Tra etichette politiche registrate e nostalgie televisive, l’Europa discute mentre il mondo affila le lame. E chi resta fermo, di solito, resta indietro. O peggio.
C’è un curioso talento europeo che meriterebbe il riconoscimento UNESCO: la capacità di convocare tavoli per decidere se convocare altri tavoli. Nel frattempo, fuori dalla sala riunioni, il mondo cambia registro e passa dal minuetto al tamburo di guerra.
Ci si distrae volentieri, certo. Una grazia concessa o negata, un marchio politico registrato con entusiasmo notarile, piccoli fuochi d’artificio che illuminano il cortile mentre la casa scricchiola. Questioni legittime, per carità, ma irrilevanti come discutere del colore delle tende mentre arriva l’uragano.
Eppure i segnali sono lì, neanche troppo nascosti. Chi ha memoria storica, o almeno un abbonamento alle serie d’epoca, ricorderà come negli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale qualcuno si riorganizzava in fretta, mentre altri preferivano riflettere con calma. Riflettere, si sa, è nobile. Ma non sempre è sufficiente.
Oggi la scena ha contorni diversi ma dinamiche familiari. La Germania, con pragmatismo teutonico e senza troppe esitazioni esistenziali, investe, pianifica, costruisce. Non fa filosofia: fa bilanci. E soprattutto li esegue. Altri Paesi osservano, alcuni imitano, la Spagna inclusa, che scopre improvvisamente virtù belliche dopo improvvise epifanie contabili.
Nel frattempo, la Unione Europea si interroga: esercito unico? Coordinamento? Collegamento con la NATO? Una domanda tira l’altra, come le ciliegie, ma senza mai arrivare al dessert. E mentre si discute di architetture istituzionali, altri costruiscono, non metaforicamente.
Il linguaggio ufficiale parla di “ciclo che si autoalimenta”, di “tensioni regionali”, di “incertezza strategica”. Tradotto: non sappiamo bene cosa fare, quindi facciamo riunioni. Intanto il riarmo cresce, non sempre in carri armati ma in tecnologia, algoritmi, sistemi invisibili che decidono guerre prima ancora che inizino. E qui la contabilità diventa creativa: spese che cambiano etichetta, capitoli di bilancio che si travestono da difesa per rispettare parametri che nessuno vuole davvero verificare.
Poi c’è il dettaglio, minuscolo, quasi trascurabile, che gli Stati Uniti sembrano avere altre priorità. Non abbandonano, ma nemmeno accudiscono più come un tempo. E allora il vecchio motto latino torna a bussare alla porta: prepararsi alla guerra per mantenere la pace. Non perché sia bello, ma perché ignorarlo è peggio.
Il problema, semmai, è un altro: l’Europa vuole essere protetta o adulta? Perché le due cose, a un certo punto, non coincidono più.
E così, mentre il mondo accelera, noi contempliamo. Con eleganza, certo. Con spirito critico, indubbiamente. Ma anche con una certa lentezza che rischia di diventare irrilevanza.
Montanelli, se fosse qui, forse alzerebbe il sopracciglio e direbbe che gli europei sono sempre pronti a morire per un’idea, purché non si debba prima prenderne una. E aggiungerebbe, con quella sua ironia asciutta:
non è il riarmo che spaventa, è il sonno di chi dovrebbe decidere quando svegliarsi.
Giuseppe Arnò
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Foto creativa mix