La terra trema, noi strepitiamo

Quando il sisma è geologico, ma la caciara è tutta umana Il Centro Italia trema ancora. E subito partono le interpretazioni: c’è chi vede la fine del mondo, chi la fine del Paese e chi, più modestamente, un ultimatum alle Istituzioni. Una sorta di comunicato tellurico: “Se non la finite con questa caciara politico-giudiziaria-opposizionista, provvedo io a un ripulisti selettivo”. Un’esegesi ardita, certo. Ma di questi tempi l’ardire non manca. Siamo diventati esegeti del bradisismo e commentatori del magma, mentre fatichiamo a interpretare una norma scritta in italiano corrente. Socrate, prima di bere la cicuta, ricordò a Critone: “Siamo debitori di un gallo ad Asclepio”. Ringraziava il dio della medicina per la guarigione dalla vita, considerata malattia dell’anima. Noi, più prosaicamente, sembriamo debitori di un gallo a qualche divinità della moderazione. Ma il pollaio è rumoroso e nessuno sente più nessuno. Viene presentata una bozza di riforma elettorale e, apriti cielo, si evocano i numi tutelari della Prima Repubblica: Giulio Andreotti e Bettino Craxi avrebbero votato “Sì” al referendum sulla Giustizia, assicurano i figli. Basta questo per scatenare reazioni a catena, analisi medianiche, scomuniche preventive. Nel frattempo il Cpr in Albania “funziona”, un sondaggio manda in tilt i Cinque Stelle, e ogni giorno offre il suo bravo incendio da spegnere con benzina fresca. Il diritto di critica è sacrosanto, anzi, è ossigeno costituzionale. Ma l’ossigeno, se saturo di veleni, diventa smog. Un’opposizione che si limiti al “no” perpetuo non è ortodossa: è monotona. E la monotonia, in politica, è più pericolosa dell’errore. Poi ci sono le sentenze creative, quelle dubitative, quelle che fanno discutere più per l’estro che per la toga. La magistratura è pilastro della Repubblica; ma anche i pilastri, se oscillano troppo, fanno venire il mal di mare ai cittadini. Nessun contrappasso dantesco nel nostro caso, per carità: solo un volo pindarico, nato da uno scarto di memoria liceale. Però la sensazione è che ognuno scrolli la responsabilità sull’altro, come se la colpa fosse un soprabito fuori stagione. E allora torniamo al sisma. Le spiegazioni geologiche e vulcanologiche esistono, solide e verificabili. Il resto è metafora. A noi piace immaginare la Terra come un cane che si scrolla: un “shake off” planetario. Un gesto istintivo per liberarsi dallo stress, per ripulirsi da un eccesso di tensione. Di tensioni, alla Madre Terra, ne abbiamo regalate una vagonata. Ingrati e litigiosi, trasformiamo il paradiso in un talk show permanente. E poi ci stupiamo se trema. La Terra resta un paradiso. L’inferno, semmai, è non accorgersene. E se proprio il sisma fosse un messaggio, non sarebbe un avvertimento apocalittico ma una lezione elementare: meno strepito, più sostanza. Perché i terremoti passano; le macerie morali, se non le sgomberiamo noi, restano. E non c’è Protezione Civile che tenga. Giuseppe Arnò * Immagine originale: https://www.ingv.it/

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La carne è debole, il titolo è fortissimo

   Dalle fragilità umane ai titoloni apocalittici: come trasformare una caduta personale in un’Armageddon planetaria (che puntualmente non arriva).   “La carne è debole”, si dice. Non è una condanna, ma un promemoria: siamo fatti di limiti, tentazioni, inciampi. È un invito alla crescita, non alla gogna. Eppure, quando la debolezza smette di essere episodio e diventa abitudine, il confine tra fragilità e rovina si assottiglia fino a sparire. Nel reame d’Inghilterra la massima evangelica ha trovato un’interpretazione piuttosto terrena con il caso del Principe Andrea, fratello di Carlo III. Qui non siamo più nella dimensione della scappatella da romanzo ottocentesco, ma in un capitolo assai meno lirico e più giudiziario. Quando la debolezza diventa cronica, non si parla più di peccatucci, ma di responsabilità. E le responsabilità, a corte come al mercato, si pagano. La “pecora nera” esiste in tutte le famiglie, nobili o proletarie che siano. La differenza è che se inciampa il cugino Gino, al massimo si commenta al pranzo di Natale; se inciampa un principe, scatta l’editoriale globale. Titoli a caratteri cubitali: “La corona con le spine”, “È la fine della monarchia?”, “Scandalo che scuote l’Impero!”. Manca solo l’invasione delle cavallette. E invece? È successo ciò che doveva succedere: perdita di titoli operativi, isolamento pubblico, conti aperti con la giustizia, risarcimenti sostanziosi. Una vicenda personale con conseguenze personali. La monarchia britannica non è crollata, British royal family non è stata sfrattata da Buckingham Palace, e le guardie non hanno cambiato mestiere. Il mondo ha continuato a girare, con grande disappunto dei titolisti. Il problema non è raccontare lo scandalo. È gonfiarlo fino a farlo diventare un’eclissi permanente. La debolezza umana è materia seria; trasformarla in fiction apocalittica è un esercizio creativo che frutta clic ma impoverisce la realtà. La stampa, quando informa, è servizio; quando allarma per sport, diventa teatro. E il teatro, si sa, vive di eccessi. Così il lettore, bombardato da catastrofi imminenti, finisce per non distinguere più tra una crepa e un terremoto. Tutto è “crisi”, tutto è “crollo”, tutto è “svolta epocale”. Poi, il giorno dopo, nulla è cambiato davvero. Se non il numero delle visualizzazioni. Forse aveva ragione Paulo Coelho, nel suo Il Cammino di Santiago: abbiamo la tendenza a fantasticare su ciò che non esiste, ignorando le lezioni che abbiamo sotto gli occhi. La lezione, in questo caso, è semplice: l’uomo cade, paga e, se può, si rialza. Il resto è rumore di fondo. E la morale? La carne resta debole. Ma certi titoli lo sono ancora di più: fortissimi di voce, fragilissimi di sostanza. Come certi castelli di carta che crollano solo nelle redazioni. Giuseppe Arnò

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Crociati a vela e Repubblica a zig zag

Dalle flotte umanitarie sponsorizzate ai giudici creativi, passando per ceffoni gratuiti e brindisi consolatori: cronache di un Paese che non si annoia mai x x Dal 1096 al 1291 si consumarono otto grandi crociate, nove, per gli storici più generosi. Se davvero la storia ama ripetersi, abbiamo ancora ampio margine per eguagliare le imprese di Goffredo di Buglione e Pietro l’Eremita. Nel frattempo, ci accontentiamo delle repliche in scala ridotta. Siamo infatti alla seconda crociata della Flotilla, pronta a salpare, dopo mesi di annunci, il 29 marzo 2026. Tempistica invidiabile: Pasqua e Pasquetta in mare, clima mite, Mediterraneo docile. Qualche malalingua potrebbe parlare di gita primaverile con contorno ideologico, ma sarebbe cattiveria gratuita. O quasi. Le crociate originali nacquero da una chiamata solenne alle armi di papa Urbano II, accolta con fervore popolare ed entusiasmo militare. I crociati indossavano la croce, partivano a proprie spese, senza sponsor, senza benefit, senza comunicati stampa. Difendevano la Terra Santa e proteggevano i pellegrini. O almeno così credevano. Le crociate moderne, inevitabilmente, hanno cambiato assetto: velieri eleganti, loghi discreti, carichi simbolici di aiuti destinati, con ogni probabilità, a non arrivare mai. Ma utilissimi per trasformare l’impresa in una sorta di “Barcolana ideologica” a vocazione globale. La prima spedizione si è conclusa con arresti, schedature e rimpatri. La seconda crociata storica finì con una sonora sconfitta per i cristiani. Se la storia insiste a ripetersi, i nuovi cavalieri sanno già come andrà a finire. Ma poco importa: vitto, alloggio e visibilità sono garantiti, e la propaganda, comunque vada, è assicurata. Secondo Saif Abukeshek, del comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, parteciperanno alla missione oltre mille tra medici, infermieri, operatori sanitari, educatori, ingegneri, investigatori di crimini di guerra ed ecocidio. Nessuna notizia, però, di analoghe spedizioni verso l’Ucraina. Forse viaggiare in slitta o motoslitta è meno glamour che navigare su yacht solidali. Ma l’Italia, si sa, è un continente più che un Paese. Mentre una parte del Paese applaude l’apertura dei Giochi di Milano-Cortina 2026, tra tram simbolici e cerimonie solenni, un’altra parte protesta, perché protestare è un diritto, e spesso anche un’abitudine. Poi c’è la cronaca giudiziaria, che riesce spesso a superare l’impensabile. Un giudice di Catanzaro chiede alla Consulta di bloccare il carcere per un ventenne condannato per abusi su una tredicenne, ritenendo la pena “irragionevole”. Un ricorso che sfida Parlamento e buon senso. Commentare sarebbe facile. Meglio tacere: il silenzio, a volte, è più eloquente. Dagli abusi si passa alle botte gratuite. A Roma un giovane tunisino, senza fissa dimora e con gravi problemi psichiatrici, colpisce passanti a caso. Fermato, sottoposto a TSO, rilasciato. Le norme vigenti non consentono misure durature. È di nuovo in strada. Qui, finalmente, si invoca un intervento urgente e bipartisan: a Roma i parlamentari sono di casa e nessuno, immaginiamo, ama essere preso a schiaffi per strada, senza preavviso e senza motivo. Ci sarebbe altro, molto altro. Ma non tingiamo di nero anche il giorno dell’inaugurazione olimpica. Meglio brindare. Vinitaly festeggia: l’export dei distillati italiani vale 1,7 miliardi. Un dato solido, rassicurante, alcolicamente patriottico. Del resto, come insegnava Bukowski: se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; se non succede niente si beve per far succedere qualcosa. In Italia, per sicurezza, beviamo sempre. Giuseppe Arnò

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EDITORIALE FEBBRAIO 2026

Matrimonio senza amore, amore senza matrimonio La Francia abolisce il dovere coniugale. E allora, per coerenza, liberiamo anche il marito dal peccato della coerenza Matrimonio come contratto commerciale. Bene. Ma l’amore? Secondo accurati sondaggi, oggi in Francia un uomo su quattro ritiene normale che una donna abbia rapporti sessuali per dovere matrimoniale e non per desiderio. Dato allarmante, si dirà. E infatti la République, che quando fiuta un principio morale non resiste alla tentazione di trasformarlo in norma, ha deciso di intervenire. L’Assemblea Nazionale ha approvato all’unanimità una legge che sancisce la fine del cosiddetto dovere coniugale. Coautore del testo è il deputato di centrodestra Paul Christophe (Horizons); ora la palla passa al Senato, chiamato a chiarire un quid iuris che da secoli inquieta giuristi, teologi e mariti: se la convivenza implichi o meno la comunione del letto. La risposta è netta: no. “La convivenza non crea alcun obbligo di rapporti sessuali”, stabilisce il nuovo dettato, smarcandosi da una giurisprudenza che aveva spesso assimilato la comunione di vita a una comunione di lenzuola. Un equivoco, a quanto pare, durato troppo a lungo. Secondo la coautrice della legge, Marie-Charlotte Garin, lasciare in vita l’idea di un dovere coniugale significherebbe avallare “un sistema di dominio e di predazione del marito nei confronti della moglie”. E sia: la lotta femminista, quando è necessaria, va combattuta fino in fondo. Anche a colpi di codice civile. Resta però una domanda, fastidiosa come una zanzara in una stanza buia: e l’amore? Se il matrimonio è ridotto a contratto di mutua assistenza logistica, se il letto diventa territorio neutro e l’intimità un’opzione facoltativa, che cosa resta? Un’assemblea condominiale con benefici fiscali. Colpisce la scala delle priorità. Il mondo oscilla tra guerre nucleari e catastrofi naturali, ma la Francia, con encomiabile zelo, mette ordine tra piumoni e cuscini. Non è difficile immaginare che presto qualche illustre onorevole, per non restare indietro, proponga una norma analoga anche da noi. O che sia Bruxelles a occuparsene, magari precisando che per fare l’amore in ambito coniugale sarà necessario un consenso scritto, con firma autenticata, valido solo nei giorni feriali e previo preavviso di quarantotto ore. Del resto l’Europa ha solide basi teoriche. Basterà rispolverare Tommaso Campanella e la sua Città del Sole, dove la generazione è sottoposta a regole ferree, accoppiamenti giudiziosi, orari stabiliti dall’astrologia e una netta distinzione tra amore e sessualità. L’atto generativo è cosa seria, i sentimenti un dettaglio trascurabile. La delizia, se concessa, è subordinata alla necessità. E il gusto, si rassicura, non manca a nessuno. Ma se la signora non ci sta? Se accusa l’eterna emicrania, se rifiuta la sessualità tanto per delizia quanto per necessità? Qui la legge tace. E allora, per coerenza giuridica e igiene mentale, sarebbe cosa buona e giusta che un prode legislatore proponesse una norma complementare: l’esonero da ogni infamia per il marito che, al reiterato diniego coniugale, eserciti i propri desideri fuori le mura domestiche. Non per licenza, ma per logica. Se il matrimonio non crea alcun obbligo di rapporti sessuali, non sarà lecito dolersene. Né pretendere fedeltà fondata su ciò che la legge ha dichiarato inesistente. Come recita un vecchio adagio: a rendere felici non è l’amare, ma l’essere amati. E quando l’amore diventa facoltativo, anche la fedeltà rischia di finire tra le clausole vessatorie. E giustizia, finalmente, sia fatta. Giuseppe Arnò

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Apocalisse a breve termine

  Il mondo perduto attende il suo Terminator, piaccia o non piaccia «Sì, vendetta, tremenda vendetta». Dal Rigoletto di Verdi potrebbe arrivare la colonna sonora ideale di queste ore, se davvero l’America di Donald Trump deciderà di voltare pagina, o, più realisticamente, di cambiare libro, nel capitolo iraniano. Trump non recita: quando promette, prima o poi mantiene. E la sua rabbia, più che cieca, appare fredda, metodica, da uomo d’affari che ha capito una cosa elementare: certi conti, se non li chiudi, tornano sempre a presentarsi con interessi usurai. L’Iran non è il Venezuela, non è una trattativa da salotto né una transazione graduale. È una questione di regime, di sistema, di macelleria ideologica che, secondo le accuse, avrebbe lasciato sul terreno decine di migliaia di giovani. Numeri che non chiedono riforme cosmetiche, ma una cesura netta. L’Armada americana avanza, o almeno così si racconta, con tutta la tecnologia che la modernità bellica consente. Di fronte, un Paese vasto, popoloso, temprato e tutt’altro che improvvisato. Proprio per questo, se colpo sarà, dovrà essere decisivo. Non per vendetta, parola che la storia giudica sempre male, ma per deterrenza. Il messaggio, più che a Teheran, sembra indirizzato a Pechino e Mosca: compagni di merenda sì, ma non di trincea. Le reazioni, finora, restano quelle di prammatica: condanne verbali, sopracciglia aggrottate, e nulla più. Alla fine, nel bene e nel male, molti si scoprono a tifare per Trump senza ammetterlo. Predica male, razzola spesso bene. Scompagina, irrita, ma mette in riga. In un mondo che ha confuso il dialogo con l’inazione e la prudenza con la paura, l’arrivo di un Terminator geopolitico era forse inevitabile. Non auspicabile, ma inevitabile: come certi temporali d’estate che ripuliscono l’aria a suon di tuoni. Finita, ammesso che finisca, la pulizia globale, il nostro eroe dovrà però guardarsi allo specchio e occuparsi di casa propria. Economia e immigrazione: due dossier opinabili, contestabili, ma non del tutto deprecabili. Sull’immigrazione, rimandare a casa chi non ha titolo per restare non è eresia, ma semplice applicazione di una regola. E se le opposizioni interne alzeranno barricate, Trump sembra il tipo che risponderebbe parafrasando il cinema italiano: nulla ci può fermare. Musk, intanto, pare intenzionato a rientrare nei ranghi, promettendo nuove stagioni di una telenovela che il mondo segue con più attenzione delle fiction serali. In Italia, nel frattempo, le notizie restano fedeli a se stesse: una spaventosamente medievale, l’altra sorprendentemente virtuosa. Da un lato dichiarazioni che riportano l’orologio morale indietro di secoli; dall’altro, Les Echos che incorona la strategia economica del governo Meloni e certifica l’Italia come quarta potenza mondiale dell’export a fine 2025. Piccoli segnali che ricordano come, anche nel caos globale, esistano ancora isole di raziocinio. Conclusione Il mondo è stanco, confuso e infelice. Forse non aveva bisogno di un Terminator, ma di sicuro non ha saputo evitarlo. Ora che è arrivato, conviene sperare che sappia quando spegnersi. Perché l’ordine imposto può salvare il presente, ma solo la misura può salvare il futuro. E quella, purtroppo, non si scarica da nessun arsenale. Giuseppe Arnò

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Freddo in pace e in guerra

Trump, il gelo americano, le guerre calde e l’orgoglio di un’Italia che non accetta lezioni   Neve a New York. Freddo artico. L’America scopre improvvisamente che l’inverno esiste davvero. Mezzo milione senza luce, aeroporti paralizzati, voli cancellati a migliaia. Gli Stati Uniti in tilt per il gelo: l’evento viene raccontato con toni drammatici, quasi epici, come se fosse una novità assoluta della civiltà occidentale. Forse, adesso, qualcuno dall’altra parte dell’Atlantico capirà cosa significa restare al freddo e senza elettricità. Gli ucraini, però, quell’inferno lo conoscono da mesi. E non per colpa della neve, ma per l’allentamento degli aiuti militari deciso da Washington. La geopolitica, si sa, non conosce riconoscenza: la fedeltà è un optional, l’amicizia una clausola rescindibile, i valori un accessorio che si indossa solo nelle occasioni ufficiali. La politica internazionale oggi è fluida, ibrida, cinica. Cambia rotta secondo convenienza. E i popoli, amici o alleati che siano, pagano il conto di errori e ambizioni non loro. In questo quadro confuso, i colloqui a tre sulla pace in Ucraina, tenuti ad Abu Dhabi, sembrano offrirci un filo di speranza. Sottile, fragile, ma pur sempre un filo. Del resto, come ricordava Eraclito, senza speranza non si trova l’insperato. Intanto Donald Trump avanza. Imperterrito. Terminator a giorni alterni, profeta di pace quando conviene, mercante quando serve. Ha messo in pausa la Groenlandia, per ora, ma continua la sua personale campagna acquisti geopolitica. Predica il Vangelo della pace in terra, salvo poi ricordarci che il business viene prima. Se però lungo il percorso capita anche uno schizzo di pace, non ci sputa sopra. Anzi. Si vocifera perfino di una candidatura al Nobel. Nulla stupisce più, in un mondo dove tutto è ormai spettacolo. Trump sembra aver riscoperto Samuel Johnson: “Le grandi imprese non si compiono con la forza, ma con la perseveranza”. Bene. Allora speriamo perseveri dove davvero serve. In Iran, per esempio. Là dove gli ayatollah hanno lasciato sul terreno trentamila morti in due giorni. Là dove, tra l’8 e il 9 gennaio, i sacchi neri per i cadaveri sono finiti. Là dove si incita alla rivolta promettendo un arrivo imminente, salvo poi dimenticare che le parole, quando pesano, uccidono quasi quanto le armi. Una nota positiva, però, arriva da casa nostra. Il governo italiano ha risposto per le rime, e con i numeri, alle uscite scomposte del tycoon sui nostri soldati e su quelli europei in Afghanistan. Questa volta Trump ha sbagliato indirizzo. Giorgia Meloni è stata secca, quasi scolastica: “Tra Paesi alleati ci vuole rispetto”. Fine della discussione. Trump è fatto così: prendere o lasciare. Parafrasando il Vangelo, verrebbe da dire: Padre, perdonalo, perché non sa quello che dice. Ma a volte, più che il perdono, servirebbe un buon ripasso di storia recente. Sul fronte interno, invece, poco di nuovo sotto il sole, o sotto la pioggia, visto il ritorno in grande stile di neve e maltempo. Gli italiani continuano a essere vessati dalle multe: 8,5 miliardi in cinque anni. Milano capofila. Una rapina legalizzata che nessun governo riesce o vuole fermare. Intanto aleggia il solito “Sì” referendario, buono per ogni stagione e ogni campo, come un cappotto vecchio ma sempre tirato fuori dall’armadio. Conclusione Speriamo, per concludere, in un Trump migliore. Non perfetto, la perfezione non esiste, ma almeno consapevole del peso delle sue parole e delle sue scelte. Il mondo è già abbastanza instabile per essere guidato a colpi di slogan. Crescere si può sempre. Anche da Terminator. Purché, ogni tanto, spenga le armi e accenda il cervello. Giuseppe Arnò

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Stanchi di guerra, che Dio ci aiuti

L’Europa si sveglia, Trump stringe mani, Macron sfila: e intanto il mondo spera     Italia e Germania oggi sono “più vicine che mai”. Parola della premier Giorgia Meloni, detta con tono solenne accanto al cancelliere Friedrich Merz, al termine del vertice intergovernativo tra i due Paesi. È una buona notizia, ci assicurano, per i popoli interessati e per l’Europa intera. E noi, da bravi europei, prendiamo nota. Anche perché da queste parti le buone notizie vanno annotate subito: durano poco. La presidente del Consiglio parla di “congiuntura storica complessa”, di Europa chiamata a scegliere se essere protagonista del proprio destino o subirlo. Concetti alti, condivisibili, già sentiti. Anzi, per la verità, già scritti: ieri sulla Groenlandia, ieri sull’Europa, ieri su tutto ciò che l’Europa avrebbe dovuto fare l’altro ieri. Ma tant’è. Meglio tardi che mai, dicono i saggi. E in questo caso dobbiamo riconoscere un merito insperato a Donald Trump. Sì, proprio lui. Il vecchio cowboy ha fatto quello che Bruxelles non riusciva a fare da anni: ha suonato la sveglia. Con una sola mossa ha preso tre piccioni con una fava: qualcosa l’ha ottenuta davvero in Groenlandia; ha spiegato ai bambocci europei che la difesa non è più un servizio in abbonamento offerto dagli Stati Uniti; e ha lanciato il suo personale “Board of Peace”, raccogliendo adesioni come se fosse una giocata collettiva all’Enalotto. Diabolicamente ingegnoso. Altro che improvvisazione. L’Italia, prudente come sempre quando c’è da decidere, resta in stand-by. La premier segnala “oggettivi problemi di carattere costituzionale” nella configurazione dell’iniziativa e chiede di riaprirla, per venire incontro non solo alle esigenze italiane ma anche a quelle di altri Paesi europei. Traduzione non ufficiale: vediamo, parliamone, rimandiamo. È una specialità nazionale, riconosciuta dall’UNESCO. Nel frattempo Trump continua a stupire. Sta costruendo una sua ONU personale, parallela, forse concorrente. Manca solo il palazzo di vetro, ma conoscendolo potrebbe già essere in progettazione, con il suo nome ben visibile dall’orbita terrestre. A suggellare gli accordi, una stretta di mano tra Trump e Mark Rutte. Forse troppo energica: il tycoon è apparso con un livido sospetto sul dorso della mano. La Casa Bianca minimizza: aspirina per il cuore, effetto collaterale, e soprattutto “troppe strette di mano”. Sarà. Noi, con sincera sportività, gli auguriamo ogni bene. In fondo, a conti fatti, sembra fare più bene che male. Ed è già qualcosa. In questo teatrino globale non poteva mancare Emmanuel Macron, in versione “Top Gun” o “Terminator”, con tanto di occhiali aviator. La casa produttrice è italiana, il modello Pacific costa 659 euro e il presidente francese li ha voluti pagare di tasca propria, rifiutando l’omaggio. Sciccheria repubblicana, dicono. Qualcuno parla di un momentaneo problema vascolare a un occhio. Qualcun altro, più maligno, di un tentativo di impressionare il pubblico quando le cartucce politiche iniziano a scarseggiare. A Parigi, si sa, anche l’estetica è geopolitica. Intanto, lontano dai riflettori, ad Abu Dhabi è finalmente iniziato il trilaterale Russia–USA–Ucraina. Due giorni di colloqui. Che sia la volta buona. Come Teresa Batista, “stanca di guerra” nel romanzo di Jorge Amado, lo siamo tutti. Ma soprattutto lo sono gli ucraini e i russi, che la guerra la vivono davvero, non la commentano. “Dio dà sempre il meglio a coloro che lasciano la scelta a Lui”, ricordava il missionario Jim Elliot. Non sappiamo se sia vero, ma sappiamo che di scelte sbagliate, qui sulla terra, ne abbiamo già fatte abbastanza. E allora sì: stanchi di guerra, che Dio ci aiuti. Anche perché, a giudicare dagli uomini, ne abbiamo un gran bisogno. Giuseppe Arnò

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Il freezer come nuova madre patria

Dalla spesa quotidiana al culto del surgelato: cronaca semiseria della pigrizia a tavola e della resistenza (quasi disperata) del buon mangiare     O tempora, o mores. Anzi, o frigoriferi. Dove ci stanno portando i tempi in cui viviamo è ormai chiaro: verso il reparto surgelati, corsia quattro, offerta famiglia convenienza. Un tempo eravamo il popolo del gusto, oggi siamo diventati quello del timer del microonde. E non per necessità, ma per pigrizia organizzata. C’era un’Italia in cui il “gourmet” non aveva bisogno di guide, stelle o influencer. Ogni madre di famiglia era uno chef stellato, e le stelle gliele dava il marito a fine pasto e i figli con il bis. Non esistevano Michelin, né Rossopomodoro, ma il giudizio era severo e quotidiano. Si cucinava con quello che offriva la stagione, e se la stagione offriva poco, si ringraziava lo stesso e si arrangiava meglio. Poi arrivò l’industrializzazione alimentare, primo colpo basso alla padella. I prodotti iniziarono a durare più delle relazioni umane, i sapori cambiarono, ma si cucinava più in fretta. Nelle grandi città si spendeva forse meno, e soprattutto si perdeva meno tempo. Un vantaggio apparente, come tutte le cose che finiscono male. Il Sud, va detto, resistette più a lungo. Non per eroismo, ma per abitudine. Le mamme continuavano a fare la spesa ogni giorno, i mercati restavano vivi, il pane si comprava caldo, non “da tostare”. Ma poi arrivò la globalizzazione, che non chiede permesso: entra in cucina, apre il freezer e decide lei cosa mangerai per i prossimi sei mesi. Dagli Stati Uniti importammo il concetto di “pasto rapido”. Che per loro è una necessità culturale, per noi una rinuncia volontaria. Si mangia in un quarto d’ora, fuori casa, con prodotti precotti, confezionati, standardizzati. Il gusto è quello che è, ma la fame è placata. E qui sta il punto: non si mangia più per il piacere di mangiare, ma per smettere di avere fame. Una differenza che dice tutto. Così l’arte del cucinare, della ricerca del prodotto fresco, del sedersi a tavola con familiari e amici diventa un ricordo da reduci. Sopravvivono in pochi, come gli ultimi anti-globalisti gastronomici. Intanto l’industria del congelato prospera, e con essa le sofisticazioni. Il pesce arriva con più etichette che squame: pescato chissà dove, congelato chissà quando, scongelato quando ormai è tardi per farsi domande. E lo stesso vale per carni, legumi, ortaggi e frutta. Nel frattempo, qualcuno pensa anche di educarci a mangiare insetti, vermi e locuste, in nome del progresso e dell’Europa sostenibile. Ma questa è una tragedia che merita un capitolo a parte. Oggi la spesa si fa una volta al mese, massimo due. Si riempiono i congelatori come bunker alimentari, le botteghe scompaiono e il mercato rionale diventa folklore. Secondo le ricerche, il “frozen food” è in pieno boom. Ma quanto è salutare il cibo sottozero? Poco, se parliamo di congelamento domestico: raffreddamento lento, cristalli di ghiaccio grandi come macigni, struttura cellulare distrutta e nutrienti che salutano educatamente. I surgelati industriali fanno meglio, certo, ma non sono fatti per vivere nel freezer di casa. Insomma, congeliamo tutto e capiamo poco. La vecchia guardia, quella sì, resiste. Compra ciò che la stagione offre, va a fare la spesa ogni giorno come per il santo pane quotidiano, caldo di forno e non stagionato da una settimana. Il cibo si compra, si cucina, si mangia. Fine. Non si archivia. Anche le pietanze del giorno prima, salvo rare eccezioni, non sono più cucina: sono compromessi. Riempiono lo stomaco, non l’anima. Al buongustaio fanno rizzare i capelli. Perché a tavola non si mangia soltanto. A tavola si vive, si parla, si litiga, si ride, si educano i figli e si riconciliano gli adulti. Il fast food accelera il tempo, ma lo svuota. Il cibo industriale sazia, ma non racconta nulla. Un tempo si diceva che l’uomo è ciò che mangia. Oggi bisognerebbe aggiornare il proverbio: l’uomo è ciò che scongela. E allora non stupiamoci se il carattere diventa molle, l’umore insipido e il pensiero precotto. Chi vive di piatti pronti finirà per pensare a scadenza. Il pane caldo, il pesce fresco, la spesa quotidiana non sono nostalgie da vecchi: sono esercizi di libertà. Richiedono tempo, attenzione, perfino fatica. Esattamente ciò che il mondo moderno cerca di toglierci. Perché non c’è nulla di più rivoluzionario, oggi, che entrare in una bottega, scegliere con cura, tornare a casa e sedersi a tavola. Con calma. Chi non ha più tempo per il pane caldo e il pesce fresco, difficilmente lo avrà per il pensiero critico. Il resto è solo cibo che riempie lo stomaco e svuota la testa. E un’epoca che ha delegato il pranzo al freezer finirà, inevitabilmente, per congelare anche la propria coscienza.   Giuseppe Arnò

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L’umanità, istruzioni per l’uso (sbagliato)

Dal tariffario dei morti all’intermezzo comico, passando per la geopolitica a colpi di coscienza: cronaca di una specie che non resiste alla tentazione di complicarsi la vita. C’è un vizio antico che l’umanità non riesce a togliersi: andare a cercare guai, possibilmente con metodo e, se possibile, con fattura. Pare che molti abbiano adottato il principio trumpiano per cui business is business, anche quando l’affare riguarda l’ultima e più definitiva delle merci: i morti. A Teheran il listino è chiaro, senza sconti stagionali. Per restituire un corpo alle famiglie dei ragazzi uccisi si va dai 700 milioni di rial fino a un milione e mezzo: tra i 480 e i 1.700 dollari. Un prezzo che equivale a quasi cinque mesi di salario medio iraniano. Dodicimila vittime significherebbero oltre venti milioni di dollari. Con, pare, autorizzazione al funerale di massa inclusa. Un pacchetto completo, verrebbe da dire, se non fosse che qui il sarcasmo inciampa sul sangue. La giustificazione ufficiale è di quelle che rassicurano le coscienze allenate: overdose, droghe, terroristi, nemici di Dio. Il repertorio è noto. L’Inquisizione, ribattezzata per l’occasione ordine pubblico, sembra funzionare egregiamente: ristabilisce la fede e ossigena le casse. Un miracolo amministrativo. Sembra uno dei Racconti macabri di Edgar Allan Poe, con la differenza che lì l’orrore, proseguendo, si trasforma talvolta in ironia. Qui si parte dall’orrore e si arriva a qualcosa di peggio, che non fa nemmeno ridere. Donald Trump, nel frattempo, pratica la sua diplomazia preferita: carota e bastone. Ringrazia il regime per aver fermato ottocento esecuzioni, ma sposta la portaerei Lincoln verso la regione. A cosa si prepari non è dato sapere. Se però promissio boni viri obligatio est, non sarà una visita di cortesia con fiori e sorrisi. C’è anche chi si propone per il dopo: Reza Pahlavi, figlio dello Scià deposto nel ’79. L’Unione Europea, fedele al suo ruolo, chiede lo stop alle condanne a morte. L’ayatollah Ahmad Khatami risponde promettendo esecuzioni per i manifestanti, definiti “maggiordomi di Netanyahu” e “soldati di Trump”. A questo punto verrebbe da invocare l’intervento divino; quello umano, come spesso accade, sembra arrivare tardi e male. Per non soccombere del tutto all’orrore, ecco l’intermezzo leggero, quasi obbligatorio, come nei drammi classici:Corto circuito olimpico. Boldi fa il Boldi, scherza su sport, figa e aperitivi, poi si scusa. Il Comitato Milano-Cortina gli toglie la fiaccola. Ma Boldi è Boldi, non è Thöni, e gli organizzatori lo sapevano. Pretendere sobrietà assoluta da chi campa di eccessi è come stupirsi se il fuoco scotta: gesto educativo, certo, ma tardivo. Dal tragico al comico, e infine al serio.Ad Hammamet si commemorano i ventisei anni dalla morte di Bettino Craxi. Il ministro Guido Crosetto rende omaggio “a uno statista” e tace. La figlia Stefania scopre una stele al padre. Qui il silenzio pesa più delle parole: è il segno che la storia, anche quando divide, prima o poi chiede rispetto, se non unanimità. In chiusura, la Groenlandia resta un’incognita. Trump è imprevedibile e dalle sue decisioni potrebbe dipendere l’assetto geopolitico di mezzo mondo. Russia e Cina osservano, apparentemente immobili, ma nessuno dei due riposa su cuscini morbidi. Come ricordava John Wooden, “non c’è cuscino più morbido di una coscienza tranquilla”. Ecco, appunto. Se c’è una cosa che l’umanità continua a dimostrare è che dormire sonni tranquilli non le interessa: preferisce restare sveglia, a contare i morti, fare tariffari e cercare nuovi guai. Poi si stupisce se al mattino si sveglia stanca e con la coscienza in disordine. Montanelli avrebbe sorriso amaro: il problema non è che non impariamo dalla storia, è che la usiamo come alibi per rifare gli stessi errori, con fattura sempre più salata. di Redazione

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Conti in ordine, ponti sospesi e risate garantite

Riforme, sospetti, magistrati inquieti e Checco Zalone che passa all’incasso mentre la politica discute e il cittadino sbadiglia Qualche buontempone, di quelli che vivono di sottintesi e si nutrono di retropensieri, sussurrerebbe: “Chi la fa, l’aspetti”. Ma è solo maldicenza, assicurano. La riforma della Corte dei Conti non è affatto una risposta piccata al parere negativo sul Ponte sullo Stretto: no, rientra nel sereno e naturale ordine delle cose. Come le maree, le tasse e le riforme che arrivano sempre quando qualcuno storce il naso. Il copione è noto, ma vale la pena rileggerlo: tempi più stretti per rispondere (trenta giorni, cronometro alla mano), doppio tetto al risarcimento per la responsabilità amministrativa, ampliamento dei controlli preventivi, addirittura “a chiamata”, come il taxi, e una funzione consultiva rafforzata. Il tutto per rendere la macchina più efficiente, almeno sulla carta. I magistrati contabili, però, non brindano. Donato Centrone, presidente dell’associazione nazionale della categoria, parla apertamente di rischio: un ridimensionamento significativo del ruolo della Corte. È un punto di vista, certo. Ma in Italia i punti di vista, quando si tocca la magistratura, diventano subito linee di faglia. La seconda parte della riforma, poi, arriverà con i decreti delegati e metterà mano all’organizzazione interna: accorpamento delle sezioni centrali e regionali, magistrati chiamati a fare un po’ di tutto, controllo, giurisdizione, consulenza, separazione delle funzioni requirenti e giudicanti e poteri rafforzati per il procuratore generale, con presa più salda anche sui procuratori regionali. Per Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, il risultato sarà una Corte dei Conti che “potrà funzionare meglio al servizio dei cittadini”. Una promessa che, come tutte le promesse istituzionali, suona benissimo al microfono. Del resto, quando si legifera sulla magistratura c’è sempre qualcuno che protesta; quando la magistratura giudica l’operato del governo, accade la stessa cosa. È il gioco delle parti, ormai elevato a sport nazionale. Il problema nasce quando i poteri escono dal seminato: lì non vince nessuno e perde soprattutto il cittadino, che si allontana un passo alla volta da politica e giustizia, stanco di assistere a schermaglie incomprensibili. E mentre i due litigano, si fa per dire, il terzo gode. Eccome se gode. Si chiama Checco Zalone e con Buen Camino incassa 5,6 milioni di euro in un solo giorno, trascinando il mercato cinematografico ai livelli di quattordici anni fa. Altro che riforme strutturali: la risata resta l’unico investimento davvero anticiclico. Intanto, per completezza di panorama, apprendiamo che su Titano non c’è alcun oceano, ma questo, rassicurano, potrebbe aumentare le probabilità di trovare forme di vita. Notizia eccellente per i biologi, un po’ meno per chi sperava di trasferirsi lontano dalle beghe terrestri. Sul calendario campeggia Santo Stefano, protomartire, esempio scomodo di coerenza e sacrificio. Dovrebbe insegnarci molto. Ma l’insegnamento, come spesso accade, resta lì: chiaro, limpido e accuratamente ignorato. Perché in Italia, tra ponti da costruire, conti da riformare e film da ridere, l’unica cosa che non passa mai di moda è far finta di non capire.

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