PREMIO PER LA PACE 2025

   Chiesa San Giacomo alla Lungara Trastevere Roma   Marzo 2025   “Chi canta prega due volte”. Sant’Agostino. Un frase bellissima che racchiude il mondo musicale e non solo, pronunciata  al “Gran Concerto Alessandra D’Amore e Tania Di Giorgio Soprano ‘Ensamble Noi’ durante il “Premio Internazionale per la Pace”. Un bellissimo e sentito momento tenuto nella splendida “Chiesa San Giacomo alla Lungara” nella zona Trastevere di Roma celebrando il momento mistico capace d’abbracciare tutte le religioni del mondo unendo musica e recitazione sotto il coinvolgimento di  “Adeste Fideles” . Tania Di Giorgio in lungo, occhi brillanti e sorriso perenne, non mancava inoltre di coinvolgere il folto pubblico con le tonalità melodiose di “Astro del Ciel”, “Tu scendi dalle stelle”, ‘Para Ninhar’ quale ninna-nanna  brasiliana , ed ancora brani di Ennio Morricone da lei ben conosciuto , l’Ave Maria, celebrando poi Paolo Tosti quale famoso compositore che collaborò con D’Annunzio per l’Avucchella’ proprio con  le frasi  del Vate.  E quindi obbligo parlare de L’Aquila capitale  italiana della Cultura  del  prossimo 2026, in virtù del suo territorio e patrimonio culturale, nonché artistico e naturale. E’ il momento della premiazione  arrivata  alla 4° edizione che si avvale delle splendide voci di Bianca D’Amore Soprano, Tania Di Giorgio Soprano, Tadiana Nurtdinova al violino, Davide Clementi al pianoforte. Estremamente sentita la partecipazione dei “Frati Francescani Minori Conventuali” nella persona di Padre Renzo  Degni  Padre Guardiano della Comunità del San Giacomo mentre ordinatamente  vengono chiamati i numerosi  premiati nel campo dell’arte, cultura, letteratura, medicina, giornalismo, la giornalista internazionale Julia Virsta,  Valentina Viola dottoressa, Barbara Suzzi Presidente CFU, Catia Bugli Vice Presidente CFU, rapporti istituzionali CFU  Sabrina Albanesi, Massimo Bigioni artista, Carla Cavicchini  giornalista, Stefania Montori, Corrado Occhipinti  giornalista, Marcella Foranna mezzosoprano, Antonella Marsella, Valentina Manente, Angela Iacoangeli. Toccanti e significative le parole ascoltate in Via della Lungara per il premio ricevuto sulla “Pace 2025” nel ringraziare la Presidente Tania Di Giorgio, il Convento dei Frati Francescani Conventuali con l’associazione “Menotti Art Academy” e Padre Renzo Degni Guardiano della “Comunità San Giacomo.” Il tema della pace fa da sfondo a tale evento, ma, visto il particolare momento che stiamo vivendo a   livello mondiale, esso diventa un punto fermo verso il quale dedicare tutto il nostro impegno a livello personale e collettivo. Qualcuno ha detto che la pace e la libertà sono valori essenziali, quindi è arrivato il momento di svegliarci dal torpore attivandoci maggiormente contro dissidi, lotte e conflitti. Abbiamo visto, è cronaca, lo sterminio in Medio Oriente mentre ai bambini morti veniva dato l’ultimo bacio straziante dai loro genitori prima d’essere seppelliti. Invocare pace con tutti gli interessi commerciali che vi regnano dietro è forse utopico, ma noi ci crediamo fortemente e quindi che la pace regni con noi e con tutto il mondo intero. Un ringraziamento doveroso a  questo bellissimo incontro che ha permesso d’incontrarci in piena armonia, ed in particolare a Padre Vittorio , capace d’aprire dimensioni di luce…oseremmo dire eterne!” “CFU – Italia odv  Comitato Fibromialgici Uniti – Italia” premiata all’incontro sotto l’  egida della Pace che annualmente premia anche le associazioni,  interveniva più tardi tramite le parole d’una associata, sensibilizzando nel mettere  in atto tutte le risorsa mediche  e psicologiche  nei confronti dei malati della Fibromialgia  caratterizzata da dolore muscolare cronico diffuso associato a rigidità. L’invito è quello del corretto approccio accettando il dolore senza forme di scoraggiamento, praticare valide tecniche di rilassamento, fare giusto movimento, curare l’alimentazione, non trascurando infine il lavoro di gruppo quale stimolo d’aiuto, condividendo addirittura i successi nei  miglioramenti che avvengono. Composto col suo bel volto sereno, veniva data poi la parola a Padre Vittorio Trani ricordando l’impegno cinquantennale e mai smesso verso i detenuti del carcere romano  “Regina Coeli” nelle vesti di Frate Francescano Conventale organizzando per i ‘suoi’ carcerati il concorso “Liberi di scrivere” quale evento letterario  di gran prestigio. Questo incitandoli nello scrivere racconti e poesie, atte alla finalità di conoscenza interiore, con seguito di buona capacità di recupero. Immancabile  di conseguenza spendere ancora due parole per Padre Vittorio che, regolarmente  si sposta  a Lourdes, nel Santuario di Fatima in raccoglimento,  continuando inoltre il viaggio per Saragozza verso Santiago de Compostela. Fieri pertanto di tale  figura conosciutissima, nel suo impegno costante d’accogliere nel suo cuore e nella sua parrocchia, persone credenti e non, di ogni razza e colore. Prossimamente poco prima  delle festività pasquali presso il Santuario dell’Immacolata Concezione nei vicoli di Chiaia a Napoli,  celebrando la Risurrezione di Cristo e conseguente  vittoria della vita sulla morte, saranno consegnate pergamene varie a persone custodi di luci e di speranze. Ovvero sia  molteplici figure  come le varie insegnanti che si prodigano nel Santuario tramite insegnamenti per chi versa  in condizioni disagiate,  ripetizioni su studi scolastici, percorsi volti al recupero contro le  tossico-  dipendenze ed alcool, lezioni  di dottrina, ed altro ancora. Sul palco per le premiazioni saliranno  anche sociologi, giornalisti , esperti d’ambiente, medici, scrittori, letterati, artisti  ed altro ancora, ricordando  la Pasqua, festa cristiana, una delle  ricorrenze più importanti del Cristianesimo.   Carla Cavicchini

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L’ombrello nucleare europeo: protezione o illusione?

Non è il numero delle testate che la vince: in un conflitto nucleare nessuno vince. Se piove, meglio avere un ombrello. Ma se la pioggia è nucleare, serve qualcosa di più resistente. Così sembra pensarla Emmanuel Macron, che ha recentemente proposto di allargare lo scudo atomico francese agli alleati europei. L’idea di un ombrello nucleare europeo, con Francia e forse Regno Unito a fare da scudo atomico al continente, è tornata al centro del dibattito politico. Ma quanto è realistica questa prospettiva? La “Force de Frappe”: l’arsenale francese La dissuasione nucleare è una strategia militare difensiva per la Francia, creata negli anni Sessanta secondo il principio che con il proprio arsenale atomico, la cosiddetta “force de frappe”, Parigi ha la capacità di infliggere danni che il proprio avversario giudicherebbe “inaccettabili”. In piena Guerra Fredda, per volere del generale De Gaulle, l’obiettivo dichiarato della “force de frappe” francese era di evitare una guerra generalizzata. Oggi la Francia è l’unico Paese dell’Unione Europea a possedere armi atomiche, con un arsenale di circa 290 testate nucleari. Numeri ben lontani dai 5.000 ordigni di Stati Uniti e Russia, che insieme detengono il 90% delle testate mondiali. Tuttavia, non è la quantità a determinare l’efficacia di una strategia nucleare: la deterrenza si basa sulla capacità di sferrare un colpo in grado di dissuadere qualsiasi avversario. La proposta di Macron: un’ombrello nucleare per l’Europa? In un periodo di crescenti tensioni nei rapporti transatlantici, Emmanuel Macron ha suggerito di condividere la deterrenza nucleare francese con i partner europei, riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti. L’idea nasce dalla preoccupazione per un possibile disimpegno di Washington dalla difesa del continente, come suggerito da recenti mosse politiche americane. Ma la proposta di Macron è densa di incognite: chi deciderebbe quando e come impiegare le armi nucleari? La Francia manterrebbe il pieno controllo sul proprio arsenale, il che renderebbe l’ombrello nucleare più una promessa politica che una garanzia effettiva. Inoltre, l’eventuale estensione della protezione nucleare francese solleva dubbi anche tra gli alleati: l’ombrello sarebbe per tutti o solo per alcuni Paesi selezionati? Un’illusione più che una protezione? Se da un lato la proposta di Macron rafforzerebbe l’autonomia strategica europea, dall’altro solleva interrogativi pratici e politici. L’ombrello nucleare americano, che ha garantito la sicurezza dell’Europa per oltre settant’anni, è basato su un impegno chiaro e collettivo nell’ambito della NATO. Quello francese, invece, resterebbe sotto il controllo esclusivo dell’Eliseo. In un conflitto nucleare, si sa, non ci sono vincitori. E forse l’idea di un ombrello nucleare europeo è più una manovra politica che una reale alternativa strategica. Ma in tempi di incertezza, anche una promessa può fare la differenza. Giuseppe Arnò Foto: https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/ Autore (vincent desjardins)

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Sanremo, il carrozzone che non vuole fermarsi

  Finalmente si spengono le luci del Festival di Sanremo, questo spettacolo che ogni anno monopolizza il piccolo schermo e le pagine dei giornali, invadendo la quotidianità dei comuni mortali. Il circo musicale si ripete puntuale, sempre uguale a se stesso, sempre pronto a fagocitare l’attenzione nazionale con una maratona interminabile di ore ed ore di musica, dibattiti, polemiche e spot pubblicitari mascherati da intrattenimento. Mentre le guerre dilaniano il mondo, mentre centinaia di giovani soldati perdono la vita per difendere la loro patria e i loro ideali, noi ci ritroviamo incollati davanti a una sequenza di canzoni e lustrini, come se nulla fosse. Il Festival appare ogni anno più anacronistico, un monumento all’evasione fine a se stessa che stride con la drammaticità dei tempi che viviamo. In un’epoca in cui l’informazione dovrebbe essere priorità, in cui le notizie di attualità meriterebbero più spazio e attenzione, ci ritroviamo invece con i telegiornali ridotti a mere appendici dell’evento sanremese, trattando la kermesse musicale con la stessa importanza delle grandi questioni geopolitiche. Al di là di qualche raro spunto artistico degno di nota, la musica proposta è sempre più omologata, priva di quella scintilla che dovrebbe caratterizzare un grande evento culturale. La macchina del Festival si autoalimenta, generando profitti per gli organizzatori e per la Rai, che ogni anno scommette su questo spettacolo come garanzia di ascolti. Ma a quale prezzo? Ore e ore di trasmissioni ripetitive, di promozioni forzate, di pubblicità manifesta e no, di retorica vuota e applausi a comando. Sanremo non è l’Italia reale, è una fiction seriale, un racconto che non riflette l´oggettività del Paese, ma un’illusione confezionata per vendere sogni preconfezionati. Come già osservava Umberto Eco nella sua “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, certi fenomeni mediatici sono lo specchio di una società che si nutre di rituali ripetitivi e prevedibili. Forse sarebbe il caso di mettere in discussione questo meccanismo, di smettere di celebrare ogni anno lo stesso spettacolo stanco e dirottare l’attenzione su ciò che davvero conta. Ma, si sa, il carrozzone non si ferma facilmente: finché ci sarà pubblico pronto a guardarlo, continuerà a marciare imperterrito. Giuseppe Arnò

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Ritardi, Sale d’Attesa e Sondaggi: Il Nuovo Spettacolo Nazionale

  Capperi, l’eterna poesia dei ritardi ferroviari! Nulla racconta meglio l’identità di un Paese quanto un treno che non arriva e una sala d’attesa che non c’è. Una scenografia degna del miglior cinema d’autore, stile Russia di Dr. Zivago, ma senza la neve romantica e con molta più umidità. Addio alle nostalgiche panche di legno, quelle che scolpivano la schiena e l’anima, sostituite oggi da lussuose sale VIP e bar pieni di caffè fumanti e cornetti al burro. Ah, la modernità! Ma c’è chi, con spirito di certosina malinconia, rimpiange la rustica austerità di un tempo. Nel frattempo, mentre il popolo si distrae con i minuti di ritardo dei treni e la mancanza delle antiche latrine pubbliche, ecco che le vere notizie passano silenziose. Notizie che scottano, tipo quella di un Partito Democratico che perde terreno come neve al sole, mentre Giorgia Meloni e i suoi Fratelli d’Italia avanzano con passo deciso. Ma perché parlare di politica concreta quando possiamo indignarci per una seduta scomoda in stazione? È un trucco vecchio quanto il mondo: panem et circenses. Solo che oggi il pane è un croissant e i circenses sono le indignazioni social sui ritardi dei treni. C’è chi si indigna davvero, con veemenza, perché la vecchia sala d’attesa non c’è più, come se l’assenza di una panca scomoda fosse il vero problema nazionale. Provate a contestare questa narrazione e preparatevi all’esilio sociale: fascista! Reietto! Senza diritto di parola! Un’accusa che ormai si lancia con la leggerezza di un like su Instagram. Nel frattempo, sui social network impazzano analisi raffinatissime su questi drammi da bar dello sport, mentre le questioni fondamentali del Paese restano sullo sfondo. E allora, signori, avanti così! Discutiamo pure del cuscino mancante sulle sedie delle stazioni o sulle nostalgiche vecchie latrine a uso gratuito, mentre il treno del buon senso passa e noi restiamo sul binario morto. Redazione

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“Dal Deserto al Donbass: Putin, Assad e il Risiko delle Potenze Globali”

                      Lukashenko, Assad e il Grande Risiko del Mediterraneo:                            Mosca Tra Scacchi e Backgammon È il caos geopolitico che si trasforma in spettacolo: benvenuti al circo delle potenze globali, dove le mosse di Putin non sono mai banali e ogni crisi diventa l’occasione per ridefinire il concetto di “pragmatismo”. La caduta di Bashar al-Assad, come neve al sole siriano, è solo l’ultima scena di un dramma che unisce il teatro mediorientale con il palcoscenico ucraino. E nel mezzo? Un Vladimir Putin che sorseggia tè sotto un ritratto di Caterina la Grande, pensando a come mantenere la posizione sul Mediterraneo senza perdere di vista il Dnipro. Assad? “Era un caro amico, ma ora devo occuparmi di Lukashenko” Che la Russia abbia accettato la fine del regime di Assad è ormai chiaro. Ma attenzione: Mosca non ha mai avuto un debole per le monogamie politiche. Lo dimostra il fatto che, mentre in Siria il governo si scioglie più velocemente del gelato a Tartous, il Cremlino si preoccupa di consolidare l’impero… o almeno di salvare Lukashenko. “Assad chi? Non so di cosa parliate,” sembra suggerire Putin mentre distribuisce pacche sulle spalle degli ufficiali russi impegnati a Khmeimim. La strategia russa è invidiabilmente elastica: se non puoi tenere il leader, tieni le basi. Damasco è caduta? Nessun problema, Tartous e Khmeimim restano. Perché per Putin, il mare è più affascinante delle montagne di Latakia e il pragmatismo è l’arma segreta. I ribelli con la licenza di (non) colpire La caduta del regime siriano, facilitata da un’avanzata ribelle che ha ignorato strategicamente le basi russe, è come un giallo scritto male. “Strano, ma non troppo”, direbbe Hercule Poirot. Le teorie dietro le quinte suggeriscono che Erdogan abbia fatto da mediatore, garantendo ai russi che Tartous sarebbe rimasta al sicuro, almeno fino al prossimo capitolo di questa saga geopolitica. Nel frattempo, l’imprevedibilità del jihadismo fa impazzire tutti. È il caos post-multilateralismo, dove non sai mai se il tuo nemico di oggi sarà il tuo alleato di domani. E con i talebani in visita a Mosca, il Cremlino sembra pronto a negoziare anche con il Diavolo, purché la base navale resti operativa. Ucraina: una priorità con un costo E mentre la Siria diventa l’ennesimo tassello del grande risiko globale, l’Ucraina resta il vero banco di prova. Qui la Russia non può permettersi passi falsi. La tenuta di Lukashenko diventa più cruciale della sopravvivenza politica di Assad: perché in questo scacchiere complesso, Minsk è la torre che protegge il re. Certo, qualche osservatore ottimista potrebbe pensare che il disimpegno siriano preluda a una distensione sul fronte ucraino. Ma la realtà è che Mosca sta solo riorganizzando le sue pedine, spostando risorse da una battaglia all’altra senza perdere di vista l’obiettivo finale: vincere a tutti i costi, o almeno non perdere troppo platealmente. Un Macron in cerca di redenzione E l’Europa? L’Occidente, sempre in ritardo rispetto alla geopolitica creativa di Putin, cerca di improvvisare. Emmanuel Macron, ad esempio, è passato dal voler inviare truppe europee in Ucraina a diventare il mediatore di pace più fotogenico della storia, sorridente tra Trump e Zelensky. Una mossa che, se non altro, garantisce qualche punto di gradimento interno, sempre utile quando la politica estera fallisce ma si vuole salvare la faccia. Conclusione: il Risiko non è mai stato così divertente E così, la crisi siriana diventa un episodio tragicomico in cui Assad svanisce, Erdogan fa da regista, e Putin gioca a scacchi con un occhio sul Mediterraneo e l’altro sul fronte ucraino. In tutto questo, il mondo assiste, diviso tra ammirazione per il pragmatismo russo e confusione per una partita che sembra non finire mai. Ma dopotutto, chi ha mai detto che il Risiko fosse un gioco per cuori deboli? Redazione Foto Assad: credit  Khamenei.ir

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“Chi l’ha visto? Il mistero di Assad tra fuga, bunker e fantapolitica”

Dove sarà finito Assad? Un giallo degno di una spy-story A Damasco, la città assediata e al centro del dramma siriano, non si trova Bashar al-Assad. Si trova però una buona dose di confusione, una miriade di voci e una serie di sviluppi che sembrano tratti da un romanzo di spionaggio. Le fonti ufficiali del regime assicurano che il “rais” è ancora saldo al timone della Siria (anche se la barca sembra ormai mezza affondata). Tuttavia, secondo la CNN e altre testate internazionali, Assad non si vedrebbe più nemmeno col binocolo nella capitale. Dove sia, esattamente, è oggetto di accese speculazioni: alcuni lo immaginano nascosto nei meandri di un bunker super-segreto, altri suggeriscono che abbia già salutato Damasco e sia volato verso destinazioni più sicure, come Teheran o Mosca. Una capitale sotto assedio Mentre Damasco si trasforma in una metaforica “stanza degli interrogatori” per il destino della Siria, i ribelli avanzano impetuosamente. I quartieri esterni della città cadono uno dopo l’altro, il carcere di Sednaya è stato preso, e i prigionieri di coscienza sembrano finalmente vedere la luce dopo anni di buio. Le forze di Hayat Tahrir al-Sham, che un tempo si occupavano di slogan e video propagandistici, ora dominano un’ampia porzione del territorio. Assad: turista o stratega? Se davvero Assad si è dileguato, non si sa se stia negoziando un esilio sicuro o cercando un compromesso per mantenere almeno una fetta di potere. Bloomberg suggerisce che sia in Iran, pronto a firmare accordi. Altri lo collocano in una villa russa sorvegliata da orsi addestrati. Di sicuro, la sua assenza alimenta lo smarrimento del regime, ormai lasciato con pochi alleati concreti. La diplomazia in azione (forse) Intanto, a Ginevra e Doha si susseguono summit che sembrano più tentativi di salvare le apparenze che reali negoziati. La Russia e l’Iran dichiarano di voler “salvaguardare la stabilità siriana” ma, tradotto, significa: “Siamo un po’ a corto di soluzioni (e di soldi)”. Israele, invece, ha deciso di rafforzare la sua presenza sulle alture del Golan, dimostrando che una Siria caotica è il regalo di Natale che non voleva ricevere. E ora? Il destino di Assad è un thriller che si scrive in diretta. Forse fuggito, forse ancora lì, ma sicuramente sempre più isolato. Il leader, che aveva fatto del controllo totale il suo mantra, ora sembra l’ultimo spettatore di uno spettacolo che gli è sfuggito di mano. Nel frattempo, l’unica certezza è che la Siria continua ad essere la scena di un dramma umano senza fine. E, ovunque si trovi Assad, un pensiero lo avrà sicuramente: “Forse governare non è poi così facile come sembrava.” Redazione

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LAUDATIO DI LEO MUSCATO

di Francesco Lenoci * PREMIO MARIO CAMPUS Perché accadono le cose? Ce l’ha insegnato Padre Pio: per il combinarsi delle combinazioni. Il Premio “Mario Campus” viene attribuito per ricordare la figura del giornalista Mario Campus, che operò sia in Umbria che in Puglia, ad operatori culturali particolarmente impegnati nella promozione delle iniziative artistiche legate al Festival dei Due Mondi e al Festival della Valle d’Itria. Il premio consiste in un attestato della Fondazione Nuove Proposte Culturali, in un’opera pittorica del Maestro Manuel Campus e in mini biblioteca di 50 libri da donare ad un ente individuato dal vincitore. Per il combinarsi delle combinazioni, io ho preso parte insieme a Elio Michele Greco e a Cinzia Greco, presso il Convento delle Monacelle di Martina Franca, alla cerimonia di assegnazione del XXXV Premio “Mario Campus” a Fabio Cappelli il 2 agosto 2016 e alla cerimonia di assegnazione del XXXVI a Sandro Cappelletto il 2 agosto 2017.   CERTE NOTTI E LA CULTURA Per il combinarsi delle combinazioni 2 giorni dopo, il 4 agosto 2017, io ho incontrato per la prima volta Leo Muscato, il premiato di oggi 21 novembre 2024, il regista della prima della Scala 2024 “La forza del destino”. 4 agosto 2017 eravamo entrambi usciti dal portone del Palazzo Ducale di Martina Franca, nel cui atrio avevamo assistito ad un’opera del Festival della Valle d’Itria. Era all’incirca mezzanotte, ma siamo andati avanti a parlare in piazza, fitto fitto, fino alle tre di notte.   Come faccio a descrivere Martina Franca, la città del Festival… Mi affido al critico d’arte Cesare Brandi, autore del libro “Martina Franca”, pubblicato a Milano nel 1968 da Guido Le Noci, cugino di mio nonno paterno. “Martina Franca, capitale del rococò, è unica nel suo genere, con le sue decorazioni, con i suoi fregi, che la rendono un piccolo miracolo appartato e tranquillo, il riflesso tutto di fantasia d’una cultura per sentito dire, come fosse polline venuto da lontano, portato dal vento e lì caduto. C’è un clima che rende tutto possibile, persino incontrare in piazza qualche celebre musicista, come Paisiello o Mozart”.   Abbiamo parlato di teatro, di testimoni e maestri, vale a dire del suo meraviglioso lavoro teatrale “Vangelo secondo Lorenzo” e di don Tonino Bello. Don Tonino Bello, il prossimo Santo che diceva: “Il Signore vi dia la capacità di additare sempre traguardi lontani e vi abiliti a portare con gioia il cielo in una stanza”.   Come si fa a portare il cielo in una stanza……secondo don Tonino Bello occorre la Cultura. “Cultura è impegno, servizio agli altri, promozione umana come il riconoscimento della persona libera, dignitosa e responsabile. Cultura è cemento della convivenza, orizzonte complessivo, strumento di orientamento, alimento di vita. L’elaborazione culturale è una via obbligata per individuare stili di vita, modalità di presenza e di comunicazione, attenzione alle attese delle persone e della società, per esprimere le ragioni della speranza e accettare responsabilità in spirito di servizio”.   PAOLO GRASSI Dopo quella notte Leo Muscato ed io abbiamo scambiato tanti messaggi. Poi è arrivato il 2019, l’anno del centenario di Paolo Grassi. Per il combinarsi delle combinazioni, Leo Muscato ha studiato, insegnato e portato in scena lavori teatrali alla Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano.   Paolo Grassi, figlio di un Martinese, nacque a Milano il 30 ottobre 1919 e morì a Londra (a 62 anni) la notte del 13 marzo 1981, nel corso di un intervento chirurgico al cuore. Il giorno dopo ero a Milano e ricordo perfettamente l’emozione e la commozione che mi assalirono, vedendo tanti edifici con le bandiere a mezz’asta. Nel 1979 era stato nominato Patriae Decus di Martina Franca. È la circostanza che ci accomuna, essendo io stato nominato Patriae Decus di Martina Franca nel 2002.   Torniamo al 2019, al 30 ottobre 2019. Paolo Grassi quel giorno avrebbe compiuto 100 anni. Per il combinarsi delle combinazioni dov’ero io il 30 ottobre 2019? Ero qui proprio qui, al Teatro alla Scala, nel Ridotto dei Palchi Arturo Toscanini, seduto in mezzo al pubblico e ascoltavo emozionato “La lezione di Paolo Grassi”. Relatori: Riccardo Chailly, Carlo Fontana, Alexander Pereira, Sebastian F. Schwarz, Andrea Estero, Nuria Nono Schönberg, Mimma Guastoni, Cecilia Balestra, Claudia Ferrari, Mattia Palma, Carlo Torresani, Daniele Abbado, Filippo Crivelli, Francesca Grassi, Angelo Foletto e Filippo Del Corno.   IL FESTIVAL DELLA VALLE D’ITRIA A Milano Paolo Grassi scoprì, ancora giovanissimo, una profonda passione per il teatro. A Milano, nel 1947, due ragazzi di 26 e 28 anni, Giorgio Strehler e Paolo Grassi, inventarono un sogno: il Piccolo Teatro di Milano. Al loro fianco c’era una ragazza: Nina Vinchi. Strehler, Grassi, Vinchi, un sodalizio a tre che ha fatto la storia del teatro, a Milano, in Italia, nel Mondo, che ha saputo fare della sala di via Rovello uno dei maggiori centri culturali europei.   A Martina Franca, nel 1975, un gruppo di appassionati musicofili, capeggiati da Alessandro Caroli, con il determinante supporto di Franco Punzi, allora Sindaco della Città pugliese e di Paolo Grassi, all’epoca sovrintendente del Teatro alla Scala, inventarono un altro sogno: il Festival della Valle d’Itria. Nei suoi primi 50 anni il Festival della Valle d’Itria ha avuto solo tre eroici condottieri: Alessandro Caroli per 5 anni, Franco Punzi per 43 anni, Michele Punzi per 2 anni.   È proprio vero (e non mi stancherò mai di ripeterlo): “Se non si sogna, non si progetta. E se non si progetta, non si realizza”. È incredibile a dirsi ma, ogni anno, nel ricordo di Paolo Grassi, i due citati sogni annullano i 1.000 km che li separano e si uniscono. Ciò avviene ogni anno, senza soluzione di continuità, al punto che Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano, era solito dire: “Il Festival della Valle d’Itria è una costola del Piccolo Teatro di Milano. E il Piccolo Teatro di Milano è una costola del Festival della Valle d’Itria”. Un pensiero che arrivava dritto al mio cuore, facendomi emozionare.   Alla presentazione della Cinquantesima edizione del Festival della Valle d’Itria, svoltasi

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Decreto Flussi: quando i sì volano come rondini, ma non sempre portano primavera

Con 99 voti favorevoli, il Senato ha detto sì al decreto Flussi, e a Palazzo Madama si respira un’aria da “missione compiuta”. Certo, se per “missione” intendiamo una misura che cambia tutto per non cambiare nulla, allora sì, il risultato è perfetto. Ora che il Parlamento ha dato il via libera, tocca agli italiani, ai migranti e alla Corte di Giustizia UE capire cosa significherà davvero questo ennesimo capitolo della saga sulla gestione dei flussi migratori. Dalle Corti d’Appello ai Paesi sicuri: il bricolage legislativo Tra le novità, il decreto prevede il rafforzamento delle Corti d’Appello per velocizzare le decisioni sulle richieste di protezione internazionale. Una mossa ambiziosa, se non fosse che l’efficienza della giustizia italiana è già nota per tempi degni di un romanzo ottocentesco. Come dire: “Acceleriamo, ma senza fretta”. Poi ci sono i “Paesi sicuri”: una lista che, in teoria, identifica nazioni dove i diritti sono garantiti al punto da rendere superflue le richieste d’asilo. Tuttavia, alcune di queste “oasi di pace” compaiono regolarmente nei rapporti delle Nazioni Unite per violazioni dei diritti umani. Ma che importa? Basta che il cartello “sicuro” sia ben visibile. L’ombra della Corte europea E qui viene il bello: il decreto è già sotto esame della Corte UE . Si tratta di verificare se le garanzie per i richiedenti asilo siano effettivamente rispettate. Ma si sa, la politica italiana spesso preferisce soluzioni “pronte per oggi”, lasciando che i problemi legali si accumulino sul conto di domani. E adesso? In attesa della sentenza della Corte, il decreto Flussi resta in bilico. Qualsiasi passo successivo rischia di essere invalidato da Strasburgo, rendendo inefficaci le misure già approvate. Insomma, un provvedimento che, al momento, sembra più un esercizio di stile che una strategia concreta. Cosa cambia davvero? In pratica, poco o nulla. Il decreto Flussi cerca di bilanciare la domanda di rigore con quella di apertura, evitando di chiudere del tutto la porta ai nuovi ingressi per non scontentare i settori economici in crisi di manodopera. Ma l’equilibrio è fragile, e l’azione sembra più rivolta a soddisfare le urgenze politiche che a offrire risposte di lungo periodo. La morale della favola Il decreto Flussi rappresenta l’ennesimo tentativo di affrontare un fenomeno complesso come quello migratorio con un approccio a metà tra il populismo e il pragmatismo forzato. È un’altra occasione mancata per dimostrare visione e leadership su una questione globale che continua a bussare alle porte del paese. La domanda resta: chi avrà il coraggio di rispondere, e soprattutto, cosa risponderà? Giuseppe Arnò

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Francia nel caos: un momento cruciale per l’Europa e una chance per l’Italia

La caduta del governo Barnier, il più breve nella storia della Quinta Repubblica, segna un momento di straordinaria turbolenza per la Francia. Un terremoto politico, alimentato dalla convergenza inedita tra l’estrema destra di Marine Le Pen e la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, evidenzia la frammentazione del panorama politico francese e il peso dell’azzardo di Macron di dissolvere l’Assemblea nazionale. Questa crisi, tuttavia, non è esclusivamente politica. Con un debito pubblico che supera i 3.000 miliardi di euro e un deficit che potrebbe sforare il 6% del PIL entro fine anno, la Francia si trova a gestire una pressione economica significativa. Ma, come sottolineato dall’economista Francesco Saraceno, il paese non è “la malata d’Europa”. La sua economia resta più solida rispetto ad altre realtà, come quella tedesca, e il mercato continua a fidarsi dei titoli francesi. Tuttavia, il rischio maggiore non è interno, ma europeo: l’assenza di una leadership francese rischia di aggravare l’immobilismo dell’Unione Europea, già in difficoltà per il “motore franco-tedesco” inceppato. Michel Barnier * In questo contesto, l’Italia potrebbe giocare un ruolo cruciale. La crisi francese, unita a quella tedesca, apre un vuoto di potere all’interno dell’UE che Roma potrebbe colmare con una visione chiara e proposte concrete per uscire dalla “palude europea”. Ma ciò richiede capacità strategica e stabilità politica, elementi che in passato sono mancati. La crisi francese non è un’anomalia, ma il riflesso di un’Europa che fatica a trovare una direzione nel contesto globale. Mentre Stati Uniti e Cina avanzano rapidamente, l’UE appare intrappolata in logiche di frammentazione politica e lentezza decisionale. L’opportunità di emergere come protagonista nella transizione digitale e nell’innovazione c’è, ma richiede una leadership forte e una visione unitaria. Il caos francese, dunque, non è solo un problema interno, ma un monito per tutta l’Europa. La domanda è: saprà l’UE, e con essa l’Italia, cogliere questa occasione per rilanciarsi come attore globale? – Chissà! Giuseppe Arnò *This photo is free to use under Creative Commons license CC-BY-4.0

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Bugnara celebra Giuseppe Bolino

In occasione della giornata dedicata all’intellettuale e politico sulmonese, sono state consegnati i riconoscimenti per l’iniziativa “Radici e territorio” Cultura, memoria e premi per il territorio Bugnara, 17 novembre 2024 – Si è conclusa con grande partecipazione e interesse la giornata organizzata dal Centro Studi e Ricerche “Nino Ruscitti” presso il Centro Congressi di Bugnara (L’Aquila), dedicata alla figura di Giuseppe Bolino, intellettuale cattolico e uomo delle istituzioni, nel 40° anniversario della sua scomparsa.  L’evento, dal titolo “Attualità e vocazione di un intellettuale abruzzese”, ha visto la collaborazione dei Comuni di Bugnara e Sulmona, della Regione Abruzzo, dell’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo e dell’Istituto Abruzzese per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea. Dopo i saluti istituzionali del Presidente del Centro Studi, Matteo Servilio, del sindaco di Bugnara, Domenico Taglieri e del Sindaco di Sulmona, Gianfranco Di Piero, il convegno ha ospitato gli interventi dei relatori.  Tra questi Carlo Alicandri Ciufelli, Assessore alla Cultura del Comune di Sulmona, che ha ricordato Giuseppe Bolino e la sua idea di Sanità pubblica, orientata al paziente e universalmente garantita.   Carlo Fonzi, Presidente dell’Istituto Regionale per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea, ha ripercorso la nascita dell’Istituto, avvenuta nel ’77, e ricordato i contributi di Bolino pubblicati sulla «Rivista abruzzese di studi storici dal fascismo alla Resistenza».      Stefano Pallotta, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, che ha ricordato la nascita dell’Ufficio stampa del Consiglio Regionale e l’interesse di Giuseppe Bolino per un’informazione indipendente. A conclusione dell’evento si è svolta la cerimonia di premiazione “Radici e territorio” 2024, che ha celebrato figure professionali di spicco legate al territorio. I riconoscimenti sono stati conferiti a: Giuseppe Guastella, giornalista del Corriere della Sera, originario di Sulmona; Laura Di Pillo, giornalista de Il Sole 24 Ore, originaria di Pratola Peligna; Barbara Di Silvio, corrispondente dell’Agenzia di Stampa “Nova” da Pechino, originaria di Bugnara. Un premio speciale è stato inoltre assegnato al periodico La Foce di Scanno, per celebrare gli 80 anni di attività e il contributo della testata alla cultura e all’identità del territorio. L’evento chiude un anno intenso di attività per il Centro Studi “Nino Ruscitti” e getta le basi per futuri progetti volti alla valorizzazione del territorio attraverso la cultura. Matteo Servilio Centro Studi e Ricerche “Nino Ruscitti” Bugnara (AQ) [email protected] Fonte: G. Palmerini

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