Il popolo cambia padrone, ma non vizio: dalla tifoseria politica all’idea di affidarsi all’Intelligenza Artificiale per governare una società che non sa più scegliersi i propri tutori
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C’è qualcosa di profondamente comico, e insieme tragico, nell’essere umano quando si reca alle urne.
Da che mondo è mondo, il popolo ha sempre mostrato un talento singolare: scegliere con entusiasmo il proprio tutore e, subito dopo, pentirsene con pari fervore.
La scena è antica quanto la piazza.
Si acclama il nuovo governo come se dovesse spalancare le porte dell’Eden, si ascoltano promesse titaniche, faremo l’impensabile, cambieremo tutto, mai più come prima, e puntualmente, trascorsi pochi mesi, ecco la litania tornare, stanca ma immortale: questo governo è incapace, questi non capiscono nulla, quelli di prima erano meglio.
Poi, come in una commedia che si ostina a riproporre lo stesso atto, il popolo richiama al potere proprio coloro che aveva appena cacciato con fischi e pernacchie.
E questi, una volta reinsediati, riescono nel piccolo miracolo di deludere ancora più rapidamente dei predecessori.
Non è politica: è pendolarismo dell’anima.
L’uomo moderno, che si crede razionale, in realtà vota spesso come tifa.
Sceglie una bandiera, un colore, uno slogan, quasi una maglia da stadio.
La politica, più che un’arte di governo, è divenuta una curva sud dell’intelletto, dove le idee contano meno dei cori e le ragioni cedono il passo all’appartenenza.
A ben vedere, le somiglianze tra tifoseria sportiva e politica sono fin troppo evidenti.
Ci sono i fedelissimi che non tradiscono mai, nemmeno davanti al disastro conclamato; ci sono i transfughi dell’ultima ora, pronti a saltare sul carro del vincitore; e ci sono le frange più accese, per le quali il dissenso non è opinione, ma tradimento.
Talvolta le une e le altre sfociano persino nello stesso spettacolo: tumulti, fazioni, estremismi, slogan urlati come verità rivelate.
Cambia il campo di gioco, non la natura della folla.
Il punto, forse, è che nessun governo democratico riesce a durare nella stima popolare perché tutti nascono segnati da un peccato originale: l’essere stati scelti dagli uomini.
E l’uomo, si sa, è creatura meravigliosa per costruire cattedrali, scrivere poesie e mandare sonde su Marte; assai meno affidabile quando si raduna in maggioranza.
Goethe lo disse con spietata eleganza: nulla è più ripugnante della maggioranza.
Parole severe, ma che oggi suonano quasi come cronaca parlamentare.
E allora ecco la provocazione dei nostri tempi: se l’essere umano non sa scegliersi chi debba guidarlo, perché non affidare la selezione a qualcosa che, almeno in teoria, non tifa, non si offende, non appartiene a lobby, partiti o consorterie?
L’Intelligenza Artificiale, nuova divinità laica del secolo, potrebbe scegliere in base a merito, competenza, risultati, capacità di governo.
Niente slogan, niente comizi, niente promesse da luna park elettorale: solo dati, curriculum, efficienza.
Via le ideologie imbalsamate.
Via i professionisti della poltrona.
Via i mestieranti della retorica.
Al loro posto, un algoritmo che selezioni i migliori per rimettere in carreggiata questa nostra società sgangherata, che spesso sembra procedere più per inerzia che per visione.
Naturalmente, poiché anche le macchine meritano diffidenza, si potrebbe immaginare un secondo livello di controllo: supervisori artificiali che vigilino sull’operato della prima intelligenza.
Una sorta di aristocrazia del silicio, austera e incorruttibile.
Qualcuno obietterà: e se la macchina si ribellasse?
Se Prometeo, stavolta, avesse acceso il fuoco dentro un processore?
Ma questa, almeno per ora, appartiene più alla fantascienza che alla cronaca.
Il cinema ci ha già avvertiti abbastanza; la realtà, per il momento, continua a essere più modesta e più grottesca.
Resta però il sospetto, amaro e sorridente, che il vero pericolo non sia la ribellione della macchina, bensì la perseveranza dell’uomo nel ripetere sempre i medesimi errori, con l’ostinazione di chi cambia cappello credendo di aver cambiato testa.
Come diceva Vladimir Lenin, con realismo meno poetico ma non meno efficace, la fiducia è bene, il controllo è meglio.
Ed eccoci al punto finale, quello che nessun programma elettorale osa confessare: il popolo non cerca il buon governo, cerca la consolazione.
Vuole poter credere, per una stagione, che il nuovo padrone sia diverso dal precedente; salvo poi scoprirlo identico, se non peggiore, e ricominciare il giro della giostra.
Così la democrazia, più che il governo del popolo, sembra spesso il suo passatempo preferito: lamentarsi della scelta fatta ieri e prepararsi con entusiasmo a sbagliare quella di domani.
Forse l’IA potrà selezionare ministri migliori, amministratori più sobri, statisti meno teatrali.
Ma nessun algoritmo, per quanto perfetto, riuscirà mai a correggere il vizio più antico dell’uomo: la speranza ostinata che il prossimo salvatore sia finalmente quello giusto.
E allora il finale, alla Montanelli, viene quasi da sé:
non è il potere a cambiare il popolo; è il popolo che, instancabilmente, cambia il nome al proprio disinganno.
Giuseppe Arnò
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Foto by Canva