Cartone, polistirolo e nastro adesivo: il nuovo apologo della difesa europea Perché spendere centinaia di migliaia di dollari a colpo quando puoi mettere in piedi una barriera fatta di plastica riciclata, ingegno civico e qualche D-I-Y bellico? Satira militare, ma con conti in tasca. La notte tra il 9 e il 10 settembre 2025 qualcosa di imbarazzante, se non fosse tragico, ha ricordato all’Europa che il futuro delle guerre non è più roba da colonne d’assalto e corazzate, ma da piccoli aerei giocattolo appoggiati su un motore e una missione: saturare lo spazio aereo, confondere i sensori e far sembrare l’Occidente una collezione costosa di fuochi d’artificio. Diciannove droni — sì, diciannove — hanno attraversato il confine polacco durante un massiccio attacco contro l’Ucraina, restando a zonzo per ore e provocando danni materiali limitati ma molte grane politiche. È bastato questo per far scattare consultazioni, ordini di intervento e l’avvio dell’operazione “Eastern Sentry”. E qui arriva la parte comica: per abbattere un insetto meccanico da qualche migliaio di dollari a testa, si tira fuori dal cilindro un’arsenale il cui prezzo unitario è più vicino a quello di una barca a vela di lusso che non a una barriera anti-ciarpame. Un Sidewinder moderneggiante, o un qualsiasi intercettore sofisticato, gira nell’ordine di qualche centinaio di migliaia di dollari per pezzo, cifre che molti giornali hanno ricondotto a circa 400.000 $ in varie versioni, mentre i droni impiegati dall’altra parte costano una frazione di quel prezzo. Il risultato? Una guerra di logoramento economico in cui il conto torna, spesso, alla parte che spende meno. La proposta ufficiale, “muro di droni”, più pattugliamenti, più caccia e una retorica robusta, è sacrosanta, ma rischia di ripetere lo stesso errore: impiegare strumenti costosi per problemi parsimoniosi. La Nato ha lanciato l’operazione Eastern Sentry per consolidare la difesa sul fianco orientale; decisione sensata, ma non risolve il problema dell’equazione costo-efficacia. E allora, piedi per terra: se la materia prima avversaria è economica, la risposta deve esserlo altrettanto. Qui interviene la nostra proposta, volutamente ironica ma concretamente praticabile, a suon di cartone, polistirolo e nastro adesivo (più qualche pezzo d’elettronica e cervello da maker). Prima che arrivi la solita ondata di indignati, precisiamo: non stiamo proponendo la degna sostituzione delle forze armate, ma strumenti a bassa spesa per recuperare l’equilibrio economico e tattico. Ecco perché il Cartone Sentry Program (nome fantasioso ma descrittivo) meriterebbe attenzione pratica: Produzione rapida e scalabile. Un drone economico intercettore o un sistema di esca a basso costo possono essere prodotti in serie in officine civico-militari, scuole tecniche e PMI. Se l’avversario satura con unità da 10.000 $ a testa, non è folle puntare su risposte da qualche migliaio di euro ciascuna, progettate per accecare, disturbare o attirare il bersaglio. Sovrapprezzo umano vs. robotico. Sfruttare volontari tecnici, officine locali e catene produttive civili riduce i costi e aumenta la resilienza. Un “kit anti-drone” modulare può essere assemblato da aziende locali in 48 ore, distribuendo capacità lì dove servono. Munizioni a prezzo onesto. Prima di lanciare missili a 400k per togliere dall’aria spazzatura tecnologica, proviamo soluzioni alternative: sistemi a 35 mm, proiettili specializzati, contromisure elettroniche economiche e droni-cattura. (Sì, i cannoni costano, ma in alcuni casi sono molto più economici del singolo missile). Inganno a basso costo. Se la strategia russa include droni “esca”, rispondiamo con esche nostre, reti intelligenti e “finti” depositi di segnale che attirino e neutralizzino gli sciami. Anche questo è economia della difesa: ne sprechi migliaia, noi ne rispediamo a casa la metà. Cambiamento dottrinale. L’episodio ha dimostrato che le vecchie catene di comando possono rallentare decisioni che vanno prese in minuti, non in ore. Deleghe operative, unità locali equipaggiate con contromisure a basso costo e una mentalità meno centralizzata sono tanto importanti quanto nuovi sensori. Mettiamo qualche punto pratico; non per scherzo:• Creare standard open-source per droni-intercettori low-cost (hardware + software), con certificazioni rapide.• Avviare “fab-lab” della difesa regionale per produrre kit di difesa anti-drone domesticati.• Investire in misure EW (guerra elettronica) portatili e a basso costo: jammer modulabili, farm di spoofing, e reti di avvistamento civico-militare.• Addestrare risposte tattiche decentrate: squadre pronte ad agire con poteri operativi rapidi. Un dubbio morale? Forse. Ma la cosa peggiore sarebbe aspettare che la soluzione perfetta, costosa, centralizzata, arrivi dal di fuori mentre gli avversari ci perforano la pazienza e i conti correnti. E se il prossimo test di “determinazione” viene pagato in vite o infrastrutture, allora il sarcasmo non basterà più. In conclusione: ridiamo pure, è salutare, ma intanto armatevi di carta, polistirolo e ingegno. Non perché il cartone vincerà la guerra (non lo farà), ma perché ci riporta al punto cruciale: l’efficacia non è sempre proporzionale al prezzo. Spendere meno per ottenere di più dovrebbe essere una massima strategica, non una battuta da rivista. E se, nel frattempo, un po’ di nastro adesivo riesce a bloccare uno sciame a buon mercato, allora abbiamo guadagnato tempo, esperienza e, per favore, qualche bella storia da raccontare ai futuri manuali militari con un sorriso. Fonti principali: reportage sull’incursione e sul lancio dell’operazione Eastern Sentry; analisi tecniche sui droni “Gerbera” e sul rapporto costo-efficacia tra droni economici e missili intercettori. finance.yahoo.com+4The Guardian+4Reuters+4 di Redazione