Una divertente costante della politica moderna

  Con buona pace dei politici di ieri , che forse avevano meno strumenti ma più visione, oggi i cellulari sono i veri protagonisti della politica. C’è un’immagine che pare scolpita nella pietra della politica contemporanea: quella dei politici, senza distinzione di partito o carica, incollati ai loro inseparabili cellulari. Li vediamo così ovunque: mentre salgono sulle auto blu, sfrecciano nei corridoi del Parlamento o si affrettano verso incontri riservatissimi. E viene spontaneo chiedersi: staranno risolvendo crisi internazionali? Mediando accordi di pace? Oppure leggendo un messaggino del tipo: “Caro onorevole, potresti…?”, “Ho bisogno di un…”, “Mi raccomando…”? Questa “sindrome da cellulare perpetuo”, o nomofobia, è lo specchio perfetto della nostra epoca: un’era in cui il telefonino è trivalente – scudo, trofeo e passatempo tutto in uno. Uno scudo per evitare domande scomode dei giornalisti (“Oh, ora no, mi spiace, sono al telefono!”), un trofeo per sembrare sempre al centro dell’azione e – perché no – un passatempo per scrollare tra chat e notifiche mentre si aspetta la prossima foto ufficiale. Più realisticamente, è il risultato di agende elettorali infernali, gruppi WhatsApp traboccanti di inutili pettegolezzi e la convinzione che essere sempre connessi equivalga a essere indispensabili. Insomma, una scena che mescola smania, apparenza e un pizzico di teatralità. Ma la domanda che ci tormenta è un’altra: perché i nostri politici sembrano sempre incollati al telefono davanti alle telecamere? È un caso o una posa studiata per comunicare al mondo: “Vedete? Sono impegnatissimo!”? Forse è un modo per evitare occhi indiscreti, o – più probabilmente – per sfuggire a domande imbarazzanti con l’alibi perfetto: “Scusate, ho una chiamata urgente… con il destino del nostro Paese!” Ironie a parte, questa mania del manager sempre connesso racconta molto del nostro tempo. La politica sembra purtroppo più concentrata sull’apparire attiva che sull’essere realmente produttiva. Eppure, chissà? Tra una chat e una ripresa televisiva, magari una buona decisione si riesce pure a prenderla. Dopotutto, che mondo sarebbe senza il cellulare? Forse uno in cui potremmo finalmente osservare i politici camminare per strada guardando davanti a sé, come comuni mortali, invece di sembrare eternamente in videoconferenza con l’intero pianeta. Abbiate comunque pazienza: la trovata del cellulare avrà vita breve. Il politico del futuro sarà probabilmente sostituito dall’intelligenza artificiale. Più della metà degli italiani lo desidererebbe già, e in alcuni Paesi il politico virtuale è una realtà. Se l’idea che la tecnologia sostituisca la politica può sembrare aliena, di certo essa potrà contribuire a migliorarla. E non di poco. Giuseppe Arnò

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Musk e Trump, sì ai visti H1-B: lo scontro con la base MAGA sui migranti

“Fate marcia indietro e andate AFF…LO….. Io farò una guerra su questo argomento che nessuno potrà immaginare”. Questo il tweet pieno di rabbia e volgarità di Elon Musk per reagire agli attacchi al programma H1-B che permette alle aziende americane di assumere dipendenti specializzati da Paesi stranieri. Il programma era stato attaccato da alcuni sostenitori di Donald Trump contrari a ogni tipo di immigrazione. Difatti durante la campagna elettorale tutta la retorica sull’immigrazione di Trump, sostenuta e amplificata da Musk, si è concentrata sugli aspetti negativi, senza nessuna distinzione. Bisognava chiudere le frontiere per bloccare “l’invasione” dei migranti. Che esistessero anche migranti accettabili e produttivi e persino indispensabili come quelli con il visto H1-B non fu mai menzionato in campagna elettorale. Adesso però si comincia a vedere che non tutti i migranti sono indesiderati anche se l’ala ultradestra dei rappresentanti di MAGA, lo slogan di Trump, continua a favorire il blocco totale dei migranti. La “paladina” dell’ala MAGA si è fatta viva nel nome di Laura Loomer, un’attivista nota per le sue teorie di cospirazione che per un breve periodo di tempo nel mese di settembre del 2024 era molto visibile a fianco di Trump. La Loomer fu la proponente della nascita della bufala che i migranti haitiani rubavano e mangiavano animali domestici che Trump riprese e usò in campagna elettorale. Adesso la Loomer continua con le sue teorie di ultradestra, preoccupata dalla presenza di collaboratori indiani nell’amministrazione di Trump. La Loomer ha in particolar modo attaccato la nomina di Sriram Krisham, un investitore nato in India, scelto da Trump come consigliere principale sull’intelligenza artificiale. La Loomer ha etichettato questi miliardari dell’informatica di essere divenuti termiti a Mar-a-Lago, il resort di Trump in Florida. Anche Vivek Ramaswamy, di genitori indiani, scelto da Trump per dirigere insieme a Musk il cosiddetto Dipartimento di Efficienza governativa, è stato bersagliato dalla Loomer. Secondo l’attivista, Ramaswamy conosce bene il pericolo della Grande Sostituzione, la teoria che i bianchi dell’Occidente verranno rimpiazzati da gente di colore provenienti da Paesi stranieri. A dare man forte alla Loomer si sono schierati anche Steve Bannon, ex stratega di Trump, e Nicki Haley, ex governatrice del North Carolina, sconfitta dal tycoon nelle primarie repubblicane del 2024. Ambedue hanno ricalcato il fatto che i beneficiari del visto H1-B rubano posti di lavoro agli americani. Bisogna investire e creare questi specialisti per le aziende di tecnologia in America e non importarli da Paesi potenzialmente nemici. Trump era rimasto silenzioso ma poi ha capito che doveva cercare di fare la pace fra questi due gruppi. Alla fine ha deciso di schierarsi con Musk dichiarando che lui ha sempre sostenuto il valore dei visti H1-B. In realtà, si è comportato in maniera contraddittoria. In un’intervista al giornale conservatore The New York Post Trump ha dichiarato di essere sempre stato favorevole a questi tipi di visti. Ha aggiunto che lui li ha usati per assumere dipendenti per i suoi resort. Trump però confonde i tipi di visti che permettono alle aziende di assumere dipendenti di altri Paesi. Nel suo caso si tratta di H2-B che non richiedono lauree e vengono usati per assumere individui nel settore del turismo a tempo determinato. Trump è stato criticato perché invece di assumere lavoratori americani di gruppi minoritari ha deciso di assumere da Paesi dell’Europa dell’Est. Inoltre da presidente nel 2020 Trump aveva sospeso i visti H-1B perché rubavano posti di lavoro agli americani. La scelta di Trump di schierarsi con Musk e miliardari come Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e altri le cui aziende fanno uso di questo tipo di visti non dovrebbe sorprendere anche se inizierà a creare dubbi sulla sua leadership e il suo slogan di America First. Musk da parte sua continua a mostrare i suoi muscoli e Trump può fare ben poco ma qualche pensierino sulla visibilità di Musk lo starà facendo. Alcuni analisti hanno già suggerito che il vero presidente del Paese non è Trump ma proprio Musk. Trump se n’è accorto e in un recente discorso ha scherzato che Musk non si sta impossessando della presidenza. Il fatto che Trump abbia cercato di smentire queste voci vuol dire che il neo eletto presidente abbia notato i continui interventi di Musk in politica non solo in America ma anche in altri Paesi. Il padrone di Tesla e numerose altre aziende ha recentemente dichiarato in un tweet sulla sua piattaforma X (già Twitter) che solo l’Afd, il partito di ultradestra, può “salvare la Germania”. La sua incursione in politica tedesca include un recentissimo editoriale nel quotidiano Welt che ha spinto la caporedattrice Eva Marie Kogel a dimettersi per protesta. Forse Trump ha ragione. Musk non vuole divenire presidente degli Usa. Vuole il ruolo di presidente del globo? ============= Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Discorso sulla vita e la scrittura

di Carlo Di Stanislao   “La vita deve essere vissuta come un gioco”  Platone   Chi ci riesce? Probabilmente chi è elevato come Platone, che ha preferito parlare del maestro più che di se stesso. Il mondo non fa che ingannarci. Ogni volta mostra all’uomo un guadagno e alla fine questo non ha nulla. Possiamo vedere coi nostri occhi che la maggior parte della gente lavora e si affanna per giorni e anni e quando infine va a fare i conti non gli resta in mano nulla. E perfino chi raggiunge la ricchezza viene strappato ad essa. Questa è la regola: non possono convivere. O la ricchezza viene tolta all’uomo o l’uomo è tolto alla sua ricchezza.   Da tutto ciò può salvarci la poesia. Ma esiste oggi ancora la poesia?   Delle varie forme di manifesta decadenza di cui soffre attualmente l’arte poetica, nulla colpisce con maggior violenza la nostra sensibilità quanto il preoccupante declino dell’armoniosità del metro, quella che adornava i versi dei nostri immediati avi. Un pensatore antico come Dionigi di Alicarnasso e un filosofo moderno come Hegel hanno affermato che la versificazione non è semplicemente un necessario attributo, ma il fondamento stesso della poesia. Hegel, in effetti, pone la metrica al di sopra dell’immaginazione metaforica come essenza della creazione poetica.   Ma oggi esistono solo metafore piatte e sbiadite e la vita si priva anche di questa ricchezza. E sopratutto non esiste più metro…   Come ieri certe opere intellettualistiche e decadentistiche erano la prova patente di un depotenziamento ideologico, oggi certe opere all’insegna dell’erotismo sono la prova di una impotenza o di una deviazione sessuale, e l’una e l’altra sono la riprova di una carenza plenaria e unitaria dell’uomo. Questa è la triste verità.   Ma esiste un altro tipo di poesia: la poesia di ciò che è a portata di mano, la poesia dell’immediato presente. In questo immediato presente non c’è perfezione, niente si consuma, nulla è finito né definitivo. La materia vibra in modo indicibile, inala il futuro, esala il passato, vive in entrambi eppure da entrambi non è interamente posseduta. Il vile letterato, quello che sforna “pentole” per il resto della vita, risparmi tempo e ignori questo articolo. Non contiene accenni agli archivi dei manoscritti, ai vezzi da matita blu, né all’innata, perversa pervasività di avverbi e aggettivi. Scrittori che trottate con la penna: via di qua! Questo articolo è per lo scrittore che nutre ambizioni e ideali.   Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1.600. Ripetuto il sondaggio venti anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole. Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno.   È un problema? SI, è un grosso problema, perché, come ha evidenziato Heidegger, riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare.   E se non si sa pensare non esiste poesia e il gioco della vita si fa molto triste. E se mancano le basi linguistiche minime grammaticali e semantiche tutto diventa scambio adatto ai social e non nutrimento per lo spirito e il sorriso. L’intelligenza artificiale potrà scrivere usando molte parole, grammaticamente e semanticamente corrette, ma mancheranno almeno due cose: anima e creatività.

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Il patriarcato a sinistra: autocritica o tabù?

Ma i “maschietti” del PC-PDS-DS-PD non si sentono un po’ tirati in causa con tutte queste accuse di patriarcato maschilista che stanno circolando, soprattutto dopo il tragico femminicidio di Giulia Cecchettin? E con il successo del film di Paola Cortellesi, così acclamato soprattutto a sinistra? Davvero loro si sentono del tutto estranei a questa questione? Si dichiarano sempre “matriarcali” e “femministi” nella famiglia, al lavoro, nel partito, nella società in generale? E tutti quei grandi politici, scrittori, giornalisti, attori, registi, musicisti, ecc., che hanno fatto le loro vite tra relazioni extraconiugali e scambi di partner, spesso formando quelle che oggi chiamiamo “famiglie allargate” (dove, però, le donne non avevano poi tutta questa voce in capitolo)? Continuiamo a metterli su un piedistallo o iniziamo a rivedere il loro mito? E le grandi donne di quel mondo? Attrici, cantanti, scrittrici, giornaliste, che magari hanno accettato e sostenuto in silenzio le scelte di quei “grandi uomini”? Erano tutte complici? O dobbiamo vederle come vittime, sfruttate e tradite dal sistema patriarcale? Come le giudichiamo oggi? Paola Cortellesi, che di quel mondo ha esperienza diretta, cosa ne pensa? Che opinione ha delle dinamiche di potere in quel contesto? E gli eredi dei grandi del cinema italiano – De Sica, Rossellini, Gassman, Tognazzi, Comencini – che con le loro opere hanno raccontato le miserie del dopoguerra italiano? Quei padri, spesso vicini al Partito Comunista, hanno sì denunciato le ingiustizie, ma allo stesso tempo si sono arricchiti e hanno condotto vite da privilegiati. Oggi, come si collega tutto questo alla denuncia della Cortellesi, con il suo film in bianco e nero che strizza l’occhio al neorealismo? La sua denuncia è solo rivolta alla classe operaia – che nel frattempo è diventata un po’ ceto medio? Oppure anche alle altre classi sociali? Perché, diciamocelo, l’alta borghesia continua a “patriarcare” indisturbata. Che destino amaro quello della classe operaia: ogni volta che cerca di emanciparsi e avanzare, c’è qualcuno che arriva a rimettere tutto in discussione, facendola sentire colpevole delle sue aspirazioni piccolo-borghesi. Forse è per questo che Bertinotti citava sempre quella frase del “Sol dell’Avvenire”: “Non conta la meta, ma il cammino”. Un modo elegante per non certificare mai un fallimento, così che i soliti noti possano continuare a occupare i loro posti di privilegio, cambiando solo i simboli e i nomi del partito: PC, PDS, DS, PD…

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Ricerca del Cresesm sulla devianza giovanile contemporanea

                                                                        Via Zara,26 – 87011 Lauropoli-Cassano all’Ionio (CS) Fanco Tufaro   Ricerca del Cresesm sulla devianza giovanile contemporanea Franco Tufaro: L’ansia e lo stress degli adolescenti e dei giovani è lo specchio del disagio del vivere contemporaneo   Sulla ricerca intrapresa dal Centro di Ricerche e Studi Economici e Sociali per il Mezzogiorno (Cresesm) sulla devianza giovanile contemporanea interviene Franco Tufaro, docente negli Istituti secondari superiori, il quale ci ha concesso la seguente intervista. Il disagio giovanile contemporaneo è tutto imputabile al Covid, alla famiglia, alla scuola, agli ambienti frequentati dai giovani? <Il disadattamento comprende un campo più ampio della devianza o della marginalità poiché circoscrive tutti gli aspetti di non realizzazione di sé da parte di un soggetto e coinvolge sia la dimensione individuale che quella familiare e sociale. Provoca difficoltà sia nella costruzione della personalità, in particolare per la criticità nella gestione dei conflitti e delle emozioni, soprattutto quelle considerate negative come la rabbia e l’aggressività, sia per l’insuccesso scolastico>. Assistiamo a violenza in famiglia nei confronti di genitori o nonni. In altri casi nei confronti della ragazza frequentata. Quando si interrompe la relazione lui l’aggredisce, la ferisce fino a causarne la sua morte: cosa ne pensa?   <I giovani si trovano infatti spesso a provare emozioni e sensazioni intense quanto destabilizzanti quali la rabbia, la vergogna, la sofferenza, l’euforia, il senso di abbandono e di non riconoscimento; la frustrazione, la pietà, la confusione, il senso di colpa. Negli adolescenti, è rintracciabile l’emozione che -più delle altre- è trasversale negli adolescenti è la paura. La famiglia quando come interagisce con propri figli? Tali paure fanno soprattutto capo al timore della disorganizzazione dell’equilibrio sino a quel momento raggiunto e di quanto costruito per sé e per i figli e del conseguente caos emotivo provocato dalla dirompenza (sebbene spesso solo potenziale) delle spinte al cambiamento provenienti dagli adolescenti. Il disadattamento degli adolescenti o dei giovani, portato a scuola, è lo specchio del disagio di vivere, del disincanto, delle passioni tristi che dominano la società attuale, e che co­stringono alla strutturazione di un’identità spesso collegata all’idea di man­canza di futuro. Gli adolescenti si ritrovano a vivere emozioni intense che spesso non sono in grado di gestire o comunicare; può capitare che emozioni come la tristezza, la rabbia e la preoccupazione, si trasformino in depressione, collera e ansia>. La Scuola si prende cura della condizione emotiva, formativa e morale del giovane?    <La Scuola nel percorso formativo del giovane, teso a formare una persona libera, portatrice di valori e di diritti, in relazione all’ambito della comunità scolastica, familiare, sociale, professionale, tiene presente anche di “formare il cittadino” capace di ragionare col proprio cervello, con le sue idee e i suoi principi? <La maggior parte dei fenomeni riscontrabili a scuola sono l’incapacità, da parte dell’adolescente di regolare gli stimoli, le esperienze, le azioni, le risposte verbali e non verbali. Si manifesta con esperienze emotivamente dolorose, incapacità di inibire gli impulsi e i comportamenti. Come spiega l’insuccesso scolastico tra i giovani? <L’insuccesso scolastico viene letto come disagio   ado­lescenziale, come una perdita di speranza, rispetto alle possibilità di apprendere, ma anche sotto la luce di poter diventare un elemento che chiude al ragazzo la porta della spe­ranza di poter trovare una dimensione costruttiva per la sua esistenza. è anche una mancanza di motivazione, che non permette di acquisire una competenza sui fini del compito da svolgere da parte dei ragazzi. Così l’insuccesso scolastico finisce con il legarsi alle manifestazioni di disagio o di vera e propria devianza, lasciando alla scuola il semplice ruolo di constatare che cosa sta avvenendo, sottraendo all’insegnante quelle pos­sibilità insiste nel suo ruolo, prima fra tutte quella di dare agli adolescenti una chance per costruirsi la speranza di cambiare il suo “destino”, che non sa nemmeno di costruirsi, poiché spesso lo sente come prosieguo inevitabile del suo modo di essere. La Scuola si prende cura della condizione emotiva, formativa e morale del giovane? <La palestra in cui i ragazzi si esercitano all’adattamento è sempre stata la scuola. A me pare che oggi sia invece diventata un “buco nero” che sta inghiottendo le ultime generazioni. Noi mandiamo i nostri figli a scuola perché imparino qualcosa, o imparino a impararla. Cioè, in una parola, diventare adulti. Se non ci riescono più è perché la scuola non ci riesce più. Si dice sempre: è stato il Covid. Si, ma perché? E come? Semplicemente chiudendo la palestra-scuola per il tempo necessario affinché le altre forme di socializzazione prevalessero. E quando a scuola alla fine ci sono tornati, i nostri ragazzi hanno constatato che, era invecchiata all’improvviso: si sono accorti di quanto fosse ormai fuori dal tempo. Perché il modo nuovo di apprendere, conoscere, stringere amicizie, comunicare, era uscito dalla classe, e nessuna lavagna elettronica potrà riportarcelo. Invece erano una nuova cultura, un modo di pensare, un salto di specie, una rivoluzione dei costumi. E la scuola – non è colpa degli insegnanti o dei programmi, non ha purtroppo più niente a che fare col mondo che è uscito da quella rivoluzione>. Come spiega le cause di disadattamento scolastico e il cyberbullismo? <In alcuni casi, i fattori negativi che possono scaturire dai diversi contesti di vita si sommano a tal punto da determinare un fenomeno che viene definito disadattamento scolastico. Si determina una situazione nella quale lo studente non è più in grado di agire in linea con le aspettative del contesto, palesando uno squilibrio tra le proprie motivazioni e l’esigenza di completare gli studi. <È un dato oramai appurato che la pressione scolastica sta causando ansia e stress tra gli studenti italiani. Secondo un sondaggio realizzato in un liceo di Milano, il 70% degli studenti ha dichiarato che la scuola produce in loro crisi di ansia, stress e altre patologie psicologiche. L’aumento della competitività in classe e la pressione familiare verso il risultato, genera negli adolescenti già fragili e con una bassa autostima, uno stato d’ansia, che può tradursi anche in violenza. Il cyberbullismo è invece in crescita tra le ragazze e i ragazzi di 11 e 13 anni. I due fenomeni decrescono al crescere

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A proposito di Paesi sicuri…

Può essere considerato sicuro un PAESE che per vivere democraticamente e in libertà ha bisogno, unico esempio al mondo, di : una legislazione speciale antiterrorismo; una legislazione speciale antimafia; una legislazione speciale anticorruzione; di tribunali speciali di prevenzione della criminalità organizzata ; di Organismi politici,sia centrali che regionali, Commissioni ANTIMAFIA, che vigilino sui territori di competenza; di Autorità Centrali di coordinamento della lotta alla mafia, al terrorismo ed alla corruzione? Un Paese dove ci sono 5 milioni di poveri e 5 milioni di immigrati? Dove ci sono almeno 1 milione di immigrati irregolari che circolano allo sbando e sono preda di organizzazioni criminali che assicurano loro da vivere spacciando droga? Un Paese dove su sessantamila carcerati almeno la metà sono immigrati? Mi domando allora: Se la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) vieta agli Stati aderenti il rimpatrio di immigrati irregolari verso paesi INSICURI, non dovrebbe prima vietare alle ONG di portarli in PAESI INSICURI ? Ed esiste,oggi in Europa, un Paese più insicuro dell’ ITALIA ? di Ninni Speranza

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Le nostre fragilità in un Occidente debole e impotente

Le fragilità dell’Occidente, in un tornante della storia mai così debole e incapace di iniziative concrete di pace, è sotto gli occhi di tutti. L’anniversario del 7 ottobre ha visto Israele all’offensiva e i popoli della regione stremati da un anno di guerra, senza nessuna prospettiva di pace all’orizzonte.   Chi ha pianificato il massacro di un anno fa aveva un doppio scopo, quello di mettere a ferro e fuoco la Cisgiordania per prenderne il potere, è quello di provocare una risposta talmente dura da parte di Israele, da isolarlo nel mondo, sia politicamente che nell’opinione pubblica, fatto quest’ultimo gravissimo perché mai accaduto in precedenza.   Il primo obiettivo è fallito perché Hamas non ha preso il potere, anzi si parla di 50mila morti nella sola Gaza perché si è fatta scudo dei civili, un vero massacro. Il secondo obiettivo è stato raggiunto, invece, perché al successo militare con la decapitazione di Hezbollah, si è accompagnato l’isolamento politico di Israele.   Anche la causa ucraina comincia a non reggere più, di fronte a più di una obiezione che si manifesta, sia a destra che a sinistra: forse è meglio accontentare Putin e finirla con la guerra.   Questo dimostra l’impotenza e la fragilità dei governi democratici del mondo occidentale, in un momento storico caratterizzato dalla incapacità di prendere le decisioni migliori per risolvere le crisi internazionali che si succedono ad una velocità impressionante.   L’America attende il verdetto del 5 novembre, polarizzata come non mai, spaccata in due metà che si equivalgono: i democratici prenderanno più voti ma rischiano di perdere la Casa Bianca per poche migliaia di voti in tre Stati incerti sulla scelta.   In Francia, la storia politica di Macron è agli sgoccioli, anche se mancano due anni alla presidenziali; ha salvato la faccia al secondo turno delle legislative, alleandosi di fatto con la sinistra, per poi fare un governo con la destra di Marine Le Pen. Una cosa è certa, sarà difficile chiamare il popolo alle urne per sbarrare il passo al “fascismo” che avanza e ciò potrebbe significare la vittoria della Le Pen e la fine dell’Europa.   A Bruxelles, la Commissione di Ursula Von der Leyen non sembra destinata ad avere vita facile, perché l’intento programmatico è quello di frenare l’ascesa dell’estrema destra che governa a Budapest, è il primo partito in Austria e cresce in tutti i lander tedeschi.   Sembrerà un paradosso, ma il vero punto debole dell’Europa è proprio il Paese che sembrava la guida più affidabile. Il cancelliere Scholz è visto come un vero disastro dal suo stesso partito che pensa di sostituirlo in vista delle prossime elezioni, che saranno vinte con ogni probabilità da una CDU molto diversa da quella della Merkel, perché meno disposta al debito comune, alla solidarietà europea, alla costruzione dell’Unione.   Se a quanto detto si aggiunge il solo voto di maggioranza che permette al governo Sanchez di andare avanti e, in ultimo, il governo del laburista Starmer, che dopo solo nove settimane e mezzo è tra i più impopolari della storia inglese, si potrebbe pensare che essere una democrazia è uno svantaggio e che le autocrazie funzionino meglio perché rispecchiano la volontà del popolo.   Nulla di più errato. Tuttavia questo è quello che pensano in molti e dimostra la fragilità del nostro Occidente che, però, resta la migliore parte del mondo, proprio perché è la migliore democrazia che ci sia.   Purtroppo siamo portati a dimenticare che se alla democrazia non si daranno gli strumenti per prendere decisioni, affrontare al meglio i problemi delle persone e intervenire nelle crisi internazionali, sarà in pericolo e sarà difficile salvarla.   Angela Casilli Fonte G. Palmerini

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Felicità, la destinazione ultima dentro di noi

La felicità viene erroneamente cercata nella ricchezza materiale, nel comfort e nello status sociale. La maggior parte delle persone crede che avere più cose o avere più successo possa essere una fonte di felicità sostenibile a lungo termine, ma questo è l’opposto della verità. I lussi esterni possono soddisfare l’ego per un po’, ma non si dimostreranno mai permanenti come sentimento di felicità. In realtà, la felicità coinvolge qualcosa di molto più profondo: l’appagamento e la ricerca interiore. Ancora una volta, la complessità della società ci dice di confrontarci con gli altri e di competere per ottenere di più, alimentando così un ciclo vizioso di infelicità. Ma appena raggiungiamo un obiettivo, ne emerge un altro che continua a tormentarci.  Tuttavia, la verità dietro la felicità non è ciò che otteniamo, ma come viviamo. Se una persona vive senza stress e senza essere schiava delle aspettative sociali, può aprirsi alla vera gioia.   L’appagamento gioca un ruolo fondamentale in questo percorso, perché, dopo tutto, è la capacità di apprezzare il momento presente e di trovare valore negli aspetti semplici e spesso trascurati della vita. Che si tratti della bellezza della natura, del calore delle relazioni o della riflessione silenziosa, queste esperienze danno molto più appagamento della ricchezza materiale. Anche se il denaro è necessario per garantire la sicurezza e può certamente migliorare la qualità della vita, è lontano dall’essere la fonte della felicità. In uno dei miei studi approfonditi sui bisogni umani, ho scoperto che, una volta soddisfatti i bisogni primari di una persona, la correlazione tra ricchezza e felicità diventa debole. In un modo o nell’altro, la ricerca incessante del denaro porta ad un aumento dello stress, più ansia e isolamento, piuttosto che alla realizzazione personale.   La vera ricchezza è la felicità, nel senso che si è soddisfatti di dove ci si trova, pur aspirando a di più per il futuro. Non significa abbandonare tutti i sogni, ma rendersi conto che la felicità non aspetta di essere raggiunta a un determinato livello di successo. La vera gloria sta nella pace interiore e nel valore che diamo alla nostra vita, piuttosto che nel desiderio costante di ciò che ci manca.   La felicità non è una destinazione che si può trovare all’esterno. Piuttosto, è un viaggio interiore, influenzato dalla nostra mentalità o dalle scelte quotidiane. Ha a che fare con la consapevolezza del presente, la gratitudine per ciò che si ha e il vivere autenticamente secondo i propri valori. Quando smettiamo di inseguire le apparenze esterne del successo e spostiamo l’attenzione verso l’appagamento interiore, la vita diventa molto più significativa e appagante.   Il viaggio interiore sposta la nostra attenzione dal cercare approvazione e validazione dagli altri, verso il soddisfacimento personale. Impariamo ad apprezzare l’unicità del nostro percorso, invece di confrontarci con gli altri. La felicità non riguarda i segni esteriori di successo, ma la quieta soddisfazione nelle piccole cose della vita, nella crescita delle relazioni e nella fedeltà a se stessi.   La felicità deve essere ridefinita come qualcosa verso cui le persone si muovono continuamente, senza mai arrivarci definitivamente. Perseguire la felicità non significa raggiungere qualcosa in futuro, ma godere del presente con gratitudine e pace. La destinazione verso cui siamo diretti esiste già dentro di noi, pronta per essere scoperta.   Dr. Sethi Krishan Chand Scrittore, poeta e artista Daman – India, Auckland – Nuova Zelanda *** Happiness, The Ultimate Destination Within   Happiness is mistakenly looked for in material wealth, comfort, and status. Most people believe that having more things or being more successful will be a longer-term sustainable source of happiness, which is the reverse of the truth. Outside luxuries may satisfy one’s ego for a while but will never ultimately prove permanent as a feeling of happiness. Actually, happiness would involve something far more profound: contentment and inner pursuing   Once again, societal rigmarole(societal rigmarole means a long, complicated, and confusing societal procedure that seems unnecessary) tells us to compare ourselves with others and compete for more, thus playing into a vicious cycle of unhappiness. But as soon as we accomplish one thing, another pops up and continues tormenting us. But then again, the truth behind happiness is not what we obtain but how we live. If a person lives life in distress-freefulness and free from societal expectations, one will be able to open themselves to true joy.   Contentment plays a huge role in this journey because, after all, it is the ability to appreciate the present moment and find worth in simple, often overlooked aspects of life. Whether this is the beauty of nature, the warmth of bonding with others, or quiet reflection, these do much more to satisfy than material wealth does. Although money is required for security and will certainly help us improve our quality of life, it certainly is far from being the fountain of happiness.In one of my deep studies on human needs I could find that  after meeting the basic needs of a person, the correlation between wealth and happiness becomes weak. One way or another, endless pursuit of money leads to increased stress and more anxiety and isolation rather than fulfillment.   Real wealth is happiness in the sense that one is content with where they are, yet aspires to more in the future. It does not mean throwing overboard all the dreams but rather realizing that happiness never waits for a given level of attainment. True glory is in inner peace and the worth we place in our lives rather than constantly yearning for what we lack.   Happiness is not a destination that can be found outside. Instead, it would rather be an inner journey that has been influenced possibly by a mindset or daily choices. It has to do with being mindful of the present, thankful for what is, and living life authentically according to our true values. In the event that we stop pursuing such external trappings of success and shift our focus toward inner fulfillment, life becomes a lot meaningful

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