Immacolata, immacolati… e noi? Cronache semiserie di un mondo che si scolla

Dalla purezza mariana alle impurità terrestri: viaggio sarcastico tra santi irraggiungibili, politici imploranti e società che festeggia mentre affonda. a   a Oggi, 8 dicembre, si celebra l’Immacolata Concezione: una festa solenne, nobile, universale, proclamata con tutti i crismi già nel 1708 da Clemente XI, bolla pontificia inclusa. Una di quelle ricorrenze in cui il cielo sembra illuminarsi un po’ di più, almeno sulla carta e nei programmi liturgici. In Portogallo, addirittura, è festa nazionale in onore della patrona. E nel resto del mondo la si onora con parate, fuochi d’artificio, processioni, luminarie: insomma, tutto il repertorio per ricordarci che la purezza esiste… almeno in teoria. Già, perché mentre la Madonna resta immacolata, quaggiù le macchie pullulano come dopo una pioggia nel bosco. E infatti, ecco Zelensky. Domani mattina lo ritroveremo a Castel Gandolfo, ospite di Papa Leone (che non esiste, ma forse è un segno dei tempi: ormai nemmeno i Papi riescono a rimanere al loro posto nei titoli dei giornali). Sarà ricevuto a Villa Barberini alle 9:30, probabilmente in cerca dell’ennesima benedizione. Si direbbe che non sappia più a quale santo votarsi: corre avanti e indietro come uno che ha perso il numero del carro attrezzi, mentre gli “amici volenterosi” lo tirano per la giacca sulla cessione dei territori e Washington gioca a fotticompagno, strizzando l’occhio a Putin e bacchettando l’Europa come uno scolaretto distratto. Risultato: nessun segno di pace sulla terra martoriata d’Ucraina, ormai finita sul banco delle trattative tra Trump e Putin. L’Europa balbetta una difesa debole, inefficace; Trump non vede l’ora di sfilarsi dalle responsabilità e intanto si è già assicurato i suoi interessi, soprattutto quelli legati alle terre rare. A guadagnare tempo sono solo gli affari. Del resto, non serve andare lontano per trovare il disordine: basta allargare l’obiettivo. Cina contro Giappone, Cina contro sé stessa, contro noi, contro tutti. Un mondo che accumula armi come fossero punti fragola del supermercato e che brucia miliardi al giorno in arsenali sempre più sofisticati. E poi apri il giornale e trovi:“Gli comunicano lo sfratto: 71enne fa esplodere la casa e muore.”Firenze. Italia. Europa. Pianeta Terra. Mentre gli Stati si preparano alla guerra mondiale, la disperazione individuale riesce ancora a competere come potenza distruttiva. Per fortuna, per bilanciare tanta cupezza, arriva una notizia “allegra”:Roma si illumina per il Natale, acceso l’albero a Piazza del Popolo.Il sindaco Gualtieri inaugura le festività. Il pensiero corre ai Baccanali: riti dionisiaci, eccessi, dissolutezze… ma è solo un volo pindarico. Anche perché ormai ci accontentiamo di un selfie sotto le lucine LED e, al massimo, di un vin brûlé tiepido. Sul fronte politico, Salvini sbotta ancora. Questa volta dopo le rivelazioni de Il Giornale sui permessi islamici e sul temibile scenario del 2050. Il vicepremier invoca accordi chiari, più chiari del cielo dell’Immacolata. Qualcuno in Europa, nel frattempo, lo consola approvando la norma sui Paesi terzi. Ma la vera spina nel fianco dell’italiano medio, e non solo, resta sempre la stessa: la corruzione. E qui Norberto Bobbio, come un vecchio saggio che entra in scena dalla quinta, ci ricorda che la società italiana appare moralmente fiacca, putrefatta. Non solo il governo: tutti. Un gioco di specchi, ricatti e convenienze che forma una ragnatela da cui non si esce se non perdendoci un pezzo di reputazione. E mentre Bobbio ci ammonisce a distanza di decenni, scorrono le cronache fresche del giorno:– traballa la nomina di Albanese all’Onu, perché le regole sono diventate un optional;– si dimette l’amministratore del San Raffaele: caos, revoche, dimissioni;– un primario che pretende soldi per la dialisi, manco fosse un parcheggiatore abusivo;– Qatargate che continua a sgocciolare veleni;– a Cuba un ex ministro dell’Economia condannato all’ergastolo per spionaggio. Viene naturale chiedersi: da chi siamo circondati? E, soprattutto, da chi siamo governati?Votare serve ancora? O è diventato un rito dionisiaco anche quello, con meno vino e più amaro in bocca? Il mondo brucia, la corruzione dilaga, la guerra si prepara, la disperazione esplode, la politica arranca. A questo punto, il pranzo è servito: buona indigestione. Per finireE allora, in questo giorno dedicato all’Immacolata, una verità si impone: la purezza è una grazia, non un talento. E noi, che di grazie ne riceviamo sempre meno, potremmo almeno sforzarci di non peggiorare il mondo dopo il caffè. Perché i miracoli non capitano tutti i giorni; gli scempi, invece, sì. di Redazione

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Italia, promossa con riserva

Dal deficit che dimagrisce ai ponti che ingrassano: storia semiseria di un Paese che ce la fa… quasi. a Non sarà proprio la notizia che fa sobbalzare il lettore dalla sedia, ma è pur sempre un raggio di sole nel grigio del quotidiano: «Italia verso la fine della procedura di infrazione». Bruxelles dà un buffetto affettuoso al governo Meloni, confermando che Pil, inflazione e deficit procedono composti come studenti alle scuole medie il giorno della visita ispettiva. Per chiudere definitivamente la faccenda si attende aprile e i numeri Eurostat: serve quel benedetto 3% nel rapporto deficit/Pil, soglia mitologica come l’araba fenice. Certo, la gioia sarebbe più piena se il Paese non avesse dovuto salutare, proprio in questi giorni, le gemelle Kessler, ultime icone di un’Italia che ballava più leggera, e se la Corte dei Conti non avesse aggiunto un altro capitolo alla faticosa saga del Ponte sullo Stretto. Il visto di legittimità al terzo atto aggiuntivo? Rimandato. Le motivazioni? Tra trenta giorni, che ormai sono il tempo standard per tutto: dai referti medici alle promesse elettorali. E qui, più che l’ingegnere, entra in gioco il filosofo: si spera davvero che la giustizia contabile agisca “nell’interesse della collettività”, con valutazioni sobrie, oggettive e soprattutto disinteressate. Se poi così non fosse, ipotesi remota, per carità,  i lavori del ponte andrebbero avanti lo stesso, ma rischierebbe di franare un altro ponte, quello tra il cittadino e la fiducia nelle istituzioni. E come diceva il buon Giulio Andreotti: “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. Fin qui casa nostra.Ma allargando l’obiettivo, lo spettacolo non migliora. In Europa, alla parola “cento” uno pensa a un compleanno, ai brindisi, ai “cento di questi giorni”. Invece no: Parigi promette cento Rafale per Kyiv. E il Regno Unito si accoda, spingendo per una coalizione che garantirà la sicurezza ucraina anche nel dopoguerra. Dall’altra parte dell’emisfero, gli Stati Uniti strizzano l’occhio a Seul sui sottomarini nucleari: un modo gentile per ricordare alla Cina che l’Indo-Pacifico non è un lago privato. La Corea del Sud rilancia, sostenendo che le nuove capacità servono a contrastare la Corea del Nord, che, non c’è bisogno di dirlo, avrebbe già costruito il suo primo sottomarino nucleare la scorsa primavera. Per non deludere il Paese che ci ospita, ecco una nota locale ma non troppo: firmato un memorandum sulla protezione civile tra il Trentino e lo Stato brasiliano di Santa Catarina. Non salverà il mondo, ma almeno qualcuno prova ancora a collaborare senza mostrare i muscoli. Poi c’è il Sudan, dove si continua a morire non di caldo, ma di proiettili. Chiese e moschee diventano colabrodo, vite e famiglie pure. Ma il tutto finisce in fondo ai giornali: una riga, un trafiletto, giusto per sistemare la coscienza del redattore e non turbare troppo il lettore. Il resto è un susseguirsi di riarmi, strategie, alleanze, contralleanze. Un mondo che sembra allenarsi non alla pace, ma alla palestra militare. Per fortuna, non tutto ciò che vola è un Rafale.Ed ecco finalmente una buona notizia: in Transilvania, proprio lì, nella patria di Dracula, si celebra la grande tradizione gastronomica italiana grazie a un evento del Comites Romania. Niente missili, niente sommergibili: solo piatti fumanti e persone che si siedono a tavola invece che ai tavoli negoziali. E allora sì, almeno per una volta, si mangia. E bene. Come direbbe Montanelli: in un mondo dove tutti preparano la guerra, noi almeno sappiamo ancora preparare una buona pasta. E non è poco. Giuseppe Arnò

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New York si veste di rosso (ma è solo moda)

Mamdani trionfa tra i giovani e le minoranze, ma il socialismo nella patria del capitalismo resta come il tofu nel barbecue texano: d’effetto, ma indigesto. a Si chiama Zohran Kwame Mamdani, ha origini indiane, è musulmano, socialista e, secondo Donald Trump,  “un piccolo comunista”. Per la stampa americana è l’alba di una nuova era, per la metà degli elettori newyorkesi l’inizio di una scommessa, e per il resto del mondo uno di quei fenomeni da osservare con la stessa curiosità con cui si guarda un bambino che gioca con la presa elettrica. In un Paese che ha fatto del capitalismo la propria religione e della libertà individuale la sua liturgia, l’idea che un giovane socialista possa guidare la capitale morale degli Stati Uniti ha un che di mistico, quasi esotico. Ma si sa: il popolo cerca sempre il nuovo, poi si scotta e torna a coppe. E quando si scotta a New York, non è un semplice bruciacchiarsi: è un incendio mediatico. Mamdani piace perché è giovane, sorridente, cosmopolita, figlio della generazione che “vuole cambiare il mondo con un tweet e una petizione online”. È il prototipo del progressista digitale: antirazzista, pro-Palestina, contro la polizia cattiva e a favore delle case per tutti, possibilmente gratis. I suoi cavalli di battaglia, riforma dell’abitare, revisione delle prigioni, municipalizzazione dei servizi pubblici. hanno l’aroma nobile delle utopie ben confezionate. Ma il problema è sempre quello: chi paga? Negli Stati Uniti il socialismo è come il tofu nei barbecue texani: fa scena, ma non sfama nessuno. E il rischio per il nuovo sindaco è quello di scoprire presto che a New York la realtà costa più dei programmi elettorali. Perché, al di là dei proclami e delle interviste da salotto, la città resta un labirinto di disuguaglianze, affitti impossibili e lobby più potenti di qualsiasi slancio idealista. La stampa progressista si è già innamorata del “piccolo comunista”. Lo racconta come il messia laico della nuova sinistra americana, un po’ AOC, un po’ Che Guevara da metropolitana. Ma non considera un piccolo dettaglio: Trump è tornato alla Casa Bianca. E se la Casa Bianca è tornata al tycoon, la rivoluzione socialista nel cuore del capitalismo suona più come un’operetta che come un cambio d’epoca. Che la stampa si rilassi, dunque. È solo polverone.Signori, niente di nuovo all’Ovest. Giuseppe Arnò

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L´Europa e la pipa di radica

L’America pensa all’Indo-Pacifico, l’Europa alla pipa di radica   Trump gioca al mercante globale e lascia i vecchi amici europei a guardarsi le spalle. Un’occasione amara ma forse utile: se Bruxelles trovasse un briciolo di volontà, potremmo perfino scoprire di non aver bisogno dello zio d’oltreoceano. Trump, con la sua politica rivoluzionaria, lascia in subbuglio amici e nemici. Per i nemici non c’è problema, anzi: peggio per loro. Ma per gli amici, cioè noi, qualche domanda sorge spontanea.In parole semplici: l’Europa dovrà vedersela da sola contro il pericolo rosso. I Paesi Baltici, confinanti con la Russia, sono già in ansia da abbandono; Romania e Bulgaria, al confine Sud-Est dell’UE, osservano con poco entusiasmo i droni russi che passeggiano nei cieli. Putin, sempre più convinto che un’escalation possa garantirgli un cessate il fuoco in Ucraina alle sue condizioni, non ha bisogno di incoraggiamenti. Ma li trova comunque: l’atteggiamento di Trump, sempre più interessato all’Indo-Pacifico che alla vecchia Europa, gli serve su un piatto d’argento un vantaggio psicologico. Un mercante pro America, che vende protezione a chi paga di più, non un presidente disposto a sacrificare un dollaro per difendere Vilnius o Bucarest. Certo, ferisce il cuore – il nostro amore per il popolo americano è pietrificato, quasi liturgico – ma non possiamo contestare nulla. Ognuno fa le proprie scelte. E noi? Dovremmo almeno annotare la lezione, tenerla in archivio e tirarla fuori al momento giusto. Del resto, se vogliamo essere onesti, non partiamo svantaggiati. Gli Stati Uniti contano 348 milioni di abitanti, la Russia 146, l’Unione Europea 450: i numeri sono dalla nostra. Non mancano i cervelli, non mancano le basi tecnologiche. Se solo lo volessimo, potremmo fumarci America e Russia in una pipa di radica Amorelli. Il problema è sempre lo stesso: la volontà. Come diceva Niccolò Tommaseo, “nelle cose del mondo, non è il sapere, ma il volere che può”. E allora, signori di Bruxelles, basta con i veti, basta con le tergiversazioni: si faccia ciò che va fatto. Non per fare grande l’America, ma per fare di nuovo grande l’Europa. di Redazione

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Il Diavolo veste Prada, Meloni veste Armani e Xi veste Mao

Quando la moda diventa geopolitica e il guardaroba si fa manifesto Il guardaroba dei grandi della Terra racconta spesso più di un comunicato ufficiale. Così scopriamo che, se il Diavolo veste Prada – e non potrebbe essere altrimenti – la nostra premier Meloni sceglie Armani, in piena coerenza patriottica. Eleganza e buon gusto, certo, ma anche un messaggio chiaro: l’Italia difende le proprie eccellenze con il filo e l’ago del miglior Made in Italy. Eppure, un piccolo paradosso si insinua: il Diavolo non è certo italiano, anzi diremmo quasi anti-italiano, visto che in casa nostra ci ritroviamo pure il Vaticano. Ma tant’è: veste Prada. Passiamo all’Oriente. Ci saremmo aspettati che Xi Jinping cedesse al fascino sartoriale di Canali, Brioni o Gucci. Invece no: nelle celebrazioni per la vittoria sul Giappone lo abbiamo visto vestire… Mao. Accanto a un Putin in rigido abito da cerimonia e a un leader nordcoreano in uniforme da rivoluzionario  d´altri tempi, Xi ha scelto la nostalgia comunista piuttosto che la raffinatezza italiana. Naturalmente ciascuno è libero di vestire come vuole. Ma la scena apre a riflessioni non da poco: cosa accadrà se al prossimo incontro internazionale vedremo Putin e Modi sfoggiare pure loro l’abito “alla Mao”? Da brividi, più che da passerella. Ecco allora la morale: difendere i nostri valori, la nostra cultura e la nostra moda non è un vezzo, ma una necessità. Perché l’Italia, finché il Diavolo vestirà Prada e Meloni Armani, resterà il faro d’Europa che illumina contro il grigiore e le ombre dell’Est. di Redazione

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Oltre l’assillo cinese

L’Occidente resta il punto fermo, l’Europa la rotta del domani   Non c’è giorno in cui non ci venga ricordata, con titoli roboanti, l’avanzata della Cina: commercio, industria, arsenali, alleanze. Un continuo susseguirsi di scenari drammatici, come se il futuro dell’umanità dovesse giocarsi tutto tra Pechino e dintorni. Eppure, fermandosi un momento, ci si accorge che non siamo alla vigilia di alcuna catastrofe. La Cina ha certamente compiuto passi importanti, e in campo economico può anche aspirare a superare l’America. Ma sul piano militare e politico il suo cammino resta ben più complesso, e non privo di fragilità. Le sue alleanze, oggi tanto enfatizzate, sono destinate prima o poi a incrinarsi: la storia insegna che più potenze vicine difficilmente convivono a lungo senza conflitti d’interesse. Noi europei abbiamo forse perso tempo prezioso, troppo presi a riflettere sul clima, sul benessere e sui valori che caratterizzano la nostra civiltà. Ma questo non è un difetto: è la nostra forza. Ed è proprio da lì che riparte la capacità europea di innovare, di sorprendere, di tracciare nuove strade. Perché in un mondo che si agita tra timori e competizioni, l’Occidente rimane la stella polare. E l’Europa, con la sua tradizione di pensiero e il suo slancio tecnologico, continuerà a essere la bussola che orienta il futuro. di Redazione

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Fame, verità e follower

Quando la geopolitica si gioca a colpi di like e stories Chi dice e chi tace: questa volta Israele ha deciso di dire. E, a sorpresa, non attraverso generali, diplomatici o dossier ONU, ma tramite un drappello di influencer selezionati, inviati nella Striscia di Gaza per certificare, smartphone alla mano, che la fame non uccide come raccontano i media internazionali. Propaganda ingannevole dei filo-palestinesi o realtà alternativa versione Instagram? Il dubbio rimane. Se davvero i gazawi muoiono ogni giorno per mancanza di cibo e acqua, Israele si ritroverebbe con un’accusa pesante da portare sulle spalle: quella di guerra genocida. Se invece la carestia fosse una messinscena, il cittadino globale avrebbe il sacrosanto diritto di saperlo. In attesa della verità, intanto, ci si affida a reels, dirette e stories. E già che ci siamo, un altro interrogativo: perché gli ostaggi israeliani non vengono restituiti, vivi o morti che siano? Non sarebbe questo un modo per spegnere, almeno in parte, il motore della guerra, cioè la giustificazione stessa delle incursioni israeliane? Mistero! Nel frattempo, al posto delle trattative, si organizzano tour guidati con testimonial digitali. Qualcuno dirà: “Israele ha pagato per far vedere ciò che vuole far vedere”. Ma il sospetto funziona anche al contrario: non è che pure chi documenta la fame riceva sponsorizzazioni più o meno trasparenti? In questa girandola di versioni, la verità sembra restare imbottigliata al checkpoint. Perciò, calma. Giornalisti, opinionisti e politici, fate un respiro e ricordatevi che quando non si hanno certezze, la regola base del mestiere imporrebbe il condizionale. A meno che non vogliamo applicare l’adagio latino “in dubio pro reo”. Ma visto che qui di “rei” ce ne sono a bizzeffe, forse è meglio attendere luci più chiare e meno filtrate. Nel frattempo, tocca ammetterlo: il conflitto israelo-palestinese ha appena guadagnato un nuovo campo di battaglia, quello dei social. Dove, tra un video su TikTok e una story su Instagram, si decide se a Gaza ci si muore davvero di fame o se il problema è soltanto di like mal distribuiti. di Redazione

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Trump e Putin, prove di pace (Zelensky assente giustificato)

Ad Anchorage: vertice o sfilata di gala? Tra lupi, volpi, pulcini e sartorie italiane, il summit in Alaska è stato raccontato come la resa dell’Occidente. In realtà, più che una disfatta, è stata una passerella diplomatica con tanto di complimenti reciproci. Molti, anzi troppi, tra giornalisti, opinionisti, politici e persino sfaccendati da bar hanno sentenziato sul vertice Trump–Putin in Alaska, celebrando in anticipo il funerale della politica americana, europea e, ça va sans dire, di Zelensky. Alcuni notiziari, con l’entusiasmo dei bookmaker, avevano persino diffuso i “risultati del fallimentare incontro” prima ancora che i due leader si fossero seduti al tavolo. Peccato che non abbiano colto un dettaglio: la questione Ucraina non è un sudoku che Timiryazev ed Einstein possono risolvere in due calcoli, ma un groviglio di sanzioni, sicurezza, Artico, armi nucleari, commercio internazionale e geopolitica varia. Altro che “pace in tre mosse”. I bastian contrari hanno invece preferito descrivere l’incontro come una campagna elettorale regionale, con Putin vincitore e Trump umiliato. Forse hanno confuso Anchorage con la Calabria. In realtà, l’appuntamento non era la finale di Champions, ma il primo tempo di una partita lunga, con possibilità di supplementari e, chissà, di rigori. La sostanza? Il lupo russo è uscito dalla tana per confrontarsi con la volpe americana. Non è poco. Certo, l’Europa continua a recitare la parte del pulcino sotto l’ala della chioccia americana, mentre  Zelensky rimane in attesa della difesa d’ufficio. Ma la mossa di aprire uno spiraglio negoziale resta un passo avanti, come hanno sottolineato Meloni e Tajani: il punto chiave sono le “garanzie di sicurezza” modello articolo 5 NATO, ribattezzato in salsa italiana “articolo 5 bis”. Insomma, niente bacchette magiche, ma nemmeno fiaschi. È stato un incontro ordinato, elegante, quasi mondano, con red carpet e con i leader vestiti da manuale: difficile capire se l’arbitro fosse Petronio, giudice di stile dell’antica Roma, o il moderno Ermenegildo Zegna. L’Italia, in fondo, c’era anche lì: non solo nelle proposte diplomatiche, ma pure nell’abito ben tagliato. E allora, detrattori, respirate: la pace non è arrivata, ma nemmeno è evaporata. La diplomazia, per oggi, ha vinto il premio “miglior abito della serata”. Giuseppe Arnò

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Cinque anni di repressione a Hong Kong: la lunga ombra di Pechino

«Dove tutti pensano allo stesso modo, nessuno pensa molto.» — Walter Lippmann     Il 1° luglio 2025, Hong Kong ha commemorato due date simboliche e contraddittorie: da un lato il 28º anniversario della sua restituzione alla Cina, celebrato con cerimonie ufficiali e dichiarazioni trionfali. Dall’altro, l’anniversario più amaro: i cinque anni dall’imposizione della Legge sulla sicurezza nazionale, che ha segnato l’inizio della repressione più sistematica nella storia recente della città. Quella legge, presentata come un’azione “necessaria per la stabilità”, ha invece cancellato in breve tempo ogni spazio di libertà. Dove prima c’erano manifestazioni di piazza, giornalismo indipendente, partiti democratici e una vita culturale vivace, oggi c’è silenzio. Un silenzio ottenuto con la forza, con la paura, con la sorveglianza capillare. Ma Hong Kong, per quanto visibile e mediatizzata, è solo un tassello in una strategia più ampia: quella della Cina di Xi Jinping di eliminare ogni forma di dissenso, ovunque si trovi, e di rimodellare il paese secondo un’unica verità, quella del Partito. La repressione in Cina continentale La logica repressiva che ha soffocato Hong Kong non è una novità in Cina: è parte integrante del sistema politico del Partito Comunista. Negli ultimi dieci anni, con Xi Jinping al potere, si è intensificata fino a diventare una macchina pervasiva, alimentata dalla tecnologia e da una rigida ideologia nazionalista. La censura è onnipresente: motori di ricerca, social network, giornali, film, videogiochi, libri scolastici. Nulla sfugge al controllo. Anche le conversazioni private, nelle università o sui gruppi di messaggistica, possono diventare oggetto di indagini. Chi critica, anche in modo moderato, rischia l’arresto, il licenziamento, l’isolamento sociale. Non esistono oppositori tollerati: esistono solo “minacce alla stabilità”. Xinjiang: il laboratorio della repressione La regione dello Xinjiang, dove vive la minoranza musulmana degli uiguri, rappresenta il volto più crudele della repressione cinese. Qui lo stato ha costruito una rete di “centri di rieducazione”, veri e propri campi di internamento, dove oltre un milione di persone sono state detenute senza processo. Le accuse? Avere una barba lunga, parlare in lingua uigura, pregare, viaggiare all’estero, o anche solo avere parenti religiosi. All’interno di questi campi si verificano torture, indottrinamento forzato, sterilizzazioni, lavoro coatto. Tutto sotto il pretesto di “combattere l’estremismo”. La sorveglianza è totale: droni, telecamere, controlli biometrici, software di riconoscimento facciale. Le città uigure sono diventate prigioni a cielo aperto. Tibet: la repressione invisibile Meno visibile, ma non meno brutale, è la repressione in Tibet. Dopo la sanguinosa occupazione militare cinese del 1950, il Tibet è stato gradualmente trasformato in un territorio sotto stretta sorveglianza. Le rivolte del 1959 e del 2008 sono state schiacciate con la forza, e da allora il controllo è diventato capillare. I monasteri sono monitorati, le attività religiose limitate, i simboli culturali tibetani soppressi. Il Dalai Lama è definito “un pericoloso separatista”, e solo pronunciare il suo nome può essere considerato reato. I tibetani che parlano della propria identità culturale sono accusati di “incitamento al separatismo”. Le scuole tibetane sono state chiuse o trasformate per imporre il mandarino come unica lingua d’insegnamento, cancellando generazioni di lingua e cultura locali. Molti giovani tibetani, come già accaduto tra gli uiguri e i giovani attivisti di Hong Kong, vivono in una condizione di rassegnazione o ribellione silenziosa. Alcuni scelgono di emigrare, altri si rifugiano nel silenzio o nella religione. Alcuni, negli anni, si sono immolati con il fuoco come estremo gesto di protesta, nella più totale indifferenza delle autorità cinesi. Taiwan nel mirino: l’ultima frontiera Dove Hong Kong è stata “normalizzata”, dove Tibet e Xinjiang sono stati messi sotto controllo, resta Taiwan. L’isola è da tempo al centro delle mire di Pechino, che la considera una “provincia ribelle” da riportare sotto l’autorità centrale. Xi Jinping ha più volte dichiarato che la “riunificazione” con Taiwan è un obiettivo storico da realizzare «con ogni mezzo necessario». A differenza di Hong Kong, Taiwan è uno stato de facto indipendente, con un governo democraticamente eletto, una stampa libera e una società pluralista. Ma è costantemente sotto pressione: minacce militari, campagne di disinformazione, manovre economiche e diplomatiche. I cieli attorno all’isola sono regolarmente attraversati da aerei militari cinesi, le sue acque pattugliate da navi da guerra. Per Pechino, Taiwan rappresenta l’ultimo ostacolo alla costruzione di una Cina “totale”, senza eccezioni e senza voci fuori dal coro. Per i taiwanesi, rappresenta invece la linea del confine: oltre quella, non c’è solo la perdita dell’indipendenza politica, ma anche della libertà personale, della cultura, della memoria. Un Paese, una voce sola Tutte queste realtà — Hong Kong, Xinjiang, Tibet, Taiwan — mostrano un’unica traiettoria: la volontà del Partito Comunista Cinese di controllare ogni aspetto della vita pubblica e privata. In nome della “stabilità”, Pechino ha costruito un sistema che cancella le differenze culturali, linguistiche, religiose e politiche. Le minoranze vengono assimilate o represse. Le città autonome vengono normalizzate. Gli intellettuali critici vengono messi a tacere. I giovani vengono indottrinati. Quello che viene chiamato “ritorno alla normalità” è in realtà un ritorno al conformismo forzato. Una società in cui tutti fingono di essere d’accordo per sopravvivere. Dove la libertà non viene solo negata, ma dimenticata. Il prezzo del silenzio Eppure qualcosa resiste. Nei ricordi delle proteste del 2019, nei libri messi al bando, nelle canzoni censurate, negli occhi di chi ha pagato con il carcere o l’esilio. Resiste nella solidarietà silenziosa, nei gesti anonimi di dissenso, nelle parole scritte in codice sui social, nelle scuole clandestine, nella cultura che trova sempre una via per sopravvivere. Cinque anni dopo l’inizio della repressione a Hong Kong, e decenni dopo l’occupazione del Tibet e la campagna contro gli uiguri, la Cina è un paese che brilla per potenza economica, ma che vive sotto un enorme peso: quello di milioni di voci soffocate. E su Taiwan, l’ombra si allunga.     Licenza foto Hong kong: Prosperity Horizons Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale .

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Non dimentico mai di ricordarmi: un viaggio verso l’anima

di Krishan Chand Sethi Alcune parole non nascono dal linguaggio, ma dall’esperienza. E quando arrivano, restano. Una frase è entrata nella mia coscienza tanti anni fa e da allora ha continuato a risuonare dentro di me: “Non dimentico mai di ricordarmi.” Non è una frase che ho costruito con cura: è semplicemente emersa come un respiro, una consapevolezza, un sussurro interiore. Col tempo, ho compreso che queste parole non sono abbellimenti poetici, ma una zattera di salvataggio, una bussola.   Viviamo in un mondo che ci spinge costantemente verso l’esterno, verso il successo, l’attenzione, l’immagine, la competizione. In un mondo così, questa frase mi riporta a casa. Non in un luogo, ma alla mia essenza. Questo scritto, dunque, non è solo un articolo. È una passeggiata tra i miei pensieri, i ricordi, le lezioni e i riconoscimenti silenziosi raccolti in decenni, alcuni gioiosi, altri pesanti, tutti significativi.   La prima volta che mi sono dimenticato All’inizio della mia carriera professionale attraversai un periodo che molti avrebbero definito “d’oro”. Arrivavano inviti da ogni parte. La gente mi lodava. Venivo citato. Celebrato. Ma dentro, qualcosa non andava. Una sera, tornato da un evento letterario, mi sedetti da solo. Guardai alcuni miei versi e provai un vuoto strano. Le parole erano levigate, le metafore affilate, ma mancavano di anima. Erano create per impressionare, non per esprimere. Quella notte non scrissi nulla. Rimasi in silenzio, ad ascoltare un silenzio che avevo ignorato. E da quel silenzio emerse questa dolce consapevolezza: “Hai dimenticato di ricordarti”. Non era una critica. Era un richiamo alla verità.   Cosa significa veramente ricordarsi? Significa fermarsi. Respirare non solo fisicamente, ma mentalmente. Smettere di recitare per gli altri e iniziare a riflettere dentro. Non si tratta di richiamare un’identità passata, ma di rientrare nello spazio dell’onestà interiore. Ricordarsi è come riconoscere il proprio riflesso in un’acqua immobile dopo anni di corsa. È riconnettersi con quella parte di sé che non ha fame di applausi, ma sete di senso.   Mi sono dimenticato troppe volte Sarebbe falso dire che non ho mai perso la strada. L’ho fatto. Tutti lo facciamo. Ci dimentichiamo quando cerchiamo con troppa forza di essere accettati. Quando reprimiamo la nostra verità per mantenere armonia. Quando inseguiamo ciò che brilla e abbandoniamo ciò che ci radica. Eppure, ogni volta che mi sono ricordato, sono tornato più forte, più semplice, più vero.   Ricordo una volta, durante una cerimonia internazionale, quando il pubblico applaudì al mio nome. Sorrisi. Salii sul palco. Ma dentro di me una voce rammentava quella di mio padre scomparso che mi diceva: “Non dimenticare mai chi eri prima che tutto questo cominciasse”. Quella voce mi accompagna sempre.   Il ruolo della solitudine La solitudine è spesso fraintesa. La si confonde con l’assenza di sé. Ma la vera solitudine nutre. È in quelle ore silenziose che mi rivedo. Sto senza parlare. A volte scrivo, altre volte no. Guardo gli alberi, vecchie fotografie, o soltanto il soffitto. E lentamente, come una nebbia che si dirada, sento una sensazione familiare e rassicurante: sono ancora qui.   Il mondo non si ferma. Le chiamate arrivano. I messaggi lampeggiano. Le responsabilità non scemano. Ma qualcosa dentro di me cambia. Mi radico. Divento consapevole. Presente. E da quella presenza torno alla vita con più profondità.   Poesia pittorica e vera creatività Spesso mi chiedono: “Com’è nata la Poesia Pittorica?” Si aspettano una storia grandiosa o un momento di ispirazione divina. Ma la verità è più semplice: è nata durante uno di quei momenti di ricordo.   Avevo lavorato con le parole per anni, ma sentivo un vuoto. Una sera guardai una vecchia foto di mia madre e pensai di scrivere qualche parola poetica in suo ricordo: e se una poesia potesse parlare non solo attraverso le parole, ma anche attraverso l’immagine e la sensazione? E se la poesia diventasse un viaggio visivo?   Così è cominciata. Non come strategia o dimostrazione, ma come risposta sincera a un desiderio silenzioso. Ed è questo il dono del ricordarsi: genera originalità. Quando scriviamo o creiamo restando radicati in noi stessi, ciò che nasce non è artificiale. Forse non sarà di moda, ma sarà eterno.   Anche nelle relazioni Ho visto quanto facilmente ci perdiamo nei rapporti. Doniamo troppo. Parliamo poco. Ci adeguiamo. A volte l’amore diventa un travestimento in cui scompariamo silenziosamente. Ma il vero amore, che sia verso un coniuge, un amico, una causa, non chiede di sparire. Invita a incarnare la propria presenza pienamente. Mia moglie, Sunita, è stata specchio e testimone in questo percorso. Mi ricorda, con dolce fermezza, di ritornare quando mi allontano troppo. Il nostro legame è cresciuto non nella perfezione, ma nella persistenza, nel ricordarsi di sé e dell’altro.   Memoria culturale e il lavoro realizzato Il libro fotografico “Daman Diu, Goa, Dadra Nagar Haveli e il regime portoghese (1510–1961)” non è solo storia, è guarigione. Quel progetto mi ha riconnesso con l’eredità, con storie dimenticate, con voci trascurate. Scrivendolo, ho ricucito una parte di me verso la completezza. Anche la cultura dimentica. Le generazioni vanno avanti, e nella fretta di modernizzarsi, amputiamo le radici. Quel libro è stato un atto di memoria culturale.   Cosa fa il ricordarsi alla scrittura Quando scrivo di me stesso ricordato, la mia mano rallenta. Divento più sincero, meno ornamentale. Le parole respirano. Portano calore, anche quando parlano di dolore. I lettori spesso mi scrivono: “Questa poesia mi ha toccato nel profondo”. Non perché l’ho scritta per loro, ma perché l’ho scritta da me. E tutti condividiamo certi dolori, speranze e domande.   Un messaggio per i giovani Cari giovani, il mondo vi assegnerà etichette. Alcune vi piaceranno. Altre vi feriranno. Ma nessuna è la vostra verità. La vostra verità vive silenziosa dentro di voi, spesso sotto strati di rumore. Non misurate il vostro valore in numeri: follower, voti, stipendi. Quelle cose cambiano. Ciò che non cambia è la luce che portate dentro. E per sentirla dovete fermarvi. State con voi stessi. Non di fronte a uno schermo, ma davanti alla

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