Non si accettano consigli

Quando la diplomazia si arena e parlano i missili: USA e Israele colpiscono l’Iran, Khamenei tra le vittime Una notte che ha cambiato il Medio Oriente, e probabilmente anche il lessico della diplomazia internazionale. Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’operazione militare congiunta contro l’Iran, culminata con la morte della Guida Suprema Ali Khamenei. Un evento che, comunque lo si giudichi, segna uno spartiacque. L’operazione, ribattezzata “Ruggito del Leone”, è stata autorizzata dal presidente americano Donald Trump, con il pieno sostegno del premier israeliano Benyamin Netanyahu. Alle prime luci dell’alba, un coordinamento senza precedenti ha colpito centinaia di obiettivi strategici dell’apparato missilistico iraniano, inclusi siti legati allo sviluppo di missili balistici intercontinentali, capaci,  secondo Washington, di raggiungere qualsiasi punto del globo. Le trattative sul nucleare si trascinavano da anni, tra tavoli rovesciati e bozze mai firmate. Ma il nodo vero, sostengono le fonti americane, restava l’arsenale missilistico e la volontà iraniana di non rinunciarvi. Nel frattempo, la repressione interna continuava a soffocare ogni anelito di libertà. Un doppio fronte, esterno e interno, che avrebbe esaurito la pazienza delle parti coinvolte. Il bilancio è pesante. La Mezzaluna Rossa iraniana parla di circa 200 vittime. Lo Stretto di Hormuz è stato chiuso, le tensioni si propagano a macchia d’olio e l’intero Medio Oriente appare sospeso tra escalation e deterrenza. Non è una schermaglia: è una cesura. Il proverbio recita: “Uomo avvisato mezzo salvato”. Washington sostiene di aver avvertito, minacciato, negoziato. Teheran, dal canto suo, sembra aver risposto con una linea di orgogliosa autosufficienza: non si accettano consigli, sappiamo sbagliare da soli. Se così è stato, il prezzo pagato appare altissimo. Resta ora la domanda cruciale: l’azione militare porterà davvero alla fine dell’incubo nucleare iraniano e aprirà uno spiraglio di libertà per il popolo oppresso, o inaugurerà una stagione ancora più instabile? Le bombe sanno distruggere con impressionante precisione; ricostruire equilibri è mestiere infinitamente più arduo. Seguiranno sviluppi, inevitabilmente. Noi continueremo a raccontarli con attenzione e misura, consapevoli che la Storia non ama i consigli, ma presenta sempre il conto. E quello, prima o poi, lo pagano tutti. Giuseppe Arnò

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Matrimoni d’interesse e divorzi annunciati

  Dalla politica nostrana alle crisi globali: quando le unioni nascono per convenienza e finiscono per stanchezza, mentre il mondo cambia pagina senza chiedere permesso. C’era una volta il matrimonio politico, quello solenne, ideologico, “finché morte non ci separi”. Oggi, più modestamente, ci si sposa per interesse e ci si lascia per incompatibilità caratteriale, che è il modo elegante per dire: non ci siamo mai capiti davvero. La separazione tra il Generale Vannacci e la Lega rientra perfettamente nella casistica. Un’unione prevedibile quanto la sua fine. Era scritto nei registri dell’anagrafe politica: lui troppo ingombrante per essere digerito, loro troppo abituati a una dieta di partito per accettare corpi estranei. Un lungo viaggio di nozze, sì, ma senza futuro. I capoccioni leghisti lo sapevano: l’organismo, prima o poi, avrebbe rigettato l’elemento estraneo. Questione di fisiologia, non di ideologia. E qui torna alla memoria Carosello, quello vero. Due gentiluomini impeccabili, Ernesto Calindri e Franco Volpi,  che discutevano del mondo moderno con un bicchiere in mano e una sentenza pronta: sono tutte cose che non durano. E cantavano, con elegante rassegnazione, il jingle della China Martini: “Oggigiorno tutto è una lusinga. Dura minga, dura no.” Applicabile alla politica come all’amore, con l’aggravante che in politica ci si illude di meno ma si finge meglio. Chi vivrà vedrà se la nuova avventura del Generale sarà coperta d’allori o se finirà come quella, altrettanto impetuosa e altrettanto solitaria, dell’avventuroso Fini. La destra intanto si rimescola, il governo osserva, la politica estera prende appunti. Tutto secondo copione. Nel frattempo, a Torino si discute di guerriglia urbana e di facinorosi. La linea sembra chiara: provvedimenti duri, tutela della forza pubblica, severità amministrativa e legislativa. È il minimo sindacale di uno Stato che voglia ancora sembrare tale. Più in là, molto più in là, Kiev continua a stare sotto le bombe. Ma non fa più notizia. Come se gli ucraini non sapessero più vivere senza bombardamenti, o come se il rumore delle esplosioni fosse diventato un sottofondo accettabile. Ubi maior… l’attenzione si sposta, la pietà pure. Si tratta ancora, sì, ma sotto le bombe: una modernissima forma di diplomazia. Ora lo sguardo corre all’Iran e a Cuba. La tattica di Trump, piaccia o no, sembra funzionare: pressione, minaccia, trattativa. L’Iran parla di nucleare mentre l’Armada americana presidia il Golfo come un memento mori galleggiante. Si vedrà se serviranno i cannoni o basterà il loro rumore. Cuba, rimasta senza il petrolio venezuelano e schiacciata dalle sanzioni, torna a Canossa. Chiede di trattare. Senza sussidi, l’ideologia dimagrisce in fretta. Le parole di Castro, “È necessario combattere senza mai rinunciare”,  suonano lontane, quasi folcloristiche. “Hasta la victoria siempre” resiste solo nei murales scoloriti. Del resto, come ricordava Brecht con brutale lucidità, prima viene lo stomaco, poi la morale. Cuba ha recitato la sua parte nella storia. Ora cambia pagina, non per convinzione ma per necessità. Come molti matrimoni, anche questo divorzio ideologico non nasce da un tradimento, ma dalla fame. E la morale? Che in politica, come nella vita, gli amori eterni durano una stagione, quelli d’interesse un po’ di più, ma nessuno è indissolubile. Il mondo va avanti a separazioni consensuali, a trattative sotto le bombe e a ideali che resistono finché c’è qualcosa da mettere in tavola. Il resto, come dicevano a Carosello, dura minga. E quasi mai dura davvero. Giuseppe Arnò

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Freddo in pace e in guerra

Trump, il gelo americano, le guerre calde e l’orgoglio di un’Italia che non accetta lezioni   Neve a New York. Freddo artico. L’America scopre improvvisamente che l’inverno esiste davvero. Mezzo milione senza luce, aeroporti paralizzati, voli cancellati a migliaia. Gli Stati Uniti in tilt per il gelo: l’evento viene raccontato con toni drammatici, quasi epici, come se fosse una novità assoluta della civiltà occidentale. Forse, adesso, qualcuno dall’altra parte dell’Atlantico capirà cosa significa restare al freddo e senza elettricità. Gli ucraini, però, quell’inferno lo conoscono da mesi. E non per colpa della neve, ma per l’allentamento degli aiuti militari deciso da Washington. La geopolitica, si sa, non conosce riconoscenza: la fedeltà è un optional, l’amicizia una clausola rescindibile, i valori un accessorio che si indossa solo nelle occasioni ufficiali. La politica internazionale oggi è fluida, ibrida, cinica. Cambia rotta secondo convenienza. E i popoli, amici o alleati che siano, pagano il conto di errori e ambizioni non loro. In questo quadro confuso, i colloqui a tre sulla pace in Ucraina, tenuti ad Abu Dhabi, sembrano offrirci un filo di speranza. Sottile, fragile, ma pur sempre un filo. Del resto, come ricordava Eraclito, senza speranza non si trova l’insperato. Intanto Donald Trump avanza. Imperterrito. Terminator a giorni alterni, profeta di pace quando conviene, mercante quando serve. Ha messo in pausa la Groenlandia, per ora, ma continua la sua personale campagna acquisti geopolitica. Predica il Vangelo della pace in terra, salvo poi ricordarci che il business viene prima. Se però lungo il percorso capita anche uno schizzo di pace, non ci sputa sopra. Anzi. Si vocifera perfino di una candidatura al Nobel. Nulla stupisce più, in un mondo dove tutto è ormai spettacolo. Trump sembra aver riscoperto Samuel Johnson: “Le grandi imprese non si compiono con la forza, ma con la perseveranza”. Bene. Allora speriamo perseveri dove davvero serve. In Iran, per esempio. Là dove gli ayatollah hanno lasciato sul terreno trentamila morti in due giorni. Là dove, tra l’8 e il 9 gennaio, i sacchi neri per i cadaveri sono finiti. Là dove si incita alla rivolta promettendo un arrivo imminente, salvo poi dimenticare che le parole, quando pesano, uccidono quasi quanto le armi. Una nota positiva, però, arriva da casa nostra. Il governo italiano ha risposto per le rime, e con i numeri, alle uscite scomposte del tycoon sui nostri soldati e su quelli europei in Afghanistan. Questa volta Trump ha sbagliato indirizzo. Giorgia Meloni è stata secca, quasi scolastica: “Tra Paesi alleati ci vuole rispetto”. Fine della discussione. Trump è fatto così: prendere o lasciare. Parafrasando il Vangelo, verrebbe da dire: Padre, perdonalo, perché non sa quello che dice. Ma a volte, più che il perdono, servirebbe un buon ripasso di storia recente. Sul fronte interno, invece, poco di nuovo sotto il sole, o sotto la pioggia, visto il ritorno in grande stile di neve e maltempo. Gli italiani continuano a essere vessati dalle multe: 8,5 miliardi in cinque anni. Milano capofila. Una rapina legalizzata che nessun governo riesce o vuole fermare. Intanto aleggia il solito “Sì” referendario, buono per ogni stagione e ogni campo, come un cappotto vecchio ma sempre tirato fuori dall’armadio. Conclusione Speriamo, per concludere, in un Trump migliore. Non perfetto, la perfezione non esiste, ma almeno consapevole del peso delle sue parole e delle sue scelte. Il mondo è già abbastanza instabile per essere guidato a colpi di slogan. Crescere si può sempre. Anche da Terminator. Purché, ogni tanto, spenga le armi e accenda il cervello. Giuseppe Arnò

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L’umanità, istruzioni per l’uso (sbagliato)

Dal tariffario dei morti all’intermezzo comico, passando per la geopolitica a colpi di coscienza: cronaca di una specie che non resiste alla tentazione di complicarsi la vita. C’è un vizio antico che l’umanità non riesce a togliersi: andare a cercare guai, possibilmente con metodo e, se possibile, con fattura. Pare che molti abbiano adottato il principio trumpiano per cui business is business, anche quando l’affare riguarda l’ultima e più definitiva delle merci: i morti. A Teheran il listino è chiaro, senza sconti stagionali. Per restituire un corpo alle famiglie dei ragazzi uccisi si va dai 700 milioni di rial fino a un milione e mezzo: tra i 480 e i 1.700 dollari. Un prezzo che equivale a quasi cinque mesi di salario medio iraniano. Dodicimila vittime significherebbero oltre venti milioni di dollari. Con, pare, autorizzazione al funerale di massa inclusa. Un pacchetto completo, verrebbe da dire, se non fosse che qui il sarcasmo inciampa sul sangue. La giustificazione ufficiale è di quelle che rassicurano le coscienze allenate: overdose, droghe, terroristi, nemici di Dio. Il repertorio è noto. L’Inquisizione, ribattezzata per l’occasione ordine pubblico, sembra funzionare egregiamente: ristabilisce la fede e ossigena le casse. Un miracolo amministrativo. Sembra uno dei Racconti macabri di Edgar Allan Poe, con la differenza che lì l’orrore, proseguendo, si trasforma talvolta in ironia. Qui si parte dall’orrore e si arriva a qualcosa di peggio, che non fa nemmeno ridere. Donald Trump, nel frattempo, pratica la sua diplomazia preferita: carota e bastone. Ringrazia il regime per aver fermato ottocento esecuzioni, ma sposta la portaerei Lincoln verso la regione. A cosa si prepari non è dato sapere. Se però promissio boni viri obligatio est, non sarà una visita di cortesia con fiori e sorrisi. C’è anche chi si propone per il dopo: Reza Pahlavi, figlio dello Scià deposto nel ’79. L’Unione Europea, fedele al suo ruolo, chiede lo stop alle condanne a morte. L’ayatollah Ahmad Khatami risponde promettendo esecuzioni per i manifestanti, definiti “maggiordomi di Netanyahu” e “soldati di Trump”. A questo punto verrebbe da invocare l’intervento divino; quello umano, come spesso accade, sembra arrivare tardi e male. Per non soccombere del tutto all’orrore, ecco l’intermezzo leggero, quasi obbligatorio, come nei drammi classici:Corto circuito olimpico. Boldi fa il Boldi, scherza su sport, figa e aperitivi, poi si scusa. Il Comitato Milano-Cortina gli toglie la fiaccola. Ma Boldi è Boldi, non è Thöni, e gli organizzatori lo sapevano. Pretendere sobrietà assoluta da chi campa di eccessi è come stupirsi se il fuoco scotta: gesto educativo, certo, ma tardivo. Dal tragico al comico, e infine al serio.Ad Hammamet si commemorano i ventisei anni dalla morte di Bettino Craxi. Il ministro Guido Crosetto rende omaggio “a uno statista” e tace. La figlia Stefania scopre una stele al padre. Qui il silenzio pesa più delle parole: è il segno che la storia, anche quando divide, prima o poi chiede rispetto, se non unanimità. In chiusura, la Groenlandia resta un’incognita. Trump è imprevedibile e dalle sue decisioni potrebbe dipendere l’assetto geopolitico di mezzo mondo. Russia e Cina osservano, apparentemente immobili, ma nessuno dei due riposa su cuscini morbidi. Come ricordava John Wooden, “non c’è cuscino più morbido di una coscienza tranquilla”. Ecco, appunto. Se c’è una cosa che l’umanità continua a dimostrare è che dormire sonni tranquilli non le interessa: preferisce restare sveglia, a contare i morti, fare tariffari e cercare nuovi guai. Poi si stupisce se al mattino si sveglia stanca e con la coscienza in disordine. Montanelli avrebbe sorriso amaro: il problema non è che non impariamo dalla storia, è che la usiamo come alibi per rifare gli stessi errori, con fattura sempre più salata. di Redazione

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Arrivano i nostri

  Iran, attivisti, buone intenzioni e l’arte tutta europea di capovolgere l’integrazione Dodicimila morti non sono bruscolini. Non lo sono mai, ma lo sono ancor meno quando hanno il volto dei giovani e le ferite dell’esecuzione. I medici parlano chiaro, la cronaca pure. A questo punto, più che una nota diplomatica o una dichiarazione indignata, servirebbe una vecchia e impopolare parola: intervento. O, se preferite un termine più vintage, crociata. Non per esportare democrazia a colpi di slogan, ma per porre fine alla macelleria iraniana che va avanti da troppo tempo sotto il manto nero degli ayatollah. Dal 1979 a oggi, la Repubblica islamica ha trasformato la vita degli iraniani in una pentola a pressione: tappo ben sigillato, fiamma costante, esplosione inevitabile. Ora il coperchio è saltato. Trump, affarista per vocazione e pacifista solo quando conviene, ha fatto sapere ai dimostranti di resistere: la cavalleria a stelle e strisce, settimo cavalleggeri incluso, è in arrivo. Putin, come da copione, ha reagito stizzito. Ma farebbe meglio a preoccuparsi della coscienza piuttosto che della reputazione. Perché, come ricordava Charlie Chaplin, la coscienza è ciò che si è; la reputazione è ciò che gli altri pensano che tu sia. E quello, in fondo, è affar loro. Resta il dubbio di sempre: l’America estirperà il male o si limiterà a cauterizzarlo? Questione di giorni, forse di settimane. Poi lo sapremo. Attivismo, vocazioni e galere tropicali La Treccani definisce attivista colui che svolge intensa attività politica o sindacale. Nulla da eccepire. Più complesso è capire quando l’attivismo smette di essere impegno e diventa turismo del rischio. Il caso di Andrea Trentini, operatore umanitario di Humanity & Inclusion, è emblematico. In Venezuela da meno di un mese, fermato a un posto di blocco mentre portava aiuti, rinchiuso per 423 giorni in un carcere di massima sicurezza senza una formale accusa. Liberato, finalmente, grazie all’azione del nostro governo e, va detto, anche di Trump, che ha tolto di mezzo l’ennesimo artefice delle ingiustizie caraibiche. Ma la domanda resta sospesa come un cartello stradale ignorato: che cosa ci fanno attivisti, operatori umanitari o businessman avventurosi in Paesi dove lo Stato di diritto è un optional? Non sono personaggi di una serie anni Ottanta dal titolo Il pericolo è il mio mestiere. Sono cittadini normali, spesso animati dalle migliori intenzioni. Eppure un vecchio adagio ammonisce: chi cerca, trova. E in certe latitudini, ciò che si trova non è mai piacevole. Siamo felici per il lieto fine, ci mancherebbe. Ma restano le angustie, le sofferenze, le spese e l’ansia collettiva per riportarli a casa. Auguriamoci che possano ora trovare un’occupazione dignitosa in patria: non si guadagna molto, è vero, ma almeno non si finisce in galera senza sapere perché. O tempora, o mores! (e pure al contrario) Come se non bastasse un’Europa che somiglia sempre più a un bazar e sempre meno a una potenza; una Repubblica che tende a essere più giudiziaria che politica; una credibilità internazionale che si costruisce a fatica e si perde in un attimo, dobbiamo assistere anche all’erosione interna dei nostri principi fondanti. Siamo messi male fuori e peggio dentro. A Sesto San Giovanni, in un centro islamico, si tengono discorsi sull’Islam rivolti a bambini delle elementari. Nel Trevigiano, alunni inginocchiati verso la Mecca. Non episodi isolati, ma segnali di un fenomeno che merita attenzione: attività scolastiche che somigliano più a un delicato indottrinamento che a un autentico dialogo interculturale. L’integrazione dovrebbe essere un ponte. Qui rischia di diventare un tapis roulant che va nella direzione opposta. È chiaro: il governo ha mille emergenze, ma quando l’integrazione si rovescia, significa che siamo a testa in giù. E il vero problema è che non ce ne accorgiamo nemmeno. Finale Arrivano i nostri, dunque. In Iran, nelle carceri sudamericane, nelle scuole di provincia. Arrivano sempre con buone intenzioni, bandiere pulite e parole rassicuranti. Poi, come spesso accade, ripartono lasciando dietro domande irrisolte. La storia insegna una cosa sola: il mondo non si aggiusta con gli slogan, e l’identità non si difende con la distrazione. Ma noi, europei benpensanti, continuiamo a sorprenderci. Come se fosse la prima volta. Giuseppe Arnò

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Capodanno col botto (e senza bussola)

Tra tragedie vere, polemiche d’accatto e indignazioni selettive, l’anno nuovo comincia come il vecchio: molto rumore, poca verità.   Non tutto funziona a perfezione come un orologio svizzero, soprattutto nel pazzo mondo che pretendiamo di governare a colpi di slogan. E talvolta neppure in Svizzera. La notte di Capodanno, nel lounge bar Le Constellation, un locale popolare si è trasformato in una trappola mortale: almeno 47 morti, in gran parte giovani, e un centinaio di feriti gravi. Un inferno annunciato, dicono ora i primi riscontri: effetto tappo, pannelli fonoassorbenti, soffitto basso, scala stretta. Un catalogo di errori che, sommati, diventano una sentenza. E mentre si contano le vittime, c’è ancora chi attende una risposta, chi non sa se il proprio figlio sia tra i vivi o tra i nomi destinati a una lapide. Il resto è rumore di fondo. Ma il rumore, si sa, è la vera colonna sonora del nostro tempo. Così, mentre la Svizzera piange, altrove si discute d’altro. L’attivista svedese Greta Thunberg e la no-profit Slow Factory sentono l’urgenza di ricordarci che Gesù era “un palestinese nato sotto occupazione”. Peccato che la storia, quella vera e noiosa, racconti qualcosa di diverso: Betlemme oggi è in territorio palestinese, ma duemila anni fa no; Gesù era un ebreo della Giudea, nato sotto il dominio romano. Dettagli, direte. E infatti, nel dibattito contemporaneo, i dettagli sono un intralcio. L’importante è dire qualcosa, meglio se urlata, tanto mica siamo tutti schiavi dei fatti. Lasciamo però le chiacchiere da osteria globale e torniamo alle cose serie. Anche se, a ben vedere, il mondo insiste a confonderle. C’è chi discute animatamente del saluto di Mamdani, giudicato da alcuni simile a quello di Musk. La simbologia, si dice, manda sempre un messaggio. Chi vuole intendere, intenda. Mamdani, per di più, giura sul Corano. E allora la domanda sorge spontanea, e non è neppure provocatoria: New York è ancora negli Stati Uniti o è diventata una dependance degli Emirati? Forse Oriana Fallaci, quando parlava del rapporto fra Islam e Occidente, andrebbe riletta con meno sufficienza e più attenzione, almeno osservando ciò che accade tra Londra e Manhattan. Da qualche altra parte, però, si protesta sul serio. In Iran si torna in piazza, si rinnovano le “cinque giornate” di una rivolta che non fa notizia quanto meriterebbe, perché non è comoda e non è spendibile sui social. E intanto, sullo sfondo, prende forma una nuova Cortina di ferro: la futura linea di separazione tra Europa e Russia, disegnata non da ideali ma da una trattativa di pace che forse arriverà, e forse no. Nel frattempo, le vite umane continuano a valere poco. Carne da cannone. Dalla Russia arrivano cifre da ecatombe: 350 mila morti al fronte. Numeri enormi, che però non scaldano né raffreddano i palazzi del potere, dove si sta al caldo, a Mosca e dintorni, a discutere di equilibri geopolitici come se fossero partite a scacchi. Così l’anno nuovo parte con lo stesso ritmo stonato di quello vecchio. Tragedie reali, polemiche surreali, indignazioni a intermittenza. E non si va da nessuna parte. Forse il problema è che continuiamo a cercare soluzioni miracolose, quando basterebbe guardare la realtà per quella che è. Non inventare nulla di nuovo, ma scoprire, svelare, schiudere ciò che già esiste. Lo dice un vecchio detto, di quelli che non finiscono in trend. La domanda, come sempre, resta aperta: saremo capaci di farlo? Oppure preferiremo continuare a discutere del colore delle tende, mentre la casa brucia. Giuseppe Arnò

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Argentina magistra vitae

  BUENOS AIRES – Da tempo si è notato come ogni idioma sviluppi particolari preferenze per alcuni termini; si pensi all’uso del verbo fare (to do, non to make) in inglese o alla predilezione, tutta tedesca, rimarcata sia da Nietzsche sia da Thomas Mann, del verbo divenire (werden) o all’uso italiano di fare che spesso sopperisce a termini assenti come fare colazione o fare una doccia. Un caso analogo compare nell’uso argentino dello spagnolo “compartir“, condividere. In Argentina la condivisione sembra essere uno degli aspetti caratteristici della lingua e del comportamento di questo affascinante paese. Vorrei soffermarmi su questo dettaglio, che trovo molto significativo, senza stare a decantare le arcinote bellezze locali facilmente rintracciabili in qualsiasi buona guida turistica o blog.   Cosa si condivide? Farei due esempi e una breve nota a margine. Partiamo dal bere. La bevanda nazionale è il mate, un infuso di erba che cresce solo nel nord del paese e negli stati limitrofi. Bere il mate, quando si è in compagnia, è un’esperienza che travalica il semplice dissetarsi, ma mira a creare un gruppo, un legame, è una sorta di versione laica dell’Eucarestia. Esistono regole non scritte ma ben precise: si riempie, fino a circa due terzi, un contenitore di erba mate, si mette acqua calda e si beve da un beccuccio (la bombilla).   L’interessante è che chi prepara il tutto passa il contenitore ad una persona che, dopo aver bevuto, glielo restituisce affinché venga dato a un altro presente e così via. Tutti bevono lo stesso infuso allo stesso beccuccio nello stesso contenitore, che passa di mano in mano sempre però attraverso la mediazione di chi prepara la bevanda valutandone di volta in volta la necessità di aggiungere acqua rigorosamente calda, ma non bollente. Un modo di bere si potrebbe dire, con un termine abusato, comunitario; in effetti il “compartir” del mate crea una notevole intimità tra le persone; non a caso un amico argentino in Patagonia mi faceva notare come avesse grosse difficoltà a far accettare questa vera e propria cerimonia a persone di cultura anglosassone.   Puntualizziamo. Non emetto giudizi di valore sulle diverse culture mi limito a sottolineare le differenze riscontrabili tra un’idea di collettività, di gruppo e una valorizzazione del singolo con la relativa difesa della privacy (termine non a caso inglese); il “compartir” argentino si appella a qualcosa che lega l’individuo a un gruppo di appartenenza senza richiedere particolare conoscenza di chi ci circonda, è un’apertura all’altro basata sulla fiducia; le difficoltà riscontrate dal mio amico sottolineano semplicemente le differenze culturali. Non tutti sono disponibili a bere in questa maniera.   C’è però un altro aspetto dove il “compartir” argentino si evidenzia e regna sovrano: il tango. Solitamente si pensa, soprattutto in Europa, che il tango sia un susseguirsi di figure più o meno elaborate in cui il cavaliere invita la dama a cimentarsi. La mia impressione è diametralmente opposta: il tango è un mezzo attraverso il quale due persone, anche sconosciute, condividono un’esperienza comunicativa corporale che mira a mettere in connessione il loro intimo e non a destreggiarsi in evoluzioni proprie di altre danze (altrettanto rispettabili!).   C’è una canzone che descrive bene cosa avviene: “così si balla il tango, sentendo nel viso il sangue che sale a ogni battuta, mentre il braccio come un serpente si attorciglia alla vita quasi a spezzarla. Così si balla il tango, mescolando l’alito, chiudendo gli occhi per ascoltare meglio”. Questo è il punto: due esseri umani entrano in connessione nel breve spazio di un ballo dando vita a una coppia nel senso più profondo del termine perché condividono un’esperienza che li unisce saldamente. Ma questa unione può preannunciarsi fin dall’inizio con l’invito a ballare attraverso il semplice sguardo (la “mirada”). Visto dall’esterno ha un valore molto pregnante: improvvisamente due persone si alzano e, senza scambiarsi una parola, si dirigono verso la pista incontrandosi. Lo sguardo condiviso crea una coppia che, nel ballo, può entrare in piena sintonia. Certo, non è facile ma è il lato più interessante. Uno sguardo, gli occhi che parlano, poi l’abbraccio (“sacro agli dei” per i tragici greci) come dono della propria intimità e infine il linguaggio del corpo modellato dalla musica. Penso non esista un modo di condividere più profondo. Ma questa condivisione, questo entrare in connessione è tutt’altro che scontato o semplice, il che spiega come spesso si prenda la scorciatoia del tecnicismo o, peggio, dell’esibizionismo. Non a caso un’italiana che ho incontrato in milonga a Buenos Aires si lamentava dicendo che gli argentini “non sanno ballare” (!??!) perché non fanno figure; diceva una cosa vera, a parte la vena di arroganza provinciale, ma il fine del tango non è la figura è “compartir” un’esperienza esistenziale.   Un’ultima annotazione. Nella Costituzione del 1853 venne abolita, senza una sanguinosa guerra civile, la schiavitù ma, cosa ancora più interessante, si stabiliva l’obiettivo di “promuovere il benessere generale e assicurare i benefici della libertà a noi, alla nostra posterità e a tutti gli uomini del mondo che vorranno abitare sul suolo argentino (todos los hombres del mundo que quieran habitar en el suelo argentino)” (premessa). Penso che abbiamo molto da imparare dal “compartir” di questa nazione.   Nicola F. Pomponio Fonte: Goffredo Palmerini

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Il mondo cambia. A parole.

  Dalla giustizia a geometria variabile alle guerre eterne, passando per ponti immaginari e trattati evaporati   I titoli di oggi sembrano usciti da un giornale satirico, se non fosse che fanno sul serio: crolla il mantra delle toghe rosse, la grande bufala di Open Arms, Salvini assolto. E a suggellare l’ovvio che diventa notizia, la sentenza più realistica della giornata: «Difendere i confini non è reato». Ci voleva un’assoluzione per scoprirlo. Era chiaro sin dall’inizio che il caso fosse più politico che giudiziario, più ideologico che giuridico. Una farsa imbellettata da processo, preparata con cura e servita fredda all’opinione pubblica. Le rivelazioni di Palamara, e di altri, meno chiacchierati ma non meno eloquenti, non hanno fatto che confermare ciò che molti cittadini avevano già capito senza bisogno della toga: quando la giustizia diventa strumento, smette di essere giustizia. Il problema, però, non è Salvini. Il problema è il metodo. Le leggi le fa il Parlamento; alla magistratura spetta applicarle, non inventare casi per farle tornare utili a una tesi precostituita. Il caso giudiziario non è una sceneggiatura: o esiste o non esiste. E quando non esiste, costruirlo è un abuso. Su queste cose non si scherza, perché di mezzo ci sono la libertà e l’onore dei cittadini. Materie prime che uno Stato serio maneggia con cautela, non con disinvoltura ideologica. Forse qualcosa, da questo punto di vista, si muove. Una riforma della giustizia, qualche manciata di sale nelle “zucche” giuste e la speranza, flebile ma ostinata, che i poteri dello Stato tornino a pascolare ciascuno nel proprio recinto, senza attrazioni fatali e senza sconfinamenti romantici. È poco, ma è già qualcosa. Altrove, invece, il tempo sembra essersi fermato. Ucraina e Russia restano impantanate in una guerra che tutti commentano e nessuno risolve: campa cavallo. Due popoli, due Stati, una pace sempre evocata e mai praticata. Gli Stati Uniti d’Europa? Un’idea bellissima, da convegno e da manifesto, purché resti tale. Cina e Taiwan vivono con la corda tesa, come acrobati che sanno di poter cadere ma continuano lo spettacolo. E la lista delle crisi irrisolte è talmente lunga che ormai fa curriculum. A questo punto viene voglia di scommettere: si farà prima il ponte sullo Stretto o l’accordo UE–Mercosur? Il trattato del ventennio, annunciato come imminente e solenne, è evaporato per mancanza dell’accordo di Francia e Italia. Firma rinviata, capitolo rimandato, telenovela confermata. Se ne riparla nel 2026, forse. Quanto al ponte, se ne parla da millenni: ormai non è più un progetto infrastrutturale, ma una leggenda mediterranea, come Ulisse o le sirene. Tirando le somme, non possiamo dire che questo sia stato un buon anno. Nulla è davvero cambiato. A meno che il cambiamento non sia diventato un fine in sé, una ginnastica retorica buona per conferenze stampa e talk show. Come ci ha insegnato Il Gattopardo, «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». E mai come oggi questa frase sembra la vera costituzione non scritta del nostro tempo. Il mondo annuncia svolte epocali, ma gira su se stesso. Si assolve l’ovvio, si rinvia l’essenziale, si combattono guerre infinite e si costruiscono ponti invisibili. Cambia il lessico, non la sostanza. E mentre tutti proclamano il nuovo, il vecchio, quello vero, continua a governare. In silenzio, come sempre. di Redazione

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Immacolata, immacolati… e noi? Cronache semiserie di un mondo che si scolla

Dalla purezza mariana alle impurità terrestri: viaggio sarcastico tra santi irraggiungibili, politici imploranti e società che festeggia mentre affonda. a   a Oggi, 8 dicembre, si celebra l’Immacolata Concezione: una festa solenne, nobile, universale, proclamata con tutti i crismi già nel 1708 da Clemente XI, bolla pontificia inclusa. Una di quelle ricorrenze in cui il cielo sembra illuminarsi un po’ di più, almeno sulla carta e nei programmi liturgici. In Portogallo, addirittura, è festa nazionale in onore della patrona. E nel resto del mondo la si onora con parate, fuochi d’artificio, processioni, luminarie: insomma, tutto il repertorio per ricordarci che la purezza esiste… almeno in teoria. Già, perché mentre la Madonna resta immacolata, quaggiù le macchie pullulano come dopo una pioggia nel bosco. E infatti, ecco Zelensky. Domani mattina lo ritroveremo a Castel Gandolfo, ospite di Papa Leone (che non esiste, ma forse è un segno dei tempi: ormai nemmeno i Papi riescono a rimanere al loro posto nei titoli dei giornali). Sarà ricevuto a Villa Barberini alle 9:30, probabilmente in cerca dell’ennesima benedizione. Si direbbe che non sappia più a quale santo votarsi: corre avanti e indietro come uno che ha perso il numero del carro attrezzi, mentre gli “amici volenterosi” lo tirano per la giacca sulla cessione dei territori e Washington gioca a fotticompagno, strizzando l’occhio a Putin e bacchettando l’Europa come uno scolaretto distratto. Risultato: nessun segno di pace sulla terra martoriata d’Ucraina, ormai finita sul banco delle trattative tra Trump e Putin. L’Europa balbetta una difesa debole, inefficace; Trump non vede l’ora di sfilarsi dalle responsabilità e intanto si è già assicurato i suoi interessi, soprattutto quelli legati alle terre rare. A guadagnare tempo sono solo gli affari. Del resto, non serve andare lontano per trovare il disordine: basta allargare l’obiettivo. Cina contro Giappone, Cina contro sé stessa, contro noi, contro tutti. Un mondo che accumula armi come fossero punti fragola del supermercato e che brucia miliardi al giorno in arsenali sempre più sofisticati. E poi apri il giornale e trovi:“Gli comunicano lo sfratto: 71enne fa esplodere la casa e muore.”Firenze. Italia. Europa. Pianeta Terra. Mentre gli Stati si preparano alla guerra mondiale, la disperazione individuale riesce ancora a competere come potenza distruttiva. Per fortuna, per bilanciare tanta cupezza, arriva una notizia “allegra”:Roma si illumina per il Natale, acceso l’albero a Piazza del Popolo.Il sindaco Gualtieri inaugura le festività. Il pensiero corre ai Baccanali: riti dionisiaci, eccessi, dissolutezze… ma è solo un volo pindarico. Anche perché ormai ci accontentiamo di un selfie sotto le lucine LED e, al massimo, di un vin brûlé tiepido. Sul fronte politico, Salvini sbotta ancora. Questa volta dopo le rivelazioni de Il Giornale sui permessi islamici e sul temibile scenario del 2050. Il vicepremier invoca accordi chiari, più chiari del cielo dell’Immacolata. Qualcuno in Europa, nel frattempo, lo consola approvando la norma sui Paesi terzi. Ma la vera spina nel fianco dell’italiano medio, e non solo, resta sempre la stessa: la corruzione. E qui Norberto Bobbio, come un vecchio saggio che entra in scena dalla quinta, ci ricorda che la società italiana appare moralmente fiacca, putrefatta. Non solo il governo: tutti. Un gioco di specchi, ricatti e convenienze che forma una ragnatela da cui non si esce se non perdendoci un pezzo di reputazione. E mentre Bobbio ci ammonisce a distanza di decenni, scorrono le cronache fresche del giorno:– traballa la nomina di Albanese all’Onu, perché le regole sono diventate un optional;– si dimette l’amministratore del San Raffaele: caos, revoche, dimissioni;– un primario che pretende soldi per la dialisi, manco fosse un parcheggiatore abusivo;– Qatargate che continua a sgocciolare veleni;– a Cuba un ex ministro dell’Economia condannato all’ergastolo per spionaggio. Viene naturale chiedersi: da chi siamo circondati? E, soprattutto, da chi siamo governati?Votare serve ancora? O è diventato un rito dionisiaco anche quello, con meno vino e più amaro in bocca? Il mondo brucia, la corruzione dilaga, la guerra si prepara, la disperazione esplode, la politica arranca. A questo punto, il pranzo è servito: buona indigestione. Per finireE allora, in questo giorno dedicato all’Immacolata, una verità si impone: la purezza è una grazia, non un talento. E noi, che di grazie ne riceviamo sempre meno, potremmo almeno sforzarci di non peggiorare il mondo dopo il caffè. Perché i miracoli non capitano tutti i giorni; gli scempi, invece, sì. di Redazione

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Italia, promossa con riserva

Dal deficit che dimagrisce ai ponti che ingrassano: storia semiseria di un Paese che ce la fa… quasi. a Non sarà proprio la notizia che fa sobbalzare il lettore dalla sedia, ma è pur sempre un raggio di sole nel grigio del quotidiano: «Italia verso la fine della procedura di infrazione». Bruxelles dà un buffetto affettuoso al governo Meloni, confermando che Pil, inflazione e deficit procedono composti come studenti alle scuole medie il giorno della visita ispettiva. Per chiudere definitivamente la faccenda si attende aprile e i numeri Eurostat: serve quel benedetto 3% nel rapporto deficit/Pil, soglia mitologica come l’araba fenice. Certo, la gioia sarebbe più piena se il Paese non avesse dovuto salutare, proprio in questi giorni, le gemelle Kessler, ultime icone di un’Italia che ballava più leggera, e se la Corte dei Conti non avesse aggiunto un altro capitolo alla faticosa saga del Ponte sullo Stretto. Il visto di legittimità al terzo atto aggiuntivo? Rimandato. Le motivazioni? Tra trenta giorni, che ormai sono il tempo standard per tutto: dai referti medici alle promesse elettorali. E qui, più che l’ingegnere, entra in gioco il filosofo: si spera davvero che la giustizia contabile agisca “nell’interesse della collettività”, con valutazioni sobrie, oggettive e soprattutto disinteressate. Se poi così non fosse, ipotesi remota, per carità,  i lavori del ponte andrebbero avanti lo stesso, ma rischierebbe di franare un altro ponte, quello tra il cittadino e la fiducia nelle istituzioni. E come diceva il buon Giulio Andreotti: “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. Fin qui casa nostra.Ma allargando l’obiettivo, lo spettacolo non migliora. In Europa, alla parola “cento” uno pensa a un compleanno, ai brindisi, ai “cento di questi giorni”. Invece no: Parigi promette cento Rafale per Kyiv. E il Regno Unito si accoda, spingendo per una coalizione che garantirà la sicurezza ucraina anche nel dopoguerra. Dall’altra parte dell’emisfero, gli Stati Uniti strizzano l’occhio a Seul sui sottomarini nucleari: un modo gentile per ricordare alla Cina che l’Indo-Pacifico non è un lago privato. La Corea del Sud rilancia, sostenendo che le nuove capacità servono a contrastare la Corea del Nord, che, non c’è bisogno di dirlo, avrebbe già costruito il suo primo sottomarino nucleare la scorsa primavera. Per non deludere il Paese che ci ospita, ecco una nota locale ma non troppo: firmato un memorandum sulla protezione civile tra il Trentino e lo Stato brasiliano di Santa Catarina. Non salverà il mondo, ma almeno qualcuno prova ancora a collaborare senza mostrare i muscoli. Poi c’è il Sudan, dove si continua a morire non di caldo, ma di proiettili. Chiese e moschee diventano colabrodo, vite e famiglie pure. Ma il tutto finisce in fondo ai giornali: una riga, un trafiletto, giusto per sistemare la coscienza del redattore e non turbare troppo il lettore. Il resto è un susseguirsi di riarmi, strategie, alleanze, contralleanze. Un mondo che sembra allenarsi non alla pace, ma alla palestra militare. Per fortuna, non tutto ciò che vola è un Rafale.Ed ecco finalmente una buona notizia: in Transilvania, proprio lì, nella patria di Dracula, si celebra la grande tradizione gastronomica italiana grazie a un evento del Comites Romania. Niente missili, niente sommergibili: solo piatti fumanti e persone che si siedono a tavola invece che ai tavoli negoziali. E allora sì, almeno per una volta, si mangia. E bene. Come direbbe Montanelli: in un mondo dove tutti preparano la guerra, noi almeno sappiamo ancora preparare una buona pasta. E non è poco. Giuseppe Arnò

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