Notizie, non romanzi: cronache cercasi disperatamente

  Tra interpretazioni creative e tifoserie editoriali, un appello alla sobrietà: la realtà non ha bisogno di truccatori, ma di narratori. «Si crede soltanto in quel che piace credere», ammoniva Honoré de Balzac. E siccome credere è più comodo che verificare, accade che la stessa notizia venga stirata, piegata, lucidata e infine rivenduta secondo il colore politico del mezzo che la diffonde. Non è complottismo: è aritmetica dell’informazione. Prendiamo il discorso del Presidente Sergio Mattarella al plenum del Consiglio Superiore della Magistratura. Per alcuni è stata una carezza al governo, per altri una frustata all’esecutivo; per altri ancora, una dichiarazione di guerra fredda tra poteri dello Stato. Curioso: una sola voce, tre spartiti diversi. La nostra, più modestamente, è una lettura lineare: il Capo dello Stato ha invitato tutti ad abbassare i toni. Tutti. Non una parte contro l’altra, ma un richiamo generale alla compostezza istituzionale. Se avesse voluto redarguire esclusivamente il governo, lo avrebbe fatto apertamente dal Colle. Se ha parlato al CSM, da presidente del CSM, significa che il richiamo era diretto anzitutto a chi aveva davanti, e per riflesso a chi, fuori da quell’aula, alimentava il botta e risposta. Quando una diatriba supera il livello di guardia, non è solo una questione di galateo costituzionale: è una questione di pazienza collettiva. Il popolo, che sembra indifferente perché lavora, paga le tasse e manda avanti la baracca, potrebbe un giorno perdere le staffe. E quando il cittadino comune si stanca, non scrive editoriali: cambia umore. E talvolta cambia anche voto. Per questo le notizie dovrebbero narrare la realtà e non inseguire l’interpretazione partigiana. La cronaca è un fatto; il commento è un’opinione. Confondere le due cose è legittimo per un romanziere, meno per un giornalista. Quanto al resto, sarebbe auspicabile che la giustizia fosse, semplicemente, giusta. E magari, una volta per tutte, fuori dalla politica. Forse la vittoria del “SÌ” al referendum potrebbe contribuire a ridisegnare confini più nitidi tra chi legifera e chi giudica. La politica, dal canto suo, faccia politica: per il bene della collettività, anche tra mille difficoltà e con il fiato corto dei bilanci. Non è un’utopia. È un’esigenza di igiene pubblica. Un vecchio aforisma attribuito a Boris Makaresko recita: «Molti dei nostri uomini politici sono degli incapaci. I restanti sono capaci di tutto». È una battuta, certo. Ma come tutte le buone battute, punge perché contiene una briciola di verità. Auguriamoci allora che si torni a miti consigli. Perché la libertà e la giustizia, come ricordava Malcolm X, nessuno le regala. Ma in uno Stato maturo non dovrebbero neppure essere conquistate a strattoni. Altrimenti, più che una Repubblica, rischiamo di diventare un talk show permanente. E lì, si sa, vince chi urla di più, non chi ha ragione. Giuseppe Arnò

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Il Nobel che fa perdere la calma

Quando un premio per la pace diventa un casus belli e una decisione discutibile innesca conseguenze tutt’altro che pacifiche.   C’è un vecchio equivoco, duro a morire: che i premi servano a premiare. In realtà servono soprattutto a scontentare. Il Nobel per la Pace, poi, è il più ingrato di tutti: quando lo assegni sbagli sempre, quando non lo assegni provochi cataclismi emotivi. E a gennaio 2026 il Comitato di Oslo ne ha avuto la prova definitiva, sotto forma di un Donald Trump visibilmente contrariato. Per usare un eufemismo. Trump, non premiato, ha deciso che la pace può attendere. O almeno non merita più l’esclusiva dei suoi pensieri. Lo ha scritto, nero su bianco, al premier norvegese: se il vostro Paese non mi riconosce il merito di aver fermato “più di otto guerre”, io non mi sento più obbligato a pensare “puramente alla pace”. Traduzione: business is business, anche quando si chiama Nobel. Il ragionamento è lineare, quasi cartesiano. Obama lo vinse nel 2009 dopo pochi mesi di presidenza; io ho firmato gli Accordi di Abramo, evitato conflitti, tenuto il mondo col fiato sospeso ma sostanzialmente intero, e nulla. Dunque il problema non sono io, ma il premio. Colpevole di essere politico, ideologico, ingiusto. In una parola: ostile. A peggiorare l’umore del Tycoon ci ha pensato l’edizione 2025, assegnata a María Corina Machado, simbolo dell’opposizione venezuelana. Trump l’aveva sostenuta, incoraggiata, quasi adottata. Ma lei, ingrata, ha accettato il Nobel. Peggio: gliene ha persino portato la medaglia in dono, come si fa con un souvenir. Il Comitato ha dovuto precisare l’ovvio: la medaglia si può regalare, il titolo no. Un dettaglio tecnico, ma decisivo. Per Trump, l’ennesima beffa. Da qui la svolta strategica: se la pace non paga, meglio occuparsi di ciò che è “buono e giusto per gli Stati Uniti”. E cosa c’è di più buono e giusto, oggi, della Groenlandia? Terra vasta, fredda, scarsamente popolata e dunque, secondo una logica antica quanto il mondo, disponibile. Poco importa se appartiene alla Danimarca: non ci sono documenti scritti, dice Trump. Solo barche che arrivavano e andavano. E siccome anche gli americani avevano barche, il diritto di proprietà è questione opinabile. Ecco allora il miracolo del Nobel mancato: da premio simbolico a detonatore geopolitico. Una decisione presa in segrete stanze a Oslo che rimbalza fino ai ghiacci artici, coinvolge Nato, Russia, Cina e lascia i groenlandesi a interrogarsi sul proprio futuro. Altro che pace: un premio negato rischia di costare più di una guerra. Daisaku Ikeda ci ricordava che tutto dipende dal carattere delle persone. Vero. Ma a volte dipende anche dal carattere dei premi. Il Nobel per la Pace, nato per unire, continua ostinatamente a dividere. E questa volta, nel tentativo di insegnare la pace, ha finito per irritare chi sostiene di averla già fatta. Morale della favola, in perfetto stile nordico: quando si gioca con i simboli, bisogna stare attenti. Perché un Nobel non assegnato può pesare più di uno assegnato male. E la pace, si sa, è fragile. Soprattutto quando qualcuno decide di metterla in palio. Giuseppe Arnò

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Centomila uomini e una penna blu

  La difesa europea tra burocrazia, slitte groenlandesi e l’eterna tutela americana   Si torna a parlare di difesa europea. Succede ciclicamente, come l’influenza stagionale e i buoni propositi di Capodanno. Questa volta però, almeno sulla carta, il termometro segna febbre alta: centomila uomini per l’autonomia strategica dell’Unione. A dirlo non è un visionario da salotto, ma Andrius Kubilius, Commissario europeo per la difesa e lo spazio. E già questo, per Bruxelles, è una piccola rivoluzione copernicana. Il contesto aiuta. La guerra in Ucraina continua a ricordarci che la storia non è finita, mentre gli Stati Uniti, tornati a ragionare per perimetri, non per vocazioni universali, ridimensionano l’impegno europeo. Così, i nostri 27 eserciti nazionali appaiono per quello che sono: una collezione di uniformi diverse, regolamenti incompatibili e catene di comando che si perdono nei corridoi ministeriali. Più che una forza armata, una fiera campionaria della difesa. Vengono in mente le compagnie di ventura del Rinascimento. Con una differenza non da poco: allora c’era almeno un Giovanni delle Bande Nere, che Machiavelli considerava l’unico capace di opporsi alla discesa degli imperi stranieri. Oggi, a voler essere onesti, senza l’ombrello americano faticheremmo a difenderci persino da un’invasione di cavallette ben organizzate. Eppure l’idea è sensata: una forza europea a comando unico, dotata di tecnologie moderne e di una governance rapida. Perché le crisi non aspettano i verbali, né rispettano le pause caffè dei funzionari. Qui non basta oleare gli ingranaggi: serve cambiare trazione, magari passando dalla biro alla realtà. Basterebbe osservare l’Iran per capirlo. Là dove il dissenso corre più veloce del regime, si frammenta, si adatta, sfugge agli schemi rigidi del potere. La piazza ha capito una cosa elementare: chi resta fermo diventa bersaglio. Una lezione che Bruxelles, ferma per definizione, sembra ancora non aver studiato. Nel frattempo, l’America torna a guardare casa propria. La dottrina Trump, piaccia o no, è chiara: le Americhe sono il perimetro primario. Il Venezuela non è un incidente, ma un capitolo coerente. E la Groenlandia? Lì la diplomazia americana ha deciso di fare le pulci alla storia. Secondo Washington, la Danimarca avrebbe “rioccupato” l’isola violando i protocolli ONU. Traduzione simultanea: non siete in grado di difenderla, quindi ci pensiamo noi. Del resto, come ha spiegato il presidente USA dall’Air Force One, la difesa groenlandese consisterebbe in “due slitte trainate da cani”. Detto con rispetto, ma anche con quella brutalità che spesso sostituisce i comunicati ufficiali. In casa nostra, invece, tutto procede secondo tradizione. Due ostaggi liberati, quarantadue da liberare, un referendum fissato tra mugugni rituali e la giustizia che continua a dissetarsi. Come ricorda un titolo illuminante: “Toghe assetate di ruoli”. Del resto, dar da bere agli assetati è uno dei Comandamenti. Anche quando la sete è di potere. In conclusione, l’Europa sogna centomila uomini mentre continua a muoversi come se la guerra fosse una pratica da protocollare. Discute, rinvia, vota, corregge il comma, mentre il mondo cambia turno e marcia. Gli americani proteggono ciò che ritengono vitale, i regimi reprimono ciò che temono, le piazze imparano ad adattarsi. Noi, invece, ci difendiamo con comunicati e buone intenzioni, senza renderci conto che, senza una difesa credibile, la sovranità resta un bellissimo concetto. Da esporre in vetrina. Accanto alle slitte. Forse il problema non è l’assenza di un esercito europeo, ma l’eccesso di alibi. E alla fine, se qualcuno busserà con cattive intenzioni, non basteranno centomila uomini promessi: servirà almeno la capacità di decidere. Quella, purtroppo, non si arruola.   Di Redazione

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Quando il Principe entra in scena e gli Ignavi restano a guardare

Trump, Machiavelli e l’Antinferno delle organizzazioni internazionali Ci sono momenti nella storia in cui il silenzio non è prudenza ma complicità. E altri in cui l’azione, anche scomposta, diventa l’unica forma possibile di responsabilità. Il caso Venezuela appartiene a entrambe le categorie: da un lato l’inerzia cronica delle organizzazioni internazionali, dall’altro l’irruzione, poco elegante ma decisiva, di Donald Trump, che ha fatto ciò che gli Ignavi non osano nemmeno pensare. Gli Ignavi, appunto. Quelli che Dante incontra nell’Antinferno, anime senza infamia e senza lode, condannate a inseguire eternamente un’insegna senza simboli, punte da vespe e disprezzate persino dall’Inferno. Ecco, se oggi il poeta tornasse tra noi, non avrebbe difficoltà a ritrovare quelle figure nei palazzi ovattati delle grandi organizzazioni internazionali: molte parole, infinite risoluzioni, nessuna decisione. Machiavelli lo aveva capito con cinque secoli di anticipo. Nel Principe, soprattutto nel celebre capitolo XVIII, spiega che esistono due modi di governare: quello dell’uomo e quello della bestia. L’uomo governa con le leggi, la bestia con la forza. Ma quando le leggi falliscono, e falliscono a lungo, ostinatamente, il Principe deve saper ricorrere alla sua parte bestiale. Non per gusto, ma per necessità. È la ragion di Stato, non un capriccio. E in Venezuela le leggi internazionali hanno fallito coscientemente. Per oltre un decennio una dittatura ha ridotto allo stremo un popolo intero: elezioni denunciate come fraudolente e mai seriamente indagate, diritti fondamentali calpestati, libertà soffocate sul nascere. Nessun consesso internazionale ha davvero voluto vedere. L’ipocrisia, mescolata a interessi economici che odorano di petrolio e carburante, ha chiuso non uno ma entrambi gli occhi. A cosa sono serviti, dunque, questi organismi? A criticare gli Stati Uniti. A deplorare. A “esprimere preoccupazione”. Unica, timida eccezione: il Premio Nobel per la Pace 2025 assegnato a María Corina Machado, riconoscimento tardivo e simbolico alla resistenza democratica venezuelana. Ma i simboli, quando arrivano dopo anni di fame e repressione, scaldano meno del pane. Nel frattempo, secondo la CIA, il Venezuela diventava base strategica del narcotraffico diretto verso gli USA; una ristretta cerchia legata al potere si arricchiva, mentre il popolo mancava di medicinali essenziali, carta igienica, cibo. Il Paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo ridotto a mendicare aspirine. Il quadro è completo. Ogni ulteriore commento sarebbe un alibi. È in questo vuoto morale che entra in scena Trump. Non come filantropo, né come cavaliere senza macchia, ma come Principe nel senso più crudo e realistico del termine. Ha agito dove il “governo dell’uomo” aveva scientemente fallito. Ha scelto la forza quando le regole erano diventate una foglia di fico per l’inerzia. Piaccia o no. Del resto, lo ricorda François de La Rochefoucauld: «Nessuno merita di essere lodato per la propria bontà, se non ha la forza di essere cattivo». Ogni altra bontà, spesso, è solo pigrizia travestita da virtù. Il tempo dirà se Trump sia stato uomo o bestia. Ma una cosa è certa: mentre gli Ignavi continuavano a inseguire le loro bandiere senza stemma, qualcuno ha avuto il coraggio, o l’impudenza, di decidere. E nella storia, quasi sempre, non sono gli Ignavi a scriverla. Giuseppe Arnò

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Taci, il nemico ti ascolta

Ovvero: come l’esasperazione ideologica trasforma le parole in armi e i buoni sentimenti in alibi   a «In Occidente si vive esasperati e si muore disperati», scriveva Gilbert Cesbron. Non era un profeta, era solo un uomo che osservava. Il problema, oggi, è che abbiamo smesso di osservare e abbiamo cominciato a urlare. Tutti. Sempre. Su tutto. Il trucco, lo sapevano anche i vecchi saggi, quelli senza account social, sta nel rimanere un passo indietro dall’esasperazione. Ma l’Occidente corre. Corre verso il megafono, verso la semplificazione, verso il comodo rifugio del “noi contro loro”. E quando ci arriva, non trova la giustizia. Trova il sangue. “Taci, il nemico ti ascolta.” La frase, partorita in epoca mussoliniana, oggi fa sorridere i nostalgici e rabbrividire i prudenti. Perché il nemico, ormai, non ha più bisogno di spie in impermeabile. Gli basta uno smartphone, un server lontano, un algoritmo zelante. Ci ascoltano gli apparati elettronici che registrano le nostre conversazioni e le archiviano in centri dati di cui ignoriamo tutto, tranne che non stanno dietro l’angolo. Ci ascoltano i divulgatori d’idee, gli insegnanti, i giornalisti, che rischiano di essere gambizzati, se va bene, o appesi mediaticamente a testa in giù. E ci ascolta il vicino di casa, che da semplice seccatore può diventare, nella paranoia collettiva, un potenziale estremista sovversivo. Nel frattempo, nei Paesi che si ostinano a chiamarsi democrazie, accade l’impensabile: si accoglie, si ospita, si tollera. Poi si viene colpiti. Non per errore, ma per ideologia. Ideologie aliene, fanatiche, impermeabili alla complessità, che si nutrono della narrazione più antica e più comoda: “noi contro loro”. Una narrazione che non spiega nulla, ma giustifica tutto. Sydney, Bondi Beach. Una spiaggia affollata, una festa religiosa (Hanukkah) e un attentato terroristico antisemita che lascia dodici morti, ventinove feriti, tra cui agenti di polizia. Tra le vittime anche il rabbino di Sydney, Eli Schlanger. Un bilancio che non è un numero, ma una frattura. L’ennesima. Non l’ultima, purtroppo. Il cordoglio è stato unanime. Governo e opposizione italiani, finalmente d’accordo su qualcosa. Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha detto ciò che andava detto: l’odio antiebraico non ha confini ed è il frutto avvelenato di una propaganda che mente, esaspera, incendia. Matteo Renzi ha aggiunto che non basta piangere oggi e dimenticare domani. Ha ragione. Il lutto senza memoria è solo una cerimonia. E allora veniamo al punto, che è scomodo ma necessario. Le parole non sono innocue. Le piazze virtuali non sono giochi. Le bandiere agitate senza cervello diventano sudari. L’esasperazione ideologica è una droga: eccita, semplifica, deresponsabilizza. E quando l’effetto svanisce, qualcuno passa all’atto. Sempre qualcun altro, ovviamente. Il fanatico non si sporca mai le mani da solo: ha bisogno di un clima, di una folla che urla, di intellettuali distratti e di indignati professionali. Cari Pro-Pal, e non fingiamo di non capire, a buon intenditore poche parole. Anzi, se ne sono già spese troppe. Difendere una causa non significa assolvere l’odio. Criticare uno Stato non autorizza a colpire un popolo. E chi non distingue, prima o poi, sceglie il coltello al posto dell’argomento. Montanelli avrebbe probabilmente chiuso così: quando le ideologie smettono di pensare e cominciano a credere, il prossimo passo non è la rivoluzione. È il funerale. E, come sempre, a pagarlo sono gli innocenti. di Redazione

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Recensione al libro “Linfa rara è la lacrima di una cicala”

“Linfa rara è la lacrima di una cicala” di Antonella Alfano (Eretica Edizioni, 2025 pp.  84 € 16.00) raccoglie il richiamo dell’archetipo poetico per rappresentare, in una visione teatrale e simbolica, l’arcana divinazione dell’esistenza, il significato terapeutico delle parole, la congiunzione magica tra l’intuizione e la ragione lungo il percorso iniziatico della vita. Antonella Alfano attraversa un itinerario di conoscenza e di esperienza intorno all’aura splendente capace di illuminare la sua strada, incrocia il tramite comunicativo tra l’essere umano e il suo inconscio, approfondisce la paura e l’inquietudine, guarda allo specchio dell’anima riflettendo il complesso e denso viaggio di ricerca e di crescita personale. Il libro, composto da seducenti poesie e ipnotiche illustrazioni, racchiude il suggestivo e carismatico potere dell’ispirazione, percorre, nell’immaginifica impronta di un superbo contesto espressivo, il solco di una introspezione disgiunta dalle tormentate reazioni interiori, circonda la magnetica, imperscrutabile e segreta coscienza del poeta, descrive l’approccio lirico ed emotivo delle sentenze stilistiche, concentrando, sulla natura allegorica dell’evocazione elegiaca, la dimensione profetica di una visione del mondo che combina l’essenza ultraterrena con la caratteristica umana. L’autrice misura il miracoloso strumento poetico per dare forma e contenuto alle proiezioni metaforiche, emblemi di un’originale opera letteraria che espone l’elemento figurativo e la motivazione letterale delle sensazioni, sospinge le prodigiose direzioni dell’illuminazione linguistica itinerante, suggellata dalla padronanza dei passaggi personali tra l’Italia e la Francia, testimoni di sostegno delle considerazioni e delle indagini sull’umanità. La documentazione drammaturgica, intellettuale e mistica dei versi rafforza il presentimento della provvisorietà, esprime la mutabilità degli eventi e l’evidenza palpabile del pensiero nutrito dall’uso incantevole dello stupore. Antonella Alfano allestisce l’aspetto scenografico immersivo nelle pagine, donando l’effetto di una lettura performativa, dove lo sguardo di una solenne e oscura previsione interiore si posa sul fremito del cuore e sulla percezione dello scoramento esistenziale, sul turbamento dell’amore e sulla tensione della morte, sulla provocazione delle relazioni e sull’amarezza degli abbandoni, sulla rincorsa dell’entusiasmo e sull’impulso delle passioni. La poesia di Antonella Alfano si nutre del principio dell’immaginazione come esortazione alla realtà, guidato dalla silenziosa e insinuante interazione tra l’evoluzione personale e il coinvolgimento dell’altrove. Un libro che mette in scena il luogo di una personificazione individuale come riproduzione universale delle corrispondenze umane, riferisce l’intangibile ideale della sensibilità, genera l’atmosfera visiva delle corrispondenze, compone un modo originale e cabalistico per omaggiare l’universo classico del poeta e la tradizione della sua fedele musa. Antonella Alfano giustifica l’adattabilità del tempo nella prospettiva della limitatezza, nel dettaglio evanescente della solitudine, nella desolazione dolorosa di un cammino errante verso la memoria di un invito primitivo, antico e mitologico, dove il sentiero vertiginoso dei componimenti si spinge oltre la capacità sensoriale di vivere e di esaudire la tessitura fiduciosa della libertà artistica.   Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/  

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Gambadoro recensisce Leggende Massoniche di Vetere

  LEGGENDE MASSONICHE. TRA MITI E ARCHETIPI IL NUOVO LIBRO DI FRANCESCO SAVERIO VETERE   di Silvia Gambadoro   La Massoneria, con i suoi rituali antichi e i suoi nobili ideali, attraversa i secoli intrecciandosi con il mito e le leggende, in un cammino che affonda le radici nell’origine del Tempo. Nel suo nuovo libro “Leggende Massoniche-Massoneria e massoni oltre la storia” Francesco Saverio Vetere guida il lettore lungo un percorso iniziatico scandito dalle prove e dalle rivelazioni di Aureliano, giovane apprendista che scopre, giorno dopo giorno, gli insegnamenti dei Maestri.   Attraverso la costruzione delle mura di una cattedrale, Aureliano impara la virtù della pazienza: la materia — la pietra viva — si lascia plasmare solo da chi la sa ascoltare. Ogni colpo di scalpello diventa un atto di rispetto, un dialogo silenzioso con la materia stessa, che prende forma a condizione di non forzarla. È un’arte che insegna a osservare, ad attendere, a riconoscere nei piccoli scricchiolii e nelle imperfezioni il linguaggio della creazione.   Quel lavoro quotidiano sulla pietra si rivela ben presto un simbolo di crescita interiore: la costruzione esteriore si fa riflesso di un’elevazione spirituale. Come il cielo e la terra si uniscono nella bellezza dei templi e delle cattedrali, così la ricerca della Conoscenza lega lo spirito umano al divino, forgiando il carattere attraverso le prove del silenzio, della disciplina e dell’ascolto.   Nel segreto di una cripta, i Maestri conducono Aureliano attraverso i vari gradi dell’iniziazione. Il sapere, insegna Vetere, richiede tempo, sacrificio, razionalità e perseveranza, ma anche umiltà e dedizione assoluta. I pilastri dell’Ordine — obbedienza, rispetto, lealtà — conducono verso l’obiettivo più alto: la comprensione dell’armonia universale e delle leggi del cosmo.   Sono insegnamenti che affondano nel mito: da Hiram, l’architetto del tempio di Salomone che sacrifica la vita per custodire il segreto dell’equilibrio perfetto, a Prometeo, il titano che donò agli uomini il fuoco della conoscenza, pagando con la condanna eterna. Fino al leggendario Tempio di Salomone, specchio terreno della perfezione divina, distrutto dalla corruzione del suo stesso re.   Da quella distruzione nasce la diaspora dei grandi maestri, che disseminano nel mondo la conoscenza e i simboli della loro arte. Ogni leggenda, ogni archetipo diventa una chiave per accedere a una consapevolezza più profonda. Il lettore si trova così immerso in un’atmosfera sospesa tra mistero e rivelazione, dove storia, mito e spiritualità si fondono in un’unica narrazione.   Vetere ricostruisce con finezza l’origine dei grandi ordini del mondo: dallo Scozzese alla Rosa+Croce — la rosa come simbolo dell’anima che sboccia e s’innalza, la croce come rappresentazione della dimensione umana e del sacrificio. E ancora la squadra e il compasso, emblemi dell’equilibrio e della misura, che ritroviamo incisi nella pietra di tanti palazzi e chiese.   In questo affascinante viaggio nei segreti e nei simboli della Massoneria, non poteva mancare il riferimento all’Ordine dei Templari, custodi di un sapere che unisce la fede alla conoscenza, la leggenda alla luce della Verità.   Con “Leggende Massoniche”, Vetere invita il lettore a varcare la soglia del mistero, a diventare egli stesso cercatore di significati. Tra mito e filosofia, tra rito e ragione, il libro si fa specchio del cammino umano verso la conoscenza: un viaggio che non si conclude mai, ma inizia ogni volta che l’uomo alza lo sguardo e si interroga sul senso profondo della luce.   ***   Francesco Saverio Vetere è nato a Cosenza nel 1962. Avvocato cassazionista, giornalista pubblicista e docente universitario presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove insegna Storia dell’editoria periodica e Management dell’editoria periodica, è Segretario Generale e Presidente della Giunta Esecutiva dell’USPI (Unione Stampa Periodica Italiana). Autore di numerosi saggi, ha recentemente pubblicato Istituzioni di editoria periodica (USPI, Roma 2025) e Informazione e disinformazione (USPI, Roma 2025). Nell’ambito della Tradizione iniziatica ha dato alle stampe Il pensiero iniziatico (Tipheret, Acireale-Roma 2018  

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Per chi suona la campana oggi?

Claudia Cardinale, l’eterna Angelica, lascia il palcoscenico della vita. Una bellezza indomita che resta, mentre satrapi e imperatori si dissolvono nella polvere dell’oblio. Se ne vanno coloro che gli dei amano. E Claudia Cardinale, Angelica nel Gattopardo, non era amata soltanto da migliaia di spettatori rapiti dal suo sguardo: anche le divinità hanno deciso di portarla con sé. Dopo 87 anni, e poco più di un anno dalla morte del suo Tancredi,  Alain Delon,  il cerchio ideale di un’epopea cinematografica si chiude. Cardinale non fu mai solo una diva, ma una donna che seppe imporsi nel mondo del cinema con grazia e forza, testimone di un’epoca in cui le attrici rischiavano di essere ridotte a soprammobili di celluloide. Musa di Visconti e Fellini, rivale “bruna” della Bardot bionda, incarnò una femminilità autentica, più vissuta che inventata. Angelica non era un ruolo: era lei, con la sua caparbietà siciliana, con la sua voce calda e inconfondibile, con la sua libertà di donna che non accettava catene. Ma oggi, mentre la campana suona per lei, si impone una riflessione: cosa rimane di chi non ha vissuto offrendo buoni esempi, se non cenere dispersa? Noi tutti lottiamo, spesso per nulla, per i capricci di satrapi e imperatori che domani saranno dimenticati come polvere tra i registri di storia. Claudia Cardinale invece resta: il suo valzer con il Principe Salina continuerà a danzare nella memoria collettiva, quando i nomi dei potenti di oggi saranno solo note a piè di pagina. Come scrisse Hemingway: ogni morte ci diminuisce, perché siamo parte dell’umanità. Eppure ci accorgiamo di questa verità solo quando scompare qualcuno che abbiamo amato. Con Claudia Cardinale se ne va un frammento della nostra giovinezza, ma rimane l’impronta luminosa del suo talento. Oggi anche Angelica è salita a ballare con le stelle. E noi restiamo a terra, a domandarci: chi di noi lascerà un segno altrettanto vivo, quando la campana suonerà per noi? Giuseppe Arnò

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Armani muore solo una volta

E no, non toglie spazio a Gaza: il lutto non è un monopolio ma una pluralità di voci Milano si è messa in fila, in silenzio, per Giorgio Armani. Già dalle 7 del mattino centinaia di persone aspettavano di entrare nell’Armani/Teatro di via Bergognone, dove è stata allestita la camera ardente del re della moda. Lanterne di carta, candele, incenso e una bara sobria con rose bianche: così l’Italia ha detto addio a uno dei suoi simboli più grandi. In fila c’erano politici, stilisti, registi, sportivi, ma soprattutto cittadini comuni. A sancire che Armani, pur nella sua riservatezza, era ormai patrimonio collettivo. Un uomo che non ha vestito soltanto i corpi, ma un’idea intera di italianità. Eppure, da qualche giorno, accanto ai necrologi per Armani proliferano anche quelli contro i necrologi stessi. “Troppo spazio ai giornali, e Gaza allora?”. Ecco, appunto: Gaza. Un dramma quotidiano e sanguinoso, tragico nella sua ripetitività. Là purtroppo si muore ogni giorno, e ogni giorno se ne scrive. Armani, invece, è morto una volta sola. E, spiace dirlo,  i morti non sono intercambiabili come le caselle di un Sudoku: non è che togliendo un articolo su Armani se ne salva uno a Rafah. Il mondo è fatto di disgrazie: grandi, piccole, personali o collettive. L’informazione non è un registro condominiale dove si spunta chi ha diritto al cordoglio. Oggi è Armani, ieri Gaza, domani altro ancora. A ciascuno la sua voce, con la dovuta importanza. E Armani l’importanza ce l’ha eccome: un uomo che ha reso Milano un laboratorio di stile, che ha insegnato a generazioni il valore della misura, che ha costruito un impero globale senza mai diventare una caricatura di se stesso. Non basta un trafiletto: sarebbe come ridurre la Scala a un karaoke. Lunedì i funerali privati, lutto cittadino, bandiere a mezz’asta. Poi, forse, l’iscrizione al Famedio. Perché Milano non si vergogna di piangere i suoi grandi. E perché Armani, almeno per una volta, ha diritto al monopolio delle prime pagine. Gaza, purtroppo, le avrà ancora domani. Giuseppe Arnò

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