Europa, sinfonia per caos e ottoni stonati

Samba istituzionale, beguine impossibile e qualche squillo di tromba da Bruxelles Facciamo il punto su questa Europa tuttora ingarbugliata e un po’ squinternata, che procede con passo elegante ma inciampa sui lacci delle proprie norme. Del resto, gli umani amano vivere nel caos e col caos: cambiare ritmo musicale è impresa ardua. Dal samba non si passa alla beguine con un decreto attuativo. E poi siamo latini, no? Come ricorda lo scrittore Mauro Parrini, “Ormai tutto è talmente fuori posto che più niente è fuori luogo”. È la fotografia perfetta del nostro continente: una stanza dove le sedie sono sul tavolo, ma nessuno osa rimetterle a terra per timore di disturbare l’arredatore. Passiamo in rassegna i tormentoni, quelli seri e quelli coltivati per puro vizio polemico. Sul referendum si è disquisito con l’ardore dei teologi medievali. Il principio è semplice: si vota “SÌ” se non si è soddisfatti dell’attuale amministrazione della Giustizia e si desidera un meccanismo più efficiente e più giusto. Non è una questione di partiti, ma di ingranaggi. Quando l’orologio ritarda, non si cambia il tempo: si aggiusta il meccanismo. Poi ci sono i sabotaggi ferroviari. Nell’era dei satelliti e dei frigoriferi intelligenti, ancora inciampiamo nel bullone allentato. Sensori avanzati e videosorveglianza potrebbero ridurre il problema a un fastidio statistico. Quanto ai sabotatori, se li ritroviamo il giorno dopo su un’altra tratta, forse non basta l’arresto simbolico: servirà che restino in vinculis per un periodo che consenta loro di meditare sulle virtù del silenzio. Altrimenti non basterà un referendum, ma un ripasso completo del codice penale. Qualche segnale di reazione, tuttavia, arriva dalla Commissione europea. Stretta sulle auto elettriche cinesi, acceleratore industriale per chi utilizza componentistica europea, percentuali minime di alluminio e materie plastiche “made in Ue” per accedere a sussidi e appalti. Non solo automotive: anche porte e finestre diventano trincee economiche. È protezionismo? È realismo? È sopravvivenza con il vestito buono. In ogni caso, è già qualcosa. Sul fronte Difesa, il nuovo modello di riorganizzazione delle Forze armate presentato al ministro Guido Crosetto promette una revisione complessiva dello strumento militare. Adattare la struttura al contesto geopolitico attuale, rafforzare capacità e catena di comando: parole solide, ora in attesa di diventare legge. Perché tra il dire e il blindato c’è di mezzo il Parlamento. La nota più dolente resta la guerra in Ucraina. Dopo quasi quattro anni, né vincitori né vinti: solo un bilancio incalcolabile di vite spezzate e macerie. In quasi 1500 giorni è successo di tutto: droni, missili supersonici, sabotaggi, blitz cibernetici, diplomazie parallele. Si tratta mentre si bombarda, si promette mentre si colpisce. Le parole di Primo Levi tornano come un monito severo: l’uomo conserva riserve insospettate di ferocia sotto la patina della civiltà. E l’inferno, se esiste, rischia di avere lista d’attesa. Intanto la tecnologia corre. Si parla di satelliti “sentinella” dotati di onde elettromagnetiche capaci di neutralizzare armi a guida elettronica. Fantascienza? No, futuro prossimo. Offesa e difesa si rincorrono come schermidori ipertecnologici. E la pace? Lo diceva Gino Strada: se la guerra non viene buttata fuori dalla storia dagli uomini, sarà la guerra a buttare fuori gli uomini dalla storia. Noi, nel frattempo, continuiamo a discutere di sensori, percentuali d’alluminio e referendum. È il nostro modo civile di restare a galla nel caos. Perché l’Europa sarà pure stonata, ma continua a suonare. E finché c’è musica, anche se è samba fuori tempo, nessuno spegne le luci del teatro. Ma guai a credere che l’orchestra possa suonare per sempre senza spartito: prima o poi qualcuno dovrà decidere se dirigere o continuare a battere le mani a caso. Giuseppe Arnò

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Visita a Marino di Antonio Peragine

Il Direttore del Corriere Nazionale ricevuto a Palazzo Colonna “La nostra disponibilità per promuovere la Cultura a Marino” le sue parole di Anna Maria Gavotti   Si profila una sorta di gemellaggio tra la Puglia e il Lazio, tra Bari e Marino, al momento non tra le celeberrime e ottime “orecchiette alle cime di rapa” e la succulenta “matriciana”, che comunque male non ci sta, diciamola tutta, ma tra culture e tradizioni diverse di eccellenza e di valori della nostra bella Italia! Questa la sintesi di un incontro svoltosi nella giornata odierna a Marino, nella sede municipale di Palazzo Colonna tra l’amministrazione comunale nelle persone del Sindaco Stefano Cecchi, il Vice Sindaco Maria Sabrina Minucci e l’Assessore Roberta Covizzi e il Direttore del Corriere Nazionale Antonio Peragine, giunto con il suo Capo della Redazione romana Giovanni Ierfone, alla presenza anche del Direttore artistico del Teatro V. Colonna di Marino Giorgio Granito. Antonio Peragine è Direttore dei quotidiani online Il Corriere Nazionale (testata di punta del network Retewebitalia, il primo network italiano che riunisce circa 100 quotidiani online consorziati e rappresenta una rete nazionale di testate giornalistiche dal Nord al Sud del Paese, di cui è Presidente), Corriere di Puglia e Lucania, Radici e Stampa Parlamento. Ricopre inoltre l’incarico di Direttore del Dipartimento di Giornalismo e Relazioni Pubbliche Internazionali, Etica e Dinamiche dell’Informazione dell’Università Federiciana Popolare. È Presidente dell’Associazione Nazionale Italiani nel Mondo (ANIM APS). “Noi abbiamo dato la nostra disponibilità di una collaborazione gratuita a promuovere la cultura a Marino, le caratteristiche della città, il Teatro V. Colonna e tutto ciò che sia utile a far conoscere il territorio su tutte le nostre testate – ha dichiarato al termine dell’incontro il Direttore Antonio Peragine –  Se l’amministrazione comunale è con noi siamo molto felici di collaborare a questa crescita. Promuovere l’attività di Marino sulle nostre testate nazionali mi sembra un’ottima opportunità. Divulgare le notizie sulle attività del Comune, su ciò che fa il Sindaco e l’Amministrazione comunale. Sa soddisfare la cittadinanza? Vogliamo aiutare a capire Marino. L’obiettivo che ci diamo è quello di dare visibilità alla politica culturale di Marino. Abbiamo offerto una possibilità, vedremo se sarà accettata”. Il Direttore, nel corso dell’incontro, ha prospettato l’eventualità di tenere conferenze o recital da parte di personalità della cultura e della musica di livello nazionale e internazionale o anche di tenere la convention annuale dell’ENAC proprio al Teatro V. Colonna con un grande ritorno di immagine per la città. Il Vice Sindaco Maria Sabrina Minucci ha affermato che la specificità di Marino è la Sagra dell’Uva “grazie alla quale siamo conosciuti in tutto il mondo, quindi ben venga questo respiro internazionale – ha detto il Vice Sindaco – Per quanto ci riguarda faremo del nostro meglio per reperire tutti i fondi necessari a favorire questa possibilità per il territorio. Inoltre siamo molto attenti ai bandi, che siano regionali, nazionali o europei che spesso intercettiamo e che ci aiutano a realizzare i nostri eventi e i nostri progetti” sottolineando il fatto che la presenza di tali personalità,  cui faceva cenno il Direttore, potrebbe essere contestualizzata all’interno delle manifestazioni che si tengono nel corso dell’anno. Il tutto non nell’immediato, ma con una seria programmazione  che permetta di organizzare al meglio gli eventi stessi. A margine della riunione istituzionale, il Direttore Peragine ha visitato il Teatro Vittoria Colonna, manifestando interesse per la struttura e per il suo percorso artistico e organizzativo. Una visita di carattere conoscitivo, che si inserisce in una più ampia riflessione sulle possibili relazioni culturali tra realtà teatrali italiane di rilievo, in vista di future collaborazioni e scambi, anche con importanti teatri del panorama nazionale. In questo quadro si colloca la posizione favorevole del Direttore artistico del Teatro Vittoria Colonna, Giorgio Granito, che ha evidenziato come nella prossima Stagione Teatrale potrebbero trovare spazio performance di qualità, capaci di conferire ulteriore prestigio a una struttura che già oggi opera al meglio delle proprie possibilità, registrando molti sold out negli spettacoli andati in scena dall’inizio della stagione ad oggi.  

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Perle di pensiero: Ziccarelli

La globalizzazione, il complesso processo di integrazione tra paesi, mercati, culture e persone a livello mondiale, guidato da tecnologia, liberalizzazione degli scambi e trasporti, quel sogno idilliaco di uno scambio senza confini e, per questo, sostenuto da una pace perpetua garantita dal commercio, ha ufficialmente cessato di esistere. Al suo posto, c’è, con scontata evidenza, la restaurazione di tre grandi superpotenze: Stati Uniti, Cina e Russia, la cui tendenza attuale è quella di estendere la loro influenza ovunque possibile, spesso richiamando alla memoria antichi modelli storici di imperi. In questo scenario, le fondamenta dell’ordine internazionale stanno scricchiolando paurosamente, facendo vacillare tante certezze consolidate ormai diventate purtroppo anacronistiche. Il mondo del 2026 è diventato una giungla con richiami feroci ad una storia che credevamo passata e da dimenticare, dove chi non si siede a tavola finisce per diventare una pietanza da divorare. L’Europa è solo un commensale distratto, convinto di partecipare, mentre è come un vagone prossimo al deragliamento, sganciato e privo della necessaria locomotiva. La geografia è in continuo e radicale cambiamento. Entro un decennio o poco più, l’oceano artico sarà quasi completamente navigabile, aprendo vie d’acqua fino a ieri inimmaginabili e riducendo drasticamente le distanze tra i porti del Nord Europa e la Cina di quasi il 50% rispetto alle rotte del Canale di Suez. L’Artico è diventato praticamente il prossimo terreno di scontro del nuovo millennio: qui, tra il freddo ed il silenzio di spazi immensi ed incontaminati, il rumore degli interessi geopolitici è ormai assordante. Non si tratta solo di mera logistica ma di un vero e proprio caos economico: la rotta marittima del nord conta già da tempo la presenza della Russia con la sua flotta di rompighiaccio nucleari. E anche Pechino, con pari audacia geografica, ha già individuato la sua nuova via della seta, pardon, del ghiaccio. La Groenlandia, nasconde, infatti, nel suo sottosuolo il 25% delle terre rare mondiali, indispensabili nelle tecnologie verdi e nella difesa missilistica. E gli Stati Uniti, in grave e colpevole ritardo strategico, per evitare l’inesorabile sorpasso industriale della Cina, stanno cercando di recuperare il terreno perduto, sostanzialmente ad ogni costo, anche a rischio di scatenare un’altra guerra mondiale. In realtà, il vero potere della Cina non risiede tanto nel possesso delle materie prime, ma nella loro raffinazione. Infatti, Pechino controlla i tre quarti del mercato globale delle terre rare perché ha accettato di sporcarsi le mani, in buona sostanza quello che gli altri paesi non vogliono fare: raffinare questi minerali significa avere la certezza assoluta di distruggere l’ambiente ignorando anche la sicurezza ed i diritti umani. La possibilità che la Groenlandia possa essere trasformata in una sorta di Cina in miniatura è di un cinismo a dir poco spaventoso, ma anche logicamente e spietatamente geniale, un modo tragico ma efficace degli americani per spostare l’inquinamento e lo sfruttamento in una zona lontana ma allo stesso tempo vicina ed in grado di essere controllata adeguatamente, allo scopo di cercare di spezzare la dipendenza da Pechino e, per questo, disposti praticamente a tutto, compreso l’uso della forza militare, per ottenere ciò che esige la logica dell’impero. L’Artico ci viene raccontato come una terra di nessuno, ma, in realtà, è parte di un ecosistema fragile, per cui un qualsiasi errore può significare un disastro ambientale irreversibile per l’intero pianeta e che gli americani non hanno minimamente nessuna intenzione di considerare, ciecamente attenti solo ai propri interessi nazionali. Se l’Europa non sarà in grado di affrontare questa sfida ponendo la questione artica come parte integrante della sua strategia geopolitica, unendo oltre alla difesa, l’economia ed il rispetto per le popolazioni locali, si ritroverà in un mondo dove, al posto del ghiaccio, sarà irrimediabilmente sorta la presenza e la minaccia asiatica o americana, praticamente dentro i confini di casa. L’Artico è la cartina di tornasole del nostro futuro: freddo, conteso, vulnerabile ma estremamente vitale ed importante. Alex Ziccarelli

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Italia, Paese dei miracoli (a rovescio)

Svolte ideologiche, predicatori in tournée, affari sindacali e baby-banditi: cronaca di una normalità sempre più bizzarra     C’è chi dice che l’Italia non sia un Paese serio. Falso: è serissimo. Solo che prende tutto alla rovescia. E ogni giorno offre nuove prove che qualche virus, non più sanitario ma mentale, abbia contagiato la Penisola, trasformandola in un grande luna park dove si ride per non piangere. Prendiamo Aboubakar Soumahoro. Fino a ieri paladino della sinistra movimentista, oggi pronto a candidarsi con le “forze del Tricolore”. Una sterzata secca, da sinistra a destra, come se la politica fosse una corsia d’autostrada e non un percorso accidentato fatto di idee, coerenza e memoria. Cambiare opinione è lecito, cambiare identità come una giacca un po’ meno. Ma in Italia tutto è fluido: persino le convinzioni. Nel frattempo, archiviato il mantra “il Covid non vincerà”, ecco il nuovo slogan: “l’Islam non vincerà”. Lo si ripete dopo il sermone-choc dell’imam Maryam, novello Saladino che pare abbia scelto l’Italia come testa di ponte per la conquista del Vecchio Continente. La reazione politica è stata compatta, da Fratelli d’Italia alla Lega. E ci mancherebbe: quando la sfida è frontale, l’ovvietà diventa virtù. Poi, come sempre, arrivano i soldi. E con i soldi, i migranti. O meglio: il business dei migranti. Spuntano finanziamenti europei, 3,5 milioni per corsi, permessi e assistenze varie, che finiscono nei patronati mentre i tesserati calano. Si criticano le spese per la difesa, meglio scuole e ospedali, si dice, salvo poi dimenticare di chiedersi: per chi? Domanda scortese, ma inevitabile. Sul fronte della protesta permanente, Greta Thunberg viene arrestata a Londra durante un raduno pro-Pal. Solidarietà con otto detenuti in sciopero della fame da cinquanta giorni. Nobile causa, per carità. Ma viene il dubbio che la piazza sia diventata una professione, una forma di esibizionismo morale: si manifesta su tutto, purché non si debba timbrare un cartellino. Intanto, nelle nostre città, la cronaca nera germoglia indisturbata. A Milano i baby maranza rapinano un quindicenne, lo spogliano, lo costringono a prelevare, a chiamare i genitori, a pagare. E all’arrivo dei carabinieri c’è pure chi tenta di aggredirli. È la nuova educazione civica: minacciare, estorcere, sfidare lo Stato. Con la sicurezza di chi sa che, comunque vada, la colpa sarà sempre di qualcun altro. Dall’estero arrivano due notizie che fanno riflettere. In Francia Le Figaro elogia Giorgia Meloni, con grande schiaffo a Macron: strano Paese, l’Italia, che deve farsi spiegare dai francesi cosa pensa di se stessa. In Russia, invece, lo scacchista Garry Kasparov viene arrestato in contumacia: accusato di terrorismo per aver mosso troppe pedine contro il Cremlino. Lì il gioco è serio, e chi pensa viene messo sotto scacco. Sul fronte Ucraina-Russia, nessuna novità. E come ricordava Raymond Radiguet, non è nella novità ma nell’abitudine che si trovano i piaceri più grandi. Noi, ormai, siamo abituati al nulla di nuovo. Eppure, a ben guardare, non siamo ancora in disgrazia completa. I Comuni spendono quasi 400 milioni in luminarie e mercatini. Gli italiani investiranno 3,3 miliardi tra cenoni, pranzi e viaggi. Mangiamo, brindiamo, partiamo. Qualcuno lassù, evidentemente, ci guarda ancora con indulgenza. Forse è questa la nostra vera morale nazionale: possiamo sopportare tutto, svolte improvvise, predicatori bellicosi, affari opachi, piazze urlanti e baby criminali, purché a Natale ci sia il panettone acceso a festa. E finché le luci restano accese, l’Italia continuerà a illudersi che il circo sia soltanto uno spettacolo. Non la casa. Giuseppe Arnò

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Italia in preoccupante deriva

    Lasciti vandalici di manifestazioni Antifa e pro-Pal      Verona – Antifa vincit? Qui ed altrove?    Antifa. Cioè, collettivi antifascisti d’estrema sinistra, extraparlamentare o meno, dalle tendenze comuniste, anarchiche, socialiste libertarie, di provenienze no global e centri sociali autogestiti (con sedi plurivalenti anche in immobili occupati, esenti per… grazia ricevuta istituzionale da affitti, bollette e tasse da pagare o scontrini da rilasciare), strenui oppositori (talvolta con la violenza, come ampiamente dimostrato) della destra moderata, dell’estrema destra e, per default, dell’“area di compromesso” del centro liberale.    Liberi di scorrazzare (e spesso di far danno) in manifestazioni autorizzate o non, tra piazze e vie, vandalizzando e provocando, con rari arresti in flagranza di reato. A spese di cittadini che non vogliono immischiarsi in contrapposizioni ma che lamentano, loro malgrado, auto danneggiate se non bruciate, facciate dei palazzi riempite di scritte, vetrine sfasciate, aria ammorbata da effetti di bombe carta e lacrimogeni ecc., con dubbio appigliarsi ai diritti di manifestare e di riunione sanciti dagli artt. 21 e 17 della Costituzione, “interpretati” ad uso e consumo estremistico da chi scende in strada con intenti pianificati non proprio all’acqua di rose democratica.    Il Parlamento europeo, dal 2023, nicchia riguardo all’attribuire i movimenti Antifa quali “terroristici” mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald John Trump (New York, 14 giugno 1946), ha espresso l’intenzione, il 18 settembre 2025, d’etichettare Antifa come “organizzazione terroristica” firmando il 23 settembre successivo lo specifico decreto che lo sancisce. Gli è andato dietro il premier ungherese Viktor Mihály Orbán (Alcsútdoboz, 31 maggio 1964) quale contraccolpo al Budapest-Complex (lett. “Complesso di Budapest”, ovverossia “Gruppo di casi di Budapest”) consistente in aggressioni brutali da parte di militanti Antifa ai danni di estremisti di destra, registrati nella capitale ungherese nel febbraio 2023 (con conseguenti vertenze giudiziarie), in seguito all’annuale raduno neonazista denominato “Giorno dell’Onore” che commemora i soldati ungheresi e tedeschi uccisi nel corso dell’assedio sovietico alla città nella Seconda guerra mondiale (tra il 26 dicembre 1944 ed il 13 febbraio 1945).    Prima e dopo la tregua o non tregua nell’inferno della Striscia di Gaza tra forze d’Israele e miliziani del movimento islamico di resistenza Ḥamās (conseguenza sempre più colpevolmente oscurata e minimizzata del feroce attacco del 7 ottobre 2023 di quest’ultimo in territorio israeliano, appoggiato da altre formazioni armate palestinesi, con l’Operazione Diluvio al-Aqṣā, in arabo ʿamaliyya ṭūfān al-Aqṣā), i centri italiani sono stati teatro passivo di numerosi cortei pro-Palestina che hanno coinvolto un alto numero di attivisti. In un crescendo d’incanalamento politico-sociale, d’incondizionato supporto alle istanze palestinesi e di dura critica al Governo Meloni, arrivando al punto d’accusarlo di “complicità nel genocidio” in atto nella Striscia, secondo la vulgata e perpetrato dai militari israeliani con l’asserita “connivenza dell’Occidente”.    Come riportato dai media, frange minoritarie di manifestanti pro-Pal ed Antifa hanno messo (e continuano a farlo) a ferro ed a fuoco ambiti cittadini, attaccando le forze dell’ordine schierate in assetto antisommossa e ferendone centinaia, tra cui diversi in modo grave.    I  lasciti di queste manifestazioni sovente andate fuori controllo e misura sono evidenti in giro per Verona e non solo: muri (pure storici o ritinteggiati di recente), portoni, segnaletica imbrattati da “firme” Antifa ed anarchiche, sfoghi comunque teppistici che con il pacifismo e la solidarietà non hanno nulla a che spartire… Servizio e foto di Claudio Beccalossi

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Spunti di riflessione

Uomini o caporali – La domanda è ancora lecita Tra chiacchiere di palazzo, bussole impazzite e piani segreti che segreti non sono: la politica prova a darsi un tono, il mondo no.   C’è un vecchio adagio, attribuito al più filosofico dei comici italiani, Totò, che dovrebbe campeggiare all’ingresso di ogni istituzione: “Siamo uomini o caporali?” Domanda semplice, risposta complicata, in particolar modo quando la politica s’ingegna per offrirci prove quotidiane che la linea di confine tra le due categorie esiste ancora, ma si assottiglia come un elastico di scarsa qualità. L’ultimo esempio lo serve la vicenda Garofani: una conversazione privata che privata non era, un’uscita definita “inopportuna”, un volo istituzionale finito in bufera e subito ricucito con un colpo di spugna da Fratelli d’Italia: “Questione chiusa. Solo chiacchiere tra amici.” Peccato che le “chiacchiere tra amici”, quando si è in servizio, dovrebbero restare ben lontane dalla cabina di comando. Regola da caporali, certo. Ebbene, alla fine niente di nuovo, ma se non altro, l’episodio ha fornito un pretesto per un tè cordiale tra Mattarella e Meloni. Diplomazia spicciola? Forse. Ma almeno si sono parlati cortesemente: in tempi come questi è già quasi un successo. La politica che non orienta più Il problema è che le chiacchiere, da noi, non restano mai tra amici: diventano il tessuto connettivo della vita pubblica. E mentre politica e media inseguono la polemica del giorno, il cittadino medio fa l’unica cosa che ancora gli riesce bene: restare a casa. Perché votare? Si chiede amaramente. Non c’è più fiducia, non c’è più prestigio, non c’è più coraggio. E l’opposizione? Non si offenda, ma la bussola che dovrebbe guidarla sembra avvicinarsi ogni giorno di più a un magnete potentissimo, non sempre il più lusinghiero. Lo dimostra l’episodio di Carmen Consoli all’università: un comizio improvvisato condito da insulti alla premier. È questo il nuovo stile? Il nuovo garbo? O siamo davanti all’ennesimo segnale che il magnetismo, da qualche parte, s’è messo a tirare troppo forte? Intanto i numeri parlano chiaro: Meloni stabile al 30,5%. Schlein scende al 22%. Sarà colpa del magnetismo, certamente, non delle idee che scarseggiano. Auguriamoci che il Pd ritrovi una bussola degna di questo nome e, soprattutto, la capacità di fare opposizione secondo il catechismo istituzionale: con impegno e risultati. In fondo sarebbe un beneficio per tutti. Il mondo intanto fa… il mondo Mentre in Italia ci scanniamo per beghe e battutine, oltre confine gira voce di un piano segretissimo, dunque immediatamente noto a tutti, tra Usa e Russia per chiudere la guerra in Ucraina: Crimea e Donbass a Putin, e qualcosa in più. Un piano in 28 punti, trattato nell’ombra, filtrato sui giornali e subito smentito dal Cremlino. È la solita liturgia: si lancia la bomba diplomatica, si nega il giorno dopo, e nel frattempo si continuano a bombardare città e civili come se la pace fosse un dettaglio burocratico. Pagliacciate? Il termine è indulgente. In tempi normali chi diffonde certe notizie dovrebbe risponderne. In tempi tragici come questi dovrebbe risponderne il doppio. Il mondo sembra ormai diviso tra chi chiacchiera, chi gioca a Risiko con Paesi veri e chi incita alla guerra come se fosse una partita allo stadio. Gli ipocriti megalomani, che un tempo avremmo confinato nella categoria dei matti (non sia mai confonderli con I Pazzi,  la nobile famiglia fiorentina), oggi sono la crema delle élite globali. I migliori tra noi, dicono. Più spesso, i più pericolosi. Finale  E così restiamo qui, tra caporali che vogliono sembrare uomini e uomini che si comportano da caporali, tra opposizioni senza nord e governi con troppo sud, tra piani segreti che durano meno di una notifica WhatsApp. Qualcuno si ostina a sperare che domani andrà meglio. Noi, alla maniera del buon Indro, ci limitiamo a osservare: andrà diversamente. Meglio? Non fatevi illusioni. Non subito, almeno. Per quello ci vorrebbero meno chiacchiere e più uomini. E, a giudicare dalla stagione, siamo in penuria di entrambi. Giuseppe Arnò

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Il potere della resilienza

Di Mambro Dolores   In una realtà sempre più complicata e piena di sfide è sempre più evidente che occorre necessariamente adottare una nuova mentalità per affrontare la vita. Dalle pandemie globali, catastrofi naturali, conflitti politici e guerre, in un contesto del genere, la resilienza diventa la chiave per superare le difficoltà e costruire un presente migliore sia a livello individuale che collettivo. La resilienza è una forza silenziosa che ci permette di affrontare le avversità della vita. Tale termine richiama la matrice latina “resilire”, saltare indietro, rimbalzare, per esprimere la capacità dell’individuo di fronteggiare una situazione stressante, acuta o cronica. Questo concetto si applica sotto più sfaccettature infatti se parliamo di metalli rappresenta la loro capacità di resistere agli urti improvvisi, senza spezzarsi o cedere. In psicologia questa parola richiama alla capacità di adattarsi alle difficoltà, ritrovando risorse interiori e un nuovo equilibrio a costo di riorganizzare e rivedere la propria vita. Essere resilienti non significa opporsi alle sole pressioni dell’ambiente, ma implica una dinamica positiva, una capacità di andare avanti, nonostante le crisi. A tal proposito non significa non soffrire, ma saper reagire alle avversità in maniera costruttiva. Non si tratta di una qualità innata, ma un competenza che attualmente rappresenta un potere inestimabile, da coltivare ogni giorno, poiché permette all’individuo di superare le difficoltà esistenziali. Per svilupparla occorre prendere responsabilità, gestire efficacemente lo stress; circondarsi di perone positive ; avere consapevolezza delle proprie emozioni dando un senso alla propria vita. Le persone resilienti tendono ad avere una maggiore autostima, maggiore capacità di regolare le emozioni e una prospettiva ottimistica sulla vita. Come nella vita anche nello sport gli atleti resilienti non si arrendono dopo una sconfitta, ma la usano per migliorare, sotto l’aspetto motivazionale. La resilienza è come il potere di un muscolo che si allena, si rafforza per sostenerci nei momenti più difficili della vita.

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Rievocazione della Battaglia di Lèpanto.

Dalla cristianità trasversale d’un tempo all’attuale laicismo assurdo europeo. Abbottonata intervista al console generale della Federazione Russa a Milano       Settimo (Pescantina, Verona) – Un evento storico-rievocativo, con proiezioni nell’attualità, passato immeritatamente in sordina, se non bollato, minimizzato o compatito quale russofilo per certi accostamenti “scomodi”, all’indice d’un odierno, balbettante diritto di critica, disciplinato dall’art. 21 della Costituzione italiana. Nell’accogliente e suggestiva location di Villa Bertoldi, risalente al XVII secolo, l’Associazione culturale Veneto-Russia, presieduta da Palmarino Zoccatelli, ha tenuto il suo nono evento commemorativo della vittoria cristiana nella Battaglia di Lèpanto (in greco Nàfpaktos, Nàupaktos, affacciata sul golfo omonimo, parte interna del golfo di Corinto, nonché frazione del comune di Nafpaktia, in Grecia occidentale), del 7 ottobre 1571. Lo scontro in mare avvenne durante la guerra di Cipro tra le navi musulmane dell’Impero Ottomano e quelle cristiane della Lega Santa (unite dalle insegne pontificie), metà delle quali appartenenti alla Repubblica di Venezia e con le altre soggette all’Impero spagnolo (inclusi i regni di Napoli, Sicilia e Sardegna), allo Stato Pontificio, alla Repubbliche di Genova e Lucca (aggregate alle galee genovesi), ai Cavalieri di Malta, al Granducato di Toscana, ai ducati di Savoia, Urbino, Ferrara, Parma e Piacenza, Mantova. L’unione alleata, condotta da Don Giovanni d’Austria, sconfisse le forze ottomane, comandate da Müezzinzade Ali Pascià, morto in battaglia. Il titolo dell’incontro pubblico s’è barcamenato, con un pizzico di polemica, tra ieri ed oggi: “Lèpanto 1571: l’Europa cristiana sconfigge i turchi. 2025: l’Europa laicista fa guerra alla Russia cristiana. Un paradosso nella storia europea”. Coordinato dallo stesso Zoccatelli, il corposo programma ha visto dapprima i saluti di Vito Comencini (ex deputato della Lega per Salvini Premier ed ora leader di Popolo Veneto) nel giorno del suo compleanno e, poi, l’intervento di Mauro Murgia, dell’Associazione “Amici di Beslan”, in merito al suo ultimo viaggio appunto a Beslan (tragico teatro della famigerata strage, avvenuta fra il 1º e il 3 settembre 2004, perpetrata da fondamentalisti islamici e separatisti ceceni nella scuola Numero 1 della cittadina nella repubblica autonoma dell’Ossezia del Nord, nel Caucaso). È seguito il videosaluto di mons. Carlo Maria Viganò (che, nel giugno 2024, è stato accusato di scisma dal Dicastero per la dottrina della fede e, il 5 luglio successivo, lo stesso organismo vaticano l’ha dichiarato colpevole del delitto canonico di scisma, ribadendo d’essere incorso nella scomunica latae sententiae a causa del suo “rifiuto di riconoscere e sottomettersi al Sommo Pontefice, della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti e della legittimità e dell’autorità magisteriale del Concilio Ecumenico Vaticano II”. Scomunica non riconosciuta dall’interessato, affermando di voler proseguire a celebrare le funzioni religiose). A mons. Viganò è succeduto il lucido esame di realtà contemporanee esposto da Gianandrea Gaiani, già reporter di guerra in vari fronti, attuale opinionista su emittenti televisive e direttore responsabile di “Analisi Difesa”, primo magazine online in Italia a trattare argomenti militari e di difesa, anche sotto il punto di vista tecnico-industriale. Sono poi seguiti i contributi di Antonio Imperatore (“Amici della Russia Imperiale”), Dmitry Shtodin (console, con grado diplomatico di Ministro Straordinario e Plenipotenziario di 1^ Classe, del Consolato generale della Federazione Russa a Milano), Velimir Tomovic (giornalista e documentarista), Nicola Cavedini (presidente del Comitato Celebrazione Pasque Veronesi), Riccardo Pasqualin (che ha presentato il suo libro-ricerca “Il Codino. Un giornale padovano filocarlista”, Edizioni Solfanelli, 2024), Vincenzo Lorusso (giornalista freelance nel Donbass, autore di “De russofhobia”, 4 Punte Edizioni, 2025) in videomessaggio. Al termine dell’articolata disamina, il console generale Shtodin (Vladivostok, 1963, in servizio presso il ministero degli Affari esteri di Mosca dal 1989), alquanto riservato e cauto nell’esprimere pareri, ha, in qualche maniera, replicato ad alcune domande d’attualità internazionale.   Dmitry Shtodin: «Israele e Palestina? Due Stati! Russia ed Ucraina? C’è un negoziato che si svolge!»     – In Italia si sta passando dalla russofobia all’israelofobia per la questione Israele-Palestina. Cosa ne pensa? Il console, dopo aver scosso la testa in senso di non disponibilità a rispondere, ha infine affermato: «Non è nostro compito, per favore, per favore. Non posso nemmeno dare commenti a questo riguardo, no. La posizione del governo di Mosca è solo questa: la soluzione di questo conflitto è due Stati. Non le posso dire nient’altro. L’esistenza di due Stati, palestinese ed israeliano». – Pare che Putin abbia approvato il piano di Trump per Gaza. «Non ho ancora sentito gli argomenti del suo portavoce (Dmitrij Sergeevič Peskov, n.d.a.) e per questo non le posso dire qualcosa».  – E per quanto riguarda la guerra tra Russia ed Ucraina, l’“Operazione militare speciale” di Mosca nei confronti di Kyïv , quando pensa potrà avere termine? «Guardi, è stato avviato un processo di negoziati, c’è un negoziato che si svolge, dobbiamo pazientare. Nient’altro, nient’altro, nient’altro». – Anche perché lo stesso presidente ucraino Zelens’kyj non è più legittimato al potere, il suo mandato, infatti, è scaduto. «Ci sono colloqui tra due delegazioni, russa ed ucraina, ecco. Non abbiamo contatti diretti con l’amministrazione degli Stati Uniti. Insomma, questi due formati di negoziato dovrebbero dare dei risultati. Poi vedremo cosa avremo come esito».  – Ci sarà un’evoluzione anche per i buoni rapporti tra Putin e Trump? «Sì, c’è un buon rapporto con il  nostro presidente che sottolinea personalmente quello che fa di positivo Trump. Voi lo sapete molto bene».   Servizio e foto di Claudio Beccalossi

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Non tutti i mali vengono per nuocere (anzi, talvolta fanno miracoli)

Tra Salis salvata dai suoi stessi e Landini ai tamburi di guerra, la sinistra si autoaffonda con zelo e il governo veleggia tranquillo, non verso Gaza ma verso mari decisamente più prosperi. A volte la Provvidenza ha il senso dell’umorismo. Prendete il caso di Ilaria Salis, scippata per i capelli, letteralmente e metaforicamente, alla giustizia ungherese: doveva essere il simbolo della resistenza antifascista, è finita per diventare la cartina di tornasole della confusione morale di chi la osanna. Dopo aver implorato l’aiuto delle destre, alza il pugno chiuso e brinda all’antifascismo. Non è un paradosso, è un varietà. Nel frattempo, Landini scandisce scioperi a ritmo di tam tam come se la lotta di classe fosse una danza tribale, mentre nei consigli comunali si premiano attiviste che negano perfino le tragedie di ottobre. È un festival dell’autolesionismo ideologico: tanto zelo da meritare una medaglia al masochismo politico. Eppure, come diceva il vecchio adagio, non tutti i mali vengono per nuocere. Perché mentre la sinistra si arrotola su se stessa, il governo Meloni procede spedito, e non con rotta verso Gaza, ma verso lidi che,  volenti o nolenti, sono quelli che contano davvero per il Paese. Se questo è il “tanto peggio” della sinistra, non c’è dubbio che per il governo sia davvero “tanto meglio”. E vien quasi da ringraziare: a forza di errori, l’opposizione è diventata il più efficiente alleato del potere. In fondo, se il nemico insiste a scavarsi la fossa da solo, non è buona educazione interromperlo. di Redazione

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La Terza Guerra Mondiale?

    Già in saldo al supermercato delle economie globali  Mentre i media annunciano l’Armageddon come se fosse la prossima puntata di una serie tv, la guerra è già in corso: non si combatte coi carri armati, ma coi dazi e i grafici del PIL.     Si parla tanto di Terza Guerra Mondiale. I giornali ne fanno titoloni, i talk show ci campano da mesi, e i politologi improvvisati si alternano per spiegare quando scoppierà e chi sarà il primo a premere il pulsante rosso. Intanto, il pubblico a casa si divide: metà già cerca rifugio nei tunnel della metropolitana, l’altra metà si consola pensando che, alla fine, morire per una bomba o per il mutuo scaduto cambia poco. Ma la verità è che la Terza Guerra Mondiale è già in corso. Non serviva nemmeno l’oracolo di Delfi: lo diceva persino Papa Francesco. Non si spara (ancora) in tutte le piazze, ma i missili sono stati sostituiti dalle sanzioni, i fucili dai dazi, e i campi di battaglia dalle borse valori. Altro che polvere da sparo: oggi basta un tweet di Trump per far crollare mezzo pianeta. Grande protagonista di questa guerra “senza morti ma con fallimenti” è proprio Donald Trump, che ha sostituito le cannoniere con il tariffario doganale. Una mossa geniale: costa meno, fa più paura e non lascia cadaveri, solo container fermi nei porti. Gli Stati ormai giocano a Risiko con le economie: chi è bravo fa scacco matto, chi è lento paga il 50% di dazio sulle noccioline. India, Cina e Stati Uniti recitano la parte dei tre grandi generali di questo conflitto 2.0. Si stringono la mano davanti ai fotografi e, subito dopo, si infilano un pugnale commerciale alle spalle. Gli indiani piangono per i dazi americani, i cinesi rispondono con l’antidumping, e gli americani cercano di vendere la guerra in Ucraina come fosse un abbonamento premium alla democrazia globale. Morale della favola: i media gridano all’apocalisse nucleare, ma intanto la guerra c’è già, e la stiamo combattendo con il portafoglio. Più che Terza Guerra Mondiale, sembra la prima guerra dei consumatori: vincerà chi riuscirà a comprarsi il mondo a rate, senza interessi. Epilogo: Come ogni guerra, anche questa finirà. Non con trattati firmati a Versailles o Yalta, ma con un link su Amazon Prime: “Nuovo Ordine Mondiale, spedizione gratuita, consegna in 48 ore.” Giuseppe Arnò

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