La musica sta per finire

Tanto va il missile al lardo… che ci lascia la pelle  Nel vasto teatro tragicomico del Medio Oriente, tre protagonisti si stanno giocando un Oscar al peggior attore non protagonista: la Cina, che si diverte a distribuire componenti per missili come fossero gadget alle fiere; l’Iran, che trasforma ogni porto in un deposito di petardi pronti a saltare in aria; e gli Houthi, che ormai prendono le navi americane come bersagli mobili nel loro personale torneo di freccette a colpi di droni e razzi. Solo che qui, a differenza delle freccette, chi sbaglia non paga pegno: fanno pagare agli altri. Ma ogni pazienza ha un limite, e quella dell’Occidente — leggasi Stati Uniti e Israele, con Trump pronto a rientrare in scena come un cowboy che ha finito di lucidare la Colt — sta per esaurirsi. E allora sarà interessante vedere quanto durerà il gioco quando le regole cambieranno. La Cina si diverte, l’Iran esplode, gli Houthi ringhiano Pechino, dal canto suo, finge di essere un moderatore globale ma intanto spedisce allegramente perclorato di sodio e ammonio (ingredienti base per carburante missilistico) come se stesse inviando tè verde e biscotti di riso. Due navi, Golbon e MV Jairan, sarebbero arrivate a Teheran con sufficiente materiale da far tremare tutto il Golfo Persico: 250 missili belli carichi di amicizia e diplomazia orientale. Intanto, a Bandar Abbas, il porto iraniano salta per aria in un’esplosione “casuale” durante il terzo round di colloqui con gli USA. Che coincidenza, vero? Khamenei si affretta a promettere “indagini accurate”, ma si sa: quando la polvere è cinese e il fuoco è persiano, il risultato è sempre lo stesso – fumo negli occhi al popolo e nervi tesi a Washington. Droni cinesi e satelliti spioni: il kit del piccolo ribelle Houthi Nel frattempo, gli Houthi – una milizia che si crede potenza navale – non sparano più solo con vecchi Kalashnikov, ma con droni letali e silenziosi dotati di celle a combustibile cinesi. Più leggeri, più potenti, più difficili da individuare: praticamente un sogno per ogni gruppo paramilitare in cerca di notorietà. E se servono coordinate precise? Nessun problema! Le fornisce Chang Guang, compagnia satellitare cinese “casualmente” legata all’esercito del Dragone. Washington ha chiesto chiarimenti. Pechino ha risposto con la consueta espressione impassibile: nulla da dichiarare, solo “cooperazione pacifica”. Certo, pacifica come una portaerei in avvicinamento. La musica sta per finire A questo punto, è lecito chiedersi quanto ancora potrà reggere questo circo. Per quanto tempo ancora il commercio globale dovrà piegarsi ai capricci di milizie sponsorizzate e regimi protetti da giganti impassibili? Perché, come si dice dalle nostre parti, tanto va il missile al lardo che prima o poi ci lascia la scocca. E quando accadrà, non saranno certo i registi a pagarne il conto, ma gli attori più fragili: gli Houthi, l’Iran e magari, chissà, anche qualche azienda “troppo coinvolta per far finta di niente”. Il messaggio è chiaro: la libera navigazione non è facoltativa. O si rimettono i remi in barca, o si prepara il conto. E stavolta, a fare la festa, non saranno i ribelli. di Redazione

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L’Europa Militare: Finalmente un’Idea Geniale (O No?)

Cari europeisti incalliti e detrattori del buon senso, ecco a voi l’idea rivoluzionaria che salverà il Vecchio Continente dal suo destino di eterna balia degli eventi: un esercito europeo unico, armato fino ai denti, con uno Stato Maggiore centrale e un addestramento degno di un film d’azione hollywoodiano. Ebbene sì, perché basta con questa farsa delle singole nazioni che si dilettano a giocare alla guerra ognuna con i propri giocattoli costosissimi e incompatibili. Se proprio dobbiamo riarmarci (e dobbiamo, perché è di moda), facciamolo con stile: un arsenale comune, una strategia condivisa e, soprattutto, un bel quartier generale europeo dove generali di diverse lingue possano finalmente discutere animatamente in una Torre di Babele bellica. Immaginate lo spettacolo di una moderna Armata Brancaleone, dove ogni Stato gioca per conto proprio, con carri armati incompatibili, missili che non dialogano tra loro e soldati che si addestrano secondo manuali di epoche diverse. Un vero spasso per i nostri potenziali avversari! Ma tranquilli, c’è di peggio: questa volta non si tratta di combattere con spade e lance contro qualche saraceno di turno, ma di confrontarsi con apparati militari in grado di polverizzare un continente con un solo tasto. Dettagli, vero? Nel frattempo, tra un summit e l’altro, i leader europei continuano a perdere tempo con concetti fumosi come “forze di rassicurazione”, che suonano bene nei comunicati stampa ma che nella realtà servono a poco più che a generare confusione. Francia e Regno Unito si offrono di guidare una missione in Ucraina, mentre il resto del continente rimane in attesa, diviso tra chi sogna di comandare e chi teme di essere comandato. E nel frattempo, la difesa europea rimane un miraggio, un esercizio di retorica condito da gelosie nazionali e ostacoli burocratici. E allora, cara Europa, vuoi fare sul serio o no? Il tempo stringe, e tra tentennamenti, indecisioni e ostacoli autoimposti, rischiamo di diventare la barzelletta geopolitica del secolo. Se dobbiamo difenderci, facciamolo con intelligenza e unità, senza pasticci burocratici e senza disperdere risorse in un’inutile corsa al riarmo frammentato. Un esercito europeo vero, con una catena di comando efficiente, armamenti standardizzati e una strategia comune, potrebbe essere l’unica soluzione sensata. Ma tranquilli, c’è sempre tempo per perdere altre occasioni e continuare a discutere all’infinito senza concludere nulla. Dopotutto, siamo europei: l’arte della procrastinazione è il nostro vero capolavoro. Giuseppe Arnò Credito foto: https://www.militarypedia.it/ugv-veicolo-terrestre-senza-pilota/

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Il Destino dell’Umanità: Un Circo Globale con Clown Armati

La storia dell’umanità sembra essere un copione già scritto, un’opera tragicomica in cui i popoli, per natura pacifici e desiderosi di prosperità, vengono trascinati in conflitti devastanti da una ristretta cerchia di individui il cui potere si fonda sulla paura e sulla manipolazione. Gli attori principali di questa sceneggiata sono spesso leader di grandi potenze, sbullonati e imprevedibili come meccanismi difettosi, che governano con un misto di cinismo, arroganza e calcoli personali. Eppure, mentre le anime dei giusti riposano in una dimensione al di sopra delle miserie terrene, qui sulla Terra il destino del mondo sembra essere in mano a pochi burattinai con un arsenale nucleare in tasca e una mentalità da Circo Massimo. Le nazioni, come gladiatori loro malgrado, vengono spinte a combattere per onori che non gli appartengono, sotto lo sguardo di una folla attonita e impotente. Il futuro si profila incerto e oscuro: guerre per procura, scontri ideologici, lotte economiche e la costante minaccia di un’apocalisse tecnologica che potrebbe ridurre il mondo a un cumulo di macerie fumanti. Davanti a questo scenario, sorge spontanea la domanda: c’è una via d’uscita? È possibile evitare che l’intera umanità paghi il prezzo della follia di pochi? La risposta non è semplice né immediata, ma risiede in un concetto tanto antico quanto disatteso: la responsabilità collettiva. La storia insegna che i tiranni non regnano senza il consenso – attivo o passivo – delle masse. Perciò, la prima soluzione è la presa di coscienza globale. Popoli informati, capaci di smascherare la propaganda e di resistere alla manipolazione emotiva, possono contrastare le derive autoritarie e guerrafondaie dei loro governanti. In secondo luogo, la diplomazia dovrebbe smettere di essere un gioco di specchi e diventare un vero strumento di pacificazione. Troppo spesso i trattati e le negoziazioni sono condotti come meri esercizi retorici, senza un sincero intento di risoluzione. Servono istituzioni internazionali più efficaci, dotate di reali poteri di mediazione e sanzione, capaci di bloccare gli eccessi prima che diventino catastrofi. Infine, il progresso tecnologico e scientifico, che ha spesso alimentato la corsa agli armamenti, potrebbe essere il nostro miglior alleato se utilizzato con saggezza. Investire in fonti di energia sostenibili, in intelligenza artificiale etica e in sistemi di prevenzione dei conflitti potrebbe rendere il mondo meno dipendente dalle logiche predatorie che lo hanno caratterizzato finora. L’umanità non può permettersi di estinguersi per la follia di pochi. La storia non è scritta nelle stelle, ma nelle scelte di chi la vive. Forse è giunto il momento di spezzare il circolo vizioso e trasformare il Circo Massimo in un’agorà, dove la parola prenda il posto della spada e la ragione sostituisca la furia cieca del potere. di Redazione Credit foto: https://www.lacittafutura.it/esteri/tragedia-greca-atto-terzo

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Attenti a quei due: Trump e Vance

   L’elefante in cristalleria schiaccia l’Europa C’era una volta un mondo in cui l’America difendeva l’Europa, la democrazia e i suoi alleati. Poi arrivò Donald Trump. Ora, invece, la strategia di Washington sembra essere quella di mollare gli amici per abbracciare gli avversari. Un’arte che il duo Trump-Vance sta affinando con una precisione chirurgica. E l’ultimo capitolo di questa telenovela tragicomica si è consumato davanti alle telecamere, con un Volodymyr Zelensky ridotto a spettatore impotente. L’agnello davanti al lupo (arancione) L’incontro tra Trump e Zelensky è durato meno di venti minuti, il tempo necessario per trasformare la Casa Bianca in un’aula scolastica dove il presidente ucraino è stato trattato come un bambino capriccioso. “Mostra gratitudine”, gli è stato detto. Non basta che il suo paese sia stato invaso, che milioni di ucraini siano in fuga, che le bombe cadano ogni giorno. No, deve anche ringraziare. Magari con un bel biglietto di auguri. E quando Zelensky ha provato a far notare che, forse, ci sarebbe bisogno di maggiore supporto e non di prediche, Trump gli ha risposto con una cacciata in diretta mondiale: “Torna quando sarai pronto”. Qualcuno immagini la scena: da una parte, il presidente ucraino con un viso pallido e provato dalla guerra. Dall’altra, Trump con la sua solita abbronzatura da resort e un sorrisetto compiaciuto. Se fosse un film, si chiamerebbe “David contro Golia, ma Golia ha il telecomando della regia”. Il patto diabolico: Trump, Putin e il destino dell’Ucraina Se qualcuno avesse ancora dubbi su da che parte sta Trump, basta riguardare il replay di questo scontro. La sua “pace” non è altro che un accordo già scritto con Vladimir Putin, progettato in incontri privati senza testimoni, dove la posta in gioco è la sovranità ucraina. Trump, in perfetto stile da businessman, ha una sola priorità: “convincere” Kiev a cedere alle condizioni russe e magari cedere pure alcune risorse minerarie agli Stati Uniti in cambio di promesse vaghe e nulla di concreto. Il tutto mentre JD Vance, il vicepresidente che sembra uscito da un romanzo distopico, rincara la dose con dichiarazioni allucinanti. Secondo lui, le vere minacce non vengono dalla Russia o dalla Cina, ma dall’Europa. Più chiaro di così si muore: per Trump e i suoi, Bruxelles è un fastidio, un concorrente da schiacciare. Putin, invece, un socio con cui fare affari. Europa, svegliati: il prossimo bersaglio sei tu L’Europa, come una fragile cristalleria, ha appena subito un colpo assestato con precisione chirurgica. Se ancora qualcuno pensava che gli Stati Uniti fossero un alleato affidabile, ora è tempo di ricredersi. La lezione di Zelensky è chiara: oggi è il suo turno, domani potrebbe essere quello di qualsiasi altro paese europeo. Trump non si sente più obbligato a difendere l’Occidente: preferisce dividere, destabilizzare e consegnare il destino del continente nelle mani di Putin. E mentre a Mosca già brindano con vodka e popcorn al “porco Zelensky che ha avuto ciò che meritava” (parole di Dmitry Medvedev, sempre fine ed elegante), in Europa sarebbe il caso di smettere di credere alle favole. Perché la pace che Trump vende non è altro che una resa incondizionata. E il prezzo lo pagheremo tutti noi. Giuseppe Arnò   Foto credit: https://www.ilgiornale.it/

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Matite, tablet e geopolitica: chi pensa grande, chi piccolo piccolo

Immaginate di essere a una festa in maschera. Da una parte, il governo italiano si presenta travestito da stratega internazionale, con mappe del mondo, progetti di cooperazione e ambizioni di tregue storiche. Dall’altra, l’opposizione si aggira come un detective di provincia, impegnata a investigare sulla spinosa questione dei tablet nelle scuole. Una scena tristemente esilarante. L’opposizione, oggi, si scaglia contro il governo (Valditara capro espiatorio di turno) accusandolo di sperperare denaro pubblico per fornire tablet e attrezzature elettroniche agli studenti italiani. Una tragedia epocale, pare. Dopotutto, è risaputo che insegnare ai ragazzi a usare strumenti moderni sia un attentato al futuro del Paese. Come osiamo puntare sull’innovazione e sull’istruzione tecnologica quando c’è ancora chi difende con eroismo la nobile arte della matita temperata? Chi pensa grande, invece, si dedica a ben altri orizzonti: far crescere l’Italia nel panorama geopolitico internazionale. Prendiamo ad esempio il governo, che in queste settimane sta tessendo una rete di iniziative su più fronti: dagli aiuti umanitari in Medio Oriente all’evacuazione di bambini oncologici da Gaza verso ospedali italiani, passando per la cooperazione economica con l’Oman e il consolidamento del ruolo italiano nell’Unifil in Libano. Il ministro Tajani, instancabile ambasciatore del brand Italia, non solo distribuisce aiuti e stipula accordi, ma rilancia il ruolo strategico del nostro Paese nel Mediterraneo e oltre. Certo, ogni tanto qualche svista accade – vedi la discutibile tappa turistica di Giorgia Meloni al Cristo Redentore dimenticando l´appuntamento con la stampa italiana a Rio de Janeiro – ma anche le scivolate servono a calibrare il passo successivo. Eppure, mentre Tajani e Bernini consegnano aiuti umanitari ad Ashdod, e il viceministro Cirielli intreccia rapporti strategici con l’Oman, in patria l’opposizione è impegnata in una lotta serrata contro la modernizzazione scolastica. Soldi spesi male, dicono, per tecnologie che potrebbero migliorare l’accesso all’istruzione e, osiamo dirlo, aprire una finestra sul mondo. Nel frattempo, il governo lavora a programmi di telemedicina per Gaza, progetti di ricostruzione sanitaria e piattaforme educative che coinvolgano le nostre università. Ma guai a farlo notare: si rischia di rovinare la narrazione della “matite contro i tablet”, uno scontro epico che neanche Tolkien avrebbe osato scrivere. Chi pensa grande, poi, guarda al medio-lungo periodo. L’Italia, che non si limita a gestire l’emergenza a Gaza, punta a diventare un pilastro europeo nella Nato e propone soluzioni creative per i dazi e la difesa comune. Si progetta un’Europa più integrata, una strategia africana per partenariati equi, e un ruolo centrale nei Balcani, dove l’Italia ospiterà il vertice “Amici dei Balcani”. E chi pensa piccolo? Beh, ci auguriamo che un giorno si svegli e capisca che temperare matite, per quanto nobile, non renderà grande un Paese. L’opposizione, anche criticando, potrebbe proporsi come partner propositivo. Ma forse è troppo impegnata a contare le schegge delle matite spezzate per accorgersene. L’Italia è sulla buona strada, anche se il traguardo è lontano. Non tutto è perfetto, ma è difficile ignorare i progressi in corso. Alla fine, chi pensa grande costruisce ponti. Chi pensa piccolo, tempera matite. Giuseppe Arnò

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La finestra su Roma

di Sanremo scatta la fotografia sulla morale italiana Il mese più lento e fastidioso per Roma e i romani è già alle spalle, superato in scioltezza anche grazie al meteo clemente che prometteva sfaceli di freddo e clima terribile, ma che alla fine si è rivelato molto più clemente di quanto si attendeva. Molto rumore per nulla, insomma, un po’ come il carattere degli Italiani che gesticolano per dire anche le cose più semplici facendo apparire enormi anche quelle che non lo sono.  Un po’ di giorni consecutivi di pioggia e un po’ di freddo ma alla fine tutto qua, e Roma si è mostrata come per la maggior degli inverni quel posto dal clima mite che ne fa sopportabile il viverci anche in mezzo ai suoi atavici disagi. Sarà forse per il clima che quei popoli antichi decisero di fondarci una città che avrebbe segnato per sempre la storia? Più passa il tempo più il meteo induce a pensare che, al netto dei cambiamenti climatici, sia stato un fattore determinante. Con febbraio alle porte fervono i preparativi per uno degli avvenimenti che ogni anno è capace di catalizzare l’attenzione degli Italiani come poco altro. Un fenomeno di costume che chiunque segue, anche se non direttamente, almeno per alcuni aspetti. Compresi anche tutti quelli che per darsi un tono e non sembrare troppo nazional-popolari, fingono di non accorgersi nemmeno del suo svolgimento ma poi si ritrovano sui social network a fare le pulci a chiunque calchi le tavole del palcoscenico. Parliamo naturalmente del Festival di Sanremo giunto alla veneranda età di 75 anni, una volta denominato Festival della Canzone Italiana, che vede quest’ultima tentare una strenua resistenza battagliando tra rap – trap – hip hop e chi più ne ha ne metta. Generi che in rari casi di genialità propongono spunti interessanti in mezzo a un mare di immondizia usa e getta.  Prodotti un tanto al chilo dall’industria discografica, solo per fare cassa qualche mese. Quest’anno c’è già polemica sull’uso dell’autotune, che teoricamente per regolamento ne prevede l’utilizzo come effetto vocale ma non come correttore di intonazione, ma che invece nella realtà è capace di far cantare chiunque come un vocalist di talento, evidenziando come la voce sia quasi un elemento accessorio di un prodotto da vendere. Insomma, basta avere una iperproduzione alle spalle, una grande comunicazione ed un marketing aggressivo, e per due mesi anche tu puoi diventare il nuovo Elvis Presley. Ma Sanremo va ben oltre la kermesse canora portando in scena annualmente una fotografia della cultura e della sottocultura italiana. In realtà è un fenomeno di costume tutto italiano dove la gara passa quasi in secondo piano rispetto all’attesa per tutti i personaggi con le loro implicazioni nel tessuto sociale nazionale che si alterneranno sul palco dell’Ariston. Da quelli che affiancheranno nella conduzione Carlo Conti durante le 5 (cinque!) serate, agli ospiti internazionali prettamente musicali e che spesso rappresentano il vero valore artistico della manifestazione, ai personaggi sulla cresta dell’onda per vari motivi. A questo riguardo c’è da credere che l’ampia quota di pubblico che si nutre “del nulla cosmico”, sia già in trepida attesa del duetto tra Fedez e Marco Masini che proporrà una delle canzoni di quest’ultimo, “Bella stron#a”. Scelta forse non casuale per attirare ascolti, visto che Chiara Ferragni si trova al centro delle polemiche, dopo le rivelazioni di Maurizio Corona sulla presunta relazione con il cantante ed ex amico proprio di Fedez, durante i tempi d’oro dell’unione tra quest’ultimo e l’ex regina delle influencer. Insomma, proprio quei contenuti che si leggono sulle riviste in attesa dal barbiere, e con cui la Rai sfruttando questa inguaribile passione che l’Italiano medio nutre per il trash, riesce a mettere tutti davanti al video, rigorosamente indossando i calzini a tema in vendita in ogni dove, e a fare il boom di ascolti per una settimana intera. Davanti a questo spettacolo l’Italia si ferma, nulla può offuscare la centralità di Sanremo, né la guerra dell’ormai dimenticata Ucraina, né le barbarie perpetrate sulla povera gente nel cruento conflitto tra Israele e Palestina, ne tantomeno le beghe della politica animata in questo momento dalle questioni sulla Meloni. A tal proposito la Premier ha appena ricevuto un avviso di garanzia per i reati di favoreggiamento e peculato, in relazione alla vicenda del rimpatrio del cittadino Almasri. Ad inviarlo è stato il procuratore della Repubblica Francesco Lo Voi, lo stesso del processo a Salvini con il quale questa vicenda probabilmente condividerà gli esiti. In questa nuova puntata della battaglia della magistratura contro il governo, l’avviso di garanzia ha interessato anche i ministri Nordio, Piantedosi e il sottosegretario Mantovano. La vicenda riguarda quei panni sporchi di varia natura che ogni governo italiano che si sia alternato ha cercato di lavare in famiglia. Contemporaneamente però fornisce una boccata d’ossigeno per l’opposizione che sempre più priva di leader e di contenuti si tiene a galla con queste questioni non avendo fatto tesoro che la destra nelle difficoltà, tende a superare le proprie controversie unendosi e uscendone spesso rafforzata. Intanto a tutti quelli che si sentono di tradire l’appuntamento con Sanremo, il panorama dei teatri romani offre una grande varietà di spettacoli, dalla comicità, alle pièce teatrali, passando per i concerti di musica classica e gli spettacoli di danza, una grande programmazione capace di soddisfare tutti, ma proprio tutti.

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Les Cent-Jours di Trump: Democrazia a senso unico?

Ah, il déjà vu! Quando si parla di governi di destra, il teatro della critica si apre con un copione già visto: indignazione, ironia, accuse di autoritarismo. È uno spettacolo che si ripete con precisione implacabile, ogni volta che i “cattivi” vincono un’elezione. Curioso, però, come questa indignazione sembri unidirezionale. Quando la sinistra governa, i difetti diventano “visioni complesse”, gli errori sono “sfide da affrontare”, e le critiche appaiono sempre meno sonore. Prendiamo Trump e i suoi primi cento giorni. Certo, le sue scelte sono polarizzanti, a dir poco. Ma non è proprio questo quel quid che distingue la democrazia dalla monocrazia? L’essenza stessa di una democrazia è permettere a visioni opposte di alternarsi al potere, anche quando non coincidono con le nostre. “L’idea di eleggere qualcuno per governare secondo un indirizzo ideologico? Si chiama libertà di scelta politica. Eppure, la stessa libertà sembra automaticamente sospetta se chi governa indossa una cravatta rossa invece di una azzurra. La libertà di scegliere… o di criticare? Partiamo dal principio: Trump governa come ha promesso in campagna elettorale. Ha delineato un’America più chiusa sull’immigrazione, più assertiva sul commercio, più “tradizionale” nei valori. È un’agenda discutibile? Certo, come tutte. Ma l’indignazione selettiva ha un retrogusto amaro. Perché non si sente lo stesso coro indignato quando un governo di sinistra applica politiche discutibili, magari minando i fondamenti economici di una nazione o ignorando i problemi della sicurezza? Quando la destra avanza, ecco che arrivano i paragoni storici forzati, l’umorismo nero, le vignette apocalittiche, e le accuse di “autoritarismo”. Ma quando la sinistra è al timone, ogni problema è un effetto collaterale necessario di un progresso illuminato. Due pesi, due misure? Decisioni forti, critiche sempre pronte Donald Trump, ad esempio, ha scelto di agire. Bene o male, ha preso decisioni: sul clima, sull’immigrazione, sull’energia, sul genere. Queste scelte sono il frutto di una visione politica chiara e precisa. Eppure, i criticoni – quegli stessi che affermano di amare la democrazia – sembrano incapaci di accettare che la democrazia stessa preveda che, a volte, governi qualcuno con cui non si è d’accordo. Se il governo di sinistra estende diritti o aumenta le tasse, è progresso. Se la destra restringe quei diritti o abbassa le tasse, è tirannia. Ma non è questa la bellezza della democrazia? La possibilità di scegliere direzioni diverse, anche radicalmente opposte? L’indignazione selettiva non è progresso La critica, se fatta bene, è linfa vitale per la democrazia. Ma quando diventa sistematica solo verso un lato dello spettro politico, si trasforma in una parodia. Forse è il momento di riportare alla memoria che non è solo chi governa ad avere una responsabilità, ma anche chi critica. Opporsi a tutto ciò che viene dalla destra non è un atto di virtù; è una forma di miopia politica. La democrazia è fatta di alternanza e rispetto per le idee altrui, anche quando non ci piacciono e ci sono indigeste. Quindi, cari critici dalla sindrome di Galle, forse è tempo di accettare che la libertà di scelta politica non è solo un privilegio per chi condivide le vostre idee. È un diritto universale. Anche per chi vuole trivellare o costruire muri. E ricordate: criticare è un diritto, ma farlo con onestà intellettuale è un dovere. Redazione

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Bettino Craxi: Lo Statista Dimenticato che Guardava all’Oltre

Venticinque anni sono trascorsi dalla scomparsa di Bettino Craxi, eppure il suo nome sembra dissolto nella nebbia dell’oblio collettivo. Un Paese che si ritiene maturo dovrebbe avere il coraggio di affrontare la propria storia senza filtri, senza indulgere in comode semplificazioni. Invece, l’Italia preferisce cullarsi nell’amnesia selettiva, dimenticando volutamente chi osò pensare in grande. E tra i grandi ecco Bettino Craxi. Egli è stato certamente uno dei più ingombranti e, per questo, dei più temuti. Craxi non è stato solo il leader di un partito, ma il propugnatore di una visione moderna e innovativa, capace di sopravanzare i limiti asfittici della Prima Repubblica. Eppure, con spietata miopia, si è preferito ridurre la sua figura a un capro espiatorio, sacrificato sull’altare di una supposta moralità pubblica che, curiosamente, si è rivelata tanto selettiva quanto effimera. Tangentopoli, dicono, ha fatto giustizia. Ma a ben vedere, ha distrutto non solo Craxi, ma anche la possibilità del Paese di immaginare un futuro diverso. Giuseppe De Rita parlava di un’Italia che aveva perso il mito dell’oltre, quell’impulso a guardare avanti che Craxi incarnava perfettamente. Si è dimenticato con disinvoltura il Craxi statista, capace di tenere testa a giganti della politica mondiale e di affermare con forza gli interessi nazionali. Si preferisce ricordare il Craxi processato, dimenticando però che la giustizia non è mai stata così solerte con altri protagonisti di quella stessa stagione. Eppure, basti ascoltare le parole di Jacques Delors o Felipe González per comprendere quanto Craxi fosse considerato un interlocutore di peso in Europa. Ma si sa, il nostro è il Paese che preferisce distruggere i suoi statisti piuttosto che esaltarli. Oggi ci si lamenta della mancanza di visione della politica contemporanea, incapace di affrontare le sfide della rivoluzione tecnologica e delle complicate dinamiche globali. Ma ci si dimentica che chi aveva osato tracciare quella visione è stato messo alla gogna. La svendita del patrimonio industriale italiano, l’assenza di una strategia energetica, la debolezza diplomatica: ecco l’eredità di un Paese che ha scelto di rinunciare alla propria grandezza. Si alzano le voci di chi, oggi, pretende di riscrivere la storia, ma forse sarebbe più onesto riconoscere che la storia non si cancella. Bettino Craxi merita di essere ricordato per quello che è stato: uno statista con una visione illuminata. Un uomo che ha pagato il prezzo della sua indipendenza intellettuale e politica. E se proprio non si vuole fare giustizia della verità, almeno si abbia la decenza di astenersi dalle futilità. A venticinque anni dalla sua scomparsa, è tempo di superare i pregiudizi e riconoscere che Craxi, statista con visione illuminata, ha sfidato i confini della politica tradizionale, pagando il prezzo della sua audacia. Non è comodo ammetterlo, ma talvolta la verità ha il sapore amaro di ciò che non si è voluto digerire. Come un caffè troppo forte, che però sveglia chi ha il coraggio di berlo fino in fondo. Redazione

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Giornalismo d’Assalto o Pedine di un Grande Scacchiere?

Che storia quella di Cecilia Sala! La giornalista si è trovata al centro di un intrigo internazionale non per il suo taccuino, ma per il suo passaporto. Altro che cronache scottanti: sembra proprio che sia diventata una sorta di “merce di scambio”. Un’italiana utile per trattative strategiche, come direbbe qualcuno, e il sospetto non è poi così infondato. Ammettiamolo, noi italiani abbiamo un certo talento nell’alimentare il pathos delle situazioni drammatiche. Eppure, nel caso di Sala, il lato pragmatico della questione grida a gran voce: la sua professione non c’entra nulla con il suo arresto. Avrebbe potuto essere un geologo, un prete, o persino un imbianchino (massimo rispetto per la categoria), e il copione sarebbe stato lo stesso: violazione delle leggi islamiche, e giù in cella. Semplicemente, Sala si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Fine del mistero? Non proprio. Il ministro degli Esteri Tajani ha recentemente dichiarato che “con l’Iran si è aperto un canale di dialogo” e che c’è una “certa disponibilità” da parte di Teheran. Traduzione: si sta negoziando. E chi è l’oggetto dello scambio? Pare proprio che il caso ruoti intorno a Mohammad Abedini Najafabadi, un ingegnere iraniano arrestato in Italia il 16 dicembre scorso su richiesta degli Stati Uniti, accusato di aver passato informazioni ai Pasdaran. Due arresti a tre giorni di distanza: pura coincidenza? Mmm… ci pensiamo su. Ovviamente, vogliamo Sala di nuovo in Italia, sana e salva. Perché? Perché è una persona, una connazionale, una giornalista, e – va detto – del tutto incolpevole. Ma qualche domanda ce la poniamo: sapeva dove andava e a cosa stava andando incontro? Era davvero il momento giusto per un viaggio in Iran, con un clima geopolitico più esplosivo di un cenone di famiglia in cui si parla di politica? Sulle teorie complottistiche, meglio stendere un velo pietoso: quelle abbondano sempre. Quanto all’idea che Sala possa trasformare questa disavventura in un trampolino per la politica, conoscendo la sua professionalità, sembra fantascienza. Ma si sa, il dubbio è l’ingrediente segreto di ogni buon dramma. Resta un fatto: vogliamo che Sala torni presto. E il nostro governo? Beh, ha una bella gatta da pelare tra le mani. Decidere se e come gestire il caso Najafabadi senza trasformare tutto in uno scambio di figurine non sarà facile. Perdere la faccia, in questi casi, è sempre dietro l’angolo. Ma, dopotutto, chi ha mai detto che fare politica internazionale fosse una passeggiata? Giuseppe Arnò   Foto: CC0 license

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Mimmo Leonetti i due processi Gesù nei vangeli e Socrate nell’Apologia di Platone

Seguendo una lettura comparativa dei due processi, a Socrate nell’Apologia di Platone e a Gesù nei Vangeli, si scoprono molteplici similitudini tra le due figure. Il primo rappresenta la ricerca della verità attraverso l’uomo, il secondo la rivelazione della verità attraverso Dio. Socrate e Gesù, un confronto originale e suggestivo, che apre la mente a interrogativi e prospettive inattesi: Achille Carone Fabiani, avvocato, studioso del diritto e dei suoi percorsi nelle vicende della Storia, ci propone questi “profili di ‘correlazione’”, sottolineando e analizzando i punti che avvicinano queste due grandi figure, ovviamente diverse tra loro, accomunate da una visione etica atemporale, e dalla drammatica conclusione delle loro vite. La cicuta per Socrate, la crocifissione per Gesù. La condanna di Socrate è emessa nel 399 a. C. da un tribunale formato da cinquecento cittadini ateniesi, di fronte al quale è accusato di corrompere i giovani con i suoi discorsi, di non riconoscere gli dèi della città, di volerli sostituire con altri. La sentenza contro Gesù è decisa dal governatore romano della Giudea, ed eseguita da soldati romani. La crocifissione era la pena che la legge romana riservava ai “ribelli” di ogni tipo, e veniva di frequente applicata in quella provincia considerata dagli occupanti pericolosamente turbolenta. Su entrambi i processi esiste un’ampia produzione storica e letteraria, e da tempo sono argomento di discussioni, analisi, ricerche. una ricostruzione dei due eventi giudiziari, ma, con un taglio personale, il raffronto tra due messaggi, tra due visioni dell’essere umano di fronte al mistero della vita e della morte. Né Socrate né Gesù lasciarono nulla di scritto. Al di là delle testimonianze elaborate da discepoli e seguaci, ci resta l’insegnamento dei loro principi essenziali, come un dialogo sempre attuale, e sempre aperto. ____________ La “lettura” dell’opera cinematografica “Socrate” di Roberto Rossellini ha suscitato, nella persona dell’autore di questo scritto, riflessioni varie che possono definirsi: correlazioni generali fra il personaggio di Socrate e l’entità di Gesù di Nazareth; profili di somiglianza fra l’Apologia di Socrate (secondo Platone) e la cosiddetta “autodifesa” di Gesù di Nazareth; fonti bibliografiche: 1) “L’Apologia di Socrate”, a cura del prof. Vito Costa, collana “I cirannini” casa editrice Tiranna – Roma; 2) “Il Vangelo di Gesù”, testo di quattro vangeli, coordinato in una sola narrazione Edizioni Isg Istituto San Gaetano – Vicenza; 3) “Tutto letteratura greca” editore Istituto Geografico De Agostini Novara 2002; 4) “Sul concetto di Ironia, in riferimento costante a Socrate” a cura di Diario Borso – Edizioni angelo Guerini ed associati s.r.l. 1989, (Soren Kierkegaad); 5) “Pensieri” di Blaise Pascal; collaba I classici del pensiero – Fabbri Editore – 1982. Correlazioni generali I profili di “correlazione” (per quanto sia lecito usare tale locuzione) fra i predetti (Socrate e Gesù di Nazareth) sono molteplici, considerati nel contesto del momento storico e della società di appartenenza. Nella valutazione generale di essi, si coglie, necessariamente, il rapporto fra il “dia – Logos” quale mezzo di comunicazione fra gli uomini, quindi quale valore relativo (Socrate) ed il logos, quale principio assoluto, trascendente e che si manifesta in Gesù di Nazareth. Il primo ha rappresentato la “ricerca della verità”, che parte dall’uomo, il secondo, la “rivelazione della verità”, che viene da Dio. L’attuale momento storico ripropone il problema se il valore assoluto logos, ossia la rivelazione della razionalità, necessiti, per la sua comprensione, affermazione e realizzazione, dello “strumento” del dialogo, fondato sull’esercizio della razionalità quindi, di ogni possibile “forma di comunicazione” fra i popoli. Il Santo Padre Ratzinger, di contro al pericolo del “dominio” del relativismo, afferma: “Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il figlio di Dio, il vero uomo. E’ lui la misura del vero umanesimo”. Invero: il tempo in cui è vissuto Socrate ha segnato il passaggio “dal mito alla ragione”, quindi, la “nascita dell’umanesimo” (l’uomo che diventa il centro della speculazione razionale, di contro all’interesse utilitaristico per le cose del cosmo); quello in cui è vissuto il Cristo ha segnato il passaggio dalla ragione che ricerca la verità stessa alla conoscenza (ed accettazione), della “verità” rivelata da Cristo mediante l’uso della ragione (Blaise Pascal, nella sua opera “Pensieri” sostiene che il vero Cristianesimo consiste nella sottomissione ed uso della ragione: “Bisogna saper dubitare dove occorre, prendere per certo dove occorre, sottomettersi ove occorre; – chi non fa così, non capisce la forza della ragione… omissis… Pensieri – Cap. XIVI versetti 170-268); così come dice S. Agostino: fides avae non cogitatur, nulla est (la fede non ripensata non è fede)”. Invero: l’interesse di Socrate è rivolto all’agire umano, ma, nel suo messaggio, la filosofia, come esercizio del pensiero (cioè del dia-logos) deve porsi al servizio della verità che è l’aspetto proprio dell’intelletto e non dell’utile. Il carattere profondamente innovativo e provocatorio del suo pensiero fa nascere una tale ostilità all’interno della società ateniese che costa a Socrate la condanna a morte. Così, il carattere profondamente innovativo e provocatorio della parola di Gesù (di fronte alla tradizione ed al culto dei testi biblici sacri – ossia della torah arbitratiamente interpretati da parte dei sacerdoti del Tempio) fa insorgere una tale ostilità all’interno del Sinedrio e delle autorità civili che determina anche a suo carico la condanna a morte. Invero: Socrate elegge di non lasciare nulla di scritto; il pensiero è una ricerca incessante legata al dia-logos, con ogni interlocutore possibile, e non una esposizione sistematica di una dottrina precostituita (la sua testimonianza umana ed il suo messaggio si deducono da più fonti indirette: Aristofane, Platone, Aristotele, Senofonte, messe anche in relazione fra loro). Così, il Cristo fece della parola il mezzo espressivo esclusivo della sua volontà, anche egli rifiutando ogni formale dipendenza dalla lettera della legge che non tiene conto dello spirito. (Egli era il Verbo per eccellenza). Invero: Socrate “abbandonava” il politeismo e si metteva alla ricerca della verità, ispirato nel suo intimo da una (sola) “divinità”, nella convinzione di essere investito di una “missione”. Così, Cristo si poneva, nei confronti della tradizione religiosa, cosciente della “divinità”, cioé di essere figlio di Dio, incarnato nella natura umana, quale “testimone” di Dio Suo Padre,

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