Europa sotto attacco (ibrido): grazie Mosca, per la lezione gratuita

I droni russi testano le nostre difese, le nostre vulnerabilità e, ironia della sorte, ci offrono la possibilità di capire quanto siamo impreparati. Mentre Trump pensa al commercio e non alla geopolitica, l’Europa deve finalmente accorgersi che il tempo delle illusioni è finito.   Foto PIXNIO L’Europa si scopre fragile come una tenda canadese in mezzo a una tempesta. Le ripetute provocazioni di Mosca, tra droni chesorvolano aeroporti e cyberattacchi che scompaiono dai radar fino a quando fanno danno, ci ricordano con brutalità che la guerra ibrida non è una teoria accademica, ma la nuova normalità. Eppure, non tutti i mali vengono per nuocere. Se il Cremlino voleva semplicemente divertirsi a testare la reattività della NATO, ha fatto un favore imprevisto: ci ha mostrato i buchi clamorosi del nostro ombrello difensivo. Ora, o li cuciamo in fretta, o rischiamo di bagnarci alla prossima pioggia di droni. Il discorso della premier danese Mette Frederiksen è stato un raro esempio di franchezza: “Siamo impreparati, ma dobbiamo reagire insieme”. Un’ammissione che vale più di mille proclami vuoti. Perché il vero rischio non è il drone che sorvola indisturbato, ma la sfiducia che lascia dietro di sé nei cittadini. E, attenzione, quello è il veleno più efficace che Mosca possa inoculare. L’unità forzata (ma necessaria) Le invasioni di campo russe, ironia della sorte, hanno un merito: ci obbligano a guardarci in faccia, noi europei, e a riconoscerci come un unico destino. Non è romanticismo comunitario, è mera sopravvivenza. Uniti, possiamo reagire. Divisi, siamo carne da drone. Trump, dal canto suo, ci osserva da oltre Atlantico con la freddezza del mercante: non più il salvatore geopolitico, ma il negoziatore che guarda agli interscambi favorevoli. “Ognuno per sé e Dio per tutti” funziona, purché il dollaro segua. Se vogliamo davvero emanciparci dalla dipendenza di chicchessia, gas, petrolio o protezioni esterne, l’ora è questa. Ursula von der Leyen sembra averlo intuito: vedremo se dalle parole passerà ai fatti o se resteremo all’ennesimo comunicato di Bruxelles. Piccole commedie quotidiane Intanto, mentre la geopolitica ribolle, non manca la solita farsa mediterranea: barche a vela che ignorano i suggerimenti del Presidente Mattarella sul “giro di boa” via Cipro, ma che pretendono scorte navali. Peccato che quelle scorte costino circa un milione di euro a missione: e indovinate chi paga? Sempre noi. L’opposizione, intanto, mugugna su tutto senza mai tendere una mano. Il solito sport nazionale: criticare a gratis. Morale della favola Non siamo in una torre di Babele perché ci manchi una lingua comune; siamo in una torre di Babele perché ci manca un ideale condiviso. Eppure, ogni tanto, i nemici comuni fanno miracoli: le provocazioni di Mosca ci obbligano a stringere i ranghi, e la voce ferma di Copenhagen ci ricorda che reagire insieme è l’unico modo per restare forti, e perfino l’opposizione, chissà, potrebbe un giorno smettere di mugugnare per costruire. Un sogno? Forse. Ma se non altro, per una volta, la realtà ci sta obbligando a guardarla negli occhi. di Redazione

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Dal linciaggio morale al mercato delle illusioni

L’omicidio di Charlie Kirk non è solo un crimine, è il capolinea di un odio politico coltivato come virtù civile. Intanto, dall’altra sponda, Trump confeziona la sua rivoluzione economica come se fosse un nuovo spot promozionale, trasformando il pragmatismo in spettacolo. C’è chi si ostina a pensare che le parole siano innocue, che l’insulto sia solo folclore e che il sarcasmo quotidiano sui social serva a sdrammatizzare. Poi accade il delitto di Charlie Kirk, un abominevole epilogo che dimostra come il veleno, se coltivato con cura, prima o poi diventi mortale. Dal campus universitario al talk show serale, la cultura dell’odio ha trovato il suo palcoscenico permanente, legittimando l’idea che l’avversario non sia da confutare, ma da eliminare. In Italia, com’è costume, il dibattito non ha tardato a trasformarsi in una farsa. C’è chi piange indignato a corrente alternata e chi, con il sopracciglio alzato, si limita a dire che “dopotutto se l’è cercata”. La morale, quando diventa esclusiva di una sola parte, si trasforma in complicità: e il linciaggio culturale diventa l’anticamera di quello fisico. E mentre un cadavere politico segna la deriva del confronto democratico, dall’altra parte del mondo Donald Trump indossa i panni dell’astuto mercante. Con un occhio all’inflazione e l’altro al consenso, riscopre l’economia come spettacolo pirotecnico: dazi come slogan, agevolazioni fiscali come gadget da comizio, debito pubblico trattato come una campagna di marketing. È la rivoluzione economica versione Trump: non importa se funziona, importa se vende. Il paradosso è che l’odio politico e l’economia-spettacolo condividono la stessa radice: la riduzione della complessità a slogan. Da un lato il nemico da abbattere, dall’altro il miracolo da promettere. In mezzo, un pubblico che applaude o fischia, ma che raramente riflette. E così, mentre si celebra la libertà di parola che avvelena, e il genio economico che promette, resta un dubbio che nessuno vuole sciogliere: stiamo ancora facendo politica o semplicemente partecipando a un talent show dove l’odio è la sigla d’apertura e il mercato l’applauso finale?

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Lo Spaccone del Cremlino

Putin gioca a biliardo con l’Europa: lui tira col gesso, noi discutiamo sul regolamento Lo “Spaccone” non è solo il celebre film del 1961 con Paul Newman. È anche la parte più riuscita della recita putiniana: il capo del Cremlino che sfida la Nato violando lo spazio aereo rumeno, certo che dall’altra parte non arriverà più di un comunicato stampa, un po’ di “profonda preoccupazione” e l’ennesimo giro di sanzioni dal gusto annacquato. Il Treccani definisce lo spaccone come colui che “si vanta di aver fatto o di essere capace di fare cose straordinarie e inverosimili”. Putin l’ha preso alla lettera: sfida le regole internazionali, disprezza i trattati e intanto osserva l’Europa riunita attorno al tavolo delle chiacchiere, pronta a discutere, a condannare e, magari, a minacciare nuove restrizioni economiche che colpiranno più i nostri commercianti di parmigiano che i suoi generali. E mentre Varsavia schiera 40 mila uomini al confine con la Bielorussia, Berlino amplia l’air policing e Londra rispolvera i Typhoon, la domanda resta sospesa: davvero il massimo che sappiamo fare è minacciare altre sanzioni? Possibile che a fronte di droni russi che sorvolano confini Nato non si pensi di restituire la cortesia con qualche visitina tecnologica nei cieli da cui sono partiti? Non si tratta di dichiarare guerra, ma di giocare con le stesse regole dello zar spaccone. Perché, diciamolo: se uno ti sfida a biliardo e tu rispondi tirando fuori il manuale delle regole, non sei un campione, sei l’arbitro. Ed è chiaro che allo Spaccone interessa giocare, non arbitrare. Forse è arrivato il momento che l’Europa smetta di limitarsi a parole e sanzioni, e inizi a far capire a Mosca che non è più tempo di spacconate. Non per amore della guerra, ma per rispetto di se stessa. di Redazione

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Mimmo Leonetti – Uniti per la Pace

Comunicato stampa Il RSAA 1778 ha da sempre costruito ponti di solidarietà tra i popoli, impegnandosi concretamente nell’educare l’uomo alla pace e alla tolleranza. Perché tutti gli uomini,  al di là dei talenti o delle posizioni sociali,  nascono con gli stessi diritti e gli stessi doveri. La Massoneria, nella sua essenza, pone tra le proprie finalità il sostegno ad iniziative umanitarie e di beneficenza, offrendo aiuto ai bisognosi e contribuendo alla ricostruzione delle comunità colpite dalla guerra e dalla violenza. Questo impegno pratico per il bene dell’umanità riflette l’ideale massonico di servizio, fratellanza e amore universale. In tal senso, la Massoneria può, e deve,  essere voce e strumento nella ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti, promuovendo una visione spirituale e umanitaria che incoraggi dialogo, collaborazione, rispetto reciproco e compassione. La storia ci offre grandi esempi di Fratelli che hanno incarnato questi principi: Mahatma Gandhi, con la sua filosofia dell’Ahimsa (non violenza) e del Satyagraha (forza della verità), ha ispirato movimenti di liberazione e di pace in tutto il mondo. Martin Luther King Jr., leader del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, ha fatto della non violenza lo strumento per un cambiamento sociale profondo. Il suo celebre discorso “I have a dream” è prima di tutto una visione spirituale, un inno alla pace, all’uguaglianza e alla fratellanza. Nelson Mandela, Premio Nobel per la Pace nel 1993, dopo anni di prigionia per la lotta contro l’apartheid, guidò il Sudafrica verso la democrazia e la riconciliazione, ricordandoci che «ci sono due strade per un futuro migliore: la bontà e il perdono». Oggi più che mai, da Oriente a Occidente, rivolgiamo un appello agli intellettuali, ai filosofi, agli uomini di religione, agli artisti, agli operatori dei media e della cultura, affinché riscoprano e diffondano i valori eterni della pace, della giustizia, della bellezza, della fratellanza e della convivenza comune. Questi valori sono l’àncora di salvezza dell’umanità, e rappresentano il fondamento sul quale costruire un futuro di solidarietà e speranza. Il nostro contributo, anche se modesto, può essere essenziale: vivere quotidianamente ispirati alla tolleranza, al rispetto e all’amore verso i nostri simili. Benjamin Franklin, Fratello iniziato nella Saint John’s Lodge di Philadelphia nel 1731, ci ha lasciato parole che ben rappresentano lo spirito iniziatico:«Siate sempre in guerra con i vostri vizi, in pace con i vostri vicini, e fate sì che ogni anno vi scopra persone migliori». Parole che racchiudono un cammino di crescita personale e di armonia con il mondo: l’essenza stessa di un impegno massonico al servizio dell’umanità. Mimmo Leonetti

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Fuoco al confine: la crisi tra Thailandia e Cambogia rischia di riesplodere

  “In certi luoghi del mondo, la guerra non finisce mai davvero. Si nasconde nei sassi, nei boschi, negli occhi degli uomini.” – Italo Nostromo Il 23 luglio 2025, il confine tra Thailandia e Cambogia è tornato a essere un teatro di sangue. Un violento scontro armato ha lasciato sul terreno 9 morti – tra cui 4 soldati thailandesi, 3 cambogiani e 2 civili, oltre a decine di feriti. La tensione che da mesi serpeggiava in quell’area si è tramutata in un confronto diretto, segnando un grave peggioramento della crisi tra i due paesi. Non è un semplice incidente militare, ma il sintomo acuto di una ferita storica mai rimarginata. Un conflitto sospeso nel tempo La frizione tra Thailandia e Cambogia non nasce oggi. È un conflitto radicato nel tempo, nutrito da cicatrici coloniali, ambizioni nazionaliste e memorie dolorose. Ogni governo che arriva al potere, ogni momento di instabilità interna, sembra risvegliare questa disputa sopita. La zona più simbolica – e più contesa – resta quella intorno al tempio khmer di Preah Vihear, monumento che è insieme reliquia religiosa, simbolo identitario e baluardo strategico. Da quando, nel 2008, l’UNESCO ha inserito il sito tra i patrimoni dell’umanità, la contesa si è inasprita. Per la Cambogia è un riconoscimento della propria sovranità storica. Per la Thailandia è una provocazione. Ma ciò che rende tutto più teso è il terreno attorno al tempio: terre aride, montagne rocciose e foreste impervie che, a prima vista, sembrerebbero prive di valore. In realtà, queste zone nascondono ricchezze minerarie, rotte commerciali e punti di controllo strategico, il vero oggetto del contendere. L’ombra lunga della Cina A rendere il quadro ancora più delicato è la geopolitica del Sud-Est asiatico, oggi dominata dalla crescente influenza della Cina. Pechino ha fatto della Cambogia un partner strategico, investendo miliardi in porti, strade, ferrovie e – cosa più delicata – infrastrutture militari mascherate da civili. Le immagini satellitari parlano chiaro: nei pressi della base navale di Ream, sul Golfo della Thailandia, si costruiscono piste d’atterraggio e moli in grado di ospitare navi da guerra. Non si tratta solo di speculazioni: la Cina ha firmato accordi segreti con Phnom Penh, suscitando la preoccupazione sia di Bangkok che di Washington. Così, quando esplode un conflitto come quello del 23 luglio, non si può più leggerlo solo come una disputa tra due vicini. Si tratta piuttosto di una crisi incastonata dentro equilibri globali fragili, dove ogni movimento locale può innescare reazioni a catena. La Thailandia, più vicina storicamente agli Stati Uniti e a una postura non allineata, vede la presenza cinese in Cambogia come una minaccia diretta. Ecco perché, nel linguaggio non detto dei comunicati ufficiali, si leggono avvertimenti reciproci, accuse velate, e un pericoloso gioco di nervi. Un equilibrio instabile su una frontiera armata Lungo quel confine, tra villaggi isolati e trincee scavate nel fango, la guerra è un’eventualità sempre pronta a manifestarsi. I contadini coltivano riso sotto la minaccia delle mine, le scuole chiudono non per le vacanze, ma per evacuazione, e i bambini imparano a riconoscere il suono dei colpi di mortaio. Mentre i governi cercano di guadagnare posizioni nei media e nei consessi internazionali, chi paga il prezzo più alto sono le comunità locali, stremate da anni di insicurezza. Il nazionalismo è un carburante facile da accendere, e molti leader lo usano per distogliere l’attenzione da problemi interni: corruzione, disoccupazione, repressione politica. Ma un conflitto del genere non si controlla facilmente. Una scintilla – come quella del 23 luglio – può degenerare in una fiammata regionale. La diplomazia tra impotenza e ambiguità L’ASEAN, teoricamente garante della stabilità regionale, si trova ancora una volta a dimostrare la propria impotenza. Legata da regole che richiedono l’unanimità, e indebolita da interessi divergenti al suo interno, non riesce ad agire come mediatore credibile. La Cambogia, forte dell’appoggio cinese, blocca ogni risoluzione che possa sembrare critica verso di lei. Gli Stati Uniti si sono detti “profondamente preoccupati”, ma la loro influenza è oggi molto più debole che nel passato. La Cina, dal canto suo, invita alla calma, ma senza mai condannare la Cambogia, segno evidente che considera l’attuale situazione favorevole ai propri interessi strategici. Riflessioni finali: la pace fragile e il futuro incerto In un mondo dove le guerre spesso iniziano in modo ambiguo e si trascinano per anni senza vincitori né soluzioni, la crisi tra Thailandia e Cambogia rappresenta uno dei tanti focolai dimenticati, dove la diplomazia vacilla, e la storia si ripete. Ciò che colpisce è l’incapacità collettiva di superare le logiche del passato. La mappa mentale dei leader resta ancorata a linee di confine tracciate con righello da potenze coloniali, anziché fondata sulla cooperazione e lo sviluppo condiviso. In tempi in cui il mondo è sempre più interconnesso, è paradossale vedere come alcuni territori restino prigionieri del secolo scorso, mentre i cittadini chiedono solo stabilità, diritti e futuro. Se non si affrontano le vere radici del conflitto – storiche, politiche, economiche – la pace sarà solo una tregua tra due raffiche di mitra. E in fondo, come scriveva Italo Nostromo, non è nei trattati che la guerra finisce, ma negli occhi degli uomini. E oggi, in troppi occhi, si legge ancora la paura.

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Il tempo non concede proroghe

  A un commento di un caro e illustre amico sul mio editoriale di luglio (https://lagazzetta-online.com/editoriale-luglio-2025/) rispondo quanto segue: Commento: Grazie, Giuseppe. Interessante. Trump ha dimostrato i suoi colori: la sia inaffidabilità e il costante cambiamento di idea. Sperare che lui difenda l’Europa da potenziali attacchi russi mi sembra utopia. D’altra parte direi che gli europei sperano che il capoccione americano esca di scena e poi il 5 percento di spese militari promesse sarà un miraggio. I cinesi sono furbi e giocano a lungo termine. Ecco perché Trump si è dovuto ricredere con loro sulle minacce dei dazi che funzionano a volte ma spesso se le dimentica. Il problema però è che controlla armi nucleari e la sua inconsistenza dovrebbe fare paura a tutti. Risposta: Grazie per il tuo spunto, molto puntuale. In realtà l’Europa sta facendo sul serio: l’impegno di portare la spesa per la difesa al 5% non è una boutade estemporanea, ma una presa d’atto storica. L’Europa ha finalmente compreso che non può più permettersi di vivere sotto l’illusione di una protezione automatica da parte degli Stati Uniti, soprattutto in un’epoca in cui – come giustamente osservi – la leadership americana può essere soggetta a svolte imprevedibili. Trump o non Trump, la nostra sicurezza non può essere delegata. Ma allo stesso tempo, non possiamo cedere alla tentazione di prendere le distanze dagli Stati Uniti: noi siamo geneticamente occidentali, apparteniamo a quella comunità di civiltà che travalica i governi di turno. Gli americani sono, nella loro radice culturale, europei; non sono né cinesi né russi, e nemmeno lo diventeranno mai. L’ideologia non è il vero parametro: è una maschera, un racconto, proprio come intendeva Marx. La sostanza è nei legami storici, culturali e antropologici. L’Occidente è un sistema, un’alleanza che ci definisce ben oltre la politica del momento. Per questo motivo dobbiamo rafforzare il sistema occidentale a prescindere da chi sieda alla Casa Bianca: Trump può anche essere volubile, ma la fedeltà transatlantica dell’Europa non è negoziabile. Sta a noi renderla più solida, più autonoma e soprattutto credibile. Il 5% è parte di questa credibilità. Non possiamo permetterci di aspettare. Chi sa leggere la storia, sa bene che il tempo, a volte, non concede proroghe. Giuseppe Arnò 

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Fate largo ai pannolini intelligenti! O dell’illusione che l’immigrazione ci salverà

Editoriale settimanale sullo stato delle idee (e delle non idee) in Europa C’è chi vede nell’invecchiamento demografico europeo un’emergenza da codice rosso. Le culle vuote terrorizzano i ministri dell’economia più delle guerre commerciali, e la comparsa di un nonno ogni due giovani fa tremare le Borse come un’inflazione fuori controllo. E la soluzione a tutto questo? Ma è ovvio: “importiamo persone”. A pacchi. A container. A flussi “governati” – parola magica che, in politica, di solito significa: non abbiamo la minima idea di come farlo, ma fa bene dirlo. Ora, l’idea che basti spalancare le porte all’immigrazione per risolvere il declino demografico è comoda quanto ingenua. Non solo ignora la complessità sociale e culturale dei processi migratori, ma sembra dimenticare che le società ospitanti sono fatte di persone, non di algoritmi: troppe tensioni non integrate generano, a lungo andare, più crisi che risorse. E mentre alcuni sognano una forza lavoro giovane, docile e già pronta per le fabbriche, altri – meno entusiasti – ricordano che, senza strutture e politiche serie, il prezzo si paga in convivenza civile, coesione sociale e identità culturale. Esistono, per fortuna, alternative più sofisticate del “via libera agli arrivi”. Ce lo ricorda anche lo European Council on Foreign Relations nel suo recente policy brief, ripreso con precisione da Silvia Bosco. Tra le soluzioni proposte: rilanciare il capitale umano già esistente (come se fosse normale non utilizzare a pieno donne, anziani e giovani), investire in tecnologie e automazione, completare finalmente quel mercato unico europeo che ci portiamo dietro dagli anni ’90 come un mobile smontato dell’IKEA, e stringere alleanze intelligenti con i Paesi a crescita demografica accelerata. Insomma: usare il cervello prima di usare il passaporto altrui. La verità è che la demografia non è un problema da riempire, ma da ripensare. È troppo comodo invocare una “risorsa umana esterna” senza prima aver valorizzato quella interna. E troppo miope usare la migrazione come panacea, ignorando le sue sfide strutturali. La via d’uscita non passa solo dalle frontiere, ma dalla scuola, dall’innovazione, dalla visione. E – perché no – anche da un po’ di sano realismo politico.  Nota di Silvia Bosco: “Nel suo approfondimento per ECFR, Alberto Rizzi sintetizza una strategia plurima: attivare pienamente il capitale umano europeo; automatizzare i processi produttivi; completare il mercato unico e allargare l’Unione; e sviluppare partnership con aree a crescita demografica. L’immigrazione compare, sì, ma in forma selettiva, regolata, finalizzata a colmare specifici vuoti di competenze, non a sostituire interi sistemi in declino. Insomma: non è la bacchetta magica, ma solo uno degli strumenti possibili – da usare con intelligenza, non con ideologia”. di Redazione   Foto:  CC0 Dominio pubblico

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Università, caro affitti e verità scomode: chi può davvero permettersi di studiare fuori sede?

Da anni il dibattito sul “caro affitti” per gli studenti universitari fuori sede è tornato al centro dell’attenzione, alimentato da proteste in tenda nelle piazze e dal sostegno politico più o meno coerente. Ma dietro la retorica della “lotta per il diritto allo studio”, vale la pena porsi alcune domande concrete: chi sono davvero questi studenti fuori sede? E chi può permettersi oggi di studiare a centinaia di chilometri da casa? L’Italia presenta un’offerta universitaria estesa e articolata: non esiste regione, e raramente provincia, che non abbia almeno una sede universitaria. A ciò si aggiunge la crescita esponenziale delle università telematiche, con sedi d’esame sparse ovunque, alimentate da un marketing aggressivo e capillare. Eppure, nonostante questa capillarità, l’Italia resta fanalino di coda in Europa per numero di laureati. Il compianto prof. Domenico De Masi attribuiva il fenomeno alla scarsa attenzione dello Stato verso l’università e la ricerca. Ma questa lettura appare parziale. Il tessuto produttivo italiano è fatto per oltre il 90% da micro e piccole imprese a conduzione familiare, attive nei settori più tradizionali. Con circa quattro milioni di partite IVA — il doppio di Germania e Francia — l’Italia offre un contesto in cui spesso il titolo di studio universitario è visto come superfluo per la prosecuzione dell’attività di famiglia. Molti giovani, in vista del passaggio generazionale, si fermano al diploma, preferendo percorsi tecnici più immediatamente utili al lavoro concreto. Ma torniamo al caro-affitti. Se il sistema universitario è già saturo in termini di offerta, concentriamoci sui veri “fuori sede”: coloro che, per ambizione o per la reputazione dei corsi, si spostano da Sud a Nord per frequentare le università più blasonate — Roma, Milano, Torino, Bologna, Venezia, Firenze, Napoli. Chi sono queste famiglie che riescono a mantenere un figlio fuori sede? Realisticamente, si tratta di nuclei con redditi tra i 40 e i 50 mila euro netti annui. Un figlio in una grande città costa almeno 1.000-1.200 euro al mese: tra affitto, cibo, trasporti, libri e spese accessorie. Un terzo del reddito familiare. Se consideriamo anche il mutuo, resta poco margine per il resto della famiglia. Le famiglie con redditi inferiori, di norma, scelgono università più vicine, anche a 150-200 km, facendo i pendolari o rientrando nel fine settimana. Inoltre, queste famiglie accedono spesso a borse di studio regionali e altri benefici, nella misura in cui i bilanci lo consentono. Allora, quante sono le famiglie in grado di sostenere davvero gli studi fuori sede in una grande città? Poche. Una minoranza benestante del ceto medio-alto. In questo contesto, la presenza di Elly Schlein nelle piazze accanto agli studenti in tenda pone interrogativi politici. Solidarietà a chi, escludendo ogni retorica, è figlio di famiglie relativamente abbienti, che probabilmente non votano nemmeno a sinistra? E i figli delle famiglie più fragili, che restano a casa, pendolari o iscritti ad atenei locali, dove sono in questo racconto? Chi replica dicendo che è ingiusto precludere ai meno abbienti l’accesso alle università d’élite ha perfettamente ragione. E infatti, in passato, queste disuguaglianze venivano corrette con un sistema di sostegno pubblico basato sul merito: borse di studio, case dello studente, esoneri totali da tasse, trasporti e mense gratuite per gli studenti meritevoli ma privi di mezzi. Oggi, però, questi strumenti si sono appiattiti sull’indicatore ISEE, dove il merito spesso passa in secondo piano. Basta ascoltare alcune delle testimonianze raccolte in trasmissioni come Piazza Pulita per capire il cambio di paradigma. Una studentessa di Alzano, a 7 km da Bergamo, vuole studiare alla Statale di Milano e pretende che lo Stato si faccia carico dell’affitto. Uno studente laziale rifiuta l’università vicino casa per andare alla Sapienza, sempre a spese pubbliche. Un giovane amministratore milanese accusa il governo di aver distrutto la “politica della casa”, mentre un altro invoca apertamente l’esproprio delle abitazioni sfitte. Insomma, pare che oggi il diritto allo studio significhi, per alcuni, diritto alla scelta della città preferita — e alla casa gratis. Nel frattempo, gli studenti italiani occupano gli ultimi posti in quasi tutte le classifiche internazionali per qualità della preparazione e rendimento accademico. Ma evidentemente, ciò che conta è altro. Lo dice anche Michela Marzano, intellettuale di punta della sinistra, che dalla cattedra ama ripetere che nella vita non contano il merito e i sacrifici, ma la chance, la fortuna. In parole povere: “il culo”. Così, mentre si grida allo scandalo per gli affitti alti nelle metropoli universitarie, resta sullo sfondo una realtà meno raccontata: quella degli studenti realmente meritevoli e realmente in difficoltà, che non fanno rumore, non occupano le piazze, ma lottano ogni giorno per studiare e costruirsi un futuro. Senza tende e senza telecamere.

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Europa in Tilt, Libia al Microonde e Trump con le Valigie per Gaza: la Geopolitica del Follia Tour

Tra zar, sceicchi, visionari in cravatta rossa e un’Europa col mal di testa: breve guida semiseria all’implosione programmata del buon senso globale. Disamina (pseudo) seria della follia generalizzata Siamo alle comiche finali, solo che il teatro è l’intero pianeta e le uscite di scena sono con esplosioni vere, non effetti speciali. L’Europa naviga a vista, con la bussola impazzita e il timoniere assente. Gli analisti parlano di multipolarismo, ma quello che vediamo è un multicaos: da un lato ci si appella allo Spirito Santo per una pace globale — che, in tempi di intelligenze artificiali e droni kamikaze, è come invocare la pioggia nel Sahara — dall’altro, lo spettro di un’apocalisse nucleare, gentilmente offerta dal Cremlino, incombe su un continente che non sa più se applaudire o evacuare. La Libia: una nazione diventata Sudoku geopolitico La situazione in Libia è talmente intricata che anche Sherlock Holmes si darebbe alla macramè. Dopo il bombardamento franco-britannico con regia Sarkozy (grande interprete del genere complotto da salotto), il paese è passato da “dittatura stabile” a “anarchia a tempo indeterminato”. Gheddafi — l’uomo che metteva tende berbere nel giardino dell’Eliseo — manteneva almeno la caldaia nordafricana sotto controllo. Oggi, invece, è come se qualcuno avesse buttato una cassa di Kalashnikov dentro un frullatore tribale. Ucraina: teatro della tragicommedia slavo-europea Nel frattempo, la guerra in Ucraina è diventata il reality show geopolitico per eccellenza. Lo Zar di Mosca gioca a Risiko con i confini, mentre l’Occidente ci mette le bandiere arcobaleno e i post indignati. I negoziati? Pura scenografia. Il copione lo scrive solo uno: e lo fa in cirillico. E ora Trump: il regista visionario della geopolitica deluxe Come se mancasse un tocco surrealista, ecco arrivare Donald Trump, il Fellini della diplomazia internazionale. L’ultima sua idea — riportata da NBC News — è un piano che farebbe arrossire anche un romanzo distopico: evacuare la Striscia di Gaza (una delle aree più densamente popolate e martoriate del pianeta) e trasformarla in una località turistica. Resort di lusso, centri benessere e magari un campo da golf dove oggi piovono bombe. Nel frattempo, un milione di palestinesi andrebbero gentilmente spediti in… Libia. Già, quella Libia. Logistica della follia: mille Airbus e zero piste Per spostare un milione di persone ci vorrebbero più di mille voli di Airbus A380. Dettaglio comico: non ci sono aeroporti funzionanti nella Striscia. Dettaglio tragicomico: la Libia non è proprio in vena di accoglienza, tra milizie, mine, jihadisti e clan armati fino ai denti. Il Dipartimento di Stato americano lo sa bene: sconsiglia fortemente ai suoi cittadini di mettere piede lì. Ma per Trump, si sa, la logica è solo un’opinione. Tra beatificazioni e bunker nucleari Nel mezzo di questo teatro dell’assurdo, l’Europa si aggrappa ai santi, agli esorcisti e ai vertici UE. La speranza? Che lo Spirito Santo scenda davvero, possibilmente con un buon curriculum in diplomazia internazionale. L’alternativa? Un’apocalisse globale che, volendo vedere il lato positivo, almeno chiuderebbe la questione climatica. Conclusione (o diagnosi?):Non è chiaro se stiamo assistendo alla fine di un’epoca o all’inizio di una barzelletta lunga quanto la Storia. Ma tra autocrati che giocano a Risiko, piani di reinsediamento che, se veri, sembrano scritti da uno sceneggiatore burlone e istituzioni europee paralizzate come cervi nei fari, una cosa è certa: se non ci pensa lo Spirito Santo, ci penserà l’entropia. E a quel punto, potremmo davvero rimpiangere Gheddafi. di Redazione Gheddafi – By U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Jesse B. Awalt/Released – DefenseImagery.mil, VIRIN 090202-N-0506A-534, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=81125969

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Benvenuti nel Circo del Progresso: Giustizia Creativa, Fede in Equilibrio e Politica da Mangiafuoco

  Siamo ufficialmente entrati nell’era post-logica. L’essere umano, quel simpatico bipede dotato di pollice opponibile e accesso a internet, ha finalmente completato l’opera: ha stravolto ogni sistema di vita universale, senza dimenticare di metterci un tocco di genialità autodistruttiva, come solo lui sa fare. Cominciamo con un esempio di giustizia creativa: tre tunisini responsabili di molestie al Concertone del Primo Maggio? In libertà con l’obbligo di firma, che ormai vale quanto una stretta di mano su Zoom. Mentre in altre parti del mondo si discute di sicurezza, qui ci limitiamo a firmare la presenza come se fosse un corso di yoga. Nel Trevigiano invece ci si dà al turismo spirituale precoce: una scuola materna porta i bambini in moschea, li fa prostrare verso La Mecca e chissà, magari domani tutti a meditare sul Monte Fuji. Multiculturalismo o roulette identitaria? Intanto i genitori scoprono le attività extracurricolari direttamente dalle stories di Instagram. Nel frattempo, i seminari si svuotano come discoteche dopo l’alba. I preti sono in via d’estinzione, e la Chiesa lancia un appello disperato in stile “Cercansi operai per la messe”. Che detta così, suona più come un’offerta su LinkedIn che un richiamo vocazionale. Papa Francesco ci ha provato, ma con un clero in smart working e una fede in cassa integrazione, la ripresa è dura. E l’Europa? Beh, l’Europa! Generosa con chi chiede fondi per progetti dal titolo illuminato tipo “Islam bianco: una nuova religione per gli europei” (nient’altro che un rebranding spirituale, forse per piacere all’algoritmo). Zero euro, invece, per chi muore in lista d’attesa in un pronto soccorso, o per chi ha fame. Ma vuoi mettere il fascino dell’innovazione culturale? Nel frattempo, in un angolo dimenticato della diplomazia, Trump ci rassicura: Putin e Zelensky non si metterebbero d’accordo nemmeno su un caffè. E noi, poveri illusi, che speravamo almeno in una camomilla condivisa. Il popolo? Tranquillo. Ipnotizzato da maxischermi, concertoni e influencer che parlano di “vibes” mentre fuori cadono bombe. Perché preoccuparsi del futuro, quando si può guardare Sanremo in 4K? In sintesi: nulla funziona. La giustizia è un trend, la politica un talent show, la diplomazia una battuta, la religione un’eco lontana, l’economia un prestigiatore fallito, la sanità un videogioco in modalità “hard”. E la gente? Va avanti, come se niente fosse. Perché ormai si sopravvive a colpi di notizie assurde, come in un reality cosmico dove l’unico che ancora sembra preoccuparsi è Dio – sempre che non abbia chiuso il progetto “umanità” per manifesta inutilità. Che Dio ce la mandi buona. E magari con Amazon Prime, ché di questi tempi, la spedizione rapida fa la differenza. di Redazione  

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