Veto cercasi (per abolizione)

Sovranità o capriccio? L’Europa alla prova dell’articolo 7 C’è un problema chiamato Viktor Orbán. O, più precisamente, c’è un problema chiamato veto. Perché se l’Unione deve decidere su sanzioni a Mosca e sostegno a Kyiv e basta un solo Stato a dire “no”, magari per la ventesima volta, allora non siamo un’Unione: siamo un condominio litigioso dove l’ascensore resta fermo perché uno non vuole pagare la luce. A Bruxelles i diplomatici si dicono “sconvolti e frustrati”. Traduzione: hanno finito il vocabolario della pazienza. Il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia è rimasto impigliato nel filo spinato dell’unanimità. E mentre si discute di prestiti all’Ucraina e di cooperazione industriale con gli Stati Uniti, la politica estera europea procede a strattoni, come un’auto con il freno a mano tirato. Da tempo si parla di abolire il diritto di veto. Non per cattiveria, ma per sopravvivenza. Se si vuole un’Europa che agisca e non solo interloquisca, che decida e non solo rinvii, occorre passare dall’unanimità alla maggioranza qualificata. Altrimenti ogni crisi diventa un referendum permanente sull’umore di turno. E se proprio non bastasse il buon senso, esiste il bisturi giuridico: l’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. Non è una bomba atomica, ma un richiamo severo: prima la constatazione di un rischio grave per i valori comuni, poi, nei casi estremi, la sospensione di alcuni diritti, incluso il voto in Consiglio. Lo Stato resta vincolato agli obblighi, ma perde il megafono. In altre parole: partecipi alla squadra, ma non puoi sempre fischiare contro. Si dirà: misura drastica. Certo. Ma più drastico è restare paralizzati mentre la guerra ridisegna confini e alleanze. L’Europa non può essere ostaggio dell’ostruzionismo abituale, né trasformare la solidarietà in un optional. La sovranità nazionale è un valore; il sabotaggio sistematico, no. Qualcuno, con spirito cinematografico, ha evocato la battuta di Spirit – Stallion of the Cimarron: “Ti domerò con le buone o con le cattive”. Ecco, l’Unione non deve domare nessuno, ma ricordare che i trattati non sono un menù à la carte. O si condividono regole e responsabilità, oppure si resta soli, liberi, sì, ma fuori dal tavolo dove si decide. Abolire il veto non è un atto contro qualcuno. È un atto a favore dell’Europa adulta. Perché l’Unione non può continuare a parlare al mondo con ventisette voci e un silenziatore. E se proprio qualcuno insiste a confondere la solidarietà con il ricatto, forse è tempo di ricordargli che l’Europa è una comunità di destino. Non un taxi: non si può scendere ogni volta che la corsa non piace. Giuseppe Arnò

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Scheletri in armadio ed Europa in emancipazione

Dalla telenovela Epstein ai dazi di Trump, tra polemiche infinite e medaglie d’oro: il Vecchio Continente prova a camminare con le proprie gambe. C’è un proverbio napoletano che dice: “Fa ’e nu pilo ’na trave”. Traduzione simultanea: fare di un pelo una trave. Gli inglesi, più asciutti, liquidano la faccenda con un to make a fuss about nothing. Noi, più teatrali, preferiamo la saga a puntate. Il caso Jeffrey Epstein, l’armadio della vergogna per eccellenza, è diventato una serie televisiva senza fine. Se negli archivi del defunto vi sono reati, la giustizia faccia il suo mestiere: la responsabilità penale è personale, si persegua il colpevole e si chiuda il sipario. Moralmente? Se un soggetto macchia un’istituzione, l’istituzione lo espelle. Punto. Il resto è sceneggiatura. Ma no. Si preferisce la nenia quotidiana, il colpo di scena, il nome altisonante che spunta come fungo dopo la pioggia. C’è chi si indigna, chi si appassiona, chi monetizza. Intanto il mondo gira e, distratti dagli armadi altrui, rischiamo di inciampare nei mobili di casa nostra. Oltreoceano, per esempio, un incollerito Donald Trump non l’ha presa bene con la Corte Suprema degli Stati Uniti che ha bocciato i suoi dazi. E quando il presidente è imprevedibile in tempi normali, figuriamoci in tempi di sconfitta: rilancia, minaccia, alza tariffe ai Paesi “che hanno derubato l’America per decenni”. L’eco arriva fino a Iran, che non dev’essere il luogo più sereno del pianeta in questo momento. E l’Europa? L’Europa, tra un sopracciglio aggrottato del Pentagono e una nota diplomatica, sta facendo qualcosa che non le si vedeva fare da tempo: si emancipa. Parla di difesa comune, di riarmo “made in Bruxelles”, di autonomia strategica. Non è ancora l’età adulta, ma almeno è l’uscita dall’adolescenza. E si sa: quando un figlio cresce, il genitore finge di sorridere ma controlla il conto in banca. Nel frattempo, in casa nostra, il dibattito resta sport nazionale. Il sottosegretario Alfredo Mantovano contro il magistrato Nicola Gratteri: “Vorrebbe indagare chi dice sì”. Meno male che il voto è segreto. In Italia anche le opinioni finiscono sotto osservazione, ma solo a parole, che da noi sono più affilate dei coltelli e meno pericolose delle forchette. Poi c’è la tristezza che non fa share ma pesa sul cuore: la morte di Domenico, gli avvisi di garanzia ai medici. In questo Paese non c’è pace neppure tra gli ulivi, figurarsi nei corridoi d’ospedale. Per fortuna c’è lo sport, che ogni tanto ci ricorda chi siamo quando smettiamo di litigare. Alle Olimpiadi invernali, nello skicross, doppietta azzurra: Simone Deromedis oro e Flora Tabanelli Tomason argento. Prime medaglie della storia in questa disciplina. Medagliere a quota 30. Lì sì che l’Europa, e l’Italia, sanno emanciparsi: senza polemiche, senza dossier, solo con il cronometro. Infine, una folla silenziosa a Assisi per gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. Cinquecentomila persone per il Poverello che scavalca la fede e parla all’uomo. “Mentre proclami la pace con le tue labbra, fa’ attenzione ad averla ancora più pienamente nel tuo cuore.” Forse è qui il punto. Mentre rovistiamo negli armadi altrui e agitiamo travi per un pelo, il mondo chiede maturità. L’Europa prova a trovarla. L’America la cerca a colpi di dazi. Noi italiani la discutiamo in talk show. E intanto San Francesco, da ottocento anni, continua a ricordarci che la pace non si fa con i dossier, né con le tariffe, né con i referendum gridati. Si fa con un cuore un po’ più leggero e una lingua un po’ meno lunga. Il resto è telenovela. E le telenovele, si sa, non emancipano nessuno. Giuseppe Arnò

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Il mondo in fiamme e il cherubino somigliante

Tra cavi sottomarini, guerre ibride e guerriglia urbana, c’è chi scopre la premier Meloni in un affresco: l’arte come distrazione di massa x Se Ian Fleming fosse ancora tra noi, in quest’ultimo decennio non avrebbe avuto bisogno di sforzare la fantasia. Gli sarebbe bastato aprire un giornale. Iran, Gaza, Ucraina, Siria, Sudan, Congo: un catalogo dell’orrore degno di più trilogie di James Bond, senza nemmeno l’intervallo per il tè. E poi i mari del Nord, nuova frontiera del romanzo spionistico, dove le onde non portano solo freddo e merluzzi, ma cavi, dati, infrastrutture critiche e sospetti. Una nave cargo russa, la Sinegorsk, partita da Arkhangelsk, resta per ore immobile sopra i nervi scoperti della comunicazione transatlantica, al largo delle coste britanniche. La Royal Navy vigila, poi accompagna gentilmente l’imbarcazione lontano dalla zona sensibile. Versione ufficiale: maltempo. Versione alternativa, suggerita al Telegraph: nulla di più che una sosta prudente. Versione di Fleming: sabotaggio. E Bond, ovviamente, che sventa tutto, sistema i cavi, salva Sua Maestà e l’Europa, magari senza sgualcire lo smoking. Non è un caso isolato. Nel Baltico, tra Svezia e Danimarca, vengono tagliate sezioni di cavi sottomarini e su quella tratta navigava una nave mercantile cinese, la Yi Peng 3; non è stata incolpata e le indagini sono ancora in corso. Tra russi, cinesi e flotte ombra, il Mare del Nord somiglia sempre meno a un corridoio navigabile e sempre più a un supermercato geopolitico in cui tutto è in offerta, soprattutto i guai. La guerra ibrida non fa rumore, ma se sbagli a distrarti, ti lascia al buio. Qui non si combatte con i carri armati, ma con la disattenzione. E sorridendo. Intanto, mentre la tecnologia sorveglia i fondali oceanici, non sempre arriva nei vicoli delle nostre città. A Torino la guerra si fa ancora a colpi di pugni e spranghe, come nelle periferie peggiori delle metropoli. Poliziotti feriti, danni ingenti, scene da guerriglia urbana. Mettere ordine non è una parola reazionaria: è una necessità civile. E non è mai “troppo tardi”, come ricordava Adenauer. In politica, come nella vita, il tempo per rimediare esiste solo finché si ha il coraggio di farlo. In questo crogiuolo europeo, denso di crisi vere, concrete, misurabili, c’è però chi trova il tempo di fare battute. Battute che poi, come spesso accade, diventano speculazioni. Parliamo del celebre “viso d’angelo”. Non una fiction televisiva, ma un cherubino restaurato in un affresco della Basilica di San Lorenzo in Lucina, che secondo alcuni ricorderebbe il volto della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Da qui, il passo verso il simbolismo politico, il messaggio nascosto, l’allusione celeste, è breve come un tweet. Ora, con tutto il rispetto per l’arte sacra, viene da pensare che Platone avesse ragione: l’arte imita l’apparenza, non la realtà. E soprattutto non governa, non legifera, non risolve crisi internazionali. Se poi vogliamo seguire Pasolini e prendere sul serio solo il non prendere nulla sul serio, allora facciamolo fino in fondo: archiviamo guerre, cavi tagliati e città in subbuglio, e concentriamoci sugli affreschi. Finiremo tutti, finalmente, a tarallucci e vino. Evviva. Ma Montanelli, probabilmente, avrebbe chiuso così: mentre il mondo chiede serietà, noi ci consoliamo con le somiglianze. È più facile riconoscere un volto in un cherubino che guardare in faccia la realtà. E infatti continuiamo a confondere l’arte con la politica. Con l’aggravante che l’arte, almeno, non promette nulla. Giuseppe Arnò

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La Groenlandia nel mirino: Trump gioca a Risiko con il Polo Nord

    Tra bluff, minacce e soldatini di latta, l’Artico diventa il nuovo tavolo da poker della geopoliticaa  globale C´è chi conquista territori con le guerre e chi con gli annunci. Donald Trump appartiene alla seconda categoria: quella degli uomini che prima parlano, poi twittano e solo alla fine, forse, agiscono. La Groenlandia, enorme, gelida e apparentemente inutile come una stufa al Polo Nord, è tornata improvvisamente al centro del mondo perché il Tycoon ha deciso che gli serve. O meglio: che deve servirgli. La tesi è semplice, come tutte le tesi trumpiane: se non se la prendono gli Stati Uniti, se la prenderanno Russia e Cina. Dunque, per evitare che altri la occupino, la occuperà lui. Un sillogismo impeccabile, degno di un trattato di logica applicata alle vendite immobiliari: compro io, così non compra nessun altro. Bluff o minaccia reale? Qui, più che un analista strategico, servirebbe una zingara con la sfera di cristallo. C’è chi sostiene che Trump stia solo alzando la voce per costringere l’Europa a occuparsi seriamente dei mari del Nord, smettendola di delegare tutto a Washington. Altri, più pessimisti, o più realisti, ritengono invece che faccia esattamente quello che dice, come ha sempre fatto, anche quando sembrava impossibile. Il problema, nel secondo caso, è che l’impossibile diventerebbe realtà: un Paese NATO contro un altro Paese alleato. Uno scenario che fino a ieri apparteneva alla fantapolitica e oggi bussa educatamente alla porta. Il risultato? La fine della NATO per come la conosciamo, uno sconquasso dell’architettura di sicurezza europea e una scelta tragica: mandar via le truppe e le armi americane dal continente, rinunciando alla copertura nucleare non strategica, oppure ingoiare il rospo e fare finta di niente. Trump questo lo sa benissimo. E infatti alza la posta. Minaccia, avvisa, promette occupazioni “alla sua maniera”, cioè senza troppi complimenti alle norme internazionali, che per lui restano un optional, come il tettuccio panoramico o la tinta metallizzata: belli, costosi, ma tranquillamente sacrificabili quando si corre. L’Europa, dal canto suo, risponde con la solennità dei gesti simbolici: piccoli contingenti militari inviati in Groenlandia da Francia, Germania, Danimarca. Cento, duecento, trecento soldati. Una parata più che una difesa. “Sembra l’inizio di una barzelletta”, ha chiosato il ministro Guido Crosetto. E, come in tutte le barzellette riuscite, la battuta finale è arrivata subito: da Washington hanno fatto sapere che la presenza europea non cambierà di una virgola le decisioni del Tycoon. Intanto, mentre noi contiamo i soldatini, la Russia ricostruisce basi artiche, protegge la sua flotta di sottomarini nucleari e guarda con interesse alla futura rotta marittima del Nord, scorciatoia strategica tra Europa e Asia. Mosca è tornata anche nell’Atlantico del Nord, attraversando di nuovo gli stretti che collegano i mari artici all’oceano. Ma qui nasce il dubbio: chi dice il vero? L’intelligence americana o quella dei Paesi baltici, che giurano di non vedere nulla? In ogni caso, Putin a quelle latitudini resta impassibile. Il freddo lo conosce, le minacce meno. Trump, invece, gioca la sua partita. Forse bluffa, forse no. Forse vuole solo dimostrare che, nel grande casinò globale, è ancora lui a distribuire le carte. Chi vivrà vedrà. Per il resto, cronaca da osteria. Se non fosse per le parole del presidente Mattarella, “l’Iran censura la stampa per sterminare i manifestanti”, oggi nessuno scriverebbe una riga sulle stragi in Persia. Il mondo guarda al ghiaccio della Groenlandia e ignora il sangue che scorre altrove. Ma si sa: il gelo fa notizia, il caldo no. E mentre ci interroghiamo se Trump stia bluffando, rischiamo di non accorgerci che la partita, quella vera, è già iniziata. E noi siamo ancora lì, a discutere se il mazzo sia truccato. Giuseppe Arnò

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Chi primo arriva, meglio alloggia

  La Groenlandia, Trump e l’arte brutale della geopolitica   C’è un vecchio detto che avverte: chi arriva tardi si accontenta di ciò che resta, se qualcosa resta. Non va confuso con l’altro, più consolatorio, secondo cui gli ultimi saranno i primi: quello vale per l’aldilà. Qui, sulla Terra, dove il paradiso si compra e l’inferno si conquista, le regole sono meno misericordiose. La Groenlandia, improvvisamente al centro delle mire di Donald Trump, appartiene a questa seconda categoria. Non è un luogo dell’anima, ma un’isola enorme, gelata, strategica, ricca e mal difesa. Un invito a nozze per chi fa geopolitica senza galateo. Trump lo ha detto senza eufemismi, come da tradizione: «Se non facciamo qualcosa per la Groenlandia, lo faranno Russia o Cina. E non accetteremo di avere Russia o Cina come vicini. Se non vogliono farlo in modo semplice, lo faremo in modo duro». Non è diplomazia, è bricolage geopolitico. Ma prima di indignarsi, sarebbe utile ricordare un dettaglio: le regole sono già saltate da tempo. Dal 2014, con la Crimea, il diritto internazionale è diventato un album di ricordi. La legge del più forte ha sostituito il principio di sovranità, la sicurezza nazionale è diventata il passe-partout per tutto, dalle occupazioni militari agli “incidenti” nucleari, fino agli arresti selettivi di presidenti scomodi. Il mondo non è cambiato con Trump: Trump ha solo tolto il tappeto sotto cui si nascondeva la polvere. Nel frattempo l’Europa, indefessa, zelante, irrilevante, si è dedicata a questioni cruciali: la curvatura dei cetrioli, la tassonomia dei vermi commestibili, le emissioni intestinali delle vacche. Peccato che, mentre Bruxelles misurava il respiro delle stalle, nel Baltico succedesse di tutto: cavi sottomarini tranciati, navi ombra, spionaggio industriale, traffici opachi, e un andirivieni russo-cinese degno di un porto franco. E in mezzo a tutto questo, una piccola distrazione: la più grande isola del mondo, territorio autonomo danese, formalmente NATO ed Europa, ma sostanzialmente indifendibile. Cina e Russia la studiano da tempo. L’Europa se n’è accorta ieri. Forse. È vero, l’accordo di pesca UE-Groenlandia 2025-2030 è un bel documento. Rassicurante. Elegante. Ma, come sanno i pescatori veri, chi dorme non piglia pesci. E l’Europa ha russato a lungo. Trump, al contrario, non vuole ritrovarsi Putin o Xi come vicini di casa. Non per amor dell’Europa, sia chiaro, ma per una concezione molto americana della sicurezza: meglio occupare il salotto che difendersi dalla finestra. Da qui la proposta, detta con brutalità ma non senza logica: comprare l’isola, proteggerla, farne un protettorato. O, se necessario, occuparla. Scandalo? Forse. Novità? Affatto. Europa, NATO e Danimarca, messe davanti alla prova dei fatti, non sarebbero in grado di difendere la Groenlandia da una pressione seria russa o cinese. E allora la domanda è una sola, e poco filosofica: meglio Trump oggi o qualcun altro domani? Il mondo nuovo non è elegante, non è gentile, e certamente non è regolamentato. Ma esiste. E Trump, con il suo stile da mercante di bazar globale, lo ha capito prima degli altri. Le eventuali risoluzioni ONU e tutto il contorno sono chiacchiere da salotto riscaldato. In questo nuovo ordine mondiale il diritto arriva sempre dopo i fatti. E quando finalmente arriva, scopre che le stanze migliori sono già occupate. Giuseppe Arnò

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L’accordo che non voleva nascere

  Dal Brasile all’Europa: il trattato UE–Mercosur compie ventisei anni, festeggiati senza firma, tra trattori in marcia e leader in retromarcia.     Dal Brasile si capisce una cosa che in Europa si finge di ignorare: il tempo non è infinito. Solo a Bruxelles scorre al rallentatore, come se ventisei anni fossero il prezzo naturale da pagare per non scontentare nessuno.. Eppure l’accordo UE–Mercosur, più longevo del Ponte sullo Stretto di Messina (che almeno è diventato proverbio), continua a promettere senza mantenere. Quando sembra pronto a dire “sì”, arriva la “Corte dei Conti” dell’agricoltura europea a ricordare che il matrimonio non s’ha da fare, o almeno non così. Il copione è noto: la Commissione accelera, Ursula von der Leyen annuncia la volata finale, mentre Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron si sfilano con la grazia di chi chiede tempo “per le garanzie agli agricoltori”. Traduzione simultanea: l’intesa va bene, purché non faccia male a casa. E siccome a casa il consenso è un animale timido, meglio nutrirlo con cautela. Nel frattempo, la piazza agricola europea ha riscoperto il suo antico mestiere: farsi vedere. Pochi trattori hanno acceso la miccia, poi mille mezzi e diecimila agricoltori hanno puntato Bruxelles. Cartelli, slogan, gas lacrimogeni. La risposta? Patate, barbabietole e uova. Un confronto rustico, quasi bucolico, che fa rimpiangere la civiltà delle molotov: almeno quelle non sporcano le strade di tuberi. A pochi passi, i leader dei Ventisette discutevano di futuro, mentre il presente bussava con le ruote chiodate. Il nodo, naturalmente, è sempre lo stesso: la concorrenza. L’accordo con i Paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay e Bolivia) promette importazioni agricole a prezzi più bassi. Per l’agricoltore europeo, però, “più basso” non è un avverbio: è una minaccia. La concorrenza viene definita “sleale” perché prodotta con standard ambientali e sanitari diversi. È l’eterna dialettica europea: aprire i mercati chiedendo al mondo di diventare Europa, ma senza rinunciare ai privilegi dell’essere Europa. Da qui le richieste: revisione profonda della PAC, nuovi sostegni al reddito, assicurazioni contro le tempeste del mercato globale, e una grande Conferenza europea dell’agricoltura per disegnare una strategia di lungo periodo. L’Europa ama le conferenze: sono il luogo ideale dove il lungo periodo resta lungo e la strategia rimane disegnata. Dal lato brasiliano, l’impazienza non è una posa ma una necessità. Lula, che conosce il valore del tempo perché ne ha già perso parecchio, ha reagito come reagiscono i presidenti che non hanno intenzione di fare da comparsa: “Se non lo facciamo ora, il Brasile non firmerà più finché sarò presidente”. Scadenza 2026. Il Mercosur, per Brasilia, non è un esercizio di stile ma una leva geopolitica. E l’Europa, se indugia, rischia di scoprire che il mondo non aspetta il suo parere. Ursula von der Leyen, prima del rinvio a gennaio, sperava nella firma a Foz do Iguaçu, sabato, luogo simbolico dove le acque si incontrano con fragore. Sarebbe un’immagine perfetta: l’Europa che decide finalmente di attraversare il ponte, non quello sullo Stretto, ma quello commerciale, verso l’America del Sud. Sarà difficile? Probabile. Impossibile? Non necessariamente. A patto di accettare che l’accordo non è un atto di purezza, ma un compromesso. E che il compromesso, in Europa, è l’unica ideologia rimasta. C’è poi il dettaglio che nessuno ama confessare: l’UE–Mercosur non è solo un trattato agricolo. È una scelta di campo in un mondo che si riorganizza a colpi di dazi, sussidi e alleanze. Rinviare significa scegliere, anche quando si finge il contrario. E scegliere il rinvio equivale spesso a lasciare che altri decidano. Forse la chiave sta in un vecchio adagio, di quelli che spiegano più dei documenti ufficiali: il mondo procede per mezzo del malinteso. È grazie al malinteso universale che ci si mette d’accordo; perché se, per sventura, ci si comprendesse davvero, non ci si accorderebbe mai. L’Europa, maestra nel non capirsi, ha quindi una chance storica. Finale. Se l’accordo nascerà, sarà figlio di un equivoco ben riuscito: l’agricoltore convinto di essere protetto, il politico persuaso di aver vinto, il partner sudamericano certo di aver ottenuto l’accesso. Se non nascerà, resterà un altro monumento nazionale all’intenzione, accanto al Ponte sullo Stretto. Con una differenza: il ponte, almeno, nessuno lo mangia. Il trattato sì. E fa indigestione a tutti.

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Né NATO né ingenui

L’Ucraina fuori dall’Alleanza, dentro l’Europa. E intanto l’Occidente smetta di giocare con la sicurezza come fosse ping-pong. C’è un paradosso che fingiamo di non vedere, ed è proprio per questo che diventa interessante.La Russia pretende che l’Ucraina non entri nella NATO, ma sembra disposta, o quantomeno rassegnata, a chiudere un occhio sull’adesione di Kiev all’Unione Europea. Come se Bruxelles fosse un circolo di filatelici e non il cantiere, ancora disordinato ma sempre più concreto, di una futura potenza politica e militare. Mosca sa bene che la NATO non è un’idea, è un esercito. E soprattutto è un esercito con accento americano. L’ombrello dell’Articolo 5 non è poesia istituzionale: è deterrenza immediata, automatica, nucleare.L’UE, invece, per ora discute. Ma mentre discute, si arma. L’America si sfila, l’Europa si sveglia Gli Stati Uniti stanno ridimensionando il loro impegno atlantico. Non è uno scandalo, è un dato di realtà. Washington guarda al Pacifico, alla Cina, al proprio elettorato. L’Europa, improvvisamente orfana, scopre che la difesa non è un’opzione morale ma una necessità fisica. Nel frattempo: la difesa comune europea prende forma, il coordinamento militare cresce, la deterrenza, oggi frammentata, domani potrebbe essere credibile. La differenza tra NATO ed UE, oggi ancora reale, si assottiglia a vista d’occhio.Dunque, se Kiev si impegnasse formalmente a non entrare nella NATO, ma aderisse all’Unione Europea, non ci rimetterebbe granché. Cambierebbe il simbolo, non la sostanza. E forse si toglierebbe un pretesto a chi vive di dottrina dell’accerchiamento. Ma l’Europa non può essere forte fuori e sciocca dentro Qui però casca l’asino.Non si costruisce una potenza credibile all’esterno se all’interno regna la confusione, quando non l’autolesionismo. Prendiamo l’attualità italiana: la Corte d’Appello di Torino annulla l’ordine di espatrio dell’Imam Shain. Decisione legittima sul piano giuridico? Forse. Ma politicamente esplosiva.E a quel punto le parole di Salvini, “i magistrati vogliono sostituirsi alla politica”, non sembrano più una boutade da comizio. Perché con la sicurezza non si gioca a ping-pong tra poteri dello Stato. La sicurezza non è né di destra né di sinistra: è il prerequisito della libertà. L’assedio e il silenzio C’è poi un’altra rimozione, ancora più grave.L’assedio islamista all’Occidente è sotto gli occhi di tutti, ma viene raccontato come una somma di episodi scollegati. Il silenzio di una certa sinistra, più preoccupata delle parole che dei fatti, è un silenzio che uccide. L’attacco a Israele non è “un capitolo del conflitto mediorientale”: è una shoah diffusa, ideologica, sistemica.L’attentato in Australia? Terrorismo islamista. Dirlo non è razzismo, è alfabetizzazione politica. Ma media e opinione progressista preferiscono occultare la matrice, come se nominare il problema lo rendesse più grande. In realtà lo rende solo più invisibile. E quindi più pericoloso. I cittadini hanno diritto a vivere sicuri. Non rassicurati, sicuri. Prima il Paese, poi l’Europa Se davvero vogliamo un’Europa protagonista, non ancella, non platea, non ONG armata,  dobbiamo rifare il Paese.Riforme serie, istituzioni responsabili, giustizia che non scivoli nella supplenza politica, politica che torni a decidere. Poi, su queste basi, si costruiscano pure gli Stati Uniti d’Europa. Ma solidi, non sentimentali. Perché l’Europa che vuole difendere Kiev deve prima saper difendere se stessa.E l’Occidente che predica valori, senza proteggere i cittadini, finisce per perdere entrambi. Il resto, come sempre, è retorica. E la retorica, a differenza dei missili, non fa deterrenza. di Redazione

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Ehilà Europa, qualcuno a Bruxelles è ancora sveglio?  

Tra le piccate risposte a Trump, le invettive di Musk e le indignazioni di rito, resta irrisolto il nodo vero: un’Unione guidata più da equilibri politici che da competenza tecnica. E i risultati, scandali compresi,  continuano a ricordarcelo.   a Se c’è una costante nella vita dell’Unione europea, è la sorprendente capacità di offendersi senza mai mettersi in discussione. Arriva la nuova strategia di sicurezza nazionale Usa, firmata Trump, e Bruxelles si affretta a comunicare, con tono severo: “Sulle nostre regole decidiamo noi.” Per carità, legittimo. Ma detta così, suona un po’ come il grido dell’alunno che non ha fatto i compiti, e spera che al professore non venga in mente di chiederglieli. L’Europa spiegata a Trump… sperando che non faccia domande Il portavoce della Commissione annuncia che “le decisioni dell’Ue si prendono nell’Ue”. Una rivelazione che ha lasciato di stucco almeno tre persone: due stagisti a Palazzo Berlaymont e un passante. Gli altri, compreso Trump, già immaginano l’Unione come quel vecchio zio che dice di essere in forma, salvo poi non riuscire ad aprire un barattolo di marmellata. Il ministro Crosetto, che almeno la realtà la guarda in faccia, ricorda l’ovvio: gli Usa fanno gli Usa. Pensano alla Cina, alla tecnologia, alla supremazia del secolo. E l’Europa? Per Trump “non serve a niente”. Perché non ha risorse, non ha potere militare, non ha innovazione, e soprattutto non ha velocità. Il che è buffo: un continente che ha inventato metà della scienza moderna, oggi riesce a perdere ogni gara anche contro Paesi che vent’anni fa non comparivano sulle mappe del progresso. La partita dei grandi: Usa, Cina… e poi arriva Bruxelles a mani vuote Trump ragiona in termini di forza e vantaggi. L’Ue invece parla di valori, parola che ormai significa tutto e niente. Kallas, dal Forum di Doha, ci rassicura: “Gli Usa sono ancora il nostro maggiore alleato.” Per fortuna! Perché se domani decidessero di cambiare idea, all’Europa resterebbe giusto la capacità di mandare una forte email di protesta. Allegando un pdf. Wilders e Orban si uniscono al coro, attaccando una Commissione percepita come “non eletta e totalitaria”. Ora, che Wilders veda totalitarismi ovunque è noto; che Orban difenda la libertà di parola fa sorridere. Ma, spiace dirlo, l’argomento resta: la tecnocrazia di Bruxelles è diventata politicocrazia. Le poltrone si assegnano per equilibrio, non per competenza. E quando la tecnica dorme, la politica fa disastri. Caso esemplare: la grande epopea delle scelte politiche scambiate per scelte scientifiche È utile ricordarlo oggi che tutto traballa: – Il mancato Piano pandemico, come confermato da Zaccardi, non fu un errore tecnico. Fu una scelta politica. E i risultati li abbiamo visti nelle cronache funebri più che nei documenti ufficiali. – Sulla questione Hamas–Albanese spunta l’ennesimo capitolo della politica fai da te: viaggi pagati dall’Onu senza ricevute. Una trasparenza da pescheria del dopoguerra. – Sul fronte continentale, si discute se l’Europa sia già sfasciata, mentre Gruber e Travaglio se lo rinfacciano in diretta tv: simbolicamente perfetto. E poi, l’immancabile fiaba verde Nell’orgia dei comunicati, arriva la consolazione: l’Ue sul green. E c’è chi scrive: “Dovevamo aspettare gli americani per capire che l’alleanza sinistra–Verdi non serve a niente. Ma se lo dice Draghi, allora va bene.” Il che suona come: quando l’idraulico te lo dice, non ci credi; quando te lo dice l’architetto col papillon, smonti casa in mezz’ora. Poi arriva la realtà vera, non quella delle linee guida: Chernobyl lancia un allarme perché lo scudo non blocca più le radiazioni. Qui non servono comunicati, né indignazioni. Qui servono ingegneri, tecnici, scienziati veri. Non i soliti nominati politici che decidono su dossier che non saprebbero neanche riassumere. E ogni tanto, per fortuna, l’Europa che funziona: quella dei cuochi Almeno una buona notizia: il talento italiano che brilla. Sodano e Genovese, quattro stelle e quattro mani, riuniscono maestro e allievo in una serata di alta cucina. Forse l’unico settore dove l’Europa non mette bocca: infatti funziona. Conclusione L’Europa ribadisce che decide da sola. E ha ragione. Il problema è come decide. E con chi. Perché se continuiamo a mettere ai posti chiave persone scelte per bilanci politici, e non per competenza, l’Ue potrà anche decidere tutto da sola… …ma continuerà a sbagliare in perfetta autonomia. di Redazione

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Europa, svegliati: il mondo non aspetta i tuoi sbadigli

Tra golden power in salsa Dragone, minacce d’oltreoceano e sonnellini istituzionali, il Vecchio Continente prova a capire che fine vuole fare.     Tutto sbagliato, tutto da rifare? No: come direbbe il Bartali dei giorni nostri, “tutto superato, tutto da rifare”. Perché se c’è una costante nella nostra epoca di accelerazioni improvvise è che noi europei arriviamo sempre un paio d’ore dopo, come quei passeggeri che perdono il treno… e poi se la prendono con l’orologio della stazione. Eppure, sarebbe ora di spalancare gli occhi: cambiano i governi, cambiano le alleanze, cambia perfino il destino della nostra sopravvivenza, politica, economica e culturale. Mentre ci distraiamo con la solita cronaca di giornata, là fuori si consumano partite che decidono il nostro futuro. E noi, diligenti, prendiamo appunti su ciò che conta poco, ignorando ciò che pesa davvero. Prendiamo la vicenda dei bambini ucraini riportati a casa da Melania: un gesto nobile, certo, ma simbolico. Una goccia in un oceano di minori trasferiti in Russia con destini opachi. La geopolitica umanitaria è faccenda complessa; a noi, invece, piacciono le storie brevi e leggere, da 45 secondi su TikTok. Nel frattempo, sul fronte dei materiali critici, quelli veri, che decidono se domani avremo industrie funzionanti o solo ricordi gloriosi, Bruxelles allestisce un piano da tre miliardi l’anno. Un piccolo miracolo, considerando che nella capitale comunitaria per ogni idea servono tre riunioni, due rinvii e un compromesso che non scontenti nessuno, a parte la realtà. E però, sorpresa: sembra apparso un principe azzurro. No, non quello delle favole, quello non passa più da anni. Parliamo del golden power “confezione Dragone”, un marchingegno per evitare che la Cina trasformi l’Europa in un gigantesco outlet di marchi storici in saldo. L’affaire Riello lo dimostra: marchio italiano, destino incerto, interessi cinesi in agguato. E l’esperienza insegna che dopo l’acquisto arrivano, puntuali come un’interrogazione parlamentare, le delocalizzazioni e le promesse rimaste sulla carta. In patria, però, qualcuno si muove: Meloni a Tokyo, Tajani in India. Sembra la versione diplomatica del “chi prima arriva meglio alloggia”: l’idea è garantirsi una via d’uscita nel caso in cui il castello europeo dovesse scricchiolare più del solito. A rendere il quadro più frizzante arriva pure la querelle tra Albanese e Il Giornale, con Cerno che smaschera, denuncia, rivela, illumina, insomma, fa il mestiere di chi oggi deve urlare per farsi capire. Che la politica non aiuti a risolvere i problemi, lo sapevamo; che li aumenti con zelo, è ormai conferma quotidiana. E poi c’è lui, Donald Trump, che come un moderno profeta del malaugurio lancia anatemi sul destino dell’Europa: “possibile fine della sua civiltà”. Una minaccia? Un avvertimento? O solo una delle sue abituali carezze diplomatiche? Fatto sta che la nuova Strategia di Sicurezza Usa parla chiaro: meno difesa europea finanziata da Washington, rapporti più freddi, e una bella spruzzata di dazi per ricordarci chi comanda davvero nel mercato globale. Mano tesa a Mosca, bacchettata a Bruxelles. Fidarsi? Sì, ma solo se si è disposti poi a recitare il mea culpa. Conclusione E allora, che vogliamo fare? Partecipare alla “Guerra dei troni” con l’elmo di latta e la spada di legno? O decidere una volta per tutte se vogliamo contare qualcosa? Rafforzare la difesa comune? Rinegoziare alleanze? Cercare un nuovo equilibrio tra Washington, Mosca e Pechino? L’Europa è davanti allo specchio: o si mette in linea, o rischia che la storia la metta in liquidazione. E ricordiamoci, come avrebbe scritto Montanelli: il problema non è che l’Europa dorma; è che quando finalmente si sveglia, spesso si accorge di essersi addormentata nel posto sbagliato. Giuseppe Arnò

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Europa, non fare la stupida: la Moldavia bussa alla porta

Il voto a Chişinău è un messaggio chiaro: i moldavi scelgono l’Europa, malgrado i tentativi russi di hackerare perfino le ombre. Ora però tocca a Bruxelles: se non si capisce che qui si gioca un avamposto vitale, allora Rugantino avrebbe ragione a gridare “nun fa’ la scema, Europa!”. Il sole, a queste latitudini, non sorge più ad Est. O meglio: sorge lo stesso, ma i moldavi hanno deciso che la luce buona è quella che arriva da Ovest, da Bruxelles, non da Mosca. E non è un dettaglio da poco, perché la Moldavia non è una cartolina da incorniciare, ma un confine vivo, nervoso, un avamposto che guarda Putin negli occhi. Eppure, nella capitale europea, spesso ci si perde tra regolamenti sulle zucchine e conferenze sul “gender budgeting”, dimenticando che ci sono popoli che rischiano davvero la pelle, e che votano come se scegliessero tra un giaciglio in Occidente o il ritorno al gelo sovietico. Questa volta i moldavi, guidati dalla presidente Maia Sandu e dal suo partito europeista, hanno detto chiaro: vogliamo l’Europa. E lo hanno fatto nonostante le intromissioni del Cremlino, che ha speso tempo e denaro in attacchi hacker, influencer comprati al chilo e campagne social degne della peggior televendita. Tutto inutile: ha vinto la linea europeista, con il contributo decisivo della diaspora, che non a caso guarda più alle opportunità di Milano o Berlino che ai richiami nostalgici di Mosca. E adesso? Adesso la palla è in mano a Bruxelles. Perché non basta stappare una bottiglia di spumante e applaudire alla “vittoria democratica”. Occorre dimostrare che l’Europa non è solo un club esclusivo, lento e burocratico, ma una comunità che accoglie e difende. Se si promette l’adesione entro il 2030, bisogna farlo sul serio. E soprattutto bisogna proteggere: perché un avamposto non lo si decora di bandierine, lo si difende con politiche, diplomazia e, se serve, anche con forza. L’Italia, dice il deputato Emanuele Loperfido (delegazione Osce), ha un ruolo importante: diplomazia economica, centralità geografica, la possibilità di spingere Chişinău più dentro l’orbita europea che mai. Giusto. Ma qui serve che l’intera Unione si muova, non solo Roma. Dunque, cara Europa: non fare la stupida. Non voltarti dall’altra parte come se fosse l’ennesimo corteggiatore di provincia. La Moldavia non è un flirt: è un confine strategico, una scelta di civiltà, un popolo che ti ha detto “sì”. Sta a te non rispondere con un “ni”. di Redazione

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