Europa della Lego

Un continente smontabile che discute mentre il mondo bussa alla porta

 

Sì, certo. L’Europa. Ma quella vera, quando serve, somiglia più a una scatola di Lego che a una potenza politica. Pezzi colorati, intercambiabili, spesso incompatibili. Ognuno incastrato male con l’altro. Il risultato è un continente che parla molto, ma raramente all’unisono, soprattutto quando la Storia, che non aspetta, chiede una risposta rapida e chiara.

Non c’è una crisi internazionale recente in cui l’Unione Europea abbia dato l’impressione di sapere cosa fare prima, durante e dopo. Ucraina: divisi. Gaza: prudenti fino all’inerzia. Iran: spettatori con taccuino. E ora, come se non bastasse, Donald Trump che minaccia di comprare la Groenlandia come fosse un outlet artico, a prezzo di mercato o di raffo, secondo l’umore.

La reazione europea? Da manuale. Macron impugna il “bazooka anti-coercizione”, uno strumento da 93 miliardi di euro mai usato, evocato più per intimidire che per colpire. Nei corridoi di Bruxelles lo chiamano “opzione nucleare”: fa scena, ma nessuno è certo che funzioni davvero. Italia e Germania, più sobriamente, invocano la diplomazia. L’Ungheria si chiama fuori: affare tra Danimarca e Groenlandia, non nostro. Ventisette Paesi, ventisette toni diversi. Un coro senza spartito.

Nel frattempo Ursula von der Leyen, dal palco ovattato di Davos, ribadisce che “l’indipendenza europea è un imperativo strutturale” e che i dazi di Trump sono “un grave errore”. Parole impeccabili. Come sempre. Il problema nasce quando restano tali. Perché, senza fatti, finiscono per somigliare a quelle di Mina: “parole, parole, parole”, elegantemente intonate e politicamente innocue.

Intanto, fuori dai palazzi, il continente reale accumula crepe. In Italia le cronache registrano coltellate quotidiane, ormai normalizzate come il meteo. Ci si interroga, legittimamente, sul ruolo di un’immigrazione gestita a vista, spesso senza bussola. I dati del Viminale, riportati dal Sole 24 Ore, parlano chiaro: oltre un terzo di arresti e denunce riguarda cittadini stranieri; per i reati predatori si supera il 60%. Numeri che non assolvono nessuno e non condannano tutto, ma che indicano un problema serio, ancora una volta affrontato a slogan e decreti tampone.

A questo si aggiungono tragedie, processi ad alto rischio con metal detector in aula, scuole che invocano controlli come aeroporti, treni che deragliano in Spagna portando con sé decine di morti. Un’Europa fragile dentro e incerta fuori, che reagisce sempre dopo, mai prima.

E allora si torna al punto di partenza: un’Unione che pretende l’unanimità su tutto e ottiene l’immobilismo su quasi nulla. Sarebbe buono e giusto, almeno in politica estera ed economica, avere una sola voce, una sola linea, una sola responsabilità. Lo si predica da anni. Il miracolo, però, non arriva.

Forse perché, più che a Bruxelles, bisognerebbe rivolgersi altrove. Magari a San Giuda Taddeo, patrono delle cause impossibili. In fondo, governare un’Europa di Lego senza istruzioni è ormai materia da devozione, non da politica.

Giuseppe Arnò

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