New York si veste di rosso (ma è solo moda)

Mamdani trionfa tra i giovani e le minoranze, ma il socialismo nella patria del capitalismo resta come il tofu nel barbecue texano: d’effetto, ma indigesto. a Si chiama Zohran Kwame Mamdani, ha origini indiane, è musulmano, socialista e, secondo Donald Trump,  “un piccolo comunista”. Per la stampa americana è l’alba di una nuova era, per la metà degli elettori newyorkesi l’inizio di una scommessa, e per il resto del mondo uno di quei fenomeni da osservare con la stessa curiosità con cui si guarda un bambino che gioca con la presa elettrica. In un Paese che ha fatto del capitalismo la propria religione e della libertà individuale la sua liturgia, l’idea che un giovane socialista possa guidare la capitale morale degli Stati Uniti ha un che di mistico, quasi esotico. Ma si sa: il popolo cerca sempre il nuovo, poi si scotta e torna a coppe. E quando si scotta a New York, non è un semplice bruciacchiarsi: è un incendio mediatico. Mamdani piace perché è giovane, sorridente, cosmopolita, figlio della generazione che “vuole cambiare il mondo con un tweet e una petizione online”. È il prototipo del progressista digitale: antirazzista, pro-Palestina, contro la polizia cattiva e a favore delle case per tutti, possibilmente gratis. I suoi cavalli di battaglia, riforma dell’abitare, revisione delle prigioni, municipalizzazione dei servizi pubblici. hanno l’aroma nobile delle utopie ben confezionate. Ma il problema è sempre quello: chi paga? Negli Stati Uniti il socialismo è come il tofu nei barbecue texani: fa scena, ma non sfama nessuno. E il rischio per il nuovo sindaco è quello di scoprire presto che a New York la realtà costa più dei programmi elettorali. Perché, al di là dei proclami e delle interviste da salotto, la città resta un labirinto di disuguaglianze, affitti impossibili e lobby più potenti di qualsiasi slancio idealista. La stampa progressista si è già innamorata del “piccolo comunista”. Lo racconta come il messia laico della nuova sinistra americana, un po’ AOC, un po’ Che Guevara da metropolitana. Ma non considera un piccolo dettaglio: Trump è tornato alla Casa Bianca. E se la Casa Bianca è tornata al tycoon, la rivoluzione socialista nel cuore del capitalismo suona più come un’operetta che come un cambio d’epoca. Che la stampa si rilassi, dunque. È solo polverone.Signori, niente di nuovo all’Ovest. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

L´Europa e la pipa di radica

L’America pensa all’Indo-Pacifico, l’Europa alla pipa di radica   Trump gioca al mercante globale e lascia i vecchi amici europei a guardarsi le spalle. Un’occasione amara ma forse utile: se Bruxelles trovasse un briciolo di volontà, potremmo perfino scoprire di non aver bisogno dello zio d’oltreoceano. Trump, con la sua politica rivoluzionaria, lascia in subbuglio amici e nemici. Per i nemici non c’è problema, anzi: peggio per loro. Ma per gli amici, cioè noi, qualche domanda sorge spontanea.In parole semplici: l’Europa dovrà vedersela da sola contro il pericolo rosso. I Paesi Baltici, confinanti con la Russia, sono già in ansia da abbandono; Romania e Bulgaria, al confine Sud-Est dell’UE, osservano con poco entusiasmo i droni russi che passeggiano nei cieli. Putin, sempre più convinto che un’escalation possa garantirgli un cessate il fuoco in Ucraina alle sue condizioni, non ha bisogno di incoraggiamenti. Ma li trova comunque: l’atteggiamento di Trump, sempre più interessato all’Indo-Pacifico che alla vecchia Europa, gli serve su un piatto d’argento un vantaggio psicologico. Un mercante pro America, che vende protezione a chi paga di più, non un presidente disposto a sacrificare un dollaro per difendere Vilnius o Bucarest. Certo, ferisce il cuore – il nostro amore per il popolo americano è pietrificato, quasi liturgico – ma non possiamo contestare nulla. Ognuno fa le proprie scelte. E noi? Dovremmo almeno annotare la lezione, tenerla in archivio e tirarla fuori al momento giusto. Del resto, se vogliamo essere onesti, non partiamo svantaggiati. Gli Stati Uniti contano 348 milioni di abitanti, la Russia 146, l’Unione Europea 450: i numeri sono dalla nostra. Non mancano i cervelli, non mancano le basi tecnologiche. Se solo lo volessimo, potremmo fumarci America e Russia in una pipa di radica Amorelli. Il problema è sempre lo stesso: la volontà. Come diceva Niccolò Tommaseo, “nelle cose del mondo, non è il sapere, ma il volere che può”. E allora, signori di Bruxelles, basta con i veti, basta con le tergiversazioni: si faccia ciò che va fatto. Non per fare grande l’America, ma per fare di nuovo grande l’Europa. di Redazione

Per saperne di più »

Il Diavolo veste Prada, Meloni veste Armani e Xi veste Mao

Quando la moda diventa geopolitica e il guardaroba si fa manifesto Il guardaroba dei grandi della Terra racconta spesso più di un comunicato ufficiale. Così scopriamo che, se il Diavolo veste Prada – e non potrebbe essere altrimenti – la nostra premier Meloni sceglie Armani, in piena coerenza patriottica. Eleganza e buon gusto, certo, ma anche un messaggio chiaro: l’Italia difende le proprie eccellenze con il filo e l’ago del miglior Made in Italy. Eppure, un piccolo paradosso si insinua: il Diavolo non è certo italiano, anzi diremmo quasi anti-italiano, visto che in casa nostra ci ritroviamo pure il Vaticano. Ma tant’è: veste Prada. Passiamo all’Oriente. Ci saremmo aspettati che Xi Jinping cedesse al fascino sartoriale di Canali, Brioni o Gucci. Invece no: nelle celebrazioni per la vittoria sul Giappone lo abbiamo visto vestire… Mao. Accanto a un Putin in rigido abito da cerimonia e a un leader nordcoreano in uniforme da rivoluzionario  d´altri tempi, Xi ha scelto la nostalgia comunista piuttosto che la raffinatezza italiana. Naturalmente ciascuno è libero di vestire come vuole. Ma la scena apre a riflessioni non da poco: cosa accadrà se al prossimo incontro internazionale vedremo Putin e Modi sfoggiare pure loro l’abito “alla Mao”? Da brividi, più che da passerella. Ecco allora la morale: difendere i nostri valori, la nostra cultura e la nostra moda non è un vezzo, ma una necessità. Perché l’Italia, finché il Diavolo vestirà Prada e Meloni Armani, resterà il faro d’Europa che illumina contro il grigiore e le ombre dell’Est. di Redazione

Per saperne di più »

Oltre l’assillo cinese

L’Occidente resta il punto fermo, l’Europa la rotta del domani   Non c’è giorno in cui non ci venga ricordata, con titoli roboanti, l’avanzata della Cina: commercio, industria, arsenali, alleanze. Un continuo susseguirsi di scenari drammatici, come se il futuro dell’umanità dovesse giocarsi tutto tra Pechino e dintorni. Eppure, fermandosi un momento, ci si accorge che non siamo alla vigilia di alcuna catastrofe. La Cina ha certamente compiuto passi importanti, e in campo economico può anche aspirare a superare l’America. Ma sul piano militare e politico il suo cammino resta ben più complesso, e non privo di fragilità. Le sue alleanze, oggi tanto enfatizzate, sono destinate prima o poi a incrinarsi: la storia insegna che più potenze vicine difficilmente convivono a lungo senza conflitti d’interesse. Noi europei abbiamo forse perso tempo prezioso, troppo presi a riflettere sul clima, sul benessere e sui valori che caratterizzano la nostra civiltà. Ma questo non è un difetto: è la nostra forza. Ed è proprio da lì che riparte la capacità europea di innovare, di sorprendere, di tracciare nuove strade. Perché in un mondo che si agita tra timori e competizioni, l’Occidente rimane la stella polare. E l’Europa, con la sua tradizione di pensiero e il suo slancio tecnologico, continuerà a essere la bussola che orienta il futuro. di Redazione

Per saperne di più »

Fame, verità e follower

Quando la geopolitica si gioca a colpi di like e stories Chi dice e chi tace: questa volta Israele ha deciso di dire. E, a sorpresa, non attraverso generali, diplomatici o dossier ONU, ma tramite un drappello di influencer selezionati, inviati nella Striscia di Gaza per certificare, smartphone alla mano, che la fame non uccide come raccontano i media internazionali. Propaganda ingannevole dei filo-palestinesi o realtà alternativa versione Instagram? Il dubbio rimane. Se davvero i gazawi muoiono ogni giorno per mancanza di cibo e acqua, Israele si ritroverebbe con un’accusa pesante da portare sulle spalle: quella di guerra genocida. Se invece la carestia fosse una messinscena, il cittadino globale avrebbe il sacrosanto diritto di saperlo. In attesa della verità, intanto, ci si affida a reels, dirette e stories. E già che ci siamo, un altro interrogativo: perché gli ostaggi israeliani non vengono restituiti, vivi o morti che siano? Non sarebbe questo un modo per spegnere, almeno in parte, il motore della guerra, cioè la giustificazione stessa delle incursioni israeliane? Mistero! Nel frattempo, al posto delle trattative, si organizzano tour guidati con testimonial digitali. Qualcuno dirà: “Israele ha pagato per far vedere ciò che vuole far vedere”. Ma il sospetto funziona anche al contrario: non è che pure chi documenta la fame riceva sponsorizzazioni più o meno trasparenti? In questa girandola di versioni, la verità sembra restare imbottigliata al checkpoint. Perciò, calma. Giornalisti, opinionisti e politici, fate un respiro e ricordatevi che quando non si hanno certezze, la regola base del mestiere imporrebbe il condizionale. A meno che non vogliamo applicare l’adagio latino “in dubio pro reo”. Ma visto che qui di “rei” ce ne sono a bizzeffe, forse è meglio attendere luci più chiare e meno filtrate. Nel frattempo, tocca ammetterlo: il conflitto israelo-palestinese ha appena guadagnato un nuovo campo di battaglia, quello dei social. Dove, tra un video su TikTok e una story su Instagram, si decide se a Gaza ci si muore davvero di fame o se il problema è soltanto di like mal distribuiti. di Redazione

Per saperne di più »

Trump e Putin, prove di pace (Zelensky assente giustificato)

Ad Anchorage: vertice o sfilata di gala? Tra lupi, volpi, pulcini e sartorie italiane, il summit in Alaska è stato raccontato come la resa dell’Occidente. In realtà, più che una disfatta, è stata una passerella diplomatica con tanto di complimenti reciproci. Molti, anzi troppi, tra giornalisti, opinionisti, politici e persino sfaccendati da bar hanno sentenziato sul vertice Trump–Putin in Alaska, celebrando in anticipo il funerale della politica americana, europea e, ça va sans dire, di Zelensky. Alcuni notiziari, con l’entusiasmo dei bookmaker, avevano persino diffuso i “risultati del fallimentare incontro” prima ancora che i due leader si fossero seduti al tavolo. Peccato che non abbiano colto un dettaglio: la questione Ucraina non è un sudoku che Timiryazev ed Einstein possono risolvere in due calcoli, ma un groviglio di sanzioni, sicurezza, Artico, armi nucleari, commercio internazionale e geopolitica varia. Altro che “pace in tre mosse”. I bastian contrari hanno invece preferito descrivere l’incontro come una campagna elettorale regionale, con Putin vincitore e Trump umiliato. Forse hanno confuso Anchorage con la Calabria. In realtà, l’appuntamento non era la finale di Champions, ma il primo tempo di una partita lunga, con possibilità di supplementari e, chissà, di rigori. La sostanza? Il lupo russo è uscito dalla tana per confrontarsi con la volpe americana. Non è poco. Certo, l’Europa continua a recitare la parte del pulcino sotto l’ala della chioccia americana, mentre  Zelensky rimane in attesa della difesa d’ufficio. Ma la mossa di aprire uno spiraglio negoziale resta un passo avanti, come hanno sottolineato Meloni e Tajani: il punto chiave sono le “garanzie di sicurezza” modello articolo 5 NATO, ribattezzato in salsa italiana “articolo 5 bis”. Insomma, niente bacchette magiche, ma nemmeno fiaschi. È stato un incontro ordinato, elegante, quasi mondano, con red carpet e con i leader vestiti da manuale: difficile capire se l’arbitro fosse Petronio, giudice di stile dell’antica Roma, o il moderno Ermenegildo Zegna. L’Italia, in fondo, c’era anche lì: non solo nelle proposte diplomatiche, ma pure nell’abito ben tagliato. E allora, detrattori, respirate: la pace non è arrivata, ma nemmeno è evaporata. La diplomazia, per oggi, ha vinto il premio “miglior abito della serata”. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

Cinque anni di repressione a Hong Kong: la lunga ombra di Pechino

«Dove tutti pensano allo stesso modo, nessuno pensa molto.» — Walter Lippmann     Il 1° luglio 2025, Hong Kong ha commemorato due date simboliche e contraddittorie: da un lato il 28º anniversario della sua restituzione alla Cina, celebrato con cerimonie ufficiali e dichiarazioni trionfali. Dall’altro, l’anniversario più amaro: i cinque anni dall’imposizione della Legge sulla sicurezza nazionale, che ha segnato l’inizio della repressione più sistematica nella storia recente della città. Quella legge, presentata come un’azione “necessaria per la stabilità”, ha invece cancellato in breve tempo ogni spazio di libertà. Dove prima c’erano manifestazioni di piazza, giornalismo indipendente, partiti democratici e una vita culturale vivace, oggi c’è silenzio. Un silenzio ottenuto con la forza, con la paura, con la sorveglianza capillare. Ma Hong Kong, per quanto visibile e mediatizzata, è solo un tassello in una strategia più ampia: quella della Cina di Xi Jinping di eliminare ogni forma di dissenso, ovunque si trovi, e di rimodellare il paese secondo un’unica verità, quella del Partito. La repressione in Cina continentale La logica repressiva che ha soffocato Hong Kong non è una novità in Cina: è parte integrante del sistema politico del Partito Comunista. Negli ultimi dieci anni, con Xi Jinping al potere, si è intensificata fino a diventare una macchina pervasiva, alimentata dalla tecnologia e da una rigida ideologia nazionalista. La censura è onnipresente: motori di ricerca, social network, giornali, film, videogiochi, libri scolastici. Nulla sfugge al controllo. Anche le conversazioni private, nelle università o sui gruppi di messaggistica, possono diventare oggetto di indagini. Chi critica, anche in modo moderato, rischia l’arresto, il licenziamento, l’isolamento sociale. Non esistono oppositori tollerati: esistono solo “minacce alla stabilità”. Xinjiang: il laboratorio della repressione La regione dello Xinjiang, dove vive la minoranza musulmana degli uiguri, rappresenta il volto più crudele della repressione cinese. Qui lo stato ha costruito una rete di “centri di rieducazione”, veri e propri campi di internamento, dove oltre un milione di persone sono state detenute senza processo. Le accuse? Avere una barba lunga, parlare in lingua uigura, pregare, viaggiare all’estero, o anche solo avere parenti religiosi. All’interno di questi campi si verificano torture, indottrinamento forzato, sterilizzazioni, lavoro coatto. Tutto sotto il pretesto di “combattere l’estremismo”. La sorveglianza è totale: droni, telecamere, controlli biometrici, software di riconoscimento facciale. Le città uigure sono diventate prigioni a cielo aperto. Tibet: la repressione invisibile Meno visibile, ma non meno brutale, è la repressione in Tibet. Dopo la sanguinosa occupazione militare cinese del 1950, il Tibet è stato gradualmente trasformato in un territorio sotto stretta sorveglianza. Le rivolte del 1959 e del 2008 sono state schiacciate con la forza, e da allora il controllo è diventato capillare. I monasteri sono monitorati, le attività religiose limitate, i simboli culturali tibetani soppressi. Il Dalai Lama è definito “un pericoloso separatista”, e solo pronunciare il suo nome può essere considerato reato. I tibetani che parlano della propria identità culturale sono accusati di “incitamento al separatismo”. Le scuole tibetane sono state chiuse o trasformate per imporre il mandarino come unica lingua d’insegnamento, cancellando generazioni di lingua e cultura locali. Molti giovani tibetani, come già accaduto tra gli uiguri e i giovani attivisti di Hong Kong, vivono in una condizione di rassegnazione o ribellione silenziosa. Alcuni scelgono di emigrare, altri si rifugiano nel silenzio o nella religione. Alcuni, negli anni, si sono immolati con il fuoco come estremo gesto di protesta, nella più totale indifferenza delle autorità cinesi. Taiwan nel mirino: l’ultima frontiera Dove Hong Kong è stata “normalizzata”, dove Tibet e Xinjiang sono stati messi sotto controllo, resta Taiwan. L’isola è da tempo al centro delle mire di Pechino, che la considera una “provincia ribelle” da riportare sotto l’autorità centrale. Xi Jinping ha più volte dichiarato che la “riunificazione” con Taiwan è un obiettivo storico da realizzare «con ogni mezzo necessario». A differenza di Hong Kong, Taiwan è uno stato de facto indipendente, con un governo democraticamente eletto, una stampa libera e una società pluralista. Ma è costantemente sotto pressione: minacce militari, campagne di disinformazione, manovre economiche e diplomatiche. I cieli attorno all’isola sono regolarmente attraversati da aerei militari cinesi, le sue acque pattugliate da navi da guerra. Per Pechino, Taiwan rappresenta l’ultimo ostacolo alla costruzione di una Cina “totale”, senza eccezioni e senza voci fuori dal coro. Per i taiwanesi, rappresenta invece la linea del confine: oltre quella, non c’è solo la perdita dell’indipendenza politica, ma anche della libertà personale, della cultura, della memoria. Un Paese, una voce sola Tutte queste realtà — Hong Kong, Xinjiang, Tibet, Taiwan — mostrano un’unica traiettoria: la volontà del Partito Comunista Cinese di controllare ogni aspetto della vita pubblica e privata. In nome della “stabilità”, Pechino ha costruito un sistema che cancella le differenze culturali, linguistiche, religiose e politiche. Le minoranze vengono assimilate o represse. Le città autonome vengono normalizzate. Gli intellettuali critici vengono messi a tacere. I giovani vengono indottrinati. Quello che viene chiamato “ritorno alla normalità” è in realtà un ritorno al conformismo forzato. Una società in cui tutti fingono di essere d’accordo per sopravvivere. Dove la libertà non viene solo negata, ma dimenticata. Il prezzo del silenzio Eppure qualcosa resiste. Nei ricordi delle proteste del 2019, nei libri messi al bando, nelle canzoni censurate, negli occhi di chi ha pagato con il carcere o l’esilio. Resiste nella solidarietà silenziosa, nei gesti anonimi di dissenso, nelle parole scritte in codice sui social, nelle scuole clandestine, nella cultura che trova sempre una via per sopravvivere. Cinque anni dopo l’inizio della repressione a Hong Kong, e decenni dopo l’occupazione del Tibet e la campagna contro gli uiguri, la Cina è un paese che brilla per potenza economica, ma che vive sotto un enorme peso: quello di milioni di voci soffocate. E su Taiwan, l’ombra si allunga.     Licenza foto Hong kong: Prosperity Horizons Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale .

Per saperne di più »

Non dimentico mai di ricordarmi: un viaggio verso l’anima

di Krishan Chand Sethi Alcune parole non nascono dal linguaggio, ma dall’esperienza. E quando arrivano, restano. Una frase è entrata nella mia coscienza tanti anni fa e da allora ha continuato a risuonare dentro di me: “Non dimentico mai di ricordarmi.” Non è una frase che ho costruito con cura: è semplicemente emersa come un respiro, una consapevolezza, un sussurro interiore. Col tempo, ho compreso che queste parole non sono abbellimenti poetici, ma una zattera di salvataggio, una bussola.   Viviamo in un mondo che ci spinge costantemente verso l’esterno, verso il successo, l’attenzione, l’immagine, la competizione. In un mondo così, questa frase mi riporta a casa. Non in un luogo, ma alla mia essenza. Questo scritto, dunque, non è solo un articolo. È una passeggiata tra i miei pensieri, i ricordi, le lezioni e i riconoscimenti silenziosi raccolti in decenni, alcuni gioiosi, altri pesanti, tutti significativi.   La prima volta che mi sono dimenticato All’inizio della mia carriera professionale attraversai un periodo che molti avrebbero definito “d’oro”. Arrivavano inviti da ogni parte. La gente mi lodava. Venivo citato. Celebrato. Ma dentro, qualcosa non andava. Una sera, tornato da un evento letterario, mi sedetti da solo. Guardai alcuni miei versi e provai un vuoto strano. Le parole erano levigate, le metafore affilate, ma mancavano di anima. Erano create per impressionare, non per esprimere. Quella notte non scrissi nulla. Rimasi in silenzio, ad ascoltare un silenzio che avevo ignorato. E da quel silenzio emerse questa dolce consapevolezza: “Hai dimenticato di ricordarti”. Non era una critica. Era un richiamo alla verità.   Cosa significa veramente ricordarsi? Significa fermarsi. Respirare non solo fisicamente, ma mentalmente. Smettere di recitare per gli altri e iniziare a riflettere dentro. Non si tratta di richiamare un’identità passata, ma di rientrare nello spazio dell’onestà interiore. Ricordarsi è come riconoscere il proprio riflesso in un’acqua immobile dopo anni di corsa. È riconnettersi con quella parte di sé che non ha fame di applausi, ma sete di senso.   Mi sono dimenticato troppe volte Sarebbe falso dire che non ho mai perso la strada. L’ho fatto. Tutti lo facciamo. Ci dimentichiamo quando cerchiamo con troppa forza di essere accettati. Quando reprimiamo la nostra verità per mantenere armonia. Quando inseguiamo ciò che brilla e abbandoniamo ciò che ci radica. Eppure, ogni volta che mi sono ricordato, sono tornato più forte, più semplice, più vero.   Ricordo una volta, durante una cerimonia internazionale, quando il pubblico applaudì al mio nome. Sorrisi. Salii sul palco. Ma dentro di me una voce rammentava quella di mio padre scomparso che mi diceva: “Non dimenticare mai chi eri prima che tutto questo cominciasse”. Quella voce mi accompagna sempre.   Il ruolo della solitudine La solitudine è spesso fraintesa. La si confonde con l’assenza di sé. Ma la vera solitudine nutre. È in quelle ore silenziose che mi rivedo. Sto senza parlare. A volte scrivo, altre volte no. Guardo gli alberi, vecchie fotografie, o soltanto il soffitto. E lentamente, come una nebbia che si dirada, sento una sensazione familiare e rassicurante: sono ancora qui.   Il mondo non si ferma. Le chiamate arrivano. I messaggi lampeggiano. Le responsabilità non scemano. Ma qualcosa dentro di me cambia. Mi radico. Divento consapevole. Presente. E da quella presenza torno alla vita con più profondità.   Poesia pittorica e vera creatività Spesso mi chiedono: “Com’è nata la Poesia Pittorica?” Si aspettano una storia grandiosa o un momento di ispirazione divina. Ma la verità è più semplice: è nata durante uno di quei momenti di ricordo.   Avevo lavorato con le parole per anni, ma sentivo un vuoto. Una sera guardai una vecchia foto di mia madre e pensai di scrivere qualche parola poetica in suo ricordo: e se una poesia potesse parlare non solo attraverso le parole, ma anche attraverso l’immagine e la sensazione? E se la poesia diventasse un viaggio visivo?   Così è cominciata. Non come strategia o dimostrazione, ma come risposta sincera a un desiderio silenzioso. Ed è questo il dono del ricordarsi: genera originalità. Quando scriviamo o creiamo restando radicati in noi stessi, ciò che nasce non è artificiale. Forse non sarà di moda, ma sarà eterno.   Anche nelle relazioni Ho visto quanto facilmente ci perdiamo nei rapporti. Doniamo troppo. Parliamo poco. Ci adeguiamo. A volte l’amore diventa un travestimento in cui scompariamo silenziosamente. Ma il vero amore, che sia verso un coniuge, un amico, una causa, non chiede di sparire. Invita a incarnare la propria presenza pienamente. Mia moglie, Sunita, è stata specchio e testimone in questo percorso. Mi ricorda, con dolce fermezza, di ritornare quando mi allontano troppo. Il nostro legame è cresciuto non nella perfezione, ma nella persistenza, nel ricordarsi di sé e dell’altro.   Memoria culturale e il lavoro realizzato Il libro fotografico “Daman Diu, Goa, Dadra Nagar Haveli e il regime portoghese (1510–1961)” non è solo storia, è guarigione. Quel progetto mi ha riconnesso con l’eredità, con storie dimenticate, con voci trascurate. Scrivendolo, ho ricucito una parte di me verso la completezza. Anche la cultura dimentica. Le generazioni vanno avanti, e nella fretta di modernizzarsi, amputiamo le radici. Quel libro è stato un atto di memoria culturale.   Cosa fa il ricordarsi alla scrittura Quando scrivo di me stesso ricordato, la mia mano rallenta. Divento più sincero, meno ornamentale. Le parole respirano. Portano calore, anche quando parlano di dolore. I lettori spesso mi scrivono: “Questa poesia mi ha toccato nel profondo”. Non perché l’ho scritta per loro, ma perché l’ho scritta da me. E tutti condividiamo certi dolori, speranze e domande.   Un messaggio per i giovani Cari giovani, il mondo vi assegnerà etichette. Alcune vi piaceranno. Altre vi feriranno. Ma nessuna è la vostra verità. La vostra verità vive silenziosa dentro di voi, spesso sotto strati di rumore. Non misurate il vostro valore in numeri: follower, voti, stipendi. Quelle cose cambiano. Ciò che non cambia è la luce che portate dentro. E per sentirla dovete fermarvi. State con voi stessi. Non di fronte a uno schermo, ma davanti alla

Per saperne di più »

Missili, bunker e messaggi cifrati: la lezione iraniana e il telegramma (non troppo criptato) agli amici di Washington

  Quando l’America parla, non sempre usa le parole: le bombe sono più rapide, i pacifisti tacciono e l’Europa fa finta di non vedere.     Gli Stati Uniti, quando vogliono farsi capire, non usano il galateo diplomatico. Niente lettere formali, niente email istituzionali e nemmeno tweet presidenziali in maiuscolo. Loro preferiscono i B-2 Spirit, le GBU-57 “spacca-bunker” e qualche Tomahawk spedito con ricevuta di ritorno. C’è posta per Xi, Putin e Kim Jong-un e non solo L’ultima spedizione ha avuto come destinatario l’Iran, ma il mittente – sia chiaro – voleva raggiungere ben altri indirizzi: Pechino, Mosca, Pyongyang e tutte le capitali dove si coltiva il sogno nucleare come un giardino privato. L’eleganza della minaccia perfetta L’incursione americana è stata, prima di tutto, uno spettacolo di tecnologia militare: bombardieri invisibili, sottomarini lanciamissili, portaerei schierate come in un videogioco e una tempistica che sembrava sincronizzata da un direttore d’orchestra. Non è stata solo un’azione militare: è stata una dimostrazione di forza raffinata. Un’operazione “chirurgica”, come piace chiamarla al Pentagono, che ha mandato fuori uso impianti strategici iraniani senza provocare – almeno per ora – un’escalation fuori controllo. Il messaggio? Chi pensava che l’arsenale americano fosse un gigante addormentato, incrostato di vecchi successi e impantanato in questioni interne, ora dovrebbe aggiornare le proprie convinzioni. Gli USA possono ancora colpire ovunque, con precisione spietata e senza rimetterci un solo soldato. Teheran come vetrina globale Certo, gli effetti a lungo termine restano da verificare: Fordow, Natanz ed Esfahan sono davvero fuori gioco? Lo scopriremo. L’Iran chiuderà lo Stretto di Hormuz? Poco probabile. Il regime teocratico vacillerà? Difficile, almeno nel breve. Ma il vero scopo non era cambiare i regimi, bensì ricordare a tutto il mondo – e soprattutto a chi si crede intoccabile – che nessun bunker è abbastanza profondo e nessuna distanza è davvero sicura quando Washington decide di premere il grilletto. Non è un caso che, dopo il raid, la reazione sia stata relativamente contenuta. La lezione iraniana è servita su un piatto freddo: più che una guerra, una dimostrazione. Più che una rappresaglia, una prova di efficienza. E mentre i protagonisti maneggiano i missili, in Occidente si leva il solito, tiepido coro dei pacifisti di salotto: quelli che si svegliano solo quando le bombe le sgancia qualcun altro. Questa volta, stranamente, regna un certo silenzio. Anche l’Europa, maestra nelle indignazioni selettive, ha preferito abbassare lo sguardo e fare finta di nulla, probabilmente occupata dall’omologazione dei veicoli a motore riguardo alle emissioni o a discutere di qualche regolamento sulle lampadine. Un telegramma diretto a Xi e Putin E chi doveva capire, ha capito. Xi Jinping, che osserva silenzioso ma manovra instancabile; Vladimir Putin, impegnato in scenari multipli tra Ucraina e alleanze scomode; Kim Jong-un, l’eterno enfant terrible con le sue parate missilistiche da operetta. E, ovviamente, Khamenei e compagni, che ora devono guardarsi anche dall’alto, oltre che da dentro. L’America, per ora, non ha interesse a lanciarsi in nuove avventure medio-orientali: la priorità si chiama contenimento della Cina, e il vero campo di battaglia è l’Indo-Pacifico, non il deserto persiano. Il raid sull’Iran è quindi una cartolina preannunciata, un avviso da parte di chi si dice “stanco di fare il poliziotto del mondo” ma che, all’occorrenza, sa ancora sparare meglio di chiunque altro. Lo Sceriffo è ancora il più veloce Uomo avvisato, mezzo salvato. Con lo Sceriffo americano – imprevedibile, irascibile, ma sempre pronto – non si scherza. Le GBU-57 non sono coriandoli e il B-2 Spirit non è un drone da supermercato. Putin, Xi, Kim, Khamenei e tutti gli aspiranti nuclearisti di domani: il telegramma è stato consegnato. Non serviva decifrarlo, era in chiaro. di Redazione

Per saperne di più »

Sold out e standing ovation per “La Suite dei Templi per Osaka Expo 2025”

  “OSAKA TEMPLE SUITE 2025”   Continui applausi per i Solisti e l’Orchestra Sinfonica e Jazz del Conservatorio Arturo Toscanini di Ribera presenti ad Expo Osaka 25   Successo anche per le due performances degli studenti e docenti all’Auditorium del Padiglione Italia   SOLD OUT E STANDING OVATION per la prima esecuzione mondiale de ” LA SUITE DEI TEMPLI PER EXPO OSAKA 2025″ messa in scena il 13 Giugno al Teatro Festival Station di Expo dall’Orchestra Sinfonica e Jazz del Conservatorio Arturo Toscanini di Ribera – Agrigento diretta dal M° Gaetano Randazzo. Il progetto ideato dalla Direttrice Prof.ssa Mariangela Longo, in qualità di referente artistico/ scientifico, con l’intento di mettere a confronto le culture millenarie dei due paesi Italia e Giappone in attuazione dei principi prioritari di Expo 2025 ( Empowering lives, Connetting livrs and Saving lives), è risultato vincitore di una  selezione nazionale indetta nel 2024 dalla Direzione Generale della Internazionalizzazione e Comunicazione del Ministero della Università e della Ricerca per rappresentare l’eccellenza accademica italiana AFAM all’esposizione mondiale di Osaka. Con continui applausi ed apprezzamenti il pubblico giapponese ha tributato una calorosissima accoglienza a questa opera originale, così attesa e prodotta dal Conservatorio Toscanini, impreziosita da immagini del grande patrimonio culturale di Italia e Giappone a cui essa è dedicata: Valle dei Templi di Agrigento e Shimogamo Shrine, entrambi siti UNESCO. Con la Suite dei Templi si è conclusa, dunque, con grandissimo successo la tournée che ha visto protagonisti gli studenti e i docenti di tutti i dipartimenti classici e dei nuovi linguaggi musicali che si sono esibiti l’11 e il 12 giugno, con sold out, anche al Teatro del Padiglione Italia nella settimana dedicata alla Regione Siciliana. Presenti al concerto importanti autorità tra cui la Ministra Commissario aggiunto per Expo Elena Sgarbi, l’Assessore al Territorio e Ambiente della Regione Sicilia Giusy Savarino e il Direttore del Padiglione Italia Andrea Marin che sono intervenuti con grandi apprezzamenti pubblici per i musicisti e per la qualità artistica e innovativa del progetto. L’Opera è stata realizzata da studenti e docenti del Conservatorio, insieme ad alcuni Musicisti giapponesi, in qualità di esecutori e compositori tra cui: Alberto Maniaci, Simone Piraino, Giacomo Tantillo, Rita Ninfa Collura, Sergio Cali, Ernesto Marciante, Histaka Nishimori. Tra i Solisti; i Maestri Giacomo Tantillo (tromba), Sergio Calì (vibrafono) e Mitsumura (Taiko- percussioni giapponesi) e tutti i musicisti dell’Orchestra. Tutto ciò è stato possibile grazie al finanziamento del Mur e del progetto Music4D i cui fondi sono stati messi a frutto per  cofinanziare questa importante attività internazionale e di innovazione tecnologica, arricchita da riprese in 3D. Ringraziamo il Ministero della Università e della Ricerca, il Commissariato per Expo del Ministero degli Esteri,  il Direttore e lo staff del Padiglione Italia, il Presidente Giuseppe Tortorici e tutti gli organi statutari, la Direttrice Mariangela Longo, il  Vice Direttore e Direttore di produzione  Simone Piraino, i  tecnici Carlo Gargano ( fonica) Gap Movie ( regia, riprese ed editing) e naturalmente tutti i Musicisti, i collaboratori, l’ ufficio stampa e tutto il prezioso staff del Conservatorio. La Suite dei Templi è una nuova Opera Sinfonica, Contemporanea e Jazz, composta, prodotta ed edita dal Conservatorio Statale di Musica “Arturo Toscanini” di Ribera (Agrigento) che, sotto l’egida del Ministero della Università e della Ricerca, si è distinto negli ultimi anni per la prolifica attività istituzionale. Il Conservatorio è stato recentemente insignito del prestigioso riconoscimento di Eccellenza Italiana 2024, patrocinato dal Consiglio dei Ministri e da 11 Ministeri italiani, ed inserito nella pregiata Opera editoriale dedicata alle 100 Storie di Eccellenza che si sono distinte per aver contribuito a migliorare il futuro del nostro Paese e che portano lustro all’Italia nel mondo. L’Opera è stata selezionata dal Ministero Italiano della Università e della Ricerca tra tutte le Isituzioni AFAM italiane per rappresentare ad Expo Osaka 2025 l’eccellenza Accademica dell’Alta Formazione Artistico Musicale Italiana. Lo speciale evento, in scena al Teatro Festival Station di Expo OSAKA il 13 giugno 2025 nella settimana dedicata alla Regione Siciliana, è promosso e finanziato dalla Direzione Generale della Internazionalizzazione e della comunicazione MUR, con il prezioso supporto dei fondi di Next Generation UE PNRR Azione M4C1 “MUSIC4D”, con la supervisione del Commissariato per EXPO Osaka 2025 del Ministero degli Esteri, che ringraziamo. Questa attività di rilevo internazionale sarà realizzata da una corposa delegazione del Conservatorio costituita da circa 50 elementi, di cui 40 orchestrali e 10 componenti dello staff, tecnici delle riprese, addetti stampa e alle comunicazioni, che seguiranno la produzione e le performance dei musicisti che si terranno anche all’anfiteatro del Padiglione Italia. Un “viaggio musicale” alla scoperta dei magnifici Templi dei Parchi Archeologici siciliani, trasposti in Musica da docenti e studenti, che, in veste di compositori ed esecutori, sono i protagonisti di un’Opera davvero unica nel suo genere. Caratterizzata da una commistione di linguaggi musicali, l’Opera evoca la gloriosa storia dei Miti Greci all’insegna della modernità e dell’innovazione musicale diventando un esempio pregevole di promozione del grande patrimonio artistico culturale italiano e dei giovani talenti.     Con una speciale dedica a OSAKA 2025 l’Opera si è arricchita, per l’occasione, di una nuova composizione del M° Hisataka Nishimori, dedicata ad uno dei più famosi Santuari di Kyoto, il sito UNESCO Shimogamo Shrine, che verrà “interpretato” in Musica a fianco ad un altro patrimonio mondiale dell’Umanità, la Valle dei Templi di Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025. Alla compagine orchestrale multitasking, costituita da 40 elementi e in cui convivono tipologie diverse di strumenti e di linguaggi (classici, jazz e popular), si uniranno anche pregevoli esecutori giapponesi di strumenti moderni e della tradizione giapponese, sotto la Direzione del M° Gaetano Randazzo di cui verrà eseguita, a conclusione del concerto, “Chasing the Pink Panther”, una novità in prima assoluta in omaggio al grande Henry Mancini. Ciò consentirà di mettere a confronto le rispettive storie millenarie e tradizioni culturali e musicali dei due paesi (ITALIA e GIAPPONE) con uno sguardo al futuro, attraverso i differenti linguaggi compositivi, gli stili esecutivi e le riprese immersive dell’opera e dei luoghi a cui essa è

Per saperne di più »
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

Non è il numero delle testate che la vince: in un conflitto nucleare nessuno vince. Se piove, meglio avere un.

Il ruzzolone dello Zar Ruzzolone: un vero e proprio sport tutelato dalla Federazione Italiana Giochi e Sport Tradizionali, praticato in.

                                     Esporte e.