Italia, manuale di sopravvivenza civile (tra lacrimogeni, cori e panettoni)

Dal Far West che non c’è ai cortei che ci sono, passando per l’ONU, la giustizia distratta e la consolazione del cenone Non siamo nel Far West. Eppure, a tratti, l’Italia fa di tutto per sembrarlo. Non per vocazione pionieristica, ma per una certa inclinazione nazionale al disordine creativo, quello che non costruisce nulla ma fa molto rumore. A Torino, per esempio, migliaia di persone si sono date appuntamento per difendere Askatasuna, centro sociale occupato abusivamente. Il che, in uno Stato di diritto, dovrebbe già chiudere il discorso: l’occupazione è illegale, le leggi si rispettano. Punto. Invece no. In Italia il punto è sempre un punto interrogativo. Così arrivano i pullman da tutta la Penisola, gli antagonisti incappucciati partono in pellegrinaggio laico verso Palazzo Nuovo, sede universitaria e improvvisato santuario della contestazione permanente. Non si sa bene per difendere cosa, ma si sa benissimo contro chi: l’ordine costituito, chiunque lo rappresenti. Governo di destra, di sinistra o di centro? Irrilevante. L’importante è marciare, urlare, possibilmente rompere qualcosa. Se poi a rompersi è la testa di un poliziotto, pazienza: rientra nel folklore. A Bruxelles, almeno, la “ribellione agricola” ha una sua coerenza simbolica: uova, cavoli, letame. Qui si parte direttamente con i passamontagna. Non era un buon segno, infatti. Il primo scontro scoppia quando gli antagonisti tentano di raggiungere Corso Regina Margherita, blindata dalle forze dell’ordine. Cariche, idranti, lacrimogeni. Risposta: petardi, lanci di oggetti, guerriglia urbana. Un classico. Con una novità: il conto finale. Sette milioni di euro di danni e feriti, calcolati dall’Avvocatura dello Stato. A pagare, come sempre, siamo noi. Ma senza diritto di replica. Nel frattempo, sul palco del teatro del palazzo occupato va in scena lo spettacolo parallelo: Francesca Albanese, icona dell’attivismo internazionale, coccolata dal Vaticano e dalla sinistra romana, a cavallo tra ruolo istituzionale e militanza. Proprio lì, nello stesso palazzo dove nel 2019 l’elemosiniere pontificio riattaccò la corrente agli occupanti abusivi.  Intanto, in patria, si cancellano i canti di Natale dalle scuole perché “escludono”. Il canto, però, è facoltativo: chi non vuole, non canta. E poi cantare fa bene. Lo dice il proverbio, che di solito ne sa più dei pedagogisti: canta che ti passa. Sul fronte giudiziario riemerge il caso Stasi, quello di Garlasco. Anni di carcere, forse senza aver ucciso neppure una mosca. Una giustizia disattenta, quando va bene. Distratta, quando va male. A Est, tra Russia e Ucraina, stasi vera. Non quella processuale, ma geopolitica: nulla di nuovo. E allora, visto che il mondo non migliora e l’attesa a digiuno non giova allo spirito, l’Italia si rifugia nella consolazione gastronomica. La spesa per la cena di Natale tocca i 3,5 miliardi. Si fanno più regali, si mangia di più, si tira a campare. Strategia antica, collaudata. E così va il Bel Paese: un po’ guerriglia, un po’ teatro, un po’ tribunale e molto panettone. Un Paese che tutti dicono di invidiarci. Forse è vero. Basta immaginare, con un brivido di gratitudine, come stanno messi gli altri. di Redazione

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Argentina magistra vitae

  BUENOS AIRES – Da tempo si è notato come ogni idioma sviluppi particolari preferenze per alcuni termini; si pensi all’uso del verbo fare (to do, non to make) in inglese o alla predilezione, tutta tedesca, rimarcata sia da Nietzsche sia da Thomas Mann, del verbo divenire (werden) o all’uso italiano di fare che spesso sopperisce a termini assenti come fare colazione o fare una doccia. Un caso analogo compare nell’uso argentino dello spagnolo “compartir“, condividere. In Argentina la condivisione sembra essere uno degli aspetti caratteristici della lingua e del comportamento di questo affascinante paese. Vorrei soffermarmi su questo dettaglio, che trovo molto significativo, senza stare a decantare le arcinote bellezze locali facilmente rintracciabili in qualsiasi buona guida turistica o blog.   Cosa si condivide? Farei due esempi e una breve nota a margine. Partiamo dal bere. La bevanda nazionale è il mate, un infuso di erba che cresce solo nel nord del paese e negli stati limitrofi. Bere il mate, quando si è in compagnia, è un’esperienza che travalica il semplice dissetarsi, ma mira a creare un gruppo, un legame, è una sorta di versione laica dell’Eucarestia. Esistono regole non scritte ma ben precise: si riempie, fino a circa due terzi, un contenitore di erba mate, si mette acqua calda e si beve da un beccuccio (la bombilla).   L’interessante è che chi prepara il tutto passa il contenitore ad una persona che, dopo aver bevuto, glielo restituisce affinché venga dato a un altro presente e così via. Tutti bevono lo stesso infuso allo stesso beccuccio nello stesso contenitore, che passa di mano in mano sempre però attraverso la mediazione di chi prepara la bevanda valutandone di volta in volta la necessità di aggiungere acqua rigorosamente calda, ma non bollente. Un modo di bere si potrebbe dire, con un termine abusato, comunitario; in effetti il “compartir” del mate crea una notevole intimità tra le persone; non a caso un amico argentino in Patagonia mi faceva notare come avesse grosse difficoltà a far accettare questa vera e propria cerimonia a persone di cultura anglosassone.   Puntualizziamo. Non emetto giudizi di valore sulle diverse culture mi limito a sottolineare le differenze riscontrabili tra un’idea di collettività, di gruppo e una valorizzazione del singolo con la relativa difesa della privacy (termine non a caso inglese); il “compartir” argentino si appella a qualcosa che lega l’individuo a un gruppo di appartenenza senza richiedere particolare conoscenza di chi ci circonda, è un’apertura all’altro basata sulla fiducia; le difficoltà riscontrate dal mio amico sottolineano semplicemente le differenze culturali. Non tutti sono disponibili a bere in questa maniera.   C’è però un altro aspetto dove il “compartir” argentino si evidenzia e regna sovrano: il tango. Solitamente si pensa, soprattutto in Europa, che il tango sia un susseguirsi di figure più o meno elaborate in cui il cavaliere invita la dama a cimentarsi. La mia impressione è diametralmente opposta: il tango è un mezzo attraverso il quale due persone, anche sconosciute, condividono un’esperienza comunicativa corporale che mira a mettere in connessione il loro intimo e non a destreggiarsi in evoluzioni proprie di altre danze (altrettanto rispettabili!).   C’è una canzone che descrive bene cosa avviene: “così si balla il tango, sentendo nel viso il sangue che sale a ogni battuta, mentre il braccio come un serpente si attorciglia alla vita quasi a spezzarla. Così si balla il tango, mescolando l’alito, chiudendo gli occhi per ascoltare meglio”. Questo è il punto: due esseri umani entrano in connessione nel breve spazio di un ballo dando vita a una coppia nel senso più profondo del termine perché condividono un’esperienza che li unisce saldamente. Ma questa unione può preannunciarsi fin dall’inizio con l’invito a ballare attraverso il semplice sguardo (la “mirada”). Visto dall’esterno ha un valore molto pregnante: improvvisamente due persone si alzano e, senza scambiarsi una parola, si dirigono verso la pista incontrandosi. Lo sguardo condiviso crea una coppia che, nel ballo, può entrare in piena sintonia. Certo, non è facile ma è il lato più interessante. Uno sguardo, gli occhi che parlano, poi l’abbraccio (“sacro agli dei” per i tragici greci) come dono della propria intimità e infine il linguaggio del corpo modellato dalla musica. Penso non esista un modo di condividere più profondo. Ma questa condivisione, questo entrare in connessione è tutt’altro che scontato o semplice, il che spiega come spesso si prenda la scorciatoia del tecnicismo o, peggio, dell’esibizionismo. Non a caso un’italiana che ho incontrato in milonga a Buenos Aires si lamentava dicendo che gli argentini “non sanno ballare” (!??!) perché non fanno figure; diceva una cosa vera, a parte la vena di arroganza provinciale, ma il fine del tango non è la figura è “compartir” un’esperienza esistenziale.   Un’ultima annotazione. Nella Costituzione del 1853 venne abolita, senza una sanguinosa guerra civile, la schiavitù ma, cosa ancora più interessante, si stabiliva l’obiettivo di “promuovere il benessere generale e assicurare i benefici della libertà a noi, alla nostra posterità e a tutti gli uomini del mondo che vorranno abitare sul suolo argentino (todos los hombres del mundo que quieran habitar en el suelo argentino)” (premessa). Penso che abbiamo molto da imparare dal “compartir” di questa nazione.   Nicola F. Pomponio Fonte: Goffredo Palmerini

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Ehilà Europa, ogni tanto ne indovini una

  __________________________________ Tra un brivido di realismo, un rigurgito di buon senso e l’inaspettato “effetto Trump”, Bruxelles scopre che l’immigrazione non è un buffet aperto. Ehilà Europa, sveglia! Pare che una brezza, non proprio dello Spirito Santo, ma comunque insolita, si sia levata tra i corridoi ovattati di Bruxelles. Qualcuno sostiene che l’umiliazione subita da Trump abbia influito sull’improvviso ritorno di lucidità del Vecchio Continente. Sarà. Ma se davvero, dopo anni di sermoni progressisti e di cecità istituzionale, l’Europa comincia a vedere ciò che era sotto gli occhi di tutti, allora sì: Thank you, Donald! E per iniziare la giornata con il giusto buonumore, arriva la notizia più istruttiva dell’anno: Violenze di Capodanno a Milano, si va verso l’archiviazione. “Impossibile identificare gli stranieri.” Un classico ormai: telecamere ovunque, sistemi avanzati, intelligenze artificiali, droni, droni dei droni… ma nulla, gli autori restano invisibili come i fantasmi del Castello Sforzesco. Nel gergo arabo la chiamano taharrush gamea: da noi, più semplicemente, “molestia collettiva”. E archiviata collettivamente. Porte aperte, cervello chiuso Non che la violenza sia un’invenzione degli ultimi arrivi, ma l’immigrazione selvaggia ha avuto il merito di trasformare il caos in un format. Gli stranieri colpevoli non si identificano, quelli arrestati li ritrovi in tram il giorno dopo, e il buonismo istituzionale continua a sfornare sermoni d’accoglienza come fossero biscotti della nonna. Noi, lo diciamo senza arrossire, siamo per l’accoglienza vera: programmata, con quote, requisiti e controlli. Non questo flusso indistinto da “porti e portoni aperti”. Ma in Italia funziona così: chi osa sollevare dubbi si ritrova marchiato come eretico dal tribunale del politicamente corretto. “Non passa lo straniero”, ammoniva il Piave. Oggi, invece, il Piave lo fanno firmare all’ingresso come ospite d’onore. Miracolo a Bruxelles Ma torniamo alla Giustizia: quella umana sbandiera principi e produce archiviazioni; quella divina, quando è di buon umore, si diverte a compiere piccoli prodigi. Uno di questi è avvenuto proprio nei giorni scorsi: I ministri dell’Interno dei Ventisette hanno approvato una nuova stretta sull’immigrazione e una lista di Paesi sicuri. E non solo: chi viene espulso da uno Stato europeo non potrà fare il giro turistico degli altri ventisei, tentando la fortuna come un viaggiatore col passaporto dei desideri. Finalmente un principio semplice, quasi scolastico: patti chiari, amicizia lunga. Se tutti i ministri degli Interni, da Lisbona a Helsinki, concordano che l’immigrazione selvaggia è diventata ingestibile, non è perché abbiano contratto la sindrome del pifferaio di Hamelin. È perché la realtà, prima o poi, presenta il conto. Ovviamente le reazioni non sono mancate: giuristi indignati (“È contro lo spirito originario dell’Unione!”), ONG in corteo, prelati costernati. Ognuno recita il proprio ruolo: gli uni custodiscono i codici, gli altri le anime, gli altri ancora i finanziamenti. Ma i cittadini? Loro custodiscono la pazienza. E sta finendo. E mentre l’Europa pensa, l’Italia… cucina In un mondo che si sforza di peggiorare, l’Italia ogni tanto regala un sorriso. La cucina italiana è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità. Meloni gongola, e ha anche ragione: la cucina non è solo cibo, ma cultura, lavoro, identità. E noi, dall’altra parte dell’oceano, lo sappiamo bene: l’Italia è quel Paese che esporta emigranti che cucinano meglio degli assunti locali. Considerazioni finali L’Europa ha capito una cosa semplice: se continui a spalancare le porte senza criterio, prima o poi ti accorgi che non hai più casa. Ora resta da vedere quanto durerà questa improvvisa illuminazione. Come diceva Montanelli, l’Europa è come quei vecchi signori di buona famiglia: sbagliano, si ostinano, ripetono gli errori… ma ogni tanto, per miracolo, fanno la cosa giusta. E noi non chiediamo molto: che questo sia uno di quei miracoli. Perché, se son rose, fioriranno. E se non lo saranno… beh, almeno potremo dire d’averci creduto. Come sempre: da italiani.

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Atomica per tutti, e poi?

Quando il mondo gioca alla roulette nucleare e il popolino tifa dal divano, tra fake news, talk show isterici e finti profeti della catastrofe. a a C’è un momento, nella storia dei popoli, in cui l’ingenuità smette di essere tenera e diventa pericolosa. Un po’ come quando si scopre che il bambino che rideva davanti ai cartoni animati adesso crede che i dibattiti televisivi siano la “verità”. E così eccoci qui: un’umanità ipnotizzata dalle beghe politiche impacchettate nei talk show, dove ogni sciocchezza diventa apocalisse e ogni apocalisse, ormai, fa sbadigliare. Nel frattempo, mentre il pubblico si accapiglia su chi urla meglio nello studio televisivo, nel Pacifico si respira un’aria più tagliente di una lama di katana. Il Giappone, sì, proprio quello che per decenni ha sventolato la bandiera del pacifismo come un mantra esistenziale, adesso si riscopre con la mano sul pomo della spada. Non per folklore, ma per necessità. Il nuovo ministro della Difesa, Shinjiro Koizumi, ha chiesto apertamente di valutare l’acquisto di sottomarini a propulsione nucleare. Una frase che, in qualsiasi altro Paese, farebbe tremare le borse e agitare i pacifisti; in Giappone, invece, si scontra con una memoria collettiva ancora ustionata da Hiroshima e Nagasaki. Eppure qualcosa si muove. Quando hai come vicini una Corea del Nord che ti manda missili sopra la testa come fossero cartoline natalizie, e una Cina che vara portaerei come fossero yacht da weekend, a un certo punto anche il samurai più pacioso si domanda se non sia il caso di lucidare l’armatura. Gli Stati Uniti, manco a dirlo, osservano, approvano e spingono: perfino Seoul ha avuto il suo bravo via libera per entrare nel club delle potenze con sottomarini nucleari. Nel frattempo la regione si riempie di arsenali nuovi di zecca: una fiera del riarmo atomico che farebbe apparire il “day after” quasi un documentario bucolico. Il mondo trema, muore, implode. Ma a noi… che importa? Qui da noi, nel paese dove l’aria fritta è ormai patrimonio immateriale, basta un bello sciopero del venerdì, uno qualsiasi, il motivo è puramente accessorio, e qualche talk show fazioso che ripete sempre le stesse lagne per far sentire milioni di cittadini “informati”, “coinvolti”, “vigili”. Peccato che la vigilanza sia quella di chi dorme con gli occhi aperti: l’illusione di essere partecipi mentre si è drogati di fake news, indignazione a orologeria e politica-spettacolo di quart’ordine. E così il mondo corre verso l’abisso nucleare, e noi con lui, a passo lento ma determinato, come ciechi in un vicolo cieco, un cul de sac, direbbe chi vuole darsi un tono francese. C’è chi evoca la storia circolare, come Peter Colosimo, parlando di civiltà avanzate spazzate via da cataclismi e guerre atomiche per poi rinascere da zero. La differenza? Che all’epoca i responsabili erano, forse, extraterrestri. Oggi, invece, basta guardare i telegiornali: gli alieni siamo noi, governati da svitati che, per fantasia, competono solo con i marziani. E allora, come direbbe Montanelli, prepariamoci: se la storia è davvero un cerchio, tranquillizziamoci. Prima o poi torneremo all’inizio. E chissà che stavolta non si impari qualcosa, sempre ammesso che ci resti qualcuno capace di ricordarla. Di Redazione

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Italia, promossa con riserva

Dal deficit che dimagrisce ai ponti che ingrassano: storia semiseria di un Paese che ce la fa… quasi. a Non sarà proprio la notizia che fa sobbalzare il lettore dalla sedia, ma è pur sempre un raggio di sole nel grigio del quotidiano: «Italia verso la fine della procedura di infrazione». Bruxelles dà un buffetto affettuoso al governo Meloni, confermando che Pil, inflazione e deficit procedono composti come studenti alle scuole medie il giorno della visita ispettiva. Per chiudere definitivamente la faccenda si attende aprile e i numeri Eurostat: serve quel benedetto 3% nel rapporto deficit/Pil, soglia mitologica come l’araba fenice. Certo, la gioia sarebbe più piena se il Paese non avesse dovuto salutare, proprio in questi giorni, le gemelle Kessler, ultime icone di un’Italia che ballava più leggera, e se la Corte dei Conti non avesse aggiunto un altro capitolo alla faticosa saga del Ponte sullo Stretto. Il visto di legittimità al terzo atto aggiuntivo? Rimandato. Le motivazioni? Tra trenta giorni, che ormai sono il tempo standard per tutto: dai referti medici alle promesse elettorali. E qui, più che l’ingegnere, entra in gioco il filosofo: si spera davvero che la giustizia contabile agisca “nell’interesse della collettività”, con valutazioni sobrie, oggettive e soprattutto disinteressate. Se poi così non fosse, ipotesi remota, per carità,  i lavori del ponte andrebbero avanti lo stesso, ma rischierebbe di franare un altro ponte, quello tra il cittadino e la fiducia nelle istituzioni. E come diceva il buon Giulio Andreotti: “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. Fin qui casa nostra.Ma allargando l’obiettivo, lo spettacolo non migliora. In Europa, alla parola “cento” uno pensa a un compleanno, ai brindisi, ai “cento di questi giorni”. Invece no: Parigi promette cento Rafale per Kyiv. E il Regno Unito si accoda, spingendo per una coalizione che garantirà la sicurezza ucraina anche nel dopoguerra. Dall’altra parte dell’emisfero, gli Stati Uniti strizzano l’occhio a Seul sui sottomarini nucleari: un modo gentile per ricordare alla Cina che l’Indo-Pacifico non è un lago privato. La Corea del Sud rilancia, sostenendo che le nuove capacità servono a contrastare la Corea del Nord, che, non c’è bisogno di dirlo, avrebbe già costruito il suo primo sottomarino nucleare la scorsa primavera. Per non deludere il Paese che ci ospita, ecco una nota locale ma non troppo: firmato un memorandum sulla protezione civile tra il Trentino e lo Stato brasiliano di Santa Catarina. Non salverà il mondo, ma almeno qualcuno prova ancora a collaborare senza mostrare i muscoli. Poi c’è il Sudan, dove si continua a morire non di caldo, ma di proiettili. Chiese e moschee diventano colabrodo, vite e famiglie pure. Ma il tutto finisce in fondo ai giornali: una riga, un trafiletto, giusto per sistemare la coscienza del redattore e non turbare troppo il lettore. Il resto è un susseguirsi di riarmi, strategie, alleanze, contralleanze. Un mondo che sembra allenarsi non alla pace, ma alla palestra militare. Per fortuna, non tutto ciò che vola è un Rafale.Ed ecco finalmente una buona notizia: in Transilvania, proprio lì, nella patria di Dracula, si celebra la grande tradizione gastronomica italiana grazie a un evento del Comites Romania. Niente missili, niente sommergibili: solo piatti fumanti e persone che si siedono a tavola invece che ai tavoli negoziali. E allora sì, almeno per una volta, si mangia. E bene. Come direbbe Montanelli: in un mondo dove tutti preparano la guerra, noi almeno sappiamo ancora preparare una buona pasta. E non è poco. Giuseppe Arnò

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Mandati d’arresto a gogò: il mondo gioca a guardie e ladri

aDa Putin a Netanyahu, da Erdoğan alla Corte Penale Internazionale: il pianeta si è trasformato in una farsa giuridica globale, dove a mancare non è la giustizia, ma il senso del ridicolo. a a Se tu arresti me, io arresto te.Non è una barzelletta di Totò e Fabrizi, ma la nuova frontiera della diplomazia internazionale. Altro che conferenze di pace: oggi si risolvono le crisi con un bel mandato di cattura, possibilmente corredato di dichiarazioni indignate e conferenze stampa. Il mondo sembra essersi iscritto al grande Luna Park planetario, dove la giostra preferita è quella delle manette. La Corte Penale Internazionale, con la sua aria di serietà elvetica, ha inaugurato la stagione emettendo un mandato per Vladimir Putin, accusato di deportazione. Ankara non poteva restare indietro: il Sultano Erdoğan, non pago di turbare i sonni della NATO, si è messo in testa di far arrestare Netanyahu per “genocidio”. Israele, con l’ironia di chi non ha tempo da perdere, ha bollato la mossa come «una trovata pubblicitaria del Sultano». Nel pacchetto, giusto per completezza, Ankara ha inserito anche il ministro della Difesa e quello della Sicurezza nazionale israeliani: un “prendili tutti” degno del Monopoli. Manca solo che Israele risponda con un mandato d’arresto per Erdoğan e magari per i giudici dell’Aia. A quel punto, la scena sarebbe perfetta: la Corte che arresta il Sultano, il Sultano che arresta Israele, Israele che arresta la Corte. Fine del mondo a tarallucci e manette. Certo, in alcuni Paesi più “efficienti” la trafila è superflua: non si sprecano in moduli o timbri. Prima si arresta e poi, eventualmente, si inventa il motivo. È il pragmatismo dell’autoritarismo. E in casa nostra, pur tra faldoni e codici, ogni tanto capita che si arresti per sbaglio. Ma niente paura: a pagare l’errore non è mai chi giudica, bensì il contribuente, che finanzia le scuse con le sue tasse. Montesquieu ammoniva che la libertà è il bene più prezioso, quello che ti fa godere di ogni altro bene. Ma oggi la trattiamo come un giocattolo, scambiandola per una pistola d’acqua con cui spruzzare indignazione. Arresti a raffica, accuse a piacere, e una scena mondiale dove ciascuno recita a turno la parte del giustiziere universale. Intanto, la diplomazia cede il posto alla propaganda, e la giustizia diventa teatro. Erdoğan rispolvera i toni del capo del fronte islamico, Tel Aviv si indigna, Mosca si fa beffe, e l’Aia si prende sul serio: tutti attori di una commedia planetaria che non diverte più nessuno. Inflazione di mandati, recessione di buon senso.E come avrebbe detto Montanelli, ridendo amaro: «Finirà che a furia di arrestarsi l’un l’altro, resterà libero solo il portiere del carcere. E anche lui, per poco». Di Redazione

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In cielo, in terra e in ogni luogo: l’Italia che sorprende (persino se stessa)

Dal realismo “melonesco” che sgonfia i sogni verdi di Bruxelles, ai razzi di Colleferro che puntano alle stelle, fino alle missioni diplomatiche che rispolverano lo spirito di Mattei: l’Italia torna a muoversi, e lo fa con passo deciso e una buona dose di pragmatismo. a a a a C’è un’Italia che, tra un vertice europeo e un lancio spaziale, ha deciso di cambiare aria. E non solo in senso figurato. Quella che fino a poco fa sembrava arrancare dietro ai diktat di Bruxelles oggi prende quota, letteralmente, grazie a una politica che, con una certa dose di buon senso (merce rara a nord delle Alpi), ha rimesso i piedi per terra senza rinunciare a guardare il cielo. Il “Green Deal”, che doveva salvare il pianeta in un battito d’ali, si è rivelato un esercizio di fantasia a breve scadenza. Lo hanno capito anche i tedeschi, che con la loro proverbiale efficienza sono riusciti nell’impresa di licenziare, per la prima volta, nel sacro tempio della metalmeccanica. Segnale che il sogno elettrico, confezionato a Bruxelles e prodotto in Cina, comincia a mostrare crepe vistose. Giorgia Meloni, dal canto suo, non ci gira attorno: “Non ha senso perseguire la decarbonizzazione al prezzo della desertificazione industriale. Non c’è niente di ‘green’ in un deserto”. Parole che, più che un manifesto ambientale, suonano come una lezione di logica elementare. L’Italia, dice la premier, decarbonizza, ma con criterio. Riduce le emissioni, ma non le fabbriche. E intanto, per una volta, la stampa francese e la tedesca applaudono. Miracoli del pragmatismo mediterraneo. a a In cielo.Mentre in terra si tenta di salvare il salvabile dalle derive ideologiche del “tutto elettrico”, nei cieli italiani le cose vanno decisamente meglio. Avio, l’azienda che produce razzi e non chiacchiere, chiude i primi nove mesi del 2025 con risultati da capogiro: ricavi e margini in crescita, portafoglio ordini a livelli record, e contratti con Esa, Spacelaunch e Raytheon che fanno invidia ai francesi. Non solo: arriva un accordo da 40 milioni con l’Esa per sviluppare uno stadio superiore riutilizzabile, sì, proprio come SpaceX, ma in salsa tricolore, e un nuovo lancio in orbita previsto per il 2027. Mentre i vicini d’oltralpe discutono di “sovranità spaziale europea”, gli italiani, con la loro ironica sobrietà, ci stanno già volando sopra. a a E in ogni luogo.Sulla terra, invece, si viaggia. Non con i razzi, ma con le valigie diplomatiche. Il ministro Tajani, accompagnato da Piantedosi, ha messo in moto una missione in Africa occidentale che sa tanto di ritorno alle origini: Mauritania, Senegal, Niger. Non a caso il viaggio cade a ridosso dell’anniversario della scomparsa di Enrico Mattei, l’uomo che fece dell’Italia un interlocutore credibile nel mondo e che oggi viene evocato come ispirazione. “Un visionario e un grande italiano”, lo ha ricordato Meloni, e stavolta l’aggettivo non suona retorico. Tajani parla di “dialogo paritario” con l’Africa, e se davvero l’Italia riuscirà a farsi “speaker” dell’Europa verso il Sud globale, sarà la più ardita delle sue missioni recenti. Non più l’Italia del “ce lo chiede l’Europa”, ma quella che sussurra all’Europa come muoversi. a a Insomma: in cielo, in terra e in ogni luogo, l’Italia si muove. Non corre, non salta, non sbandiera, si muove. E lo fa con una sobrietà che par quasi sospetta. Chi l’avrebbe detto che il Paese dei santi, poeti e navigatori sarebbe tornato a navigare anche la geopolitica e a costruire razzi che arrivano in orbita? Forse non è ancora il “rinascimento industriale” che qualcuno sogna, ma per una volta si può dire che l’Italia non sta ferma a guardare. E se in Germania licenziano e a Bruxelles filosofeggiano, da noi, miracolo, si lavora. Come direbbe il buon Montanelli, finalmente un’Italia che vola alto senza montarsi la testa. di Redazione

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Altomonte celebra la terza Charter del Lions Club Castello Aragonese

Nel suggestivo scenario del “Palazzo dei Giacobini”, il passaggio di Campana e la nomina del nuovo Presidente, Dott. Paolo Baratta, hanno suggellato una serata di eleganza, riconoscimenti e impegno al servizio della comunità. a a a Il 18 ottobre 2025, presso il Salone Razetti di Altomonte, si è tenuto il primo passaggio di Campana del Lions Club Castello Aragonese Pollino Sibaritide e Valle dell’Esaro, con la proclamazione del nuovo Presidente per l’anno sociale 2025/2026, Dott. N.H. Paolo Baratta. La cerimonia è poi proseguita nella splendida cornice del “Palazzo dei Giacobini”, dove si è svolta la Cena di Gala, organizzata con la consueta maestria dalla famiglia Barbieri, custode di un’accoglienza che unisce tradizione, raffinatezza e genuinità. Numerose le autorità presenti, lionistiche, civili e religiose, a testimonianza della vitalità e del prestigio del sodalizio. Il Presidente Baratta ha voluto rivolgere un sentito ringraziamento al Secondo Vice Governatore del Distretto Lions 108 YA, Dott. Gianfranco Ucci; al GMT Multidistrettuale Italia, Rita Franco; al Presidente della IX Circoscrizione, Maria Manfredi; e al Presidente della XXI Zona, Donatella Calio. Tra gli ospiti istituzionali, spiccavano inoltre il Senatore Franco Silvestro, Presidente della Commissione Parlamentare per le Questioni Regionali; il Sindaco di Altomonte, Giampiero Coppola; il Sindaco di Castrovillari, Domenico Lo Polito; numerosi primi cittadini del territorio Pollino–Sibaritide–Valle dell’Esaro; il Presidente del GAL, Domenico Pappaterra; il Rettore dell’Università della Calabria, Prof. Gianluigi Greco; il Direttore di Rai 3 Calabria, Riccardo Giacoia; e il Direttore di Casa Zaccheo, Raffaele Bloise. Un ringraziamento particolare è stato espresso a S.E.R. Mons. Francesco Savino, Vescovo della Diocesi di Cassano allo Ionio, per la sua partecipazione e per la costante vicinanza al Club. Presenti inoltre i rappresentanti dei Clubs Rotary e Kiwanis, e numerose associazioni del territorio. Durante la Charter sono stati consegnati importanti riconoscimenti: Il Melvin Jones Fellowship, massimo attestato lionistico, al Dott. Luigi Postorivo, per i suoi meriti professionali e sociali. Il Premio “Ferdinando d’Aragona”, giunto alla terza edizione e realizzato dal Maestro orafo altomontese Vincenzo Linardi, al Prof. Gianluigi Greco, neo Rettore dell’Università della Calabria. Il riconoscimento gli è stato consegnato dal Presidente Baratta e dal Direttore Giacoia, premiato a sua volta l’anno precedente. Il Crest del Lions Club Castello Aragonese a Enzo Barbieri, per la costante vicinanza e il sostegno al movimento lionistico. L’attestato di Socio Onorario del Club a S.E.R. Mons. Francesco Savino, segno di stima e riconoscenza per l’impegno umano e pastorale nel territorio. Il Club ha inoltre accolto con entusiasmo sette nuovi soci:Rosa Rimoli, Matteo Pugliese, Antonio Perrone, Francesco Sottile, Nicola Regina, Andrea Guglielmini e Lorena Di Leo, rafforzando così la propria presenza e capacità di servizio nella comunità. La serata, impreziosita dalle esecuzioni del violinista Federico Lauro, si è conclusa in un clima di amicizia e condivisione, suggellando un momento di alto valore umano e associativo. “Servire con passione e continuità” — ha dichiarato il Presidente Baratta — “significa mettere il proprio tempo e le proprie competenze al servizio del bene comune. È questa la vera forza del nostro essere Lions.” Lions Club Castello Aragonese

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Em Gaza, o espectro da guerra continua a pairar

O ‘day after’ de Gaza Cessar-fogo traz alívio temporário a Gaza, mas o futuro político e a reconstrução seguem incertos sob Netanyahu Por Edoardo Pacelli  –   Em Gaza, o espectro da guerra continua a pairar. Por mais difícil que tenha sido alcançar um cessar-fogo, que levou à libertação de reféns israelenses e prisioneiros palestinos, o caminho para a paz e a eventual reconstrução será longo e árduo. Muitas coisas ainda precisam ser resolvidas, e há muitos motivos para ceticismo. Mais do que a devastação e o luto, o que resta a ser superado é, acima de tudo, o terrível ódio mútuo. Há medo do risco de ataques terroristas e da desestabilização em Gaza pelo Hamas. Não se pode desmantelar um grupo terrorista com milhares de combatentes, túneis e todo tipo de armamento da noite para o dia. O porta-voz do Ministério das Relações Exteriores do Catar, Majid al Ansari, foi explícito em entrevista à Fox News, declarando: “Devemos ser realistas: esta foi uma guerra de dois anos, mas seus efeitos continuarão por décadas.” Trump aproveitou a oportunidade para dizer ao Knesset, o Parlamento israelense, que “este não é apenas o fim de uma guerra, é o fim de uma era de terror e morte”, mas não disse o que teme que aconteça após a libertação dos reféns israelenses. O “dia seguinte” em Gaza está causando ansiedade em todos e, nos bastidores das autocelebrações de Trump, autoridades de inteligência americanas e britânicas estão particularmente preocupadas com as verdadeiras intenções do primeiro-ministro israelense, Benjamin Netanyahu, que se recusou a se expor, perante líderes europeus e árabes, ao assinar os acordos de Sharm el-Sheikh. De fato, há temores de que Netanyahu, após a libertação de todos os reféns e a entrega de seus corpos, possa se aproveitar de qualquer pequena resistência do Hamas para retomar sua ofensiva em Gaza. Seu objetivo declarado é erradicar o grupo terrorista pró-iraniano, que já está parcialmente dizimado, mas não totalmente aniquilado. Internamente dividido entre aqueles que buscam a reorganização e os obstinados, mas fortalecido pelo retorno de prisioneiros condenados à prisão perpétua e por prisioneiros libertados por Israel, o Hamas já lançou uma campanha de vingança sangrenta, incluindo execuções sumárias, contra grupos palestinos que escaparam de sua hegemonia durante a ofensiva israelense. Essa disputa interna é facilmente manipulável e pode se transformar numa negação dos acordos de paz recentemente assinados pelo Hamas. Essa constante elevação do risco sempre foi a estratégia preferida de Netanyahu para se manter no poder e, de fato, ele usa a ferocidade do Hamas como desculpa para fortalecer sua posição como primeiro-ministro. O eclipse político de Netanyahu, observam analistas, provavelmente está sendo acelerado pela crescente disposição da atual oposição parlamentar israelense — liderada pelo jornalista de televisão Yair Lapid, ex-primeiro-ministro por cinco meses em 2022 e líder do Partido de Centro — em chegar a acordos com os países árabes. Esses acordos poderiam incluir a expansão da representação da Autoridade Nacional Palestina, estabelecendo, assim, gradualmente, um Estado palestino de pleno direito. Essa possibilidade está absolutamente fora de questão sob Netanyahu. De fato, a repetida e sugestiva referência do presidente Trump a Yair Lapid, durante seu discurso no Knesset, não passou despercebida a ninguém. Historicamente, esta não é a primeira vez que um primeiro-ministro que vence uma guerra perde uma eleição e é substituído. O caso mais notável é o de Winston Churchill, que, nas eleições de 1945, foi derrotado de forma contundente pelo Partido Trabalhista, de Clement Attlee, que obteve uma vitória e uma maioria parlamentar esmagadoras. E, em Israel, uma mudança de governo reavivaria a popularidade de um país que, certa ou erradamente, a intransigência de Netanyahu isolou internacionalmente.   Edoardo Pacelli Jornalista, ex-diretor de pesquisa do CNR (Itália), editor da revista Italiamiga e vice-presidente do Ideus  Fonte: O ‘day after’ de Gaza | Monitor Mercantil

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The King’s Cake di Dacasto

Articolo di Alex Ziccarelli Il Maestro Pasticciere Enrico Dacasto e la sua The King’s Cake   Oggi presentiamo il Maestro Pasticciere Enrico Dacasto, da poco entrato a far parte della famiglia di CHEF Italia, un grande professionista che è anche un riconosciuto imprenditore ed affermato manager del suo settore. Nasce a Torino nella metà degli anni ’70 e cresciuto nelle Langhe, una terra ben nota per le sue tradizioni e sapori; la sua eccezionale carriera comincia presso la Ferrero Dolciaria di Alba, dove, ancora giovane, si immerge nei processi creativi e produttivi dei prodotti più iconici dell’azienda, dalla Nutella ai Mon Chéri. Qui impara che un prodotto non è solo un oggetto ma è soprattutto un’emozione capace di raccontare storie e catturare i sensi. Spinto dalla passione per l’eccellenza e dal desiderio di innovare, nel 1997 fonda la Dolciaria Dacasto & C., una pasticceria che coniuga artigianalità, qualità e creatività. Con la sua acuta visione e ferrea determinazione, sviluppa marchi distintivi, conquistando diversi mercati internazionali e stringendo, al contempo,  prestigiose partnerships con multinazionali e aziende leader del settore. Ricordiamo, tra l’altro, che, nei primi anni 2000, ha ampliato i suoi orizzonti, creando marchi come DUCA d’ALBA, REMARIA e LA CASA SULLA COLLINA, capaci di soddisfare diversi canali distributivi, dall’impulso alla grande distribuzione, fino al private label. La sua abilità imprenditoriale si è tradotta in una solida rete vendita e in una presenza capillare sul territorio, valorizzando ogni cliente, dai piccoli negozi alle grandi catene. Inoltre, le sue particolari competenze lo hanno portato a gestire e rilanciare storiche e ben note aziende italiane, gestendo strategie di marketing, sviluppo, prodotto e restyling del marchio. Poi, nel 2012, torna alla guida della propria azienda, portandola a livelli di eccellenza senza precedenti: i suoi prodotti, al 100% naturali, innovativi, biologici e a basso contenuto glicemico, hanno ricevuto diversi riconoscimenti internazionali, come le 3 Stelle d’Oro dell’iTQi e gli Eccellenza Italiana Awards, a conferma della qualità, dell’autenticità e della creatività che da sempre lo hanno contraddistinto. Poi, con una certa lungimiranza e con uno sguardo attento al futuro, nel 2022 fonda la holding di famiglia in Canada, attraverso la quale apre DACASTO GRAN PASTICCERIA a Toronto nel 2024 e DACASTO GOURMET, sempre a Toronto, nel marzo 2025, portando l’arte della pasticceria italiana in Nord America. Ogni giorno, sotto la sua guida, prendono vita panettoni, dolci, torte e biscotti, destinati sia alle boutique locali che alle grandi catene di distribuzione, con il giusto orgoglio di poter raccontare  storie di tradizione reinterpretata, passione e raffinatezza in ogni morso. La DACASTO Gran Pasticceria, ossia l’arte della lievitazione naturale, del nostro Maestro Pasticciere Enrico Dacasto, figura di spicco e imprenditore nel mondo della pasticceria, nasce con una visione chiara: porre la purezza degli ingredienti, la maestria artigianale e la fedeltà alla tradizione al centro di ogni prodotto. Ogni creazione DACASTO è il risultato di una ricerca appassionata, che coniuga materie prime eccezionali, precisione tecnica e rispetto dei ritmi naturali della lievitazione. Al centro della sua proverbiale arte c’è un principio incrollabile, la naturalezza assoluta, nessun compromesso, nessun additivo, solo quello che la natura offre nella sua forma più pura: uova fresche da galline allevate all’aperto, senza antibiotici, farine rigorosamente prive di glifosato, burro di prima scelta, lavorato con cura per preservarne il delicato aroma, frutta candita preparata esclusivamente con puro succo di limone, senza aggiunta di anidride solforosa, nocciole del Piemonte, mandorle della Puglia, pistacchi della Sicilia e agrumi del Sud Italia, una sinfonia assoluta di eccellenze regionali. Al centro di ogni suo prodotto c’è il suo lievito madre naturale vivo, un’eredità di oltre sessant’anni, rinnovato ogni quattro ore, ogni giorno, senza eccezioni: ed è questo patrimonio vivo che garantisce la morbidezza, la fragranza e la digeribilità uniche delle sue creazioni. Nei suoi laboratori, nulla di artificiale entra nel processo: nessun colorante, nessun conservante, nessun emulsionante, nessun aroma artificiale, nessun monogliceride, assolutamente nulla di sintetico, una realtà riconosciuta in tutto il mondo, ora anche a Toronto. La sua dedizione all’eccellenza è stata riconosciuta e premiata a livello internazionale: il Panettone Biologico Gran Milano ha ricevuto 3 Stelle d’Oro dall’International Taste & Quality Institute (iTQi) di Bruxelles, assegnate da una giuria di 140 chef e sommelier provenienti da 136 paesi. Tra le sue collezioni di gusto: per le grandi occasioni, panettoni e colombe, protagonisti assoluti delle festività. E poi la sua pasticceria leggera, fragrante e genuina, un patrimonio di oltre 300 ricette originali, tutte unite da un’unica essenza: la lievitazione naturale. Come già menzionato, nel 2019 DACASTO ha iniziato il suo percorso internazionale in Canada, portando il gusto italiano a Toronto, aprendo nel 2024 il primo atelier-laboratorio al 37 di King Street East, nell’elegante cornice del King Edward Hotel e, nel 2025, un secondo laboratorio in Yonge Street, nel cuore pulsante della movida locale, portando l’autenticità delle sue creazioni alla portata e alla conoscenza dei clienti canadesi, potendo garantire che ogni suo singolo prodotto è realizzato esattamente come in Italia, con gli stessi ingredienti di prima qualità naturalmente importati dall’Italia: arance calabresi, limoni di Sorrento, pistacchi di Bronte, nocciole del Piemonte, mandorle pugliesi, farine biologiche e oli essenziali naturali. Ci dice il nostro Maestro Pasticciere Enrico Dacasto che produrre in Canada con ingredienti italiani garantisce un’esperienza unica: panettoni e pasticcini sempre freschi, fragranti, morbidi, umidi e naturali, incomparabili alle importazioni industriali, spesso vecchie di mesi e arricchite con conservanti chimici. La sua promessa è che un dolce DACASTO non è solo un dessert ma è un’opera di alta pasticceria, un’espressione di amore per la tradizione, un ponte tra l’autentica artigianalità italiana e il piacere universale e che, in ultimo, la vera qualità non ha bisogno di spiegazioni. https://www.dacasto.com/ *Ed eccoci alla proposta del nostro Maestro Pasticciere Enrico Dacasto, THE KING’S CAKE, la Torta del Re, nata nel suo primo laboratorio-pasticceria di Toronto all’angolo con l’Edward King Hotel. È una torta prodotta e creata esclusivamente dalla Pasticceria Dacasto, caratterizzata da un impasto morbidissimo, fresco e irresistibile, un impasto degno di un re… Un omaggio alla  splendida città di Toronto, alle

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