La liberazione di Cecilia Sala: un successo diplomatico e una riflessione sui diritti e la libertà di stampa

Sintesi della vicenda Cecilia Sala, giornalista italiana del Foglio e di Chora Media, è stata liberata dalle autorità iraniane dopo 20 giorni di detenzione nella prigione di massima sicurezza di Evin, a Teheran. Sala era stata arrestata il 19 dicembre 2024 senza accuse formali, mentre si trovava in Iran per documentare le condizioni di vita delle persone. La sua liberazione è avvenuta grazie a intensi negoziati diplomatici e al lavoro dei servizi italiani. La premier Giorgia Meloni ha annunciato personalmente la notizia, sottolineando il ruolo decisivo della diplomazia italiana. Anche i genitori e il compagno di Sala hanno espresso grande emozione e gratitudine, così come colleghi e figure politiche di maggioranza e opposizione, che hanno lodato l’operato del governo e del Ministero degli Esteri. Aspetti politici e sociali Successo diplomatico e consenso trasversale Il caso dimostra la capacità della diplomazia italiana di mobilitarsi in modo efficace per tutelare i propri cittadini all’estero. L’operazione ha ricevuto il plauso non solo dalla maggioranza ma anche dall’opposizione, consolidando un raro momento di unità politica. La presenza diretta della premier Meloni e il coinvolgimento personale del ministro degli Esteri Tajani hanno rafforzato l’immagine di un governo proattivo. Relazioni internazionali e contesto geopolitico La liberazione di Sala è avvenuta in un contesto complesso, segnato da tensioni tra Iran, Stati Uniti e altri Paesi occidentali. Il caso dell’ingegnere iraniano Mohammad Abedini, detenuto in Italia, potrebbe aver avuto un ruolo implicito nelle trattative, evidenziando come vicende individuali si intreccino con strategie geopolitiche più ampie. L’incontro di Meloni con Trump a Mar-a-Lago sottolinea l’importanza di coordinarsi con partner internazionali su questioni delicate. Libertà di stampa e diritti umani L’arresto di Cecilia Sala riflette i rischi affrontati dai giornalisti che operano in regimi autoritari. Il caso evidenzia le difficoltà crescenti per la libertà di stampa in Iran, dove il governo utilizza la detenzione arbitraria per intimidire e scoraggiare il lavoro giornalistico. Questa vicenda rappresenta un monito sulla necessità di proteggere i diritti fondamentali e i professionisti dell’informazione. Impatto sociale e solidarietà L’emozione condivisa dai familiari, colleghi e dall’opinione pubblica dimostra come il ritorno di Sala sia stato vissuto come una vittoria collettiva. Questo caso ha acceso i riflettori sul ruolo del giornalismo in aree di crisi e ha generato una mobilitazione che va oltre il singolo episodio, rafforzando la consapevolezza dell’importanza della libertà di stampa. Riassumendo La liberazione di Cecilia Sala rappresenta un momento di sollievo e orgoglio nazionale, ma invita anche a riflettere sulle sfide della libertà di espressione e dei diritti umani in contesti repressivi. Dal punto di vista politico, la vicenda sottolinea l’importanza della diplomazia, del dialogo internazionale e della coesione interna per affrontare situazioni complesse e salvaguardare i valori democratici. Redazione

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Un bacio per costruire… scoop!

 La visita di Meloni a Trump e il delirio mediatico “Dammi uno spunto e la mia immaginazione esploderà di notizie”: parafrasando Louis Armstrong (A Kiss to build a dream on), sembra essere questo il mantra dei media di fronte alla recente visita di Giorgia Meloni a Donald Trump. Un evento che, nella realtà, pare più misterioso di un episodio di X-Files ma che, secondo alcuni giornali, è stato ricostruito con l’entusiasmo di un romanziere sotto scadenza. Meloni vola in Florida, Trump la accoglie come si farebbe con una vecchia amica che porta un ottimo vino, e alcuni giornali esplodono in ipotesi degne di un film di fantapolitica. “Ha preso d’assalto l’Europa!”, gridano i titoli, facendo riferimento a una esclamazione di Trump. “Dialoghi segreti sul caso Sala!”, sussurrano le fonti. Nel frattempo, nella realtà parallela, Meloni e Trump si scambiano i soliti convenevoli, salgono al piano di sopra per conversare un’ora e mezza e guardano un documentario sul presunto “furto” elettorale del 2020. Un evento ufficiale degno di un cineforum di quartiere. Ma alcuni media non si accontentano. Perché riportare i fatti quando puoi approntare un’intera serie Netflix? Dalla rassegna stampa internazionale emergono particolari inediti, fonti misteriose che rivelano dialoghi che nemmeno gli interessati saprebbero riconoscere. È così che nascono le “notizie”: un pizzico di realtà, una spruzzata di fantasia e voilà, la pozione magica per vendere copie. Non c’è limite all’immaginazione: se volessimo esagerare anche noi, potremmo titolare così il resoconto della giornata: “Meloni vola in Florida per la première di Eastman: red carpet e popcorn inclusi!”. Sembra assurdo? Certo, ma almeno non ci prendiamo sul serio. E forse è proprio quello che, con rispetto parlando, manca a certa stampa. Redazione   Foto Armstrong: This file is made available under the Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication. Foto Trump: Estratto filmato RAI News 24 HD

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SERVIZIO CIVILE IN KENIA: LA STORIA DI LORENZO

–Queste feste lontane dall’Italia una scelta un po’ dura o no?- “Effettivamente è il primo Natale che passo lontano dalla mia famiglia penso che lo sentirò molto, perché sono stato abituato a fare il pranzo con i miei familiari, a vedere gli amici, perciò credo che accuserò molto questa cosa. Qui non si sente molto l’atmosfera natalizia, perché siamo sempre in spiaggia e ci sono sempre 30° gradi, però sicuramente, sentendo i miei cari e i miei amici che si stanno preparando a questo giorno sono certo che sentirò la lontananza da casa, insomma la nostalgia.” A condividere la sua emozione in prossimità del Santo Natale è  Lorenzo Toninelli, giovane di Borgo San Lorenzo, cittadina in provincia di Firenze, neolaureato in psicologia clinica all’Università di Padova che nell’ottobre 2024, dopo aver svolto un corso di formazione a Roma, è partito con il Servizio Civile all’Estero, destinazione Africa. L’incarico terminerà per lui il 18 agosto 2025. Prima di partire ha rinnovato il passaporto, preparato il visto, che per entrare in Kenya oggi si chiama ETA (Electronic Travel Authorization) e fatto una decina di vaccini.– Ti trovi in Kenya, ma dove di preciso?- “Sono vicino a Mombasa, per l’esattezza a Diani, che in lingua Swahili diventa Ukunda, 100mila abitanti. Diani appartiene alla contea di Kwale” – Chi ti ha inviato in questa zona? – “Arrivo qui nell’ambito del Servizio Civile Italiano all’Estero, inviato da Amesci, organizzazione italiana con sede a Roma, ma lavoro con un’organizzazione locale che si chiama Vack (Voluntary Action for Change in Kenya). L’associazione opera a Nairobi ma da qualche anno si è messa ad operare anche a Diani, zona molto turistica, dove la presenza di ONG è abbastanza scarsa. “– Quale lavoro svolgi qui in Kenya?- “ In questo preciso momento cerchiamo principalmente di costruire le basi di un progetto che possa perdurare negli anni. Il lavoro è principalmente un supporto umanitario alla comunità locale e, nello specifico, stiamo lavorando in questi mesi in un orfanotrofio con bambini e ragazzi, cercando di proporre attività, seminari o tutto quello che necessita in relazione alle esigenze che ci sono. Inoltre aiutiamo un’associazione che si occupa della protezione delle tartarughe marine, con l’organizzazione di eventi o utilizzando i social media. Svolgiamo anche un servizio in un villaggio, tra una comunità di donne, dove insegniamo loro l’inglese, visto che non possono accedere alla scuola e facciamo attività di empowerment per la creazione di un business che possa generare profitto”. – Qual è il momento più difficile e quello più bello che hai vissuto da quando sei arrivato in Kenya, ad ottobre?- “ Il momento più difficile magari lo sto vivendo adesso, perché è passata un po’ l’euforia dell’inizio. Adesso si tratta di abituarsi allo stile di vita che c’è qua, al modo di pensare che è molto diverso dal nostro. Non è come quando si è appena arrivati, adesso si comincia proprio a vivere qui, quindi dobbiamo scendere a molti compromessi e individuare delle attività per le persone del posto che possano essere efficaci. Perciò il momento più difficile consiste nel trovare le attività che possano interessare le persone, ho proposto delle attività che non hanno ottenuto il coinvolgimento sperato e non venivano capite, quindi ho dovuto ripensare tutto da capo. Questa è sicuramente una cosa nella quale, in questo periodo, mi sto interfacciando molto, si tratta  davvero ogni volta di reinventarsi e capire cosa può funzionare in questo progetto. Invece, il momento più bello, è stato vedere come ogni giorno, malgrado ti capiti di avere anche  attimi di sconforto perché le cose non vanno come si vorrebbe, che le persone cominciano ad affezionarsi a te. Vedere quando entri in orfanotrofio o nella comunità che i bambini e le donne ti corrono incontro, per me è una cosa bellissima. Una scena che mi ricordo e mi ha colpito molto, è stata quando lasciavamo la comunità con il tuk tuk (mezzo di trasporto a tre ruote) e i bambini e le ragazze con i quali facciamo attività ci sono corsi dietro per salutarci accompagnati dalla musica, perché ci saremmo rivisti dopo una settimana. “  – Tu hai parlato di una mentalità completamente diversa dalla nostra, in cosa si differenzia rispetto al nostro modo di vivere?- “Il discorso è un po’ complesso. Abbiamo davanti una mentalità che a me personalmente ha insegnato molto, perché da una parte è un modo di vivere molto tranquillo, senza grandi progetti a lungo termine, si vive molto alla giornata e da una parte è bella perché ti fa pensare a fermarti, goderti il momento che stai vivendo con calma, e questo è positivo. Quando però si va a lavorare diventa un po’ più complesso perché se vuoi lavorare in modo un po’ più articolato, se vogliamo fare, ad esempio, lezioni di inglese può succedere a volte, come è successo, che siamo arrivati al villaggio e non c’era nessuno, perché erano andati tutti a lavorare, perché quel giorno c’era la possibilità di guadagnare a testa 1 o 2 euro e allora l’attività che dovevamo proporre è sfumata.  Le persone qui non si proiettano nel futuro, vivono davvero “carpe diem”. Non si investe su se stessi a lungo termine, se c’è un lavoro da fare al momento per guadagnare qualcosa si fa, del resto è tipico del contesto in cui queste persone vivono. Per un operatore, però, che vuol fare questo tipo di attività diventa una sfida perché in contrasto con quello che propone. Infatti non c’è continuità in quello che facciamo, perché le persone non sempre partecipano, in quanto noi non le paghiamo.”  -Ma questo lavoro come arriva?- “E’ tutto incentrato sul nostro responsabile che si chiama Simon, lui è un ragazzo di Nairobi che ha trascorso la sua infanzia in uno slum, una baraccopoli dal quale è riuscito ad uscire, ha conosciuto l’associazione e ne è diventato operatore. Simon ha 25 anni come me, è molto bravo e per questo gli hanno affidato il progetto qui a Diani. In 5 anni Simon ha costruito dei rapporti di fiducia all’orfanotrofio e con le persone della comunità, perciò

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Dalla Siria con furore: il crollo di Assad e l’hangover geopolitico di Putin

La caduta del regime di Bashar al-Assad e il conseguente ritiro russo dalla Siria sono un affresco crudele di geopolitica, in cui le ambizioni si trasformano in macerie e i miti crollano sotto il peso della realtà. Se la Russia voleva dimostrare di essere una potenza globale, ha finito per rivelare di essere poco più di un attore in una tragedia di secondo ordine, con Wagner a fare da coro sinistro e il traffico di captagon come parodia economica del “soft power”. Ironia della sorte, Mosca, che aveva promesso di riportare ordine e stabilità, si ritrova a trasportare più baathisti sui suoi aerei cargo di quanto non porti via sistemi d’arma. È quasi poetico che il declino della Russia in Siria sia stato scandito da promesse vuote, basi smontate e Kalashnikov caricati su Antonov con la stessa solennità con cui si trasloca un appartamento. Putin, che nel 2017 prometteva fuoco e fiamme ai terroristi, oggi deve spiegare come mai quei “terroristi” controllano le strade che portano ai suoi ultimi avamposti nel Mediterraneo. La geografia della disfatta russa è una lezione di storia in tempo reale. La Siria è stata il banco di prova di una politica estera muscolare, che si è rivelata muscolosa quanto un colpo di tosse. Se la guerra in Ucraina ha esposto i limiti dell’arsenale russo, la Siria ha messo in luce i limiti della sua strategia: non si possono costruire imperi moderni sulle fondamenta di una propaganda che si sbriciola al primo colpo di mortaio. E poi c’è il captagon, il lubrificante economico che Assad e soci hanno usato per sopravvivere. La “droga del jihad” ha trasformato il regime in uno Stato-narco, e ora che la produzione è stata distrutta da HTS, resta solo una lezione spietata: quando la politica diventa tossica, lo fa in tutti i sensi. Ironico che un regime che spacciava captagon per finanziare repressioni si sia autodistrutto, come un tossicodipendente che consuma la propria ultima dose. Infine, c’è la domanda fatidica: è davvero la fine dell’invincibilità di Putin? Forse. O forse il leader russo ha semplicemente dimenticato che le guerre moderne non si vincono con basi aeree sfarzose e propaganda kitsch. La Siria non è l’Afghanistan degli anni ’80, né il Vietnam del 2024. È una pagina di Wikipedia che si aggiorna più velocemente della capacità di Mosca di adattarsi. E quando il teatro delle ambizioni globali diventa troppo grande per il protagonista, il pubblico inizia a chiedere il rimborso del biglietto. Tant´è! Redazione

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RAI Senza Pubblicità: La Rivoluzione della Cultura Televisiva

Liberiamo la RAI: Una Televisione Senza Pubblicità e Piena di Cultura! Da anni sentiamo parlare di abolire il canone RAI e privatizzare l’Azienda. Ma fermiamoci un attimo: è davvero questa la strada giusta? La famigerata legge Gasparri, con il suo tetto alle pubblicità per la RAI, ha creato un bel vantaggio per le emittenti private (Mediaset, stiamo guardando te!), costringendo la TV pubblica a giocare con un braccio legato dietro la schiena nel mercato pubblicitario. Ecco i numeri in gioco: Il mercato pubblicitario TV in Italia vale circa 4 miliardi di euro. La RAI riesce a portarne a casa solo il 30%. Aggiungiamo il gettito del canone: circa 1,8 miliardi di euro. Totale? 3 miliardi di euro per mandare avanti baracca e burattini. La Grande Idea: Basta Pubblicità, Largo alla Qualità! Invece di eliminare il canone e lasciare la RAI a sguazzare nei gorghi della pubblicità commerciale (dove si vendono sogni irrealizzabili e… padelle magiche), diamole una missione nobile: creare una televisione che educhi, ispiri e faccia sognare davvero. Come Fare? Zero pubblicità, davvero! La RAI deve dire addio per sempre a qualsiasi entrata pubblicitaria. Fine degli spot, inizio della qualità. Stop alle interferenze! Niente politica, sindacati, corporazioni o giustizia spettacolo. Qui si parla solo di contenuti, non di propaganda o polemiche. Un palinsesto che ci renda orgogliosi: Arte, musica, teatro, cinema, scienza, natura, sport… tutto quello che può elevare il nostro spirito e la nostra cultura. E il Canone? Rivoluzioniamo anche quello: Da 70 a 120 euro all’anno (10 euro al mese), ma su base volontaria. Niente obblighi: chi crede nel progetto, paga e supporta la nuova RAI. Immagina che anche solo la metà delle famiglie italiane aderisca: boom! La RAI potrebbe incassare 500 milioni di euro in più. E con un paio di aggiustamenti interni, addio pubblicità! Perché Abbonarsi? Gli abbonati volontari avrebbero accesso a una programmazione esclusiva, fatta solo di contenuti di altissima qualità e totalmente priva di interruzioni pubblicitarie. E chi non paga? Continuerebbe a guardare la RAI “tradizionale”, con i soliti programmi modellati sui desideri della politica. Un’Idea che Cambia Tutto Questa trasformazione non costerebbe un euro allo Stato. Ma potrebbe ispirare anche le altre emittenti private a seguire l’esempio, avviando una vera rivoluzione culturale. Una televisione che punta in alto, che educa e che finalmente fa la differenza. E allora, che ne pensi? Pronti a sognare una RAI migliore?  

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“Biglietto o revolver? Cronache dal Treno Selvaggio”.

    Biglietti, botte e biglietti di ritorno: il paradosso del viaggiatore violento Immaginate un tranquillo pomeriggio sul treno regionale. Il capotreno, armato di coraggio e obliteratrice, si avvicina con il sorriso d’ordinanza. “Biglietto, prego.” Ma ecco che si scatena l’inferno: l’ennesimo “portoghese” (che di lusitano non ha nulla) trasforma la carrozza in un ring di wrestling. Non è un film d’azione, ma una scena che si ripete con inquietante frequenza. Aggressioni, minacce, e un senso di impotenza che grava non solo sul personale ferroviario, ma anche sui passeggeri. Un problema che mescola povertà, disagio sociale e un sistema di giustizia che, francamente, sembra più una carrozza di seconda classe che un treno ad alta velocità. Rambo sul regionale? Cosa fare, dunque? Una proposta comune è quella di militarizzare i treni: poliziotti in divisa e manganelli pronti a garantire ordine e sicurezza. Immaginate un Bruce Willis del Pendolino, che tra una multa e l’altra salva l’umanità dalla minaccia del passeggero abusivo. Ma sarebbe davvero la soluzione? Probabilmente no. Non possiamo trasformare il trasporto pubblico in un film d’azione permanente, con passeggeri che viaggiano tra sirene e lampeggianti. Inoltre, i costi di una simile operazione renderebbero i già cari biglietti ferroviari degni di un volo intercontinentale. Il lavoro redentore Ecco una seconda idea: obbligare gli aggressori a “ripagare” il biglietto con il sudore della fronte. Li immaginiamo intenti a lucidare rotaie e pulire vagoni, sotto l’occhio vigile di un capotreno ormai promosso a supervisore morale. Non solo guadagnerebbero il costo del biglietto per un viaggio di sola andata verso il paese d’origine, ma imparerebbero anche il valore della convivenza civile. Tuttavia, qui si apre un dibattito: lavorare come punizione è efficace o rischia di scivolare in una deriva punitiva che non risolve il problema alla radice? Il problema più grande Queste proposte, pur suggestive, non affrontano il punto centrale: la violenza sui treni è solo una parte di un problema più vasto. Disuguaglianze economiche, mancanza di inclusione sociale e una giustizia che non scoraggia gli abusi alimentano questa spirale. Le aggressioni ai controllori sono lo specchio di una società dove regole e rispetto sembrano sempre più optional. Serve un approccio che unisca prevenzione, controllo e educazione. Perché sì, possiamo immaginare soluzioni comiche o paradossali, ma finché non si interviene sul terreno sociale, ci saranno sempre “viaggiatori” pronti a trasformare un semplice controllo biglietti in una scena da far-west. E voi? Che fareste se foste il ministro dei Trasporti? Giuseppe Arnò

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La caduta del muro di Berlino e gli altri muri

La caduta del muro di Berlino e gli altri muri di Carlo Di Stanislao   Wrong! Do it again! Wrong! Do it again! If you don’t eat your meat, you can’t have any pudding. How can you have any pudding if you don’t eat your meat? You! Yes, you behind the bikesheds, stand still laddy! Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright, Nick Mason – The Wall, 1979. Il 9 novembre del 1989 crolla il muro di Berlino e da allora il mondo ha conosciuto enormi cambiamenti. La fine della guerra fredda vede prevaricare una unica super potenza: gli Stati Uniti d’America. E mentre questi, allora, bombardavano la Serbia per la questione del Kosovo, la crisi economica asiatica metteva in ginocchio molte economie emergenti. Alcune  grandi istituzioni come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale del commercio, erano del parere che il “momento unipolare” fosse destinato a durare a lungo e che si sarebbe accompagnato al trionfo delle istituzioni internazionali liberali e della democrazia come unico sistema di governo per creare crescente prosperità. Invece, sottotraccia erano già in atto quei processi che avrebbero condotto al mondo di oggi. Nel 1980 le economie emergenti producevano solo il 25% del PIL mondiale, mentre quelle avanzate il restante 75%, oggi le prime hanno raggiunto quasi le seconde. Questa crescita non è stata armonica per tutte le economie emergenti: La Cina, per esempio, è oggi 13 volte più grande rispetto a trent’anni fa e l’India è cresciuta di circa 6 volte, mentre è crescita meno l’Africa Subsahariana (3 volte). Cambia quindi il baricentro economico del mondo: nel 1980 erea molto vicino all’Europa, oggi è in prossimità della Cina e dell’India. Secondo l’ISPI in futuro ci si aspetta un ulteriore spostamento ad est: entro il 2045 questo punto si troverà a poche centinaia di chilometri da Pechino. Quello che oggi sembra emergere con crescente evidenza è una nuova forma di bipolarismo, ovvero un mondo in cui la competizione politica ed economica globale si gioca sempre più tra due grandi potenze: Stati Uniti e Cina. Gli altri Paesi appaiono sempre più relegati a un ruolo secondario. Ciascuna di queste due potenze ha un’economia che vale circa 3-4 volte quella di Giappone, 5 trilioni di dollari, Germania, 4 trilioni di dollari, India, Francia e Regno Unito, 3 trilioni di dollari. Ancora più indietro c’è l’Italia (2 trilioni), che rimane nel G7 anche se è sempre meno tra le prime sette economie al mondo. Tutto ciò porta ad inquadrare una nuova “bipolarizzazione” del mondo, con Usa e Cina a fare da poli di attrazione per gli altri Paesi. E in un contesto di contrapposizione tra due superpotenze, la conflittualità tra le due è sempre dietro l’angolo. Oggi infatti gli Usa di Trump fanno di tutto per cercare di preservare il loro ruolo di leader mondiale. La Cina appare invece sempre più pronta a sfidare questa leadership, tant’è che nell’ambito commerciale si sta già svolgendo una vera e propria guerra commerciale. Una guerra che ha ovvie ricadute non solo per i due contendenti, ma per l’intero commercio e PIL mondiale. Ad avviare formalmente l’escalation è stato il presidente statunitense Joe Biden, che l’anno scorso ha imposto dazi sull’importazione di acciaio e alluminio dalla Cina, senza risparmiare neppure gli alleati europei. L’escalation dei dazi tra i due Paesi non si è al momento arrestata e i mercati iniziano a risentire del clima di incertezza, che colpisce di più quei Paesi in cui le esportazioni rappresentano il vero motore dello sviluppo: come la Germania, che alle proprie debolezze interne aggiunge l’incertezza dei mercati internazionali e rischia di trascinare verso il basso anche gli altri partner economici europei, tra cui l’Italia. Ma quello del commercio è solo un primo assaggio della competizione Usa-Cina che già oggi, e ancor più domani, si gioca su due terreni di cruciale importanza strategica: la tecnologia e le infrastrutture. Nel primo caso la Cina può già vantare un primato mondiale nella commercializzazione del 5G e intende accelerare ulteriormente, puntando nei prossimi anni alla leadership in altri settori tecnologici fondamentali, come quello dell’intelligenza artificiale. Anche nel secondo caso – le infrastrutture – la Cina ha agito prima e meglio degli USA lanciando la Belt & Road Initiative (BRI), che mira ad avvicinare a sé Paesi che spaziano dall’Asia all’Africa, all’Europa, con diramazioni addirittura fino all’America Latina. Un avvicinamento ottenuto promettendo a questi Paesi una accresciuta connettività e l’aumento degli scambi commerciali. Solo di recente gli Usa hanno risposto all’attivismo cinese, avviando a loro volta progetti di cooperazione infrastrutturale nel sud-est asiatico – il cosiddetto “The Quad” – con i loro tradizionali alleati: India, Australia e Giappone. Un ulteriore fattore derivante dalla nuova competizione Usa-Cina, con vaste ricadute anche per le imprese italiane che si affacciano sul mondo, ha un carattere più sistemico e riguarda la “fluidità” del sistema di alleanze a livello internazionale. C’è infatti una sostanziale differenza rispetto alla competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica dell’epoca della guerra fredda. Un primo lampante esempio di questa fluidità si è già avuto qualche anno fa. A fine 2015 Pechino decise di lanciare la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), una istituzione finanziaria multilaterale che sembrava in aperta competizione con la Banca Mondiale, una delle Istituzioni cardine dell’ordine liberale occidentale a sostanziale guida americana. Malgrado i moniti dell’allora presidente Obama, una folta truppa di Paesi Europei si affrettò ad aderire alla nuova banca di sviluppo cinese attratta dalle opportunità di business per le proprie imprese. E lo stesso vale per la BRI (Via della Seta), inclusa la decisione dell’Italia dello scorso marzo di sottoscrivere un Memorandum of Understanding (MoU) con Pechino. In definitiva, dunque, lo scenario internazionale che sembra stagliarsi all’orizzonte è quello di una nuova forma di confronto tra due grandi potenze che, da un lato, implica una inevitabile competizione, e dall’altro è segnato da una fluidità delle alleanze che spinge verso una crescente complessità e incertezza soprattutto a livello regionale. In questo nuovo scontro tra giganti il ruolo dell’Europa sembrerebbe destinato a ridursi ulteriormente, con i singoli Paesi europei che

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In cielo è arrivata una nuova stella: Matilde

Muor giovane chi è caro agli dei. Menandro   Il mondo dello sport italiano è in lutto: nella giornata di martedì 29 ottobre 2024, la giovane promessa dello sci alpino Matilde Lorenzi si è spenta a 19 anni a seguito delle conseguenze di una caduta in allenamento. A dare notizia della morte dell’atleta, facente parte del gruppo sportivo dell’Esercito, è stato il Ministero della Difesa. La componente della squadra junior femminile originaria di Villarbasse (Torino), militante in Coppa Europa, è rimasta vittima di un incidente mentre scendeva sulla pista Grawand G1 in Val Senales.   Matilde Lorenzi Questa la fredda cronaca. “Muor giovane chi è caro agli dei”, cosi’ proclamava il greco Menandro, cui ha fatto eco Leopardi, 21 secoli dopo, nel suo canto Amore e morte: «Muor giovane colui ch’al cielo è caro». Ci credevano, entrambi e tutti coloro che ripresero in seguito questo motto? O sono parole consolatorie dette così per dire, soprattutto nel periodo della Grecia antica, e più ancora arcaica, quando si dovevano giustificare le morti di tanti giovani nelle sue interminabili guerre (che le morti per stupro e violenza delle giovani non erano degne di menzione)?  Così si esprime l’eroe Achille, sotto le mura di Troia, consapevole di essere di fronte a un duplice destino; se resto a combattere, mormora tra sé, «è precluso a me il ritorno, ma avrò gloria immortale; se invece andassi a casa nella cara terra dei padri, sarebbe perduta per me la nobile gloria…» (Il. IX, 413-415). Ma 19 anni sono maledettamente pochi per morire e poco consola pensare che è accaduto mentre volava sotto il cielo esprimendo la sua gioia più grande e più pura: sciare. Amante della fotografia, della moda, della lettura e dell’uncinetto, praticato come antistress prima delle gare, le vette erano il suo rifugio: “La montagna è un posto dove sentirsi liberi e lasciarsi andare. Mi piace anche senza neve, per correre e andare in bici”. Questo aveva scritto pochi giorni prima. Quella montagna l’ha tradita o forse così amata da stringerla troppo. Di certo dal 29 scorso il cielo brilla di una luce in più. Sul vasto pendio, sotto le montagne che nel settembre del 1991 restituirono lo scheletro di un uomo di 5.300 anni fa, ribattezzato Oetzi, c’è la pista Grawand dove sono posizionate le porte rosse e blu. Squadre e sci club tracciano ognuno il proprio percorso. La pista Grawand nr. 3, dove si è consumata la tragedia di Matilde, è lunga 850 metri con un dislivello di 200, è classificata rossa ma non difficile, anche perché dopo un tratto iniziale ripido, diventa più facile. È proprio sul tratto pianeggiante, precisamente sul cambio di pendenza, che si è verificato l’incidente. Si dice quando è destino! Io credo che ogni destino ha un senso anche quello più tragico. Penso che il cielo avesse più bisogno della terra del giovane sorriso di Matilde e se l’è preso. Carlo Di Stanislao  Fonte: G. Palmerini

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Benvenuti nel club Kiwanis

Il 10 u.s. il presidente del Kiwanis Club Cosenza dott. Paolo Trotta ha  indetto una riunione sociale. Essa si è svolta nel terrazzo del BV President Hotel di Rende (CS) ed è stata organizzata dalla vice presidente Titti Mauro.I numerosi i sodali presenti hanno tracciato la linea guida delle prossime attività benefiche e nell’occasione hanno reso omaggio ai nuovi soci, che saranno parte attiva del sodalizio. L’ingresso di nuovi stimati membri nel tessuto associativo arricchisce sicuramente la potenzialità del sodalizio,  sempre teso a sviluppare, attraverso il precetto e l’esempio, un più intelligente, efficace e durevole senso civico. Le foto di cui sotto riprendono momenti di convivialità nel corso dell’evento.  

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Due ragazze lottano per la vita

In Toscana, nell’Alto Mugello, due ragazze lottano per la vita Non è facile chiedere -Come sta? – alla signora Nicoletta imprenditrice a Firenzuola con il marito e madre delle ragazze Virginia e Veronica Bensi, sapendo che entrambe, la più grande, Virginia, 24 anni e la minore Veronica di 18, sono affette da una malattia genetica rara ancora oggi incurabile: la malattia di Lafora. La sua risposta arriva come una stoccata, ma calma e con un tono di voce certo non rassegnato: “Ma, insomma, si tira avanti”. E la sua è una risposta che la dice lunga sulla battaglia che questa madre conduce per sostenere le sue figlie in un percorso di vita arduo, costituito per lo più da visite mediche, esami e farmaci. Infatti Virginia e Veronica sono affette da una patologia genetica rarissima, costituita dalla mancanza di un enzima che elabori l’eccesso di glicogeno nel cervello e che purtroppo, ad oggi, non ha ancora una cura. Il glicogeno è un polimero del glucosio e come tutti sappiamo il nostro cervello ha bisogno del glucosio, cioè di zucchero. “La quantità di zucchero in più nel nostro cervello” spiega Nicoletta “viene espulsa attraverso un processo metabolico che si chiama metabolismo del glicogeno dove si attivano una serie di enzimi che sono deputati a questo smaltimento, nel caso delle mie figlie questo enzima non funziona, cioè non fa il lavoro che deve fare, non degrada questi zuccheri che si accumulano, provocando una infiammazione a livello cerebrale che poi causa la morte delle cellule cerebrali. E’ un processo un po’ complesso, lei pensi ad un lavandino con il suo tubo di scarico, lei apre il rubinetto e l’acqua defluisce, se il tubo di scarico, però è intasato, l’acqua torna su riempiendo il lavandino. Ecco nella malattia di Lafora il sintomo di questo accumulo di zuccheri che riempie il cervello porta la crisi epilettica che viene tenuta a bada con i farmaci antiepilettici che però curano i sintomi non la causa della malattia. “- Questo tipo di patologia ha altri sintomi oltre le crisi epilettiche?- “No. Ci sono queste crisi che si ripetono spesso, perché purtroppo la malattia progredisce.”- Com’è la vita di Virginia e Veronica?- “A casa, perché la malattia va avanti ed è subdola, la persona che ne è affetta vive una vita normale fino a che questa non si manifesta, poi da quando è evidente la malattia comincia a progredire rapidamente come è successo a Virginia.” – Quando si sono manifestati i primi sintomi della patologia nelle sue figlie?- “ A undici anni”. – Ma voi genitori eravate a conoscenza dell’alterazione di questi geni negli organismi delle vostre figlie?- “No, assolutamente. Abbiamo fatto degli esami soltanto quando si è manifestata la malattia, prima non era possibile .”- Oggi la raccolta fondi può offrire una speranza concreta a Veronica e in seguito a Virginia già fortemente provata dalla malattia?- Sicuramente e dobbiamo raccogliere in fretta questi soldi che serviranno a loro, ma anche agli altri ragazzi che non hanno voce per far sì che possano partire il prima possibile. – COS’E’ LA MALATTIA DI LAFORA La malattia di Lafora, più semplicemente LD, consiste in una grave epilessia mioclonica progressiva. La LD è ereditaria e rara. E’ caratterizzata da mioclono o crisi epilettiche generalizzate, intense e frequenti, allucinazioni visive e deterioramento neurologico progressivo. La malattia nel progredire può portare il paziente alla demenza, segue uno stato semivegetativo. La malattia di Lafora presenta un’aspettativa di vita che va dai 4 ai 10 anni. I pazienti affetti dalla malattia di Lafora in Italia sono 28, mentre si contano 250 casi in tutto il mondo. Per questo tipo di patologia non esistono attualmente delle cure. LA CAMPAGNA SU GoFundMe PER LA RACCOLTA FONDI Oggi le due sorelle, insieme ad altri 10 ragazzi, potrebbero sperimentare lo ION283 un farmaco che potrebbe essere efficace per contrastare la malattia di Lafora. Il trial clinico avrebbe la durata di due anni e si dovrebbe svolgere negli Stati Uniti presso lo UT Southwestern Center di Dallas, in Texas, ma per effettuare questo percorso terapeutico, comprensivo di trasferimento, ospedalizzazione, soggiorno, vitto e alloggio, i costi per le famiglie sono esorbitanti, per questo motivo  è partita una raccolta fondi destinata, non solo alle due ragazze, ma anche ad altri giovani italiani che come loro hanno bisogno di sperimentare questa cura. Sulla piattaforma online GoFundMe https://www.gofundme.com/f/doppia-v-virginia-e-veronica  chi volesse farlo può donare qualsiasi cifra per sostenere questi ragazzi e le loro famiglie. Occorre infatti molto denaro, almeno 600mila euro per far fronte ai viaggi negli Stati Uniti, da effettuare ogni tre mesi, da parte di tutti questi giovani malati e dei loro familiari. A.I.LA Associazione Italiana Lafora ODV- Ritornare Liberi L’A.I.LA. (Associazione Italiana Lafora) è l’associazione che si occupa di fornire sostegno e conoscenze sulla patologia ai familiari dei bambini e dei ragazzi che ne sono affetti. L’associazione ha sede ad Agliano Terme in provincia di Asti ed oltre ad un consiglio direttivo possiede un comitato scientifico composto da medici pediatri, neurologi specializzati nell’ambito specifico delle epilessie e ricercatori. L’associazione fornisce indicazioni, organizza simposi, pubblica opuscoli informativi, offre informazioni sui diritti dei cittadini con disabilità, spiega cosa sono i test genetici e la terminologia usata in genetica, cosa sono le epilessie, dà informazioni utili per l’esame genetico sui familiari, oltre a specificare le leggi e i dispositivi inerenti all’handicap. Come in tutte le associazioni i volontari dell’A.I.LA. organizzano raccolte fondi attraverso cene, partite di Burraco, spettacoli e momenti conviviali. I medici e i ricercatori editano pubblicazioni che approfondiscono la malattia e la possibilità di trovare la terapia idonea, tra questi ricordiamo il dott. Berge Minassian che studia la malattia di Lafora da 25 anni, cioè da quando è iniziata la sua formazione in Neurologia. Il dott. Minassian lotta per sconfiggere Lafora da quando ha visitato il suo primo paziente. In una lettera inviata ad A.I.LA. spiega che il suo lavoro e quello degli altri ricercatori consiste nel cercare di comprendere perché e come si formano i corpi Lafora nel cervello dei pazienti con questa

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