Maceri – Coinvolgimento di politici e imprenditori statunitensi ed europei nel caso Epstein

L’opaca trasparenza dei file di Epstein: la lezione europea agli Usa “Questa è l’amministrazione di Epstein”. Con queste parole il deputato Thomas Massie, repubblicano del Kentucky, ha attaccato l’amministrazione Trump, accusandola di opacità e di una gestione ambigua dei documenti legati a Jeffrey Epstein. L’affondo di Massie non è isolato. Insieme a Ro Khanna, parlamentare democratico californiano, ha promosso un’iniziativa per rendere pubblici integralmente i file ancora secretati. I due hanno sostenuto che la trasparenza sia l’unico antidoto al sospetto che le élite si proteggano a vicenda. Va ricordato che Jeffrey Epstein, finanziere di successo, con relazioni ad altissimo livello nel mondo politico, accademico e finanziario, è stato accusato di traffico sessuale di minorenni. Già nel 2008 era stato condannato ottenendo un accordo che gli evitò accuse federali più gravi. Arrestato nuovamente nel 2019, fu trovato morto nella sua cella in un carcere federale di New York. Le autorità parlarono di suicidio, ma le circostanze alimentarono dubbi e teorie del complotto che ancora oggi persistono. Nonostante l’enormità delle accuse e la rete di contatti che emerge dai documenti giudiziari — registri di voli, agende telefoniche, calendari di incontri — gli effetti negli Stati Uniti sono stati relativamente limitati. La condanna più significativa è stata quella di Ghislaine Maxwell, collaboratrice di Epstein, condannata a 20 anni di carcere per traffico sessuale. Per il resto, le conseguenze si sono concentrate su danni reputazionali, qualche dimissione e molte dichiarazioni di distanza. Uno dei casi più rilevanti è stato quello di Alex Acosta, l’ex procuratore federale che nel 2008 aveva negoziato l’accordo con Epstein. Divenuto segretario al Lavoro sotto Trump, Acosta si dimise nel 2019 dopo che l’accordo fu riportato e criticato aspramente. Nel settore privato, Leon Black, cofondatore di Apollo Global Management, lasciò l’incarico dopo che emersero pagamenti milionari a Epstein per consulenze fiscali. Anche in ambito accademico e finanziario si registrarono audit interni e prese di distanza. Molti nomi noti compaiono nei documenti: Bill Clinton, Larry Summers, Kathy Ruemmler, Howard Lutnick. La presenza nei registri non implica automaticamente un comportamento illecito, ma l’associazione ha prodotto imbarazzo e richieste di chiarimenti. La questione centrale non è solo chi abbia commesso reati, ma il fatto che tantissime vittime non abbiano ottenuto giustizia. In Europa, paradossalmente, le conseguenze istituzionali sono state più visibili. Il caso più clamoroso è quello del Principe Andrea del Regno Unito. Dopo un’intervista disastrosa alla BBC nel 2019, si ritirò dalla vita pubblica. Nel 2022 raggiunse un accordo extragiudiziale con una delle accusatrici, Virginia Giuffre, senza ammissione di colpa. Perse titoli militari e incarichi onorari. Proprio al momento di scrivere siamo informati che l’ex principe è stato arrestato ma subito rilasciato. Sarebbe indagato per presunto “abuso di ufficio” perché avrebbe condiviso informazioni riservate con Epstein. Altri nomi europei di spicco emersi nei contatti di Epstein includono personalità come Jack Lang, Torbjørn Jagland, Peter Mandelson e Morgan McSweeney. Anche in questi casi, più che conseguenze giudiziarie, si è trattato di danni reputazionali e chiarimenti pubblici anche se ci sono state alcune dimissioni.. Il contrasto con l’America è evidente. Negli Stati Uniti, il tema è diventato anche terreno di scontro politico. Durante la campagna elettorale, Donald Trump aveva promesso maggiore trasparenza sui file. Tuttavia, una volta tornato alla Casa Bianca, ha inizialmente ostacolato il rilascio dei file. Dopo che la Camera ha votato quasi all’unanimità per il rilascio dei file, Trump ha dovuto cedere. Il rilascio però è stato parziale con molti nomi oscurati, come hanno fatto notare Massie e Khanna. Pam Bondi, il ministro di Giustizia, ha parlato di tutela della privacy e di esigenze investigative, ma per i critici si tratta di un rilascio incompleto che alimenta sospetti invece di dissiparli. Se la promessa era “trasparenza totale”, il risultato appare lontano da quell’obiettivo. Trump, che in passato aveva frequentato Epstein negli anni Novanta, ha minimizzato i rapporti e sostenuto di aver interrotto ogni contatto molto prima dell’arresto. Tuttavia, per i suoi oppositori, la gestione dei file rappresenta una prova ulteriore che quando il potere è in gioco le rivelazioni vengono dosate con cautela. L’effetto complessivo è un senso di impunità percepita. Nonostante l’indignazione pubblica, le conseguenze politiche negli Stati Uniti restano contenute. Alcune dimissioni, qualche carriera rallentata, ma nessuna ondata di responsabilità penale tra le élite di primo piano. In Europa, il caso del Principe Andrea ha prodotto una rottura simbolica. In America, invece, il sistema sembra aver assorbito lo shock. Il rischio, come sottolineano diversi osservatori, è che la vicenda Epstein diventi l’ennesima prova, agli occhi dell’opinione pubblica, che le élite la fanno franca. Specialmente quando la questione lambisce il presidente degli Stati Uniti. La richiesta di trasparenza non riguarda solo un fascicolo giudiziario, ma la credibilità stessa delle istituzioni. Finché i file resteranno parzialmente oscurati, l’ombra di Epstein continuerà a incombere sulla politica americana. Commentando l’arresto dell’ex principe Andrea, Trump ha detto che si tratta di “un peccato” e di una “triste storia”. Alla domanda se lui crede che quanto avvenuto in Inghilterra possa avere seguito negli Usa, Trump ha risposto immediatamente che lui è “stato completamente esonerato”. Chi lo ha esonerato? Lo crederanno gli americani? Un sondaggio dell’Economist/YouGov ci suggerisce una risposta. Il 53 percento degli americani crede che Trump “stia cercando di coprire i reati di Epstein” mentre solo il 29 percento crede il contrario. ============= Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Separazione delle carriere, il referendum che divide la Giustizia

  Tra merito tecnico e battaglia politica, il rischio di smarrire il senso della giurisdizione   Non so quanto siano attendibili i sondaggi che parlano di un “testa a testa” sul quesito referendario relativo alla separazione delle carriere dei magistrati. E confesso di faticare a crederlo. Perché trent’anni di progressivo degrado della Giustizia, percepito, discusso, denunciato, difficilmente possono non aver lasciato un segno profondo nell’opinione pubblica. Un degrado che molti riconducono allo strapotere della magistratura requirente e a frequenti esondazioni dall’alveo strettamente istituzionale. Non è un caso che l’indice di fiducia nei confronti dei magistrati abbia toccato minimi storici. Un dato che dovrebbe indurre tutti, senza distinzioni di appartenenza, a una riflessione seria. Se il confronto restasse ancorato al merito del quesito — l’equilibrio tra accusa e difesa nel processo penale, in un sistema che si proclama accusatorio, non avrei dubbi sull’esito. La separazione delle carriere appare, a molti, una riforma necessaria per dare piena attuazione al principio del “giusto processo”, sancito dalla Costituzione. E non pochi magistrati giudicanti, così come una parte significativa dell’elettorato di centro-sinistra, ne riconoscono l’importanza sul piano tecnico e ordinamentale. Ma la campagna referendaria ha preso un’altra piega. I Comitati per il No, sostenuti apertamente dall’Associazione Nazionale Magistrati e da esponenti della magistratura requirente, hanno spostato il baricentro del dibattito. Non più la questione specifica dell’equilibrio tra le parti nel processo, bensì la riforma complessiva della Giustizia: un cantiere vasto, complesso, quasi “biblico”, che evidentemente non può essere racchiuso in un singolo quesito referendario. Così, da tecnico-giuridica, la battaglia è diventata politica. E quando la politica entra nel tempio della giurisdizione, gli esiti diventano imprevedibili. Perché si vota non più su un principio ordinamentale, ma su appartenenze, simpatie, diffidenze. E qui si impone una considerazione che va oltre il referendum. Le furbizie tattiche, il tifo da stadio, le semplificazioni propagandistiche, le trappole ideologiche e i sofismi dialettici non hanno nulla a che vedere con la funzione sacra della giurisdizione. Fino a ieri, ogni critica alla Giustizia era accompagnata da una formula quasi rituale: “con tutto il rispetto dovuto ai magistrati”. Un riconoscimento che non era deferenza cieca, ma consapevolezza del ruolo. Oggi quel rispetto appare incrinato. E il vero rischio non è la vittoria del Sì o del No. È che, in questa contesa dai toni esasperati, si finisca per logorare definitivamente l’autorevolezza di chi amministra la legge. Perché una democrazia può sopportare una riforma sbagliata e perfino un referendum mal posto. Ma non può permettersi di perdere il rispetto per la Giustizia. E quando i cittadini smettono di dire “con tutto il rispetto”, non è solo una formula che cade: è un pilastro che si incrina. E i pilastri, quando cedono, non fanno rumore. Fanno danni.

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L´immagine dell´Italia di Ninni Speranza

Draghi, gli assetti politici e il nodo irrisolto dell’Euro: una proposta per rimettere ordine Immaginare un’Italia più chiara, più coerente e, magari, più protetta da chi conosce davvero i meccanismi del potere economico globale   Se oggi si dovesse disegnare un assetto partitico finalmente leggibile, capace di restituire agli italiani un’offerta politica coerente, la mappa potrebbe grosso modo dividersi in tre blocchi omogenei: 1) Area liberal-conservatrice (circa 50%) FdI, FI, Lupi, Renzi, Calenda, Zaia, Fontana, con l’appoggio della CISL: un’alleanza moderata, europeista nei fatti, pragmatica negli intenti. 2) Area progressista-sindacale (circa 35%) PD, AVS, CGIL, UIL: un fronte socialdemocratico che unisce partiti e rappresentanza dei lavoratori. 3) Area populista (circa 15%) Salvini, Conte e vari rivoli antisistema: un bacino elettorale emotivo, ondulatorio, talvolta imprevedibile. Tre blocchi, tre identità, tre Italie. Almeno, finalmente, si giocherebbe a carte scoperte. Il nome che manca al Quirinale In questo quadro, un auspicio sovrasta tutti gli altri: Mario Draghi al Quirinale. Per una ragione semplice: tra coloro che condussero l’Italia nell’Euro con parametri svantaggiosi, Draghi è l’unico che abbia poi cercato,  realmente, di riparare ai danni, invece di rimestare giustificazioni come continuano a fare Prodi e i suoi devoti esegeti. Quando l’Italia negoziò il suo ingresso nell’Eurozona, la regia fu affidata a Tommaso Padoa-Schioppa, che da Francoforte influenzò Prodi e Ciampi, entrambi impreparati sul terreno monetario. Padoa-Schioppa, proiettato verso le grandi istituzioni finanziarie europee in costruzione, si schierò come diligente esecutore della linea Delors–Bundesbank, contribuendo a modellare un’Europa basata su “stabilità senza crescita”: un paradiso per il Nord ricco, un cappio per il Sud produttivo. Draghi, allora giovane economista vicino a Carli e Modigliani, fu nominato Direttore Generale del Tesoro con il compito di moderare le intemperanze creative di Giulio Tremonti. Era l’epoca delle grandi privatizzazioni, tutte, di fatto, in perdita. Questo fu il suo errore, probabilmente dettato da due fattori: la scarsa forza politica dell’epoca e l’ambizione (legittima? inevitabile?) di accedere ai vertici del potere economico mondiale. Ma una volta entrato nei “sancta sanctorum” del potere finanziario, BCE, FMI, Banca Mondiale, BEI, WTO, Draghi rivelò una statura diversa da quella che gli avevano cucito addosso: non più l’esecutore diligente, ma il protagonista capace di imprimere una direzione. La prova? La storica decisione di far acquistare alla BCE quasi 400 miliardi di titoli pubblici e privati (il Quantitative Easing) contro il volere dei tedeschi. Se non fu un risarcimento morale per le privatizzazioni, poco ci manca. Perché riuscì? Perché conosceva, e conosce tuttora, molti dei segreti che avevano favorito Germania e Francia nella costruzione dell’Eurozona, a cominciare dal cambio penalizzante con cui fu fatto entrare il nostro Paese, giustificato da un “debito fuori controllo”. Perché Draghi servirebbe ora Draghi è oggi uno dei pochissimi europei (probabilmente l’unico italiano) considerati autorevoli e affidabili a livello mondiale. È per questo che la sua presenza al Quirinale sarebbe cruciale: un garante capace di dare all’Italia una credibilità economica indispensabile nei tempi in cui viviamo. Obiezione classica: “Ma non è eletto dal popolo!” Una risposta, semplice e brutale: questo discorso valeva prima della globalizzazione. Ora il mondo è nelle mani di cinque o sei organismi globali — una sorta di “ircocervi regolatori” — che influenzano economia, informazione, energia, clima, e dunque anche la politica reale. Servono figure che conoscano i meccanismi e sappiano trattare da pari: Draghi è una di queste. E se, come molti sostengono, l’Europa sta entrando nella stagione delle grandi competizioni geopolitiche, non sarebbe male avere al vertice dello Stato qualcuno in grado di parlare quella lingua. Due domande (da trent’anni) senza risposta Proprio in quei giorni in cui l’Italia si apprestava a ratificare il Trattato di Maastricht — e Bettino Craxi, quasi in solitudine, metteva in guardia il Parlamento su “un bagno di sangue sociale” che quel vincolo europeo avrebbe comportato per il Paese — accadde qualcosa che nessuno ha mai spiegato fino in fondo. Il leader socialista, con toni lucidi e preveggenti, denunciava i rischi di un’Europa costruita più per compiacere le rigidità del Nord che per tutelare l’economia reale italiana. E proprio mentre quelle critiche cominciavano a trovare ascolto, improvvisamente, a Milano esplose l’offensiva giudiziaria che lo travolse. In quelle stesse ore, il Presidente Scalfaro — dopo aver dato inizialmente l’impressione di voler firmare il decreto “salvaladri” che avrebbe portato un minimo di ordine in un sistema giudiziario fuori controllo — fece un’improvvisa giravolta di 180 gradi. Rifiutò la firma. Lo fece dopo un “messaggio”, come allora si sussurrò nei corridoi delle istituzioni, giunto da Londra, Parigi o Francoforte: messaggio che ricordava quanto fosse “opportuno” che Craxi e le sue resistenze a Maastricht venissero neutralizzate. Così, tra anticipi di Europa e pressioni non dette, l’Italia vide consumarsi uno dei suoi passaggi più drammatici: la ratifica avvenne, Craxi fu politicamente annientato, e il resto — purtroppo — lo conosciamo. Conclusione L’Italia ha spesso il vizio di non riconoscere i suoi talenti se non quando sono già volati altrove. Draghi, piaccia o no, è uno di quei rari italiani che quando entra in una stanza piena di potenti non deve togliersi il cappello: se lo tolgono gli altri. Ninni Speranza

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Europa: manuale di autodifesa per anime belle

Dal gas di Putin ai migranti di Mosca, due lezioni urgenti per chi crede ancora che basti aprire le finestre per far entrare la libertà. a a C’è un momento, nella vita dei popoli come in quella degli individui, in cui la buona fede diventa un vizio. L’Europa c’è arrivata da un pezzo. Credeva che l’energia fosse un diritto, non un’arma. E che l’accoglienza fosse un dovere, non una strategia altrui.Ora, con la solita lentezza del pachiderma che si accorge solo dopo che gli hanno segato la zampa, Bruxelles ha finalmente deciso di staccare la spina dal metano di Gazprom. Ma con garbo: gradualmente, per non urtare la sensibilità dell’ex fornitore, il quale nel frattempo usa le bollette come munizioni geopolitiche. In pratica, tra due anni non potremo più scaldarci col gas russo. Ottimo. Peccato che nel frattempo la Francia rida sotto i baffi col suo nucleare, l’Italia cerchi metano in Africa come un cercatore d’oro col setaccio, e la Germania, che ha spento i reattori per senso etico, torni a bruciare carbone per scaldare le proprie virtù verdi.Un capolavoro di coerenza continentale. Ma se Mosca perde il cliente, non resta con le mani in mano. Secondo Sofia, che non dorme sonni tranquilli, Putin avrebbe trovato un nuovo modo per destabilizzare l’Europa: non più con il gas, ma con l’uomo. L’uomo-migrante, per l’esattezza. Strumento perfetto, perché nessuno osa dire che non lo vuole. La Bulgaria lancia l’allarme: “Agenti russi aiutano i trafficanti di esseri umani a studiare i buchi della nostra frontiera”. Insomma, una guerra ibrida combattuta con barconi e zaini, non con missili. Il Cremlino spinge e l’Europa accoglie.Il risultato? Da un lato, bollette alle stelle per liberarsi dal metano del nemico; dall’altro, frontiere spalancate per accoglierne i disegni. Due mosse geniali, se il piano fosse di Putin. Disastrose, se invece sono nostre. Forse bisognerebbe, una volta tanto, invertire l’ordine delle priorità: prima difendere i confini, poi le convinzioni; prima costruire centrali a basso rischio, poi fare i conti col sentimentalismo ad alto rischio. E, già che ci siamo, alzare un muro di droni, non tanto per sembrare cattivi, ma per sembrare almeno svegli. Le ideologie permissive ci stanno portando dove il gas russo non arriva: al freddo e alla confusione. Se non cambiamo rotta, l’Europa rischia di non essere più “eu-ropa”, ma “kako-ropa”: un continente che predica civiltà mentre accende il camino con le illusioni e lascia la porta aperta a chiunque voglia soffiarle la candela. di Redazione

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La pace scoppia, ma il giornalista non se ne accorge

Tra un “sì, ma” e l’altro, l’Italia dei talk-show trova sempre il modo di trasformare perfino la fine di una guerra in un’occasione di sospetto, sarcasmo e autocelebrazione. Non so voi, ma io ho l’impressione che la notizia della pace tra Israele e Hamas sia stata accolta in Italia con lo stesso entusiasmo con cui si riceve una bolletta arretrata.Appena annunciato l’accordo, le voci dei commentatori televisivi si sono levate come un coro di “Sì, ma…”.“Sì, ma gli oppositori interni di Netanyahu che faranno?” “Sì, ma Hamas, che fine farà nel nuovo assetto statuale?”“Sì, ma non è un accordo politico vero: dietro ci sono gli interessi e gli affari di Trump!”“Sì, ma gli USA e Israele non riconoscono il Tribunale dell’Aja: e allora come si risolve la condanna per genocidio?”“Sì, ma gli israeliani continuano a bombardare!”“Sì, ma Barguti sarà liberato o no?” Un rosario di “Sì, ma” che neppure una messa funebre riesce a recitare con tanta costanza.Intanto, israeliani e palestinesi piangono di gioia, si abbracciano nelle strade, accendono candele e speranze. Ma nelle redazioni, l’emozione non è di casa: si preferisce la prudenza cinica, il sospetto intellettuale, la domanda velenosa che tiene viva l’audience. Perché, si sa, nell’informazione in tempo reale la pace non fa notizia.Ciò che “vende” è il dubbio, il complotto, la retroscena inesistente e la battuta su Trump che, orrore!, potrebbe persino sognare un Premio Nobel per la Pace. E allora eccoli, i cronisti di strada e i commentatori da salotto, intenti a smontare la speranza come fosse un giocattolo difettoso. Nessuno che si conceda un minuto di umano stupore. Nessuno che dica: “Forse, stavolta, è davvero finita.” Che fare, dunque?Forse l’unica forma di rispetto rimasta è il silenzio.Spegnere le televisioni, lasciare che la pace, quella vera,  si compia da sé, lontano dal rumore di fondo di chi non sa più raccontare la gioia. Ninni Speranza

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I matti fanno i fatti

Tra urla, bandiere e rivoluzioni da marciapiede, c’è chi preferisce il silenzio del lavoro ben fatto. In Calabria, il proverbio si è fatto cronaca: chi schiamazza perde, chi agisce vince. Tanto per restare in campo regionale, i calabresi, gente di poche parole ma di antica saggezza, hanno un proverbio che oggi suona più attuale che mai: “I matti fanno i fatti”. Tradotto: meno baldoria e più sostanza. E, a giudicare dai risultati delle urne, sembra che la filosofia popolare abbia ancora una volta messo nel sacco la retorica da comizio. In Calabria, Roberto Occhiuto, centro-destra, è stato riconfermato con un margine che lascia poco spazio all’interpretazione. Tridico e il suo campo largo sono rimasti larghi solo nei proclami, stretti invece nei voti. Il popolo, con quella calma olimpica che disorienta gli agitatori di professione, ha scelto la continuità: niente scioperi, niente tamburi, niente proclami apocalittici. Solo un “andiamo avanti” sommesso, ma efficace. Nel frattempo, altrove, l’Italia assomiglia a un paese appena scampato a un terremoto. Città in subbuglio, piazze in rivolta, scioperi, in certe situazioni da forsennati, che sembrano più un rito liberatorio che una protesta organizzata. E poi la crociata della Flotilla, celebrata come se si trattasse della conquista della Terra Santa, con la differenza che oggi i santi si contano sulle dita e i crociati chiedono rimborsi spese. È la solita illusione ottica della nostra epoca: scambiare il rumore per movimento, l’agitazione per cambiamento. Ma la realtà, la vecchia, testarda, solida realtà, preferisce le persone come Occhiuto: poche parole, fatti concreti, e nessuna voglia di partecipare alla gara di chi urla di più. Ecco, forse il segreto è proprio lì, in quel proverbio antico: “I matti fanno i fatti”. Gli altri fanno solo rumore. E il rumore, si sa, quando si spegne, lascia dietro di sé solo il silenzio… e chi lavora davvero. Alla fine, anche in Calabria, il popolo ha capito che non si governa a colpi di megafono né di cortei improvvisati. Chi lavora in silenzio costruisce, chi urla distrugge la voce,  e spesso pure la reputazione. Gli uni gridano alla rivoluzione, gli altri si limitano a vincere le elezioni. E forse, a pensarci bene, la differenza tra illusione e realtà sta tutta lì: nei decibel. di Redazione

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Meloni, l’invidiata. Quando la stoffa fa più del colore politico

Mentre l’opposizione si morde le unghie e i detrattori gridano al lupo, Giorgia Meloni si ritrova promossa, suo malgrado, a garanzia europea di stabilità. E non perché lo dicono i giornali di casa nostra, ma perché lo certificano da Washington. Che Giorgia Meloni piacesse poco a certi salotti, lo si sapeva. Ma che addirittura potesse diventare la bandiera dell’affidabilità europea agli occhi di Donald Trump e compagnia bella, questo i detrattori proprio non lo digeriscono. E infatti rosicano. Perché non c’è peggior torto, per l’opposizione, che vedere la premier italiana riconosciuta come alleato strategico da chi, dall’altra parte dell’Atlantico, misura i leader non dal tasso di simpatia ma dal grado di utilità. E qui il paradosso: Meloni è diventata ciò che in Europa scarseggia come l’acqua nel Sahara, una leader che unisce consenso popolare e continuità di governo. Non importa se di destra, centro o marziana: importa che, a differenza dei colleghi europei, non cade a ogni folata di vento o a ogni congresso di partito. A Bruxelles la guardano con un misto di sospetto e ammirazione, mentre a Roma Landini scalpita, i soliti organizzano cortei con bandiere stinte e gli editorialisti strombazzano la fine del mondo a ogni decreto. Il punto, però, è che la disperazione di piazza e le crociate navali contano poco di fronte a un dato semplice: l’Italia, con Meloni, appare più stabile di quanto chiunque avrebbe scommesso. E nel gioco mondiale degli equilibri, dove gli Stati Uniti cercano partner credibili, la premier italiana è oggi più quotata di tanti presidenti e cancellieri messi insieme. Morale? Siamo di fronte a una leader che non ha bisogno di piacere a tutti, ma che serve eccome a molti. Non è questione di ideologia, ma di stoffa: e quella, o la si ha o non la si compra al mercato. Piaccia o no, Meloni è ciò che l’Europa offre di meglio in questo caos. Il guaio non è lei. Il guaio è che, guardandosi intorno, non si vede di meglio. E allora, per una volta, tanto vale utilizzarla. Prima che ci venga voglia di rimpiangerla. di Redazione

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Lo “zingaro ubriaco” non cerca la pace. E l’India applaude

Mentre Putin continua a muoversi come un indiano della Smorfia, incapace di negoziare e deciso a vincere solo a colpi di carne da cannone, l’Occidente prepara i missili a lungo raggio. Intanto Modi, tra un missile e l’altro, firma la prefazione del libro di Meloni: omaggio al “legame speciale” tra Italia e India.   Vladimir Putin non cerca un accordo. Non l’ha mai cercato e non intende farlo ora, con buona pace dei benpensanti e degli illusi della diplomazia eterna. Come ricorda l’ex ministro della Difesa ucraino Andriy Zagordnyuk, l’unico linguaggio che lo zar del Cremlino comprende è quello della forza: non un tavolo di negoziati, ma un muro di missili. E mentre gli strateghi occidentali studiano come stringere il cappio con nuove capacità di lungo raggio, Putin recita il suo ruolo preferito: lo “zingaro ubriaco” della Smorfia, o meglio l’“indiano” che danza intorno al fuoco, convinto che basti resistere a oltranza per piegare Kyiv. Peccato che la realtà racconti un’altra storia. L’Ucraina, con droni, artiglieria di precisione e nuove partnership con gli Stati Uniti, sta trasformando il fronte in una sterminata “zona di morte”, dove ogni metro conquistato costa a Mosca un’ecatombe di uomini. Zelensky spinge per Tomahawk e droni a produzione congiunta, e non è un capriccio: è l’unico modo per ribaltare l’iniziativa e costringere Mosca a capire che il tempo della supremazia è finito. Ma mentre in Europa si fa la conta delle armi e dei droni, dall’altra parte del globo si celebrano i legami “spirituali”. Narendra Modi, che già balla tra Mosca e Washington con abilità da funambolo, trova pure il tempo di firmare la prefazione al libro di Giorgia Meloni. Un gesto che non cambierà i destini della guerra, ma che ci ricorda quanto i simboli, a volte, valgano più delle parole: un “omaggio” per ribadire la nuova amicizia tra Roma e Nuova Delhi, condita da sorrisi, protocolli e, perché no, un pizzico di vanità letteraria. In fondo, mentre Putin insiste a travestirsi da sciamano della geopolitica, convinto che tutto il mondo debba danzargli attorno, l’Occidente sembra aver capito la lezione: niente negoziati fasulli, niente illusioni di compromesso. Solo la forza, e la certezza che lo “zar indiano” cadrà non per le nostre chiacchiere, ma per i suoi stessi passi falsi. E se nel frattempo Modi firma prefazioni e Meloni colleziona dediche, lasciamoglielo fare: la storia, quando passerà davvero, non chiederà chi ha scritto l’introduzione, ma chi ha avuto il coraggio di scrivere la parola “fine”. di Redazione

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Ponte sullo Stretto: occasione mancata o svolta storica?

Un’ipotesi provocatoria: e se Reggio e Messina diventassero una sola grande realtà autonoma nel cuore del Mediterraneo? E se con la costruzione del Ponte sullo Stretto si realizzasse di fatto una conurbazione Reggio/Messina?E se le due Province, quella di Reggio e quella di Messina, storicamente discriminate dal punto di vista amministrativo dalle rispettive Regioni, a favore di quelle di Catanzaro e Cosenza in Calabria e di Palermo e Catania in Sicilia, chiedessero di costituire una Provincia Autonoma dello Stretto, simile a quella di Trento e Bolzano, con tutte le agevolazioni che ne deriverebbero? E se nascesse, nel cuore del Mediterraneo, una nuova Città Metropolitana di 500/600 mila abitanti, con una sola grande Università, una sola grande squadra di calcio di Serie A e tutte le altre articolazioni statali e regionali riorganizzate e razionalizzate per ottenere il massimo dei risultati, alla luce degli enormi sommovimenti economici, sociali e culturali che attendono il pianeta nel terzo millennio? E se si concentrassero, poi, tutti gli sforzi sul porto di Gioia Tauro, facendolo diventare davvero – e finalmente – la porta d’ingresso in Europa di tutte le merci e i traffici provenienti dall’Estremo Oriente?E se si valorizzassero, dopo, le immense aree libere del retroporto della Piana di Gioia Tauro, mettendole a disposizione dei più grandi investitori internazionali in tutti i settori produttivi d’avanguardia? E se, per una volta, si tentasse di abbandonare la via dell’assistenzialismo statale (che ad oggi costituisce oltre il 65% del PIL regionale calabrese e più o meno di quello siciliano) per puntare sull’imprenditoria privata diffusa?E se i nostri ragazzi, grazie a tutto questo, decidessero di investire qui il loro futuro? Perché parlare solo di pesci, di uccelli, di alghe, di terremoti, di cantieri, di espropri, di indennizzi, di paesaggi, di insularità?E perché proprio la Sinistra – anzi, le Sinistre – aduse a predicare le utopie ideologicamente più irraggiungibili, considerano questa del Ponte sullo Stretto alla stregua di un’utopia ingegneristica ispirata dal malaffare politico-speculativo? A chi giova? Ai calabresi e ai siciliani dubito; ai reggini e ai messinesi certamente no. ConclusioneIl Ponte sullo Stretto, più che un’opera faraonica, potrebbe essere l’innesco di una trasformazione storica. Resta da capire se avremo la volontà – politica, economica e culturale – di percorrere davvero questa strada, o se lasceremo che resti soltanto un’altra occasione mancata.

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Il caso Epstein e la denuncia di Trump al Wall Street Journal: Murdoch tiene duro

  “Questa causa è stata fatta non solo a nome del vostro presidente favorito, IO, ma anche per continuare la difesa di TUTTI gli americani che non tollerano gli abusi dei Fake Media”. Con queste parole Donald Trump ha spiegato ai suoi sostenitori, usando maiuscole per enfasi, la sua querela al Wall Street Journal (WSJ). Il giornale stava per pubblicare una lettera con disegno osceno inviata dal tycoon a Jeffrey Epstein quando i due erano grandi amici. Nelle ultime settimane l’affaire Epstein è riemersa a galla per le discussioni di alcuni membri del movimento MAGA delusi che tutti i dettagli del finanziatore pedofilo non siano stati pubblicati. Epstein, va ricordato, è stato condannato nel 2019 e poi si è suicidato in carcere. Epstein aveva una lista di individui che avrebbero partecipato nei suoi viaggi alla sua isola privata e si crede che questi suoi amici abbiano anche loro avuto rapporti con minorenni. Trump, che aveva rotto con Epstein nel 2004, potrebbe essere in qualche modo coinvolto come ci suggeriscono i suoi tentativi di mettere a tacere la discussione. Parte del problema è però dovuto alla campagna di cospirazione caldeggiata dallo stesso Trump durante le elezioni nelle quali aveva accusato gli amici di sinistra di Epstein di pedofilia. Inoltre le cospirazioni sostenevano che questi individui controllavano l’America ed erano colpevoli dei delitti più orrendi. Non si sanno tutti i dettagli ma la situazione è stata aggravata dal fatto che Matt Bondi, il ministro di Giustizia di Trump, aveva dichiarato che la lista dei clienti di Epstein esiste e si trova sulla sua scrivania. Perché dunque non rivelare i nomi? L’interesse di Trump di mettere tutto a tacere adesso però si è scontrato con la base di MAGA la cui insoddisfazione è stata promossa da ex membri nell’orbita del presidente come Steve Bannon, Tucker Carlson, Laura Loomer, e Elon Musk. Adesso però con la denuncia di Trump al WSJ, il cui proprietario è il magnate Rupert Murdoch, questi cospirazionisti hanno rallentato, vedendo nel padrone di Fox come capro espiatorio. Il padrone di X, Tesla, Starlink, e SpaceX ha persino dichiarato che il contenuto della lettera sembra inverosimile per Trump. Murdoch avrebbe potuto impedire la pubblicazione della lettera incriminante di Trump ma ha deciso di lasciare la decisione a Emma Tucker, la direttrice del giornale. Il WSJ, com’è noto, pende a destra e di solito, supporta la politica del presidente per quanto riguarda la linea editoriale. La sezione delle notizie, però, è molto rispettata per la sua indipendenza e credibilità. Ciononostante anche nei suoi editoriali il WSJ ha preso le distanze dalla politica economica di Trump specialmente per quanto riguarda la questione dei dazi. Murdoch non ha bloccato la pubblicazione della lettera di Trump nonostante la denuncia di un miliardo di dollari. Con ogni probabilità la denuncia consiste solamente di una minaccia che il padrone del WSJ e di Fox News non avrà preso bene. Murdoch e Trump non saranno buonissimi amici ma i due si sono aiutati a vicenda. La Fox News, per esempio, è la rete televisiva di casa del presidente, ma allo stesso tempo la presenza di Trump aumenta lo share della televisione a cavo. Trump è riuscito a costringere parecchie reti televisive a piegarsi al suo volere. Paramount ha patteggiato con il presidente risarcendolo di 16 milioni di dollari per un’intervista di 60 Minutes a Kamala Harris che era stata modificata dall’originale, secondo Trump. Ha ricevuto anche 15 milioni di dollari dalla Abc, di proprietà della Walt Disney Corporation, per un’intervista di George Stephanopoulos nella quale il presidente era stato accusato di stupro. Negli ultimi tempi Trump ha anche minacciato di denunciare il New York Times e Cnn. E i proprietari del Washington Post e del Los Angeles Times, Jeff Bezos e il dott. Patrick Soon-Shiong, avevano bloccato l’endorsement dei loro giornali a Kamala Harris nell’elezione del 2024, contraddicendo i rispettivi consigli editoriali. Se Murdoch non si è piegato, dunque, sarebbe da ammirare, eccetto per il fatto che la sua Fox News, ha poco “news” e molta propaganda che ha beneficiato Trump. Non sorprende dunque che parecchi dei collaboratori nell’amministrazione del presidente abbiano lavorato alla Fox News. Il WSJ però ha avuto la libertà di agire in maniera professionale come ci dimostra la pubblicazione della lettera di Trump. Continua anche a rivelare notizie potenzialmente pericolose per l’attuale inquilino della Casa Bianca. Al momento di scrivere veniamo informati che il WSJ ha pubblicato un articolo secondo cui Trump era stato informato dalla Bondi nel mese di maggio che il suo nome appare parecchie volte in documenti nel caso di Jeffrey Epstein. Si comincia a capire perché Trump ha cercato in tutti i modi di mettere a tacere il caso di Epstein. A dargli man forte in questa direzione è appena arrivata la notizia che un giudice in Florida ha respinto la richiesta di pubblicare le trascrizioni delle deposizioni al gran giurì nelle indagini sul finanziere pedofilo Epstein. Una commissione alla Camera, dominata da parlamentari repubblicani, ha però approvato un mandato di comparizione per i documenti nel caso di Epstein. Rimaniamo sintonizzati. ============= Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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