Missili, bunker e messaggi cifrati: la lezione iraniana e il telegramma (non troppo criptato) agli amici di Washington

  Quando l’America parla, non sempre usa le parole: le bombe sono più rapide, i pacifisti tacciono e l’Europa fa finta di non vedere.     Gli Stati Uniti, quando vogliono farsi capire, non usano il galateo diplomatico. Niente lettere formali, niente email istituzionali e nemmeno tweet presidenziali in maiuscolo. Loro preferiscono i B-2 Spirit, le GBU-57 “spacca-bunker” e qualche Tomahawk spedito con ricevuta di ritorno. C’è posta per Xi, Putin e Kim Jong-un e non solo L’ultima spedizione ha avuto come destinatario l’Iran, ma il mittente – sia chiaro – voleva raggiungere ben altri indirizzi: Pechino, Mosca, Pyongyang e tutte le capitali dove si coltiva il sogno nucleare come un giardino privato. L’eleganza della minaccia perfetta L’incursione americana è stata, prima di tutto, uno spettacolo di tecnologia militare: bombardieri invisibili, sottomarini lanciamissili, portaerei schierate come in un videogioco e una tempistica che sembrava sincronizzata da un direttore d’orchestra. Non è stata solo un’azione militare: è stata una dimostrazione di forza raffinata. Un’operazione “chirurgica”, come piace chiamarla al Pentagono, che ha mandato fuori uso impianti strategici iraniani senza provocare – almeno per ora – un’escalation fuori controllo. Il messaggio? Chi pensava che l’arsenale americano fosse un gigante addormentato, incrostato di vecchi successi e impantanato in questioni interne, ora dovrebbe aggiornare le proprie convinzioni. Gli USA possono ancora colpire ovunque, con precisione spietata e senza rimetterci un solo soldato. Teheran come vetrina globale Certo, gli effetti a lungo termine restano da verificare: Fordow, Natanz ed Esfahan sono davvero fuori gioco? Lo scopriremo. L’Iran chiuderà lo Stretto di Hormuz? Poco probabile. Il regime teocratico vacillerà? Difficile, almeno nel breve. Ma il vero scopo non era cambiare i regimi, bensì ricordare a tutto il mondo – e soprattutto a chi si crede intoccabile – che nessun bunker è abbastanza profondo e nessuna distanza è davvero sicura quando Washington decide di premere il grilletto. Non è un caso che, dopo il raid, la reazione sia stata relativamente contenuta. La lezione iraniana è servita su un piatto freddo: più che una guerra, una dimostrazione. Più che una rappresaglia, una prova di efficienza. E mentre i protagonisti maneggiano i missili, in Occidente si leva il solito, tiepido coro dei pacifisti di salotto: quelli che si svegliano solo quando le bombe le sgancia qualcun altro. Questa volta, stranamente, regna un certo silenzio. Anche l’Europa, maestra nelle indignazioni selettive, ha preferito abbassare lo sguardo e fare finta di nulla, probabilmente occupata dall’omologazione dei veicoli a motore riguardo alle emissioni o a discutere di qualche regolamento sulle lampadine. Un telegramma diretto a Xi e Putin E chi doveva capire, ha capito. Xi Jinping, che osserva silenzioso ma manovra instancabile; Vladimir Putin, impegnato in scenari multipli tra Ucraina e alleanze scomode; Kim Jong-un, l’eterno enfant terrible con le sue parate missilistiche da operetta. E, ovviamente, Khamenei e compagni, che ora devono guardarsi anche dall’alto, oltre che da dentro. L’America, per ora, non ha interesse a lanciarsi in nuove avventure medio-orientali: la priorità si chiama contenimento della Cina, e il vero campo di battaglia è l’Indo-Pacifico, non il deserto persiano. Il raid sull’Iran è quindi una cartolina preannunciata, un avviso da parte di chi si dice “stanco di fare il poliziotto del mondo” ma che, all’occorrenza, sa ancora sparare meglio di chiunque altro. Lo Sceriffo è ancora il più veloce Uomo avvisato, mezzo salvato. Con lo Sceriffo americano – imprevedibile, irascibile, ma sempre pronto – non si scherza. Le GBU-57 non sono coriandoli e il B-2 Spirit non è un drone da supermercato. Putin, Xi, Kim, Khamenei e tutti gli aspiranti nuclearisti di domani: il telegramma è stato consegnato. Non serviva decifrarlo, era in chiaro. di Redazione

Per saperne di più »

Sold out e standing ovation per “La Suite dei Templi per Osaka Expo 2025”

  “OSAKA TEMPLE SUITE 2025”   Continui applausi per i Solisti e l’Orchestra Sinfonica e Jazz del Conservatorio Arturo Toscanini di Ribera presenti ad Expo Osaka 25   Successo anche per le due performances degli studenti e docenti all’Auditorium del Padiglione Italia   SOLD OUT E STANDING OVATION per la prima esecuzione mondiale de ” LA SUITE DEI TEMPLI PER EXPO OSAKA 2025″ messa in scena il 13 Giugno al Teatro Festival Station di Expo dall’Orchestra Sinfonica e Jazz del Conservatorio Arturo Toscanini di Ribera – Agrigento diretta dal M° Gaetano Randazzo. Il progetto ideato dalla Direttrice Prof.ssa Mariangela Longo, in qualità di referente artistico/ scientifico, con l’intento di mettere a confronto le culture millenarie dei due paesi Italia e Giappone in attuazione dei principi prioritari di Expo 2025 ( Empowering lives, Connetting livrs and Saving lives), è risultato vincitore di una  selezione nazionale indetta nel 2024 dalla Direzione Generale della Internazionalizzazione e Comunicazione del Ministero della Università e della Ricerca per rappresentare l’eccellenza accademica italiana AFAM all’esposizione mondiale di Osaka. Con continui applausi ed apprezzamenti il pubblico giapponese ha tributato una calorosissima accoglienza a questa opera originale, così attesa e prodotta dal Conservatorio Toscanini, impreziosita da immagini del grande patrimonio culturale di Italia e Giappone a cui essa è dedicata: Valle dei Templi di Agrigento e Shimogamo Shrine, entrambi siti UNESCO. Con la Suite dei Templi si è conclusa, dunque, con grandissimo successo la tournée che ha visto protagonisti gli studenti e i docenti di tutti i dipartimenti classici e dei nuovi linguaggi musicali che si sono esibiti l’11 e il 12 giugno, con sold out, anche al Teatro del Padiglione Italia nella settimana dedicata alla Regione Siciliana. Presenti al concerto importanti autorità tra cui la Ministra Commissario aggiunto per Expo Elena Sgarbi, l’Assessore al Territorio e Ambiente della Regione Sicilia Giusy Savarino e il Direttore del Padiglione Italia Andrea Marin che sono intervenuti con grandi apprezzamenti pubblici per i musicisti e per la qualità artistica e innovativa del progetto. L’Opera è stata realizzata da studenti e docenti del Conservatorio, insieme ad alcuni Musicisti giapponesi, in qualità di esecutori e compositori tra cui: Alberto Maniaci, Simone Piraino, Giacomo Tantillo, Rita Ninfa Collura, Sergio Cali, Ernesto Marciante, Histaka Nishimori. Tra i Solisti; i Maestri Giacomo Tantillo (tromba), Sergio Calì (vibrafono) e Mitsumura (Taiko- percussioni giapponesi) e tutti i musicisti dell’Orchestra. Tutto ciò è stato possibile grazie al finanziamento del Mur e del progetto Music4D i cui fondi sono stati messi a frutto per  cofinanziare questa importante attività internazionale e di innovazione tecnologica, arricchita da riprese in 3D. Ringraziamo il Ministero della Università e della Ricerca, il Commissariato per Expo del Ministero degli Esteri,  il Direttore e lo staff del Padiglione Italia, il Presidente Giuseppe Tortorici e tutti gli organi statutari, la Direttrice Mariangela Longo, il  Vice Direttore e Direttore di produzione  Simone Piraino, i  tecnici Carlo Gargano ( fonica) Gap Movie ( regia, riprese ed editing) e naturalmente tutti i Musicisti, i collaboratori, l’ ufficio stampa e tutto il prezioso staff del Conservatorio. La Suite dei Templi è una nuova Opera Sinfonica, Contemporanea e Jazz, composta, prodotta ed edita dal Conservatorio Statale di Musica “Arturo Toscanini” di Ribera (Agrigento) che, sotto l’egida del Ministero della Università e della Ricerca, si è distinto negli ultimi anni per la prolifica attività istituzionale. Il Conservatorio è stato recentemente insignito del prestigioso riconoscimento di Eccellenza Italiana 2024, patrocinato dal Consiglio dei Ministri e da 11 Ministeri italiani, ed inserito nella pregiata Opera editoriale dedicata alle 100 Storie di Eccellenza che si sono distinte per aver contribuito a migliorare il futuro del nostro Paese e che portano lustro all’Italia nel mondo. L’Opera è stata selezionata dal Ministero Italiano della Università e della Ricerca tra tutte le Isituzioni AFAM italiane per rappresentare ad Expo Osaka 2025 l’eccellenza Accademica dell’Alta Formazione Artistico Musicale Italiana. Lo speciale evento, in scena al Teatro Festival Station di Expo OSAKA il 13 giugno 2025 nella settimana dedicata alla Regione Siciliana, è promosso e finanziato dalla Direzione Generale della Internazionalizzazione e della comunicazione MUR, con il prezioso supporto dei fondi di Next Generation UE PNRR Azione M4C1 “MUSIC4D”, con la supervisione del Commissariato per EXPO Osaka 2025 del Ministero degli Esteri, che ringraziamo. Questa attività di rilevo internazionale sarà realizzata da una corposa delegazione del Conservatorio costituita da circa 50 elementi, di cui 40 orchestrali e 10 componenti dello staff, tecnici delle riprese, addetti stampa e alle comunicazioni, che seguiranno la produzione e le performance dei musicisti che si terranno anche all’anfiteatro del Padiglione Italia. Un “viaggio musicale” alla scoperta dei magnifici Templi dei Parchi Archeologici siciliani, trasposti in Musica da docenti e studenti, che, in veste di compositori ed esecutori, sono i protagonisti di un’Opera davvero unica nel suo genere. Caratterizzata da una commistione di linguaggi musicali, l’Opera evoca la gloriosa storia dei Miti Greci all’insegna della modernità e dell’innovazione musicale diventando un esempio pregevole di promozione del grande patrimonio artistico culturale italiano e dei giovani talenti.     Con una speciale dedica a OSAKA 2025 l’Opera si è arricchita, per l’occasione, di una nuova composizione del M° Hisataka Nishimori, dedicata ad uno dei più famosi Santuari di Kyoto, il sito UNESCO Shimogamo Shrine, che verrà “interpretato” in Musica a fianco ad un altro patrimonio mondiale dell’Umanità, la Valle dei Templi di Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025. Alla compagine orchestrale multitasking, costituita da 40 elementi e in cui convivono tipologie diverse di strumenti e di linguaggi (classici, jazz e popular), si uniranno anche pregevoli esecutori giapponesi di strumenti moderni e della tradizione giapponese, sotto la Direzione del M° Gaetano Randazzo di cui verrà eseguita, a conclusione del concerto, “Chasing the Pink Panther”, una novità in prima assoluta in omaggio al grande Henry Mancini. Ciò consentirà di mettere a confronto le rispettive storie millenarie e tradizioni culturali e musicali dei due paesi (ITALIA e GIAPPONE) con uno sguardo al futuro, attraverso i differenti linguaggi compositivi, gli stili esecutivi e le riprese immersive dell’opera e dei luoghi a cui essa è

Per saperne di più »

Mamma, ho perso Musk (e pure Trump): ”il melodramma geopolitico di Giorgia

Aveva puntato tutto su un’amicizia extracurriculare con due egomaniaci d’Oltreoceano. Ora che si odiano tra loro, Meloni resta senza sponde, senza strategia e senza inviti ai tavoli che contano. Doveva essere il colpo da maestro della sua diplomazia 2.0: bypassare i canali istituzionali, snobbare le cancellerie europee, e giocarsi la carta dell’amicizia stretta — strettissima — con i due profeti del nuovo ordine mondiale: Donald Trump e Elon Musk. Una geopolitica fatta a colpi di tweet, foto op, e sorrisi plastificati a favore di telecamera. Il mondo era il suo palcoscenico, e lei la protagonista alternativa al “sistema”. Poi, però, è arrivata la scena madre: Musk e Trump si odiano. E non per finta. Volano insulti, minacce, screditamenti pubblici — roba che nemmeno nelle peggiori riunioni condominiali. Giorgia, intanto, si ritrova in mezzo. Come quei bambini di genitori separati che nessuno vuole più il weekend. Solo che qui non ci sono assistenti sociali, solo uno scenario internazionale che corre — e lei che ansima per tenere il passo. Nel frattempo, l’Europa — quella seria — cambia passo. Il duo Macron-Merz, con il placido Starmer in appoggio, costruisce un asse conservatore pragmatico, alieno tanto ai sovranismi da talk show quanto agli attacchi isterici alla “tecnocrazia di Bruxelles”. Il terzetto si ritrova unito da una consapevolezza: o si governa con serietà, o si finisce a fare le comparse di Musk su X. E Meloni? Non pervenuta. Politicamente orfana, retoricamente esposta, strategicamente inconsistente. Aveva costruito un castello sul legame con due personalità inafferrabili, pensando che bastasse un selfie per garantirsi un posto nella storia. Oggi il castello è crollato. E sotto non c’era nemmeno il materasso. Il problema è che questa solitudine non è solo personale, ma sistemica. A tre anni dalla vittoria elettorale, il governo Meloni non ha una visione chiara né per l’Italia né per l’Europa. Naviga a vista tra dossier che bruciano e alleanze che evaporano. Il suo capolavoro resta il risiko bancario, giocato più per mantenere coesione interna che per dare una strategia al Paese. Sottile, ma poco utile a Bruxelles o a Washington. Chi sperava che l’opposizione cavalcasse il momento, è servito: tra flash mob da oratorio, scenette parlamentari da TikTok e clamorosi fallimenti referendari, riescono nell’impresa di sembrare persino meno preparati di chi governa. È il festival dell’inconcludenza bipartisan. Eppure qualcosa sta cambiando: i grandi — quelli veri — ridisegnano gli equilibri. Il trumpismo muta pelle, la destra radicale viene (almeno in teoria) arginata, la politica torna a richiedere competenza e affidabilità. Ma Meloni è rimasta col cerino in mano. L’ultima a credere nella favola di un’alleanza glamour con due egocentrici in guerra. Conclusione: Ora non resta che una domanda: riuscirà Meloni a reinventarsi statista dopo aver interpretato per troppo tempo il ruolo di fan VIP nei backstage della geopolitica? Oppure finirà come molti attori che hanno puntato tutto su una sola parte e oggi si aggirano nei talk show a raccontare di quando “erano famosi”? La stoffa ce l´ha per riaffermarsi; stiamo a vedere! La geopolitica non è un talent. Ma qualcuno glielo spieghi prima che parta il prossimo casting. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

ROMA – Indo pacific 2025

Indo pacific 2025: a Roma la conferenza di alto livello della NATO Defense College Foundation 01/06/2025 14:22 ROMA\ aise\ – Sarà l’Hotel Quirinale di via Nazionale a Roma ad ospiatre, il 17 e 18 giugno prossimi la Conferenza di Alto Livello “Indo Pacific 2025. Prevenzione e dialogo”. Organizzata dalla NATO Defense College Foundation in collaborazione con la Fondazione CSF, Fondazione Compagnia di San Paolo, Center for Security Studies (ETH Zurich) e NATO Defense College, la conferenza inizierà alle 14.00 del 17 giugno con gli interventi di saluto di Alessandro Minuto-Rizzo (Presidente, NATO Defense College Foundation), Max Nielsen (Commandant, NATO Defense College) e Nicolò Russo Perez (Capo del dipartimento affari internazionali della Compagnia di San Paolo). Dopo l’intervento introduttivo di Claudio Palestini (NATO HQ, Brussels) i lavori proseguiranno suddivisi in due panel: la Regione indo-pacifica e i suoi partner e La dimensione ibrida. A chiudere la prima giornata sarà Deborah Bergamini, membro della Commissione Esteri della Camera. La seconda giornata inizierà alle 10.45 con l’intervento di Diego Brasioli, inviato speciale per la Cybersecurity del Ministro degli Affari Esteri Tajani, seguito dal contributo di Elena Grech, Vice Capo della Rappresentanza della Commissione Europea in Italia. Seguirà il terzo e ultimo panel sulle sfide future che investiranno la regione. Dopo una sessione dedicata a domande e risposte, le conclusioni saranno affidate ad Alessandro Azzoni, Vice Direttore Generale per gli Affari Politici e Direttore Principale per la Sicurezza alla Farnesina. (aise) 

Per saperne di più »

La Guerra Dimenticata che Minaccia Tutti: Il Sudan e il Cinismo Geopolitico

Una guerra dimenticata   Sì, dimenticata. Perché non è a due ore di volo da casa nostra. Perché non minaccia le nostre vacanze, i nostri mercati, le nostre rotte commerciali. Perché le immagini che arrivano da Khartum o dal Darfur non riempiono i notiziari serali né scatenano ondate di solidarietà social. Eppure, il conflitto in Sudan ha tutti gli ingredienti per diventare una polveriera internazionale. Ma finché resta una tragedia “per altri”, può tranquillamente restare relegata a qualche trafiletto in fondo ai giornali. Nel mondo bizzarro e incosciente in cui viviamo, l’attenzione mediatica e diplomatica si accende solo se un conflitto soddisfa certi criteri non dichiarati, ma evidenti: Se c’è di mezzo il petrolio Se si toccano interessi strategici delle grandi potenze Se chi combatte ha l’atomica in casa o in tasca Se le immagini sono particolarmente scioccanti o vicine geograficamente (meglio se entrambe) La guerra in Sudan? Troppo africana, troppo complicata, troppo lontana. Ma anche troppo sottovalutata. Il Sudan in fiamme La guerra civile scoppiata il 15 aprile 2023 oppone le Forze armate sudanesi, guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, alle Rapid Support Forces (RSF), una milizia paramilitare diretta da Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”. Entrambi erano uomini del potere, ex alleati, oggi nemici giurati in lotta per il controllo del paese. Dopo un anno di battaglie sanguinose, soprattutto a Khartum – abbandonata da milioni di civili – il conflitto si è spostato e intensificato in nuove zone, trasformandosi in una guerra a tratti hi-tech, combattuta anche con droni esplosivi di ultima generazione. E, secondo numerose fonti, con il diretto coinvolgimento di potenze esterne. Gli Emirati Arabi Uniti e i droni “fantasma” Tra le forze che avrebbero scelto un campo, spiccano gli Emirati Arabi Uniti, sospettati di armare e sostenere le RSF. I droni usati contro Port Sudan, città-rifugio del governo provvisorio sudanese, sembrano troppo moderni per provenire da scorte locali. Alcuni testimoni li descrivono come silenziosi, precisi, letali. Il sospetto? Che decollino da basi nel Puntland somalo o nel sud del Sudan, con tecnologia e logistica fornite direttamente da Abu Dhabi. Il governo sudanese ha accusato gli Emirati di violare la propria sovranità e li ha ufficialmente dichiarati “forze ostili”. La reazione? La sospensione delle relazioni diplomatiche. Un evento grave, che marca un salto di qualità nel conflitto. Un massacro che non interessa (quasi) a nessuno Secondo le stime ONU, oltre 140.000 persone sono morte nel conflitto sudanese in due anni. La cifra, già scioccante, cresce ogni giorno: civili sterminati, città distrutte, milioni di sfollati. E mentre i miliziani RSF avanzano nel Darfur – la stessa regione teatro di un genocidio nel 2003-2005 – la comunità internazionale resta in silenzio. Nel frattempo, una notizia gravissima ha fatto sobbalzare le cancellerie arabe: 18 ufficiali emiratini sarebbero morti in un raid aereo sudanese nella base di Nyala, dopo l’arrivo di un cargo carico – si sospetta – di armi. Se confermato, questo evento segnerebbe il passaggio da una guerra locale a un conflitto regionale. Il rischio di un’escalation internazionale Il coinvolgimento diretto degli Emirati, gli attacchi mirati contro Port Sudan e la radicalizzazione delle posizioni rendono la guerra civile sudanese un potenziale detonatore per l’intera area del Corno d’Africa e oltre. Con gli Emirati già coinvolti, l’Arabia Saudita allertata, e gruppi armati attivi in zone contese tra Ciad, Libia e Sudan, la partita rischia di trasformarsi in un gioco pericoloso tra potenze regionali. Una guerra civile africana che nessuno vuole guardare potrebbe diventare presto un nuovo fronte globale. Ma forse solo allora ce ne accorgeremo davvero. Conclusione sarcastica, ma realistica Se il Sudan avesse uranio, un oleodotto che arriva in Europa o una base NATO, oggi se ne parlerebbe ogni ora. Se i morti fossero in un paese dal nome più pronunciabile, sarebbe già iniziato un summit internazionale. Ma finché la guerra resta in Africa e le bombe non hanno passaporti occidentali, può restare una guerra dimenticata. Fino al giorno in cui non sarà troppo tardi. Di Redazione Credit foto: Di Henry Wilkins/VOA – https://www.voanews.com/a/number-of-refugees-who-fled-sudan-for-chad-double-in-week-/7095241.html,  Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=132039457

Per saperne di più »

Gli incontri a Tirana della delegazione Verbumlandiart

  Visita all’Ambasciata d’Italia e in serata conferenza con il giornale letterario Nacional   BITOLA (Macedonia del Nord) – Quando saranno conclusi gli impegni che l’Associazione internazionale VERBUMLANDIART ha in programma dall’11 al 13 maggio a Bitola, Ohrid e Skopje, la delegazione partirà il 14 per Tirana. Alle ore 15:00 la delegazione, composta dalla presidente Regina Resta (poetessa e critica letteraria), Maria Pia Turiello (presidente del Comitato scientifico e criminologa forense), dal vicepresidente Goffredo Palmerini (giornalista e scrittore), dall’ on. Mirella Cristina (avvocata e già Parlamentare) e Mirjana Dobrilla (poetessa e traduttrice), sarà ricevuta all’Ambasciata d’Italia. La delegazione porterà il saluto all’Ambasciatore dr. Marco Alberti e illustrerà scopi della missione e gli impegni nella capitale albanese, oltre alle attività che in campo letterario e artistico da anni Verbumlandiart conduce in partenariato con associazioni culturali albanesi e dei Paesi balcanici (Serbia, Croazia, Montenegro e Macedonia del Nord).  Alle ore 18:00 la delegazione parteciperà alla conferenza “La presenza della Letteratura contemporanea italiana e internazionale nel giornale letterario e culturale NACIONAL”, organizzata dalla Casa editrice Nacional presso la Sala conferenze dell’Hotel Oxford di Tirana. La conferenza mira a far luce sull’influenza, i contributi e la vasta eco della letteratura contemporanea italiana e internazionale in una delle piattaforme più importanti della cultura e della letteratura albanese, qual è il giornale letterario e culturale “Nacional”.  Saranno Ospiti d’Onore della manifestazione gli esponenti dell’associazione culturale salentina Verbumlandiart: la Presidente Regina Resta, l’On. Mirella Cristina, Goffredo Palmerini, Maria Pia Turiello, Mirjana Dobrilla.  Queste le personalità che prenderanno parte all’incontro culturale: Prof. Dr. Gjovalin Shkurtaj, studioso della cultura arbëreshe, traduttore di letteratura italiana, Accademico; Prof. Dr. Klara Kodra, poetessa, studiosa della letteratura arbëreshe, traduttrice di letteratura italiana, Accademica; Prof. Dr. Anton Papleka, poeta, traduttore di letteratura internazionale, studioso; Dr. Mujë Buçpapaj, poeta, traduttore, studioso di letteratura, direttore della Casa editrice e del giornale letterario “Nacional”. Parteciperanno inoltre scrittori, poeti, studiosi e traduttori provenienti da Albania, Kosovo, Macedonia, Montenegro. La conferenza sarà un ponte tra culture, traduzioni e ispirazioni comuni nel campo della letteratura contemporanea. Organizzatore dell’evento il Dr. Mujë Buçpapaj e Coordinatrice la giornalista, scrittrice e traduttrice Dr. Angela Kosta.  La delegazione Verbumlandiart farà rientro in Italia nella serata di giovedì 15 maggio.   Goffredo Palmerini

Per saperne di più »

Trump & Papa Leone XIV: Congratulazioni con riserva (e con muro)

Donald Trump ha fatto i suoi doverosi complimenti a Papa Leone XIV, primo Pontefice americano della storia. Fin qui tutto bene: patriottismo rispettato, bandiera onorata, stretta di mano virtuale fatta. Ma che ci sia dell’altro oltre la diplomazia lo dubitiamo. Il Papa ha parlato di pace, e su questo Trump può anche annuire, magari pensando a qualche accordo di disarmo che non ha mai firmato. Ma quando Leone XIV ha osato pronunciare parole come “ponti” e “accoglienza per tutti”, il Tycoon dev’essersi sentito come Nabucodonosor davanti a un sogno che non capiva: inquieto, diffidente, e pronto a costruire un’altra torre (magari non di Babele, ma almeno di confine). Del resto, ponti e muri non vanno d’accordo, neppure nei Vangeli. Mentre il Papa cita San Paolo e l’“abbattimento del muro di separazione” (Efesini 2,14), Trump preferisce Mosè che separa le acque — e poi magari fa costruire un bel cancello tra le due sponde. Sì, Trump sarà contento di vedere un connazionale insediarsi sul trono di Pietro – magari un po’ come si è compiaciuto per l’elezione di un altro “outsider” americano, sé stesso. Ma da qui a credere in una convergenza di visioni tra la dottrina sociale della Chiesa e l’agenda trumpiana, ce ne passa. A meno che Trump non decida di convertirsi al Vangelo secondo Leone, o che Papa Leone adotti il vangelo secondo Donald (quello con le tariffe, i muri e gli hashtag). Ma il primo miracolo non è nei piani del Cielo, e il secondo non è contemplato nemmeno da QAnon. Il loro incontro sarà sicuramente caloroso e fotogenico, tra doni, sorrisi e forse una Bibbia con dedica. Ma poi, come i discepoli sulla via di Emmaus, i due si ritroveranno a camminare… in direzioni opposte. Ognuno per la propria strada, come già stanno facendo i grandi del mondo: un inchino, un tweet, e arrivederci. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

Carthago delenda est… e non dimenticate il sale!

Nel III secolo a.C., un vecchio brontolone di nome Catone il Censore non faceva altro che ripetere ossessivamente al Senato romano: “Carthago delenda est!”. Il messaggio era chiaro: basta con i fastidi cartaginesi, la misura era colma e bisognava raderla al suolo. E così fu: dopo un assedio di tre anni, Scipione Emiliano distrusse la città, ridusse i superstiti in schiavitù e, per non sbagliare, cosparse le rovine di sale, giusto per ricordare a tutti che certe seccature vanno eliminate alla radice. Ora, saltiamo avanti di un paio di millenni e troviamo un’altra seccatura per i commerci e la sicurezza internazionale: la pirateria nel Mar Rosso. Solo che stavolta non serve il Senato di Roma per decidere, perché abbiamo un moderno Catone, uno che – nel bene e nel male – quando dice una cosa, la fa: Donald J. Trump. Suvvia, Mister Trump, un po’ di coerenza! Lei, che è il campione della determinazione e delle decisioni drastiche, non può certo farsi sfuggire questa occasione. Basta con gli avvisi, basta con le mezze misure: faccia tabula rasa! I pirati e chi li arma meritano il trattamento cartaginese. Un bel bombardamento terapeutico e chirurgico, tre anni di assedio simbolico (o tre minuti di attacco massiccio, per stare al passo coi tempi), e via, una bella distesa di rovine salate, nel rispetto delle popolazioni civili, su tutti i siti militari a futura memoria. Sappiamo che il suo motto è “Make America Great Again”, ma forse è il caso di riformularlo in “Make Red Sea Safe Again”. Dopo tutto, la libera circolazione navale è sacra e i continui attacchi minano la stabilità globale. Se Roma non ha esitato a trasformare Cartagine in un cumulo di macerie, perché oggi dovremmo perdere tempo con sanzioni inefficaci e richiami diplomatici di circostanza? E non dimentichiamo il tocco finale: una generosa spolverata di sale sulle macerie. Un segnale chiaro e inequivocabile, per ricordare a chiunque volesse riprovarci che certe lezioni si imparano una volta sola. Anzi, possiamo anche aggiornarlo: sale, qualche cartello “No Entry” e una dichiarazione su Truth Social con tanto di CAPS LOCK. Mister Trump, si erga a nuovo Catone e faccia ciò che è necessario: “Piratae delendi sunt!” Se non altro, ci risparmieremo altre crisi sui mercati e proteste in piazza con gli slogan di sempre. E che il sale sia con Lei. di Redazione   Credito foto: Catone il Vecchio, busto del XIX secolo – Patrizio Torlonia.

Per saperne di più »

Benvenuti al Grande Show della Geopolitica: Spettacolo Assicurato

American Circus: Trivelle, Via della Seta e Giorgia Superstar «Venghino Signori, Venghino!» Il grande spettacolo della politica mondiale sta per iniziare! Sul palco principale, un Tycoon ruggente, pronto a disaccoppiare l’economia americana da tutto ciò che odora di rischio e, se possibile, anche da tutto ciò che odora di Cina. Perché sì, l’interdipendenza economica sarà pure comoda, ma è anche una gran perdita di sovranità, e Trump di sovranità ne vuole tanta, ma veramente tanta.   Scene dal Midwest Mentre l’hi-tech americano ha fatto passi da gigante, ci sono aree del Midwest che hanno pagato il conto con lacrime e ruggine. Trump, come è nel suo stile, promette di riesumare il vecchio sogno americano con trivelle, tubature per gas e petrolio al suono di “Stelle e strisce per sempre”. Certo, le tensioni commerciali con l’Europa e la Cina andranno alle stelle, ma per il presidente non saranno che piccoli spettacoli pirotecnici lungo il cammino.   Cina: la sfida della Via della Seta Intanto, a Pechino, Xi Jinping non si lascia intimidire. Con la Nuova Via della Seta in mano e un piano di “Cina globale”, si prepara al duello commerciale con gli USA. E l’Europa? Beh, essa è sempre lì che cerca di capire da che parte stare.   Meloni Superstar e l’Europa che danza In questo quadro incerto, spunta lei, Giorgia Meloni, fresca di invito all’insediamento di Trump. Un gesto simbolico che parla chiaro: l’Italia vuole il suo posto in prima fila nel circo geopolitico. La Von der Leyen? Starà digerendo l’ennesimo boccone amaro, ma si sa, dalle parti di Bruxelles si mastica e si ingoia con diplomazia e stile.   Il programma di Trump: un blockbuster di eventi E cosa dire dei primi 100 giorni del mandato di Trump? Una lista di cose che farebbe impallidire Netflix: espulsioni di massa, TikTok in riesame, un viaggio a Pechino da Xi, incontri da brivido con Putin e, dulcis in fundo, un revival di “Guerra e Pace” a Gaza e in Ucraina.   Tra bollette e speranze Insomma, il divertimento è garantito, a patto che questa giostra geopolitica non ci lasci con bollette stratosferiche e guerre infinite. Perché, diciamocelo pure, siamo già abbastanza messi male. Però, dai, un pizzico di speranza non guasta: magari questa volta la commedia globale si conclude con un finale a sorpresa, senza capogiri… o almeno senza ulteriori disastri. Signore e signori, prendete i popcorn: l’American Circus è solo all’inizio.   Giuseppe Arnò Credito foto: RAI News 24

Per saperne di più »

“Il grande circo della Siria: Assad, ribelli e spettatori annoiati”

“Damasco in saldo: chi si aggiudica l’ultima guerra del Medio Oriente?” Bentornati al grande spettacolo della Siria, dove la geopolitica sembra una partita di Risiko giocata da bambini dispettosi che rovesciano il tavolo appena le cose si fanno serie. Dopo anni di stallo, esplosioni e promesse mai mantenute, eccoci di nuovo al capitolo “Il collasso di Assad – stavolta per davvero, giuriamo!”. Nel nord-ovest, un déjà vu bellico di proporzioni epiche: Aleppo, la città simbolo di tutte le guerre per procura mai viste, è passata nelle mani dei ribelli. Sì, proprio quegli stessi ribelli che otto anni fa erano stati cacciati a colpi di missili e retorica da Assad con l’aiuto di Mosca e Teheran. Ora però i padrini di Damasco sono un po’ distratti: Putin è immerso nel pantano ucraino, mentre gli Ayatollah hanno la loro bella gatta da pelare con Israele. E chi approfitta del caos? Erdogan, ovviamente, che tra una riforma costituzionale e l’altra si diverte a sostenere i ribelli islamisti come se stesse schierando pedine in una partita a scacchi. Ma attenzione: il Sultano moderno non si accontenta di qualche provincia qua e là. No, no! Il suo obiettivo è niente meno che Damasco. “Determinare insieme il futuro della Siria” dice lui. Leggi: “Se Damasco cade, io scelgo chi governa.” Nel frattempo, le Forze Democratiche Siriane (SDF), sostenute dagli Stati Uniti, fanno il loro gioco a est. I curdi, armati e determinati, continuano la loro avanzata. Nel sud, intanto, Daraa – la culla della rivoluzione del 2011 – è di nuovo nelle mani degli insorti, chiudendo il cerchio di una storia che sa più di tragedia che di epopea. E poi c’è Mosca, quella che teoricamente dovrebbe tenere la baracca in piedi. Il Cremlino, però, ha altri problemi. Con l’Ucraina che chiede la sua attenzione h24, Assad è diventato una di quelle piante d’appartamento che inizi a dimenticare di annaffiare. Ma non crediate che Putin stia mollando tutto. Oh no! Lui vuole salvare almeno le basi navali nel Mediterraneo, il suo biglietto per essere invitato al tavolo dei “grandi” quando si parla di potenza globale. Il risultato? Un altro giro di tavoli negoziali. Il famoso formato Astana (Russia-Iran-Turchia) si prepara a discutere la sorte del povero Assad, ormai diventato una pedina sacrificabile. “Ci spiace, caro Bashar, ma tra salvare te e salvare le basi strategiche, non c’è gara.” E gli altri attori della tragicommedia? Israele osserva la situazione dal Golan con la mano pronta al grilletto. La Giordania chiude i valichi di frontiera con l’entusiasmo di chi cerca di evitare un’invasione di problemi altrui. Intanto, l’ambasciata russa invita i suoi cittadini a lasciare la Siria, seguita a ruota da quella cinese, che dimostra come la solidarietà tra autocrati funzioni solo finché non ci si gioca la pelle. E la popolazione siriana? È lì, come sempre, tra macerie e sogni infranti, a guardare i potenti del mondo giocare con il suo futuro. Perché in Siria, ogni nuovo inizio sembra sempre più una fine, e ogni speranza di pace è soffocata sotto un’altra ondata di conflitti, interessi e alleanze che cambiano più velocemente di un feed su TikTok. Che dire, restate sintonizzati: la Siria promette di essere il reality show che nessuno vuole vedere, ma che tutti continuano a produrre. Redazione

Per saperne di più »
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

  Gli Stati Uniti colpiscono i siti nucleari iraniani e annunciano “pace o distruzione totale”. Teheran promette vendetta, Mosca e.

Scrocconi, sanguisughe, odiosi e chi più ne ha più ne metta. Ecco come ci definisce il presidente-dittatore Donald Trump. Un.

Ferrari: da “Vinceremo!” a “Bisogna capire”. E noi a rosicare. Cari signori del muretto, cari strateghi delle dichiarazioni post-gara, cari.