Cambia il mondo, cambiano i Papi, ma certe paure restano una costante universale

C’è chi sostiene che i tempi cambino rapidamente. Vero. Ma alcune dinamiche, come certe melodie popolari, sembrano attraversare le epoche senza perdere una nota. Tra queste, una delle sinfonie più riconoscibili della società contemporanea è la paura: di parlare, di esporsi, di essere giudicati, di “urtare sensibilità”, o più semplicemente di mettersi nei guai.
La paura è antica quanto l’uomo: un misto di incertezza, smarrimento e istinto di sopravvivenza. Ma oggi, nel frastuono dei social, dell’informazione istantanea e delle indignazioni a tempo determinato, questa emozione primordiale ha assunto contorni nuovi, più sottili, più sofisticati, spesso mascherati da prudenza o neutralità.
Eppure basta osservare qualche episodio recente per accorgersi che, sotto la superficie, il meccanismo è sempre lo stesso.
Persecuzioni in Africa: tante stragi, pochi titoli
Nel 2024-2025, gli attacchi contro i cristiani in Africa subsahariana, Nigeria, Congo, Burkina Faso, non si sono affatto attenuati. Anzi. L’ennesimo assalto di matrice jihadista contro villaggi cristiani nel Nord della Nigeria ha provocato decine di morti. Storie tremende, eppure destinate a scomparire nell’arco di poche ore dai notiziari europei. Un paio di lanci d’agenzia, qualche tweet di circostanza e poi… nulla.
Le ONG? Molte preferiscono evitare l’argomento: è terreno scivoloso. Le grandi testate? Aprono con altro. E l’Europa, sempre attenta ai rischi reputazionali, teme l’ombra lunga dell’accusa ormai inflazionata: “islamofobia”. Così, per non complicarsi la vita, si guarda altrove.
Papa Leone XIV: parole misurate in un mondo esplosivo
L’elezione di Papa Leone XIV, considerato un pontefice pragmatico, diplomatico, attento alla comunicazione, aveva fatto sperare in una linea più coraggiosa su questi temi. E infatti, nei discorsi ufficiali, i riferimenti alle vittime cristiane non sono mancati.
Ma quando si passa dal pulpito ai social, il registro cambia. Si twitta con prudenza, si pesano le parole, si calibrano le reazioni.
Ed ecco che puntualmente scatta la polemica:
per Notre Dame c’era stato un tweet immediato; per alcune moschee colpite da estremisti, altrettanto.
Per i cristiani massacrati in villaggi lontani, invece, il messaggio arriva tardi, se e quando arriva.
È paura? È diplomazia? È strategia?
Forse una miscela delle tre. Ma la sensazione diffusa è che a volte il timore di “irritare” il mondo islamico prevalga sulla necessità morale di chiamare le cose col loro nome.
Antimafia 2025: maxi-blitz, maxi-silenzio
Negli ultimi mesi non sono mancate operazioni di altissimo livello contro le cosche calabresi. L’operazione “Maestrale–Carosello”, con centinaia di arresti e una rete che toccava affari, politica, imprenditoria e un sottobosco internazionale, avrebbe meritato settimane di approfondimenti.
E invece?
Un giorno di apertura sui tg, qualche speciale lampo, poi l’attenzione evapora. Nessuna grande mobilitazione, poca analisi, pochissimo dibattito pubblico.
Perché?
Perché parlare di criminalità organizzata, quella vera, fa ancora paura.
Paura di esporsi, paura di sbagliare, paura di attirare attenzioni indesiderate. Una paura talmente radicata che finisce per influenzare anche la gerarchia delle notizie.
È quello che confermano vari magistrati: l’omertà, oggi, non è solo dei territori, ma spesso dell’opinione pubblica, che velocemente “passa oltre”. E i media, che vivono di audience, seguono il flusso: se i lettori non cliccano, si cambia argomento.
Media e pubblico: chi teme chi?
Arriviamo così alla domanda cruciale:
sono i media a non informare abbastanza o sono i lettori a non voler essere informati?
La verità, probabilmente, sta nel mezzo.
Il pubblico corre dietro ciò che è immediato, facile, emotivamente neutro.
Le redazioni, dall’altra parte, calibrano i temi in base a ciò che “tira”.
Temi scomodi, persecuzioni religiose, terrorismo, mafia, finiscono così ai margini, sacrificati sull’altare di un principio che nessuno ammette ma tutti seguono: meglio non complicarsi la vita.
Ed eccoci di nuovo al filo rosso:
la paura.
La paura come denominatore comune
Tre scenari, tre contesti diversi, un’unica matrice:
- paura di essere etichettati;
- paura di compromettere equilibri geopolitici e religiosi;
- paura della malavita e dei poteri deviati.
Paura di parlare, paura di essere fraintesi, paura di fare troppo… o troppo poco.
Ma mentre molti tacciono, chi combatte davvero la criminalità conosce bene la paura e non la nega. Anzi, la usa.
Un noto magistrato calabrese lo ha sintetizzato così:
“La paura ce l’ho, certo. Ma va addomesticata, altrimenti ti domina.”
E noi? Abbiamo imparato ad addomesticare le nostre paure?
La risposta è, probabilmente, no.
Non ancora.
Ma il coraggio, quello autentico, non è riservato a pochi. È contagioso. Richiede esempi, richiede educazione al senso morale, richiede una società che smette di tremare davanti all’idea di essere criticata.
La paura è inevitabile; la resa alla paura, invece, è una scelta.
Sant’Agostino, che attraversa i secoli meglio di molte cronache contemporanee, ci ricorda:
“O è il male ciò di cui abbiamo paura, o il male è che abbiamo paura.”
Nel dubbio, vale la pena stare dalla parte del coraggio.
Sempre.
di Redazione