Dal gas di Putin ai migranti di Mosca, due lezioni urgenti per chi crede ancora che basti aprire le finestre per far entrare la libertà.
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C’è un momento, nella vita dei popoli come in quella degli individui, in cui la buona fede diventa un vizio. L’Europa c’è arrivata da un pezzo. Credeva che l’energia fosse un diritto, non un’arma. E che l’accoglienza fosse un dovere, non una strategia altrui.
Ora, con la solita lentezza del pachiderma che si accorge solo dopo che gli hanno segato la zampa, Bruxelles ha finalmente deciso di staccare la spina dal metano di Gazprom. Ma con garbo: gradualmente, per non urtare la sensibilità dell’ex fornitore, il quale nel frattempo usa le bollette come munizioni geopolitiche.
In pratica, tra due anni non potremo più scaldarci col gas russo. Ottimo. Peccato che nel frattempo la Francia rida sotto i baffi col suo nucleare, l’Italia cerchi metano in Africa come un cercatore d’oro col setaccio, e la Germania, che ha spento i reattori per senso etico, torni a bruciare carbone per scaldare le proprie virtù verdi.
Un capolavoro di coerenza continentale.
Ma se Mosca perde il cliente, non resta con le mani in mano. Secondo Sofia, che non dorme sonni tranquilli, Putin avrebbe trovato un nuovo modo per destabilizzare l’Europa: non più con il gas, ma con l’uomo. L’uomo-migrante, per l’esattezza. Strumento perfetto, perché nessuno osa dire che non lo vuole.
La Bulgaria lancia l’allarme: “Agenti russi aiutano i trafficanti di esseri umani a studiare i buchi della nostra frontiera”. Insomma, una guerra ibrida combattuta con barconi e zaini, non con missili. Il Cremlino spinge e l’Europa accoglie.
Il risultato? Da un lato, bollette alle stelle per liberarsi dal metano del nemico; dall’altro, frontiere spalancate per accoglierne i disegni.
Due mosse geniali, se il piano fosse di Putin. Disastrose, se invece sono nostre.
Forse bisognerebbe, una volta tanto, invertire l’ordine delle priorità: prima difendere i confini, poi le convinzioni; prima costruire centrali a basso rischio, poi fare i conti col sentimentalismo ad alto rischio. E, già che ci siamo, alzare un muro di droni, non tanto per sembrare cattivi, ma per sembrare almeno svegli.
Le ideologie permissive ci stanno portando dove il gas russo non arriva: al freddo e alla confusione. Se non cambiamo rotta, l’Europa rischia di non essere più “eu-ropa”, ma “kako-ropa”: un continente che predica civiltà mentre accende il camino con le illusioni e lascia la porta aperta a chiunque voglia soffiarle la candela.
di Redazione



















