Zelensky, il patriota che qualcuno scambia per guitto

Tra retorica da teatrino e realtà di un popolo che resiste C’è chi ama definire Volodymyr Zelensky “il guitto di Kiev”, come se guidare un Paese sotto le bombe fosse un esercizio di cabaret. Una definizione curiosa, soprattutto se si pensa che parliamo di un uomo con solide basi culturali, laureato in economia e diritto, non certo l’ultimo arrivato al circolo delle imitazioni. Si potrebbe sorridere, se non fosse che in gioco non c’è uno spettacolo di provincia, ma la sopravvivenza di una nazione. Zelensky, infatti, non ha scelto di abbandonare la scena al primo colpo di cannone: ha preferito restare accanto al suo popolo, con la dignità di chi difende la propria casa e la propria libertà. Non è un attore che recita un copione, ma un presidente che ha deciso di viverlo sulla pelle. E allora, quando si insinua che il suo sostegno internazionale sia frutto di un’operazione da burattinai, viene da sorridere amaramente. Perché l’appoggio di gran parte dell’Occidente non è la folla che applaude un teatrino da piazza, ma il riconoscimento concreto, politico, economico e morale di un popolo che non vuole piegarsi. Naturalmente, la storia darà i suoi verdetti, come sempre. Ma già oggi possiamo dire che Zelensky non sarà un genio della geopolitica, né un condottiero rinascimentale: è però un patriota autentico, uno che non ha abbandonato la nave quando affondava. Certo, non sarà neppure Machiavelli, ma nell’ora più buia ha dimostrato ciò che conta davvero: coraggio, dignità, patriottismo. Qualità rare, che fanno sorridere amaramente quando qualcuno le scambia per cabaret. E per concludere: In un mondo che troppo spesso si accontenta di applausi facili, Zelensky ha scelto la scena più difficile: quella della realtà. E se mai ci sarà una standing ovation, sarà la sua, non quella di chi recita copioni altrui. Giuseppe Arnò

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🤝 Il gossip batte la geopolitica 3 a 0

Se Brigitte ignora la mano di Macron, il mondo trema… ma nessuno sa perché erano a Londra Nell’epoca dell’informazione istantanea e dell’opinione preconfezionata, pare che la stampa abbia deciso di abdicare alla sua nobile missione di raccontare il mondo, preferendo invece occuparsi del mondo… delle unghie di Putin o dei mancati sfioramenti di mano tra coniugi presidenziali. L’ultima “notizia bomba” riguarda l’arrivo in pompa magna di Emmanuel Macron e signora nel Regno Unito. Un evento storico, la prima visita di Stato di un leader europeo dopo la Brexit. Un’agenda fitta di incontri con Re Carlo III, il Principe di Galles, e probabilmente pure con il maggiordomo di Downing Street. Ma che importa! L’unico vero scoop è che Brigitte ha gentilmente declinato la mano del marito scendendo dall’aereo, preferendo – orrore! – il rassicurante corrimano. Immediato il delirio mediatico: “crisi coniugale”, “clima glaciale”, “lo ha fatto di nuovo dopo lo schiaffo in Vietnam!” (che già all’epoca sembrava più una carezza maldestra che un’aggressione diplomatica). Alcuni editorialisti si sono lanciati in analisi da romanzo rosa di terz’ordine, altri hanno sfoderato diagrammi relazionali per spiegare la “distanza emotiva” tra i due. Pochissimi, nel frattempo, si sono chiesti perché Macron fosse a Londra. Che poi, se anche la premiere dame avesse preferito il corrimano al marito, sarà forse per motivi di equilibrio, non certo politico. Ma nell’epoca della notizia a tutti i costi, meglio la foto virale di un gesto anodino che una riflessione su relazioni franco-britanniche, commercio post-Brexit, sicurezza europea o aiuti all’Ucraina. E mentre la stampa si esercita nel body language da rotocalco, il mondo continua a girare (sì, anche senza quella mano). Il problema è che non ce ne stiamo accorgendo: troppo impegnati a scrutare le scale dell’aereo, quando dovremmo guardare un po’ più in alto. O quantomeno leggere il comunicato ufficiale della visita. Insomma, cari cronisti del brivido sentimentale, diamoci un reset: meno telenovela e più notizie vere. La geopolitica, in fondo, è già abbastanza teatrale di suo. Non serve farla diventare un episodio di Beautiful. di Redazione

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Ad Altomonte un sabato tra musica, solidarietà e prevenzione

Claudia Gerini protagonista di una giornata che intreccia cultura, salute e impegno sociale: spettacolo serale dedicato a Franco Califano   Altomonte si prepara a vivere un sabato d’estate che profuma di bellezza, musica e impegno. Un appuntamento che unisce la forza della prevenzione alla magia del palcoscenico, la riflessione sociale al piacere dell’arte, con un’ospite d’eccezione: Claudia Gerini. Sabato 28 giugno, infatti, la cittadina calabrese diventerà il cuore pulsante di “Radio Eventi Generazioni. Più storia, più paesaggio, più turismo”, una manifestazione che, oltre a intrattenere, vuole lasciare un segno profondo nella comunità. Il pomeriggio si aprirà all’insegna della prevenzione: grazie alla collaborazione del Lions Club Pollino-Sibaritide-Valle dell’Esaro “Castello Aragonese”, dalle ore 16:00 alle 19:00 presso il centro sanitario locale, sarà possibile effettuare gratuitamente screening per la prevenzione del tumore al seno col rinomato dott. Luigi Postorivo. Un’iniziativa concreta per ricordare quanto la salute femminile meriti attenzione continua, ben oltre le ricorrenze. In questo contesto di sensibilizzazione e attenzione sociale, un ringraziamento particolare va al dott. Don Paolo Baratta, figura di spicco nel panorama internazionale, distintosi per il suo impegno anche fuori dai confini nazionali. La sua presenza rappresenta un autentico esempio di eccellenza calabrese nel mondo, un simbolo di quanto la qualità e la dedizione possano fiorire anche oltre la propria terra d’origine. Al suo fianco, il giovane talento musicale Federico Lauro, che ha saputo dare un prezioso contributo al programma, non solo con la sua arte, ma anche con la sua sensibilità verso la causa della prevenzione oncologica. A seguire, il Comune ospiterà “Note per la Vita”, un format che vedrà protagonisti cultura e società: appassionati, rappresentanti di associazioni del terzo settore e la stessa Claudia Gerini si confronteranno in un workshop e in un social talk coordinato dalla dott.ssa Marianna Affortunato, grazie all’impegno di Radio Nord Castrovillari e dell’Associazione “Dolce Sara”. Ad allietare il pubblico, le performance musicali di Federico Lauro, Beatrice Limonti e Luca Oliveto. Ma il cuore dell’evento batterà forte alle 21:30, quando l’Anfiteatro “Costantino Belluscio” accoglierà lo spettacolo “Qualche estate fa. Vita, poesia e musica di Franco Califano”, interpretato da Claudia Gerini e dal prestigioso Solis String Quartet. Un tributo raffinato al “Califfo”, cantore delle verità scomode e delle dolcezze estive, in una serata che già si preannuncia memorabile. La manifestazione, organizzata dall’associazione Antropos con il sostegno di Avis, Lions Club e patrocinata dalla Regione Calabria e dal Comune di Altomonte, rappresenta un perfetto esempio di sinergia virtuosa tra cultura, turismo e solidarietà. Non mancherà, durante la giornata, la consegna del premio “Donna, fiore d’amore”, a cura di Cidis Impresa Sociale ETS, per celebrare l’impegno femminile nella società contemporanea. Come sottolinea il sindaco Gianpietro Coppola:“Sarà una giornata di alto profilo culturale e sociale, un’anteprima che ci proietta verso il Festival Euromediterraneo 2025. Altomonte saprà ancora una volta unire bellezza, riflessione e attenzione verso la salute della donna, un bene da difendere sempre.” Un sabato speciale, dunque, dove arte, prevenzione e solidarietà cammineranno fianco a fianco, confermando come la cultura possa essere strumento di crescita e di coesione per un’intera comunità. di Redazione

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Dalla Marcia su Roma al meme del cane: anatomia sentimentale della Destra (e della Sinistra) postmoderna

“La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa.” — Karl Marx       Nessuna infografica, nessun saggio di geopolitica o editorialista della domenica ha descritto meglio l’evoluzione della Destra novecentesca quanto quel celebre meme: a sinistra, un cane iper-palestrato, mascella quadrata, occhi infuocati; a destra, lo stesso cane, ma decrepito, tremolante, ormai fuso nel divano con un plaid addosso e la faccia da chi ha appena perso anche l’ultimo treno per la storia. Eppure, lì dentro — in quel banalissimo collage da social — c’è tutto: il passaggio dalla Destra come progetto di dominio e trasformazione del mondo, alla Destra come comitato di accoglienza del proprio pubblico. E sì, vale la pena tentare una (sempre parziale e raffazzonata) ricostruzione. Un secolo fa: velleità e violenza Cento anni fa, la Destra era muscolare, ideologica, perfino mistica. Fascismi, nazionalismi, tradizionalismi, colonialismi: la missione era grande, era storia con la S maiuscola. La Destra credeva in qualcosa — spesso in qualcosa di profondamente sbagliato, ma comunque qualcosa. Un’Idea che pretendeva di prevalere sulla realtà. L’uomo nuovo, l’ordine, la gerarchia, la forza, l’onore. Dall’altra parte, la Sinistra era lo spazio della massa informe: lavoratori sfruttati, anarchici disorganizzati, drogati, bohémien e utopisti. Era caos, fermento, utopia: lo “stato brado” dell’umanità, ancora tutta da civilizzare attraverso l’istruzione, l’emancipazione, la lotta. Oggi: Nutella contro Nietzsche Nel 2025 la mappa si è rovesciata. La Sinistra è diventata la custode del progresso. Non più l’assalto al cielo, ma la manutenzione del mondo. Porta sulle spalle tutto il peso della moralità, dell’ecologia, dell’inclusività, dei diritti, della complessità. È diventata seria, tragicamente seria. Un’ideologia che non ha più il fascino della rivoluzione, ma la noia della responsabilità. La Destra, invece, ha fatto implosione. Non ha più una narrazione, né un orizzonte. Il suo rappresentante più paradigmatico — Matteo Salvini — ha tradotto il vecchio “Credere, obbedire, combattere” in “Mangiate Nutella e fatevi i cazzi vostri”. Il suo messaggio è chiaro: non cambiate. Rimanete esattamente come siete. Pigri, confusi, approssimativi, a vostro agio tra il barbecue abusivo in giardino e lo scontrino non fatto. Non c’è più traccia dell’ambizione tragica, imperiale, mistica. Al suo posto c’è il cazzeggio — ma un cazzeggio elevato a filosofia, a progetto politico. L’uomo della Destra postmoderna non vuole trasformare il mondo, vuole che il mondo non lo disturbi. Conservare l’individuo, non i valori Una volta si parlava di conservatorismo, cioè di un ordine superiore da difendere. Oggi si tratta di conservazione individuale: la propria casetta, il condono edilizio, il motorino truccato del ’97, il privilegio come diritto acquisito. Non c’è più Patria, c’è il giardino di casa. Non c’è più Tradizione, c’è il “mi sono sempre fatto così”. In un mondo in cui la Destra ha perso la guerra culturale, non cerca di riscrivere i valori: li evita. Se la moralità è oggi patrimonio della Sinistra, la Destra ha scelto di essere amorale, apolitica nel senso più profondo: senza polis, senza progetto comune. Essere di sinistra oggi: una condanna al pensiero Il paradosso è che, per quanto ridicolizzata, è la Sinistra che oggi si fa carico della continuità storica dell’Occidente: Hegel, Kant, Marx, perfino Cristo. L’idea che la Storia abbia un senso, che le nostre azioni contino. Che ci sia un dover essere. Ma a quale costo? Essere di sinistra oggi è una maratona morale. È svegliarsi ogni mattina e ricordarsi di essere fallibili, di dover correggere i propri bias, di dover pensare agli altri, al pianeta, agli esclusi. È rinunciare al sollievo della pancia e scegliere ogni giorno il peso della testa. La vittoria della destra è una disfatta mascherata Eppure la Destra vince. In Italia, certo — ma non solo. Vince quasi ovunque in Europa. Ma è una vittoria di Pirro, una conquista illusoria, incapace di tradursi in strategia, visione o guida. La Destra vince perché non pretende nulla dal proprio elettorato, ma questa non è forza: è abdicazione. Il continente appare un corpo flaccido e spaesato. Di fronte alle sfide geopolitiche del nostro tempo — la Cina, la Russia, l’AI, le migrazioni, le transizioni ecologiche e digitali — l’Europa è un vecchio cane stanco che prova ogni tanto a ringhiare, ma non riesce nemmeno ad abbaiare. Le destre d’oggi non propongono soluzioni, non immaginano futuri: al massimo, provano nostalgia per i mondi scomparsi. È una destra che vuole governare ma non guidare, sedersi ma non costruire, sorvegliare ma non decidere. Una destra che prende i voti come si prende un like: per simpatia, per pigrizia, per paura. Ma poi si arena, si inchioda, si incarta su se stessa. Conclusione: Cani vecchi in un continente stanco Ecco perché quel meme è così efficace. Perché racconta una verità scomoda: la Destra ha smesso di credere nella storia e si è rifugiata nella sitcom quotidiana; la Sinistra si è presa tutto il fardello della coscienza, e ne è uscita stanca, cupa, insopportabile. Nel frattempo, l’Europa — che pure si credeva l’avanguardia del mondo — è diventata la pancia molle del pianeta. Un continente che non ha più nemici esterni da combattere, né sogni interni da inseguire. Che si specchia nel proprio cane tremolante e si domanda, sottovoce: “Che cosa siamo diventati?”

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Astensionismo: e se il problema fossimo (anche) noi?

Si dibatte,ormai da qualche decennio,sulle cause dell’astensionismo crescente ad ogni tornata elettorale. Raggiunge,quasi, il 50% degli elettori e preoccupa molto i sinceri democratici che temono per le sorti del Paese. Politologi, sociologi, storici, filosofi, opinionisti <fai da te> si arrovellano nei talk-show televisivi per dare, ognuno, una spiegazione diversa, ma tutti d’accordo sul fatto che la colpa sia dei Partiti e dei Politici. Non sarebbe, forse, il caso di pensare che la colpa possa essere, invece, del Popolo, anzi, a voler essere precisi, di quella parte di popolo che la moderna sociologia identifica con gli analfabeti? In Italia ce ne sono di due tipi: quelli totali ( circa 3 milioni) e quelli funzionali (circa 15 milioni), in totale 18 milioni di individui. Chi sono gli analfabeti funzionali ? Coloro che, pur in possesso di un titolo di studio, non sono in grado di fare la sintesi e riferire correttamente ciò che hanno appena ascoltato e non ritengono nulla di ciò che viene loro insegnato. Tutti costoro, sommati agli ultraottantenni ed agli invalidi( altri 5 milioni) raggiungono più o meno la cifra dell’astensionismo! Che è, poi, la scelta per loro più comoda della quale non devono dar conto a nessuno! Perché, allora, correre dietro alle ” fumisterie” di questo o di quell’ esperto, di questo o quel personaggio ” famoso”, arruolati alla bisogna dai ” bravi presentatori” delle TV per tenere in piedi lo share delle loro trasmissioni legato al ricco mercato pubblicitario? Non sarebbe facile rendersi conto del fatto che tutte le emittenti televisive e tutte le società di sondaggi, che ormai hanno occupato militarmente il campo della POLITICA e messo in crisi ogni altra forma di “espressione” che non sia quella che si consuma h 24 negli studi televisivi, se fossero costretti ad accettare l’ ipotesi dell’ “analfabetismo + vecchiaia + invalidità” quale causa “naturale” delle astensioni, dovrebbero chiudere battenti , non avendo piu’ argomenti per tenere incollata al video la gente? E giacché ci siamo, non potrebbe anche essere che la scomparsa dei “partiti” e della ” politica” ha nuociuto molto di più alle SINISTRE”, in ragione del fatto che la loro organizzazione tradizionale, accanto alla mobilitazione delle avanguardie intellettuali, aveva il compito precipuo di raccogliere il consenso (Feste dell’Unità – Primi Maggio – Rave-Party – etc.) fra le classi più povere, quelle oggettivamente più esposte all’ analfabetismo funzionale? La SCHLEIN , imbeccata da De Benedetti, dice: < bisogna tornare nelle periferie,accanto al popolo! > che , nei retropensieri dell’ ingegnere, potrebbe voler dire : < bisogna riprendersi i voti degli “analfabeti” che , abbandonati a se stessi da decenni di “elitarismo” , si sono rifugiati nell’ astensionismo! > < Andate a riprendervene 5-6 milioni almeno (che fanno 80 – 90 seggi in Parlamento!), e io, a latere , vi do una mano editando un nuovo giornale – IL DOPODOMANI! – , ci metto un pischello qualsiasi alla direzione (col metodo da supermercato prendi 3 e paghi 1!), creo un’altra bella Associazione – Fondazione con tanto di pedigree accademico alle spalle (ché di giuristi, lavoristi, sociologi, economisti- tutti liberalmarxisti- son pieni gli scaffali!) e tutti insieme restituiamo al Popolo la dignità, la libertà ed il benessere perduti!> <Ciò che io, la mia famiglia ed i miei “amici” da una vita ci sforziamo di fare in questo Bel Paese !> Forza Elly !

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Libia, il grande reality del caos: e l’Europa fa da tappezzeria

Tra faide interne, potenze straniere che si spartiscono il bottino e un’Europa paralizzata dall’indifferenza, la Libia affonda nel caos mentre l’Italia si limita a fare il tifo da lontano. Un disastro annunciato, eredità diretta di scelte miopi e di un’Occidente che ha smesso di contare. C’è chi guarda Netflix, chi preferisce Prime Video, e poi c’è l’Europa, che da tredici anni si gode una serie tragico-comica chiamata “Libia: cronache dal disastro”. Gli episodi sono sempre più cruenti, gli attori armati fino ai denti, e la trama – spoiler – non promette nessun lieto fine. Ma l’importante è che l’Unione Europea resti comoda, possibilmente con lo sguardo distratto, meglio ancora se affacciata al balcone. Per carità, Gheddafi era un dittatore – non lo rimpiangiamo, figuriamoci – ma quantomeno lo spettacolo era più ordinato. Una regia unica, un solo copione, e niente guerre tra comparse. Poi, nel 2011, è arrivata la grande produzione: Francia, USA, un po’ d’Inghilterra, e vai con la guerra lampo. Il regista Sarkozy, il produttore Obama e la colonna sonora “Primavera Araba” hanno mandato in onda il crollo del regime, senza curarsi del finale. E così ci siamo ritrovati con uno Stato evaporato, bande armate al posto del parlamento e le tribune politiche sostituite dai check-point. Nel vuoto lasciato dalla civiltà occidentale, sono arrivati puntuali gli avvoltoi. Russia e Turchia si sono spartite il set: Haftar sotto contratto con Mosca, Dbeibeh testimonial di Erdogan. Due potenze straniere che si comportano come se la Libia fosse roba loro – e, a dire il vero, ormai lo è. Nel frattempo, noi europei stiamo lì, a guardare. E ogni tanto, quando ci ricordiamo che il Mediterraneo non finisce a Lampedusa, organizziamo una bella conferenza a Ginevra. Con tanto di buffet. Nel frattempo, Tripoli brucia. Misurata è un deposito di missili travestito da città. Sirte è un’avamposto russo. A Bengasi, ogni tanto, qualcuno si sveglia minacciando di chiudere i rubinetti del petrolio. E l’Italia? Beh, l’Italia ha l’Eni. Che resiste, come un eroe solitario in un western dove però nessuno arriva a salvarti. Abbiamo firmato accordi da 8 miliardi, è vero, ma senza una politica estera che si possa chiamare tale, è come piazzare un casinò in mezzo al Far West e sperare che non venga saccheggiato. Nel 2025, mentre le cancellerie europee discutono su quante virgole mettere nei comunicati stampa, Wagner fa manovre militari, la Turchia piazza basi navali e i trafficanti di esseri umani fanno affari d’oro. La Libia è diventata il supermercato del caos: armi, milizie, petrolio, migranti. Tutto in offerta. Solo che la cassa la gestiscono altri. Nel mezzo, i nostri vertici politici si limitano a esprimere preoccupazione, quella classica frase da salotto buono che non costa nulla e non impegna nessuno. Ma attenzione: questa preoccupazione strategica non va confusa con la volontà politica, che invece è un optional di cui da tempo abbiamo fatto a meno. Un po’ come i denti nella bocca del vecchio leone: si mugugna, ma non si morde più. La verità, quella che dà fastidio dire, è che l’Occidente ha mollato. Abbiamo delegato tutto: la gestione del caos, le crisi migratorie, la sicurezza energetica. E quando ci accorgiamo che la Libia è terra di nessuno, ci sorprendiamo come se fosse piovuto dal cielo. Ma quel disastro è nostro. Nostro perché siamo stati noi, con le nostre crociate della democrazia e i nostri hashtag da salotto, a far saltare il banco. Solo che ora nessuno vuole raccogliere le fiches. E allora sì, Massolo ha ragione: serve una sveglia. Ma serve soprattutto ammettere che l’epoca delle buone intenzioni senza palle (politiche, si intende) è finita. La Libia non è solo un problema libico. È un termometro geopolitico, ed è rotto. Ma invece di aggiustarlo, ci limitiamo a dire che “non segna più bene la febbre”. In sintesi, mentre Ankara e Mosca giocano a Risiko sul nostro stesso pianerottolo, noi continuiamo a scrivere editoriali e fare vertici. Con un po’ di fortuna, tra una risoluzione ONU e l’altra, ci sarà ancora qualcosa da salvare. Ma se aspettiamo ancora, la Libia non sarà solo l’ennesimo fallimento: sarà la nostra pietra tombale nel Mediterraneo. di Redazione  

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Altro che NATO: oggi la vera alleanza si fa con litio, nichel e un bel fondo d’investimento… a prova di invasione!

Quando la geopolitica si fa business: 57 minerali, una stretta di mano e l’arte di vendere la sicurezza al miglior offerente.   Altro che trattative segrete nella penombra del Cremlino o lunghe maratone negoziali a Ginevra: oggi la geopolitica si fa a colpi di litio e vanadio. È successo davvero. Nel cuore della notte, mentre i droni solcavano i cieli dell’Ucraina e le dichiarazioni di pace si rincorrevano su X come fossero post motivazionali, è stato firmato un accordo che ha tutta l’aria di una mossa da Monopoli globale tra Kyiv e Washington. Il premio? Niente meno che l’accesso a 57 minerali ucraini strategici, in cambio di investimenti e una partnership che somiglia parecchio a una polizza assicurativa stellata per Zelensky. Altro che “terra dei cosacchi”: l’Ucraina diventa ufficialmente anche “terra delle terre rare”. E attenzione, perché dietro le parole felpate di “ricostruzione” e “allineamento strategico”, c’è un sottotesto molto chiaro: gli Stati Uniti, che hanno già speso 350 miliardi in aiuti, hanno appena comprato un pezzo d’Ucraina. Non la sovranità – quella, ufficialmente, resta inviolata – ma l’accesso a risorse talmente preziose da far sembrare le pepite d’oro dei film western un gioco da bambini. E sebbene l’accordo non preveda garanzie di sicurezza scritte nero su bianco, siamo pronti a scommettere che da oggi in poi, ogni missile russo che si avvicina a un giacimento di titanio ucraino dovrà fare i conti con l’attenzione di Wall Street e del Pentagono. La guerra fredda sulle risorse rare è appena iniziata, ma intanto Kyiv ha segnato un punto pesante. Non è più solo la “terra di mezzo” tra NATO e Russia: è diventata un asset strategico su cui Washington ha messo il cappello, pardon, la bandiera a stelle e strisce. E Putin? Se prima doveva preoccuparsi dei missili HIMARS, ora ha anche un fondo d’investimento paritario da fronteggiare. Altro che sanzioni: qui si tratta di azioni. Giuseppe Arnò

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L’ARTE DI LASCIAR ANDARE: LA MIA ESPLORAZIONE FILOSOFICA

  di Krishan Chand Sethi   Lasciar andare è comunemente associato ad un atto di debolezza o di mancanza di coraggio. Al contrario, è un’arte di forza insolita, un atto di adattamento al flusso naturale della vita. Non si tratta di arrendersi, ma di lasciare andare ciò che non ci giova più, liberandoci dal peso dell’attaccamento e aprendoci alle infinite possibilità del presente. È l’arte di arrendersi con grazia, comprendendo che ciò che è destinato a noi non dovrà mai essere inseguito.   In una delle mie riflessioni, scrissi: “Non corro mai dietro alle cose che non sono fatte per me, poiché arrivano a me quando diventano fatte per me”. Questa non è stata una comprensione facile; è stata messa alla prova dall’esperienza, dalla frustrazione e da momenti di profonda intuizione. Lasciar andare è stato un viaggio intellettuale e personale, guidato dall’introspezione e dalla consapevolezza di sé. Questo è un viaggio in quella direzione.   L’illusione del controllo e il peso dell’attaccamento La natura umana ha un desiderio innato di controllare, di avere persone, speranze ed emozioni sotto il proprio comando come fossero beni di proprietà. Ma la vita scorre comunque, cambia ogni secondo, come quel fiume che non vuole mai rimanere fermo.   C’è stato un tempo in cui mi aggrappavo a un’amicizia che da tempo aveva superato la sua durata naturale. Ho cercato di riunirla, di rianimare qualcosa che stava morendo, ma ho esaurito ogni mia energia. Più lottavo, più si allontanava da me. Mi sono liberato solo quando ho smesso di aggrapparmi a qualcosa di morto. Non perché l’ho perso, ma perché alcune cose sono destinate a marcire o ad andare avanti.   La sofferenza nasce spesso dal nostro tentativo di controllare l’incontrollabile. Non appena ci rendiamo conto che stringere i pugni non cambia l’inevitabile, la nostra esistenza diventa più serena. Lasciar andare, quindi, non è abbandonare la vita, ma avere fiducia nel suo flusso.   Il peso del passato e la libertà del presente Il passato è un libro logoro; le sue pagine sono piene delle storie che ci hanno formato, ma non possono essere riscritte o rivissute. Eppure, molti di noi trascinano il proprio passato come un peso troppo pesante da deporre.   C’è stato un periodo della mia vita in cui mi sedevo per ore a ripensare agli errori del passato, desiderando di non aver mai detto certe cose o fatto certe scelte. Pensavo che, se avessi agito diversamente, la mia vita sarebbe stata diversa. Ma era questa la realtà? O era semplicemente il mio cervello che cercava di combattere il fatto che le cose fossero accadute nel modo in cui dovevano accadere?   Nulla rimane uguale: le relazioni finiscono, le emozioni cambiano e persino il nostro io di ieri non è quello di oggi. Lasciar andare significa accettare il cambiamento come unica costante, diventare amici dell’impermanenza. Nel momento in cui ho smesso di resistere al passato e ne ho accettato la saggezza, ho trovato una leggerezza dentro di me, una libertà che era sempre stata lì.   La resistenza dell’ego e l’arte della resa La più grande resistenza al lasciar andare nasce spesso dall’ego: il sé che costruiamo attraverso i nostri attaccamenti. Diventiamo ciò che siamo in base a ciò che possediamo, a chi ci accompagna, a quale posizione occupiamo nella società. Ma cosa facciamo quando la vita ci chiede di lasciare andare tutto questo?   C’è stato un tempo in cui mi aggrappavo con tutte le forze a una speranza, ignorando ogni segnale che mi suggeriva di tornare indietro. Conoscevo la sconfitta solo come resa. Ma quando il destino mi ha spinto da parte, ho capito che lasciar andare non era la fine, ma l’inizio di qualcosa di più grande.   Arrendendoci alla vita invece di resisterle, siamo in armonia con la nostra vera natura, proprio come l’albero che si piega nella tempesta ma non si spezza. La vera resa non è una rassegnazione passiva; è un atto di fiducia. Quando lasciamo andare il controllo, permettiamo a qualcosa di nuovo, più in linea con la nostra evoluzione, di entrare nella nostra vita.   Amare senza possedere: la forma più alta di libertà Forse il lasciar andare più difficile riguarda le relazioni: romantiche, familiari o di amicizia. L’amore, se è vero, non trattiene, ma libera. Tuttavia, lo confondiamo con l’attaccamento e crediamo che più stringiamo, più durerà.   Una volta ho amato qualcuno con passione, ma in un modo che desiderava rassicurazione, certezza e reciprocità. Quando quell’amore non è stato ricambiato come speravo, sono stato ingannato dalle mie stesse aspettative. È stato un risveglio doloroso, ma alla fine ho imparato: il vero amore non cerca possesso; lascia spazio all’altro per crescere, anche se questa crescita lo allontana da noi. Il vero amore non si tiene prigioniero con la promessa dell’eternità. Dà ali, non catene.   Il paradosso del lasciar andare: guadagnare perdendo C’è uno strano paradosso che si scopre quando si padroneggia l’arte di lasciar andare: si guadagna ma non si perde. Diventiamo più lucidi, perché non siamo più frastornati dalla paura della perdita. Diventiamo sereni, perché abbandoniamo la stanca lotta con l’inevitabile. Diventiamo liberi, perché superiamo i confini dell’aspettativa per entrare nel regno della possibilità.   Mi viene in mente un ricordo in cui ho lasciato andare qualcosa a cui mi aggrappavo con amarezza. Credevo che continuare a provare dolore mi rendesse più forte, ma quando finalmente l’ho lasciato andare, ho notato quanto spazio occupava, lo spazio che doveva essere riempito con le possibilità, con cose come la gioia, la creatività e l’avventura.   La bellezza della mano aperta Se stringi la sabbia tra le mani, scivolerà via. Ma se la tieni con delicatezza, rimarrà. Così è la vita: ciò che è destinato a noi non arriverà con la forza, ma nel suo tempo.   Camminare leggeri, vivere pienamente Non inseguo nulla, poiché so che tutto ciò che è mio arriverà quando sarà il momento giusto.Perdere non è lasciar andare. È guadagnare tutto ciò che ci appartiene.   Dr. Sethi K.C

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I Cazari, un crocevia di Culture e Religioni – Carlo Di Stanislao

“La conversione dei Cazari non fu solo un cambiamento di fede, ma l’inizio di una civiltà che sapé fondere il sacro e il profano in un regno di prosperità.” (Elaborazione ispirata al pensiero di Arthur Koestler ne La tredicesima tribù) Tra il V e il XII secolo, un popolo affascinante e enigmatico dominava vaste aree che oggi comprendono parte dell’Europa orientale e dell’Asia. I Cazari, popolazione di origini turche seminomadi provenienti dalle steppe dell’Asia centrale, seppero fondere nel loro regno elementi culturali diversificati – slavi, iranici e gotici – creando così una civiltà vibrante e poliedrica. Uno degli eventi più straordinari della loro storia fu la conversione all’ebraismo, avvenuta intorno all’VIII secolo, un processo che non solo definì l’identità del regno ma suscitò interesse e controversie fino ai giorni nostri. Origini e Ascesa dei Cazari Le origini dei Cazari affondano nelle vaste e aride steppe dell’Asia centrale, dove popolazioni nomadi vivevano seguendo le stagioni e spostandosi in cerca di pascoli. Questa mobilità e capacità organizzativa permisero loro di emergere come una forza politica e militare significativa. La loro natura nomade, però, non impedì la nascita di una struttura statale evoluta, capace di integrare diverse etnie e culture. Il regno dei Cazari si estendeva su un territorio strategico compreso tra il Mar Nero e il Mar Caspio, area di fondamentale importanza per le vie commerciali che collegavano l’Europa all’Asia. Le città e i centri fortificati Cazari divennero nodi cruciali per lo scambio di merci, tecnologie e idee. Questa posizione privilegiata contribuì a trasformare il regno in un vero e proprio crocevia di culture, in cui il contatto con numerose civiltà favoriva un clima di fermento intellettuale e apertura al nuovo. La Conversione all’Ebraismo Motivazioni e Contesto Uno degli aspetti più discussi e peculiari della storia dei Cazari è la loro conversione dall’antico sciamanesimo all’ebraismo. Diversi studiosi ipotizzano che questa scelta potesse rispondere a motivazioni politiche e strategiche: adottando una religione che si collocava al di fuori delle due grandi potenze religiose del tempo – il Cristianesimo e l’Islam – i Cazari si dotarono di un’identità distintiva e di un elemento di coesione interna, rafforzando la propria indipendenza e unificando le popolazioni soggette al regno. Un Sincretismo Culturale L’adozione dell’ebraismo non significava un rifiuto totale delle radici tradizionali. Al contrario, essa rappresentava un processo di sincretismo, in cui la nuova fede veniva integrata con le tradizioni e le pratiche locali. Tale fusione non solo arricchì il panorama culturale del regno, ma contribuì anche a creare una società in grado di dialogare con altre culture, favorendo scambi intellettuali e commerciali con l’Europa e l’Asia. Implicazioni sulla Società La scelta religiosa dei Cazari ebbe ripercussioni profonde sull’organizzazione sociale e politica del regno. L’ebraismo, con la sua struttura comunitaria e le sue tradizioni giuridiche, offrì strumenti per la gestione della convivenza tra gruppi eterogenei. Inoltre, la conversione contribuì a delineare una nuova identità collettiva, in cui il senso di appartenenza si fondava non solo sulla discendenza etnica, ma anche su una condivisione di valori religiosi e culturali. Il Regno Cazaro: Economia, Cultura e Politica Un Centro Commerciale di Rilievo Grazie alla sua posizione strategica, il regno Cazaro divenne un importante centro per il commercio tra Oriente e Occidente. Le carovane che attraversavano le vie della seta si fermavano nei centri urbani Cazari, contribuendo alla prosperità economica e allo sviluppo di un sistema commerciale sofisticato. La presenza di mercanti e artigiani provenienti da regioni così diverse favorì uno scambio continuo di tecnologie, idee e pratiche culturali. Un Modello di Tolleranza e Pluralismo Il sistema amministrativo e politico dei Cazari era caratterizzato da una notevole apertura verso le diversità. Pur mantenendo una struttura centralizzata, il regno garantiva una certa autonomia alle comunità locali, permettendo a differenti gruppi etnici e religiosi di convivere in relativa armonia. Questo modello di gestione, sebbene non privo di tensioni, rappresenta uno degli esempi più interessanti di pluralismo nell’Europa medievale. Arthur Koestler e La Tredicesima Tribù Un’Ipotesi Rivoluzionaria Il libro La tredicesima tribù, scritto da Arthur Koestler, ha avuto un impatto notevole sia sul grande pubblico che sul dibattito accademico. In quest’opera, Koestler propone l’ipotesi che una parte significativa della diaspora ebraica, in particolare gli ebrei Ashkenaziti, potrebbe discendere direttamente dai Cazari. Questa tesi, sebbene affascinante, ha sollevato numerose controversie: molti studiosi ritengono che le evidenze storiche e genetiche non siano sufficienti a confermare un legame diretto così marcato. Il Contributo Storiografico di Koestler Koestler si distingue per il suo approccio innovativo e per la capacità di narrare una storia complessa in modo accessibile e coinvolgente. Attraverso una rigorosa analisi delle fonti storiche – che spaziano dai resoconti arabi a quelli ebraici e cristiani – l’autore offre una lettura alternativa della storia dei Cazari, sottolineando come la loro scelta religiosa e il loro modo di governare possano aver influito significativamente sull’evoluzione delle comunità ebraiche in Europa. Pur non essendo universalmente accettata, l’ipotesi di Koestler ha stimolato ulteriori ricerche e dibattiti, contribuendo a rinnovare l’interesse verso questo affascinante capitolo della storia medievale. La Rielaborazione della Citazione È importante precisare che la citazione che apre questo articolo non è presa letteralmente dal testo di Koestler, ma rappresenta un’interpretazione libera e sintetica del suo pensiero. Tale elaborazione intende catturare l’idea che la conversione dei Cazari ha segnato l’inizio di un nuovo modo di concepire la civiltà, in cui il sacro e il profano si integrano per dar vita a una società prospera e culturalmente ricca. Le Tensioni Interne della Diaspora: Ashkenaziti e Sefarditi Nonostante una comune appartenenza alla diaspora ebraica, nel corso dei secoli si sono sviluppate tensioni e divergenze tra le principali comunità: gli Ashkenaziti, con radici nell’Europa centrale ed orientale, e i Sefarditi, provenienti dalla tradizione mediterranea e medio-orientale. Queste differenze, che si sono acuite in determinati periodi storici, hanno interessato vari aspetti della vita comunitaria, religiosa e culturale. Origini delle Divergenze Le radici di tali conflitti affondano in differenti tradizioni liturgiche, usanze religiose e interpretazioni giuridiche. Gli Ashkenaziti, influenzati dalla cultura europea, svilupparono pratiche e istituzioni che, in alcuni casi, si discostavano

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“Italia in trasformazione: identità, sfide e nuove opportunità”

Migrazioni e identità culturale: tra paura e adattamento Gli italiani sembrano divisi tra il desiderio di proteggere il loro amato stile di vita e la necessità di adattarsi al cambiamento. Ben il 57,4% percepisce i migranti come una minaccia alle tradizioni culturali, ma non sarà che stiamo confondendo “perdita” con “evoluzione”? A pensarci bene, la cucina italiana è un mix di influenze storiche: se non fosse per i pomodori americani, niente pizza margherita! Forse è il momento di vedere le differenze come arricchimento piuttosto che un’invasione. Crisi sanitaria in Congo: il mistero della malattia Un’epidemia misteriosa con sintomi da manuale medico (febbre, tosse, mal di testa) mette in allarme il Congo. Se fossimo in un film thriller, ci sarebbe una corsa contro il tempo per salvare l’umanità. La realtà è altrettanto seria, ma per fortuna la comunità internazionale sta intervenendo. E qui una riflessione: investire in prevenzione globale è come mettere un ombrello prima della pioggia, utile per tutti. Il lavoro: occupazione in crescita, ma con un gap I numeri del Censis ci raccontano un’Italia piena di paradossi. Più occupati, ma ancora lontani dai livelli europei; giovani che trovano lavoro, ma imprese che faticano a trovare idraulici, infermieri e persino camerieri. Forse serve una campagna pubblicitaria per rendere questi mestieri sexy: “Diventa l’idraulico che salva il mondo… o almeno il bagno!” Welfare e pensioni: il futuro ci preoccupa Gli italiani sognano di andare in pensione prima (chi non lo vorrebbe?) e magari trasferire un po’ di saggezza ai giovani. Ma tra welfare ridotto e spese crescenti, il futuro sembra una maratona in salita. Un consiglio? Coltiviamo il nostro “piano B” con spirito creativo: investire nei risparmi, ma non dimenticare di investire in esperienze. Intelligenza artificiale: amica (quasi) di tutti Un italiano su quattro usa l’AI per lavoro, specialmente i giovani. Chi crea curriculum con AI si chiede: “Ma poi lo leggete davvero?”. Scherzi a parte, questa rivoluzione tecnologica è un’opportunità, ma attenzione a non trasformarla in una dipendenza da “robot segretari”. Un po’ di vecchio caro ingegno umano non guasta mai. In conclusione L’Italia è un po’ come un mosaico: ogni pezzo ha il suo colore e forma, ma insieme creano un’immagine affascinante. Tra sfide migratorie, innovazioni tecnologiche e tradizioni da preservare, la chiave è trovare equilibrio. E chissà, magari imparare dai nostri “legni storti” che si piegano senza spezzarsi: un elogio alla resilienza made in Italy!

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