Chiesa San Giacomo alla Lungara Trastevere Roma Marzo 2025 “Chi canta prega due volte”. Sant’Agostino. Un frase.

Do ut des, o dell’arte di finanziare la democrazia (a propria immagine e somiglianza)
Sovvenzioni anonime, referendum e quella sottile linea tra partecipazione e pressione “Do ut des”: ti do perché tu dia. Nel diritto romano era un contratto. Nella prassi contemporanea rischia di diventare un costume. E non dei più eleganti. La locuzione latina indicava uno scambio limpido: io cedo qualcosa, tu ricambi con qualcosa di equivalente. Oggi, invece, il “do ut des” tende a muoversi con passo felpato nei corridoi della politica, dove il favore non si scrive, ma si sottintende; non si firma, ma si intuisce. La discussione nasce da un fatto semplice e inquietante: un fiume di denaro starebbe affluendo nelle casse dell’Associazione nazionale magistrati in vista del referendum sulla giustizia. Denaro senza volto, senza elenco pubblico, senza trasparenza. L’elenco dei donatori, si apprende, lo conoscerebbe soltanto il beneficiario, che rifiuterebbe di renderlo noto e di trasmetterlo al Ministero della Giustizia. Ora, il punto non è criminalizzare la partecipazione civile. È difendere la limpidezza della competizione democratica. Perché quando il finanziamento è anonimo e interviene su un terreno delicato come quello referendario, il rischio non è teorico: è sistemico. Con una metafora, potremmo parlare di “turbativa d’asta politica”. Non si alza la mano per offrire di più: si alza la voce per orientare meglio. Il timore sollevato dal deputato Enrico Costa è di una semplicità disarmante: cosa accadrebbe se un magistrato iscritto all’Anm si trovasse, nell’esercizio delle sue funzioni, davanti a un finanziatore del comitato referendario? E se quel finanziatore fosse parte in causa in un processo? E se dall’altra parte ci fosse un sostenitore della tesi opposta? Non è una questione di sospetto personale, ma di architettura istituzionale. Le istituzioni non devono solo essere imparziali: devono apparirlo. In una democrazia matura, il finanziamento politico, specie se anonimo, è un ossimoro pericoloso. I fondi servono per costruire ponti, scuole, ospedali, per sostenere attività sportive o culturali. Non per inclinare l’ago della bilancia delle scelte collettive. Perché quando il denaro entra in cabina elettorale prima del cittadino, la sovranità popolare esce dalla porta di servizio. Si dirà: la politica costa. Vero. Ma la libertà costa di più. E si paga in trasparenza. Se davvero crediamo a ciò che sosteneva Abraham Lincoln, che il popolo è il legittimo padrone del Congresso e dei tribunali, non per rovesciare la Costituzione ma per rovesciare gli uomini che la pervertono, allora occorre una regola semplice: carte scoperte, nomi pubblici, conti chiari. Chi finanzia un’idea politica deve avere il coraggio di dirlo. Altrimenti non è partecipazione: è influenza. E l’influenza, quando è anonima, non è mai innocente. È solo un favore in attesa di riscossione. La democrazia, invece, non è un contratto di permuta. Non si compra, non si scambia, non si baratta. Si esercita. E possibilmente, senza ricevuta in sospeso. Giuseppe Arnò




























