tre scenari, tre contesti diversi, un’unica matrice: paura di essere etichettati; paura di compromettere equilibri geopolitici e religiosi; paura della malavita e dei poteri deviati. Paura di parlare, paura di essere fraintesi, paura di fare troppo… o troppo poco. Ma mentre molti tacciono, chi combatte davvero la criminalità conosce bene la paura e non la nega. Anzi, la usa. Un noto magistrato calabrese lo ha sintetizzato così: “La paura ce l’ho, certo. Ma va addomesticata, altrimenti ti domina.” E noi? Abbiamo imparato ad addomesticare le nostre paure? La risposta è, probabilmente, no. Non ancora. Ma il coraggio, quello autentico, non è riservato a pochi. È contagioso. Richiede esempi, richiede educazione al senso morale, richiede una società che smette di tremare davanti all’idea di essere criticata. La paura è inevitabile; la resa alla paura, invece, è una scelta. Sant’Agostino, che attraversa i secoli meglio di molte cronache contemporanee, ci ricorda: “O è il male ciò di cui abbiamo paura, o il male è che abbiamo paura.” Nel dubbio, vale la pena stare dalla parte del coraggio. Sempre. di Redazione

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Atomica per tutti, e poi?

Quando il mondo gioca alla roulette nucleare e il popolino tifa dal divano, tra fake news, talk show isterici e finti profeti della catastrofe. a a C’è un momento, nella storia dei popoli, in cui l’ingenuità smette di essere tenera e diventa pericolosa. Un po’ come quando si scopre che il bambino che rideva davanti ai cartoni animati adesso crede che i dibattiti televisivi siano la “verità”. E così eccoci qui: un’umanità ipnotizzata dalle beghe politiche impacchettate nei talk show, dove ogni sciocchezza diventa apocalisse e ogni apocalisse, ormai, fa sbadigliare. Nel frattempo, mentre il pubblico si accapiglia su chi urla meglio nello studio televisivo, nel Pacifico si respira un’aria più tagliente di una lama di katana. Il Giappone, sì, proprio quello che per decenni ha sventolato la bandiera del pacifismo come un mantra esistenziale, adesso si riscopre con la mano sul pomo della spada. Non per folklore, ma per necessità. Il nuovo ministro della Difesa, Shinjiro Koizumi, ha chiesto apertamente di valutare l’acquisto di sottomarini a propulsione nucleare. Una frase che, in qualsiasi altro Paese, farebbe tremare le borse e agitare i pacifisti; in Giappone, invece, si scontra con una memoria collettiva ancora ustionata da Hiroshima e Nagasaki. Eppure qualcosa si muove. Quando hai come vicini una Corea del Nord che ti manda missili sopra la testa come fossero cartoline natalizie, e una Cina che vara portaerei come fossero yacht da weekend, a un certo punto anche il samurai più pacioso si domanda se non sia il caso di lucidare l’armatura. Gli Stati Uniti, manco a dirlo, osservano, approvano e spingono: perfino Seoul ha avuto il suo bravo via libera per entrare nel club delle potenze con sottomarini nucleari. Nel frattempo la regione si riempie di arsenali nuovi di zecca: una fiera del riarmo atomico che farebbe apparire il “day after” quasi un documentario bucolico. Il mondo trema, muore, implode. Ma a noi… che importa? Qui da noi, nel paese dove l’aria fritta è ormai patrimonio immateriale, basta un bello sciopero del venerdì, uno qualsiasi, il motivo è puramente accessorio, e qualche talk show fazioso che ripete sempre le stesse lagne per far sentire milioni di cittadini “informati”, “coinvolti”, “vigili”. Peccato che la vigilanza sia quella di chi dorme con gli occhi aperti: l’illusione di essere partecipi mentre si è drogati di fake news, indignazione a orologeria e politica-spettacolo di quart’ordine. E così il mondo corre verso l’abisso nucleare, e noi con lui, a passo lento ma determinato, come ciechi in un vicolo cieco, un cul de sac, direbbe chi vuole darsi un tono francese. C’è chi evoca la storia circolare, come Peter Colosimo, parlando di civiltà avanzate spazzate via da cataclismi e guerre atomiche per poi rinascere da zero. La differenza? Che all’epoca i responsabili erano, forse, extraterrestri. Oggi, invece, basta guardare i telegiornali: gli alieni siamo noi, governati da svitati che, per fantasia, competono solo con i marziani. E allora, come direbbe Montanelli, prepariamoci: se la storia è davvero un cerchio, tranquillizziamoci. Prima o poi torneremo all’inizio. E chissà che stavolta non si impari qualcosa, sempre ammesso che ci resti qualcuno capace di ricordarla. Di Redazione

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L’Italia dei tribunali ambulanti

Ogni testa è un tribunale, ma da noi le sentenze si emettono al bar, sui social e nei cortei: così, mentre i problemi restano, si discute di gossip come fosse politica estera. Come è strana la vita!Non si è mai contenti di ciò che si ha, né di ciò che si fa. E fin qui nulla di nuovo: l’uomo è un eterno insoddisfatto. Ma da noi l’incontentabilità è diventata mestiere. Ognuno ha la sua verità e la serve come un avvocato d’ufficio, sicuro di difendere la causa giusta. “Ogni testa è tribunale”, dice il proverbio; peccato che in Italia i tribunali abbondino, ma la giustizia, quella del buon senso, sia merce rara. Prendiamo, per dire, i pacifisti di professione. A pace fatta, continuano a guerreggiare. Si capisce: se smettessero, dovrebbero trovarsi un lavoro vero. E chi governa non può certo rischiare di mandarli in cassa integrazione morale. Così si sciopera a prescindere, come si respira: per abitudine. Eppure ci sarebbero buoni motivi per farlo davvero, uno per tutti: la solidarietà a corrente alternata. Giorgia Meloni è stata oggetto di un attacco sessista da parte di due esponenti di sinistra, Elly Schlein e Laura Boldrini, le stesse che hanno fatto del femminismo una bandiera. Ma qui il coro delle indignazioni si è improvvisamente ammutolito. La “testa-tribunale”, che di solito proclama verdetti fulminanti, questa volta archivia il caso: non luogo a procedere. Nel frattempo, Lerner e Saviano rispolverano il vecchio “Piove, governo ladro!”, la Salis attribuisce al capitalismo la colpa di ogni sciagura, e i grillini evaporano con la solita disinvoltura dei gas nobili. Intanto, i veri problemi, quelli che pesano sul Paese, vengono messi in coda, scavalcati dal gossip quotidiano, dalla lite di condominio travestita da analisi politica. E così si tira avanti: un popolo di detrattori professionisti, sempre pronti a scioperare contro qualcosa, purché non richieda fatica di pensiero. Poi ci si stupisce se all’estero ci capiscono meglio di quanto ci capiamo da soli. In pochi giorni due autorevoli giornali tedeschi hanno elogiato la premier italiana. Qui da noi, invece, nessuno se n’è accorto: erano tutti occupati a discutere dell’ultima polemica da salotto. Meno male che lassù, tra un rigore e un’autostrada efficiente, qualcuno ci guarda.E forse sorride, chiedendosi come faccia un Paese così serio nei talenti a non prendersi mai sul serio nelle cose serie.Forse è il prezzo della libertà: quella di lamentarsi sempre, anche quando non c’è più niente da dire. Giuseppe Arnò

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Europa sotto attacco (ibrido): grazie Mosca, per la lezione gratuita

I droni russi testano le nostre difese, le nostre vulnerabilità e, ironia della sorte, ci offrono la possibilità di capire quanto siamo impreparati. Mentre Trump pensa al commercio e non alla geopolitica, l’Europa deve finalmente accorgersi che il tempo delle illusioni è finito.   Foto PIXNIO L’Europa si scopre fragile come una tenda canadese in mezzo a una tempesta. Le ripetute provocazioni di Mosca, tra droni chesorvolano aeroporti e cyberattacchi che scompaiono dai radar fino a quando fanno danno, ci ricordano con brutalità che la guerra ibrida non è una teoria accademica, ma la nuova normalità. Eppure, non tutti i mali vengono per nuocere. Se il Cremlino voleva semplicemente divertirsi a testare la reattività della NATO, ha fatto un favore imprevisto: ci ha mostrato i buchi clamorosi del nostro ombrello difensivo. Ora, o li cuciamo in fretta, o rischiamo di bagnarci alla prossima pioggia di droni. Il discorso della premier danese Mette Frederiksen è stato un raro esempio di franchezza: “Siamo impreparati, ma dobbiamo reagire insieme”. Un’ammissione che vale più di mille proclami vuoti. Perché il vero rischio non è il drone che sorvola indisturbato, ma la sfiducia che lascia dietro di sé nei cittadini. E, attenzione, quello è il veleno più efficace che Mosca possa inoculare. L’unità forzata (ma necessaria) Le invasioni di campo russe, ironia della sorte, hanno un merito: ci obbligano a guardarci in faccia, noi europei, e a riconoscerci come un unico destino. Non è romanticismo comunitario, è mera sopravvivenza. Uniti, possiamo reagire. Divisi, siamo carne da drone. Trump, dal canto suo, ci osserva da oltre Atlantico con la freddezza del mercante: non più il salvatore geopolitico, ma il negoziatore che guarda agli interscambi favorevoli. “Ognuno per sé e Dio per tutti” funziona, purché il dollaro segua. Se vogliamo davvero emanciparci dalla dipendenza di chicchessia, gas, petrolio o protezioni esterne, l’ora è questa. Ursula von der Leyen sembra averlo intuito: vedremo se dalle parole passerà ai fatti o se resteremo all’ennesimo comunicato di Bruxelles. Piccole commedie quotidiane Intanto, mentre la geopolitica ribolle, non manca la solita farsa mediterranea: barche a vela che ignorano i suggerimenti del Presidente Mattarella sul “giro di boa” via Cipro, ma che pretendono scorte navali. Peccato che quelle scorte costino circa un milione di euro a missione: e indovinate chi paga? Sempre noi. L’opposizione, intanto, mugugna su tutto senza mai tendere una mano. Il solito sport nazionale: criticare a gratis. Morale della favola Non siamo in una torre di Babele perché ci manchi una lingua comune; siamo in una torre di Babele perché ci manca un ideale condiviso. Eppure, ogni tanto, i nemici comuni fanno miracoli: le provocazioni di Mosca ci obbligano a stringere i ranghi, e la voce ferma di Copenhagen ci ricorda che reagire insieme è l’unico modo per restare forti, e perfino l’opposizione, chissà, potrebbe un giorno smettere di mugugnare per costruire. Un sogno? Forse. Ma se non altro, per una volta, la realtà ci sta obbligando a guardarla negli occhi. di Redazione

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Dal linciaggio morale al mercato delle illusioni

L’omicidio di Charlie Kirk non è solo un crimine, è il capolinea di un odio politico coltivato come virtù civile. Intanto, dall’altra sponda, Trump confeziona la sua rivoluzione economica come se fosse un nuovo spot promozionale, trasformando il pragmatismo in spettacolo. C’è chi si ostina a pensare che le parole siano innocue, che l’insulto sia solo folclore e che il sarcasmo quotidiano sui social serva a sdrammatizzare. Poi accade il delitto di Charlie Kirk, un abominevole epilogo che dimostra come il veleno, se coltivato con cura, prima o poi diventi mortale. Dal campus universitario al talk show serale, la cultura dell’odio ha trovato il suo palcoscenico permanente, legittimando l’idea che l’avversario non sia da confutare, ma da eliminare. In Italia, com’è costume, il dibattito non ha tardato a trasformarsi in una farsa. C’è chi piange indignato a corrente alternata e chi, con il sopracciglio alzato, si limita a dire che “dopotutto se l’è cercata”. La morale, quando diventa esclusiva di una sola parte, si trasforma in complicità: e il linciaggio culturale diventa l’anticamera di quello fisico. E mentre un cadavere politico segna la deriva del confronto democratico, dall’altra parte del mondo Donald Trump indossa i panni dell’astuto mercante. Con un occhio all’inflazione e l’altro al consenso, riscopre l’economia come spettacolo pirotecnico: dazi come slogan, agevolazioni fiscali come gadget da comizio, debito pubblico trattato come una campagna di marketing. È la rivoluzione economica versione Trump: non importa se funziona, importa se vende. Il paradosso è che l’odio politico e l’economia-spettacolo condividono la stessa radice: la riduzione della complessità a slogan. Da un lato il nemico da abbattere, dall’altro il miracolo da promettere. In mezzo, un pubblico che applaude o fischia, ma che raramente riflette. E così, mentre si celebra la libertà di parola che avvelena, e il genio economico che promette, resta un dubbio che nessuno vuole sciogliere: stiamo ancora facendo politica o semplicemente partecipando a un talent show dove l’odio è la sigla d’apertura e il mercato l’applauso finale?

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