Se il caldo è democratico, perché gli italiani continuano a soffrire tutti insieme al mare invece di distribuirsi saggiamente sulle montagne?
di Giuseppe Arnò
C’è chi l’estate l’ha odiata per amore e chi, oggi, la odia per temperatura. Bruno Martino la cantava con malinconia, João Gilberto idem; loro avevano però un problema sentimentale. Noi, più prosaicamente, abbiamo il termometro.
E quando il termometro comincia a comportarsi come un titolo di Borsa impazzito, l’estate smette di essere una stagione e diventa un’accusa.
Genio e Pierrots, molti anni fa, ci facevano ballare al grido di “Uffa che afa”. Allora si ballava col caldo. Oggi, col caldo, si cerca l’ombra. Possibilmente quella di un frigorifero.
Persino il cinema ci ha messo del suo con una “Maledetta estate”. Insomma, contro questa stagione esiste una vera letteratura di lamenti, canzoni, sospiri e maledizioni. Per le lodi, rimandiamo ad altra puntata: oggi l’imputata è l’estate e la sua principale aggravante è l’afa.
Una nostra affezionata lettrice dall’Italia ci scrive preoccupata. Ha ascoltato gli esperti, ha seguito le previsioni e ci segnala un futuro nel quale dovremo ripensare le città: meno asfalto e cemento, più alberi, più verde, più fontane, più superfici chiare, più vegetazione verticale e, probabilmente, più buon senso.
Tutto giusto. Anzi, benissimo.
Ma viene spontanea una domanda: se dobbiamo ripensare tutto per sopravvivere al caldo, perché non cominciamo dalla cosa più semplice? Andare dove fa più fresco.
L’Italia, per una singolare distrazione geografica, possiede le Alpi, gli Appennini, boschi, vallate, altipiani, laghi e paesini arroccati dove la sera, qualche volta, bisogna ancora ricordarsi che esistono le coperte.
Eppure, appena arriva l’estate, milioni di italiani fanno esattamente il contrario: caricano l’automobile, affrontano code interminabili, imbottigliamenti, autostrade roventi e parcheggi da guerra di conquista per arrivare al mare.
Dove, una volta giunti, pagano il parcheggio, l’ombrellone, il lettino, il gelato e, soprattutto, il privilegio di stare al sole per dimostrare agli amici che sono finalmente in vacanza.
È un mistero antropologico.
Se a 1.500 metri ci sono venti gradi e sulla costa ce ne sono quaranta, l’italiano medio sembra disposto a fare qualunque sacrificio pur di raggiungere i quaranta.
Del resto, il caldo è democratico. Non guarda in faccia nessuno. Non distingue tra ricchi e poveri, destra e sinistra, juventini e interisti. Scioglie tutti allo stesso modo.
O almeno dovrebbe.
Perché, curiosamente, appena il caldo diventa insopportabile, cominciano a moltiplicarsi le eccezioni: c’è chi ha l’aria condizionata, chi ha la piscina, chi ha la casa in montagna e chi, più semplicemente, ha avuto l’idea geniale di non andare dove fa più caldo.
La montagna, invece, continua a guardare il mare con una certa superiorità.
Non fa pubblicità aggressiva. Non promette aperitivi al tramonto. Non dispone di migliaia di ombrelloni allineati come soldatini. Non obbliga nessuno a cuocersi per diventare abbronzato.
Offre semplicemente aria più fresca, ombra, silenzio e, in molti casi, un cielo stellato che non richiede il pagamento di alcun supplemento.
E allora perché non ci andiamo?
Forse perché siamo diventati talmente abituati a lamentarci del problema da non avere più tempo per cercare la soluzione.
Il caldo aumenta? Cambiamo il colore delle facciate.
L’asfalto si surriscalda? Ripensiamo le strade.
Le città soffocano? Piantiamo alberi.
I palazzi diventano forni? Facciamo il verde verticale.
Tutto sacrosanto. Ma nel frattempo, mentre gli urbanisti ridisegnano la civiltà occidentale, il cittadino potrebbe anche prendere un treno, un’automobile o un autobus e salire di qualche centinaio di metri.
Non sarà la soluzione al cambiamento climatico, naturalmente. Ma potrebbe essere una soluzione al suo mal di testa.
E qui ritorna una vecchia tentazione italiana: complicare ciò che sarebbe semplice.
Persino quando il termometro ci suggerisce, con una chiarezza quasi offensiva, di cercare l’altitudine, noi preferiamo convocare commissioni, tavoli, esperti, convegni e conferenze.
Magari davanti a una granita al limone.
Che, sia detto per inciso, resta comunque un’ottima invenzione.
Quanto alle migrazioni, poi, non vorremmo che qualcuno prendesse troppo sul serio una nostra vecchia provocazione: se l’Europa continuerà a diventare sempre più calda e l’Africa sempre più desiderabile climaticamente, potrebbe accadere l’impensabile.
Un giorno, invece di discutere su come fermare gli africani alle frontiere europee, potremmo dover spiegare agli africani che per le vacanze al fresco bisogna prenotare per tempo.
E magari saranno loro a guardarci stupiti e a domandarci:
“Ma perché siete venuti fin qui? In montagna, da voi, si stava benissimo.”
A quel punto dovremo ammettere di avere sbagliato strada.
Come spesso accade, del resto.
Intanto l’estate continua. Il sole picchia. L’asfalto fuma. I condizionatori lavorano come minatori. Gli esperti studiano. I politici discutono. Gli italiani sudano.
E le montagne, pazienti, aspettano.
Aspettano soprattutto che qualcuno si accorga di loro.
Montanelli, all’ombra
Indro Montanelli, probabilmente, avrebbe osservato tutta la faccenda da una panchina ombreggiata, con una bottiglia d’acqua fresca accanto e quel suo mezzo sorriso da uomo che aveva già capito tutto.
Forse avrebbe concluso che il caldo non è poi così democratico: democraticamente colpisce tutti, ma soltanto i più intelligenti cercano l’ombra.
Gli altri, per non sbagliare, continuano a chiamarla estate
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