Giacomo Gabellini in intervista

In un libro di Giacomo Gabellini l’indagine su Israele dalle “fragili fondamenta”   Verona – Sala superiore del Liston 12, in piazza Bra, gremita per la presentazione del libro “Scricchiolìo. Le fragili fondamenta di Israele” (Il Cerchio, Rimini, 2025) di Giacomo Gabellini (1985, saggista e ricercatore indipendente, già autore di vari volumi e collaboratore di testate italiane e straniere riguardo a geopolitica ed economia, con particolari analisi delle dinamiche globali di potere). L’incontro è stato introdotto dall’on. Vito Comencini di Popolo Veneto, con successivi contributi di Palmarino Zoccatelli (presidente dell’Associazione culturale Veneto-Russia) e del consigliere regionale Davide Lovat (del Gruppo consiliare Szumski Resistere Veneto). Presente in sala anche il tradizionalista cattolico e legittimista storico Maurizio Ruggiero. Prima della sua disamina pubblica, Giacomo Gabellini s’è prestato a rispondere ad un paio di domande.    – Su cosa verte questo suo lavoro?  «Ho scritto questo libro con l’intenzione di mettere in luce come i problemi che Israele sta affrontando nascano sì dalla politica estera ma affondino le radici in ottant’anni di storia molto particolare. E, quindi, abbiano anche una natura interna, dinamiche tra vari gruppi sociali che da collaborative, per un certo periodo di tempo, sono diventate sempre più conflittuali. Trasformando un Paese relativamente coeso in una società profondamente tribalizzata. Questa condizione, combinandosi con le sollecitazioni esterne (conflitti, in particolare dopo il 7 ottobre 2023), secondo me, s’oppongono all’esistenza stessa dello Stato, a rischio».  – Nel libro tratta anche della vicenda israelo-palestinese, della Striscia di Gaza ecc. Cosa pensa di quello che sta pianificando il presidente americano Trump?  «È difficile capire cosa Trump voglia fare di preciso. Per un verso, c’è chi crede sia una pedina di fatto, uno dei tanti presidenti manipolati dall’israelo-lobby statunitense. Alcuni ritengono, invece, che stia cercando di ricavarsi margini di manovra maggiori, perché comunque soddisfare le esigenze d’Israele significa anche inimicarsi i favori di tutte le altre nazioni della regione che hanno una rilevanza anche economica per gli Stati Uniti. Perciò, sono convinto che cercherà di tenere in equilibrio le due sponde per trovare una soluzione che possa soddisfare non tanto i palestinesi che sono, purtroppo, un oggetto e non un soggetto storico in questo momento, quanto Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti. Con l’Iran vedremo cosa succederà, ma, a mio parere, è un attore di cui si dovrà tenere conto».    Tra molto altro, nel corso della sua esposizione, Gabellini ha voluto sottolineare un concetto-base. «È significativo che il sionismo nasceva come progetto eminentemente laico, anzi, quasi antiebraico. Nel senso che David Ben Gurion era dichiaratamente ateo come molti dei laburisti padri fondatori d’Israele. Però, tutti capivano che la valorizzazione della cultura e della religione ebraiche doveva assumere il ruolo di collante per tenere insieme queste popolazioni, queste persone dalle esperienze di vita diverse, culture diverse, lingue diverse. Perciò, avevano elaborato un rapporto di stretta collaborazione col rabbinato, un rabbinato che, inizialmente, vedeva con molta diffidenza il sionismo, un po’ perché il sionismo era laico quasi ateo. Si pensi al padre fondatore del sionismo, Theodor Herzl, sostenitore del fatto che la necessità di dare una Patria agli ebrei non doveva per forza coincidere con la Palestina. Poteva essere trovata altrove. In Uganda (che poi non è l’Uganda ma un’altra zona dell’Africa), in Madagascar, in Argentina. Furono sondate diverse possibilità. Poi, era prevalsa quell’ala più religiosa che faceva capo agli ebrei russi, al consiglio sionista mondiale dalla componente russa che diceva “no, bisogna ricongiungersi alla nostra terra d’origine”, quindi la Palestina».             Servizio e foto di Claudio Beccalossi

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COP30 – Intervista all´Ambasciatore Alessandro Cortese

Intervista all’Ambasciatore d’Italia alla COP30 di Belem Tra ambizioni e realtà: l’Italia alla COP30 A dieci anni dagli Accordi di Parigi, la diplomazia italiana punta su transizione, cooperazione e responsabilità condivisa   L´Ambasciatore Alessandro Cortese (dx.) e Paolo Carlucci   a 1- Ambasciatore, dieci anni dopo Parigi, la COP30 riconosce di fatto che l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro +1,5 °C non è stato raggiunto.Cosa significa questo “fallimento” per la diplomazia internazionale e, in particolare, per l’Europa e l’Italia? È ancora realistico parlare di obiettivi globali condivisi? Premetto che non sono un negoziatore, ma un osservatore privilegiato della Conferenza, per cui non posso addentrarmi nei complessi tecnicismi del negoziato. Effettivamente l’obiettivo di aumento massimo delle temperature di 1,5 gradi entro il 2030 si rivela adesso molto difficilmente raggiungibile. Però non parlerei di un fallimento, nel senso che la diplomazia ambientale multilaterale sta compiendo un grande sforzo, anche tramite le COP, per cercare di rimettere le cose in carreggiata. Si tratta innanzitutto di implementare nel migliore dei modi i tanti e importantissimi impegni che sono stati assunti negli anni. Per esempio sugli investimenti è difficile mantenerli troppo ambiziosi, specie quando un importantissimo partner si è chiamato fuori dagli Accordi di Parigi e dai negoziati di Belém. Effettivamente un insieme di situazioni rende le cose particolarmente difficili, ma non direi che la diplomazia ha fallito o stia fallendo. Quello che propongono i brasiliani — ma vedremo poi cosa scriveranno nei documenti, che non sono ancora circolati — è di rilanciare il processo e di implementare ciò che è stato deciso a Baku lo scorso anno e a Parigi dieci anni fa. È di grande importanza che la COP continui a tenersi ogni anno, perché questo attira l’attenzione dei nostri leader e spinge i Paesi a fare uno sforzo importante, rendendosi anche l’opinione pubblica conto che, se ciò non avviene, il nostro pianeta così come lo conosciamo potrebbe finire male in tempi non lunghissimi. Naturalmente i brasiliani si pongono obiettivi ambiziosi, anche perché hanno una risorsa fondamentale per il futuro del pianeta, che è l’Amazzonia, e che va preservata in tutti i modi, perché è da essa che dipende in buona parte il mantenimento di un clima che non porti agli eccessi climatici estremi che stiamo vivendo. Eventi estremi che in passato avvenivano a distanza di anni, mentre invece oggi avvengono con grandissima frequenza, talvolta a distanza di settimane o mesi in differenti parti del mondo. Siamo tutti ormai consapevoli dell’emergenza climatica e pochi sono i Paesi che non riconoscono questo problema. 2. Uno dei cardini di questa Conferenza è la mobilitazione di 1.300 miliardi di dollari l’anno per i Paesi in via di sviluppo entro il 2035.Secondo lei, il sistema internazionale dispone davvero degli strumenti – politici e finanziari – per rendere credibile un impegno di tale portata? E quale ruolo può giocare l’Italia, anche attraverso la cooperazione e il know-how tecnologico? Guardi, prima dicevo che gli obiettivi spesso sono molto ambiziosi. Ma questo è molto importante perché l’impegno sia maggiore. Ad esempio, dai 1.300 miliardi discussi a Baku, alla fine del negoziato si è arrivati a 300 miliardi, che peraltro è cifra di tutto rispetto. Poi è importante monitorare l’effettiva attuazione degli impegni da parte della membership. Non è facile né scontato. Da parte brasiliana — e questo è condivisibile — è importante anche individuare modalità originali per reperire risorse, attraverso partenariati pubblico-privati, il coinvolgimento più proattivo delle banche di sviluppo, ecc. Per esempio, presso il Padiglione italiano alla COP, si è tenuto a inizio settimana un evento realizzato da Enel, dove è stato illustrato come l’azienda investa nelle energie rinnovabili e alternative in Brasile. Anche Cassa Depositi e Prestiti, in un evento che si è tenuto nei giorni scorsi qui a Belém, sempre nel Padiglione italiano, ha indicato di aver messo a disposizione risorse importanti per finanziare progetti nel settore in varie parti del mondo. Chiaramente, con le risorse che possono essere allocate da uno Stato si crea una massa critica mirata. Questo richiede anche lavoro da parte dei governi per assicurarsi che vi sia coerenza nella loro attuazione. L’Italia a Belém possiamo dire che è in prima fila come partecipazione di alto livello: la presenza — non scontata — del nostro Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Tajani al Vertice dei Leader in apertura, e adesso con il Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, che sta seguendo passo passo, come nelle precedenti edizioni, i negoziati sul documento finale. Posso dire che la voce dell’Italia qui è abbastanza ascoltata, e non solo in seno all’Unione Europea: nei giorni scorsi, ad esempio, il Ministro Pichetto Fratin ha firmato un Memorandum d’intenti in materia ambientale con la Ministra dell’Ambiente del Brasile, Marina Silva. 3. Il Brasile, Paese ospitante, ha impostato la COP30 su sei pilastri che intrecciano ambiente, sviluppo umano e finanza verde.Come si inserisce l’Italia in questa visione? Ci sono ambiti in cui il nostro Paese può essere ponte tra Europa e America Latina, soprattutto in materia di energia e biodiversità? Come il Brasile, l’Italia insiste molto sull’importanza dei biocarburanti anche in sede europea, essendo una risorsa non inquinante e alternativa ai combustibili fossili. È molto importante, in materia ambientale come in tanti altri settori, non fare passi indietro. Anche un piccolo passo in avanti ha il suo peso. Credo che il Brasile stia cercando di individuare qui a Belém delle chiavi di lettura originali che consentano di avanzare. 4. L’assenza dei leader delle principali potenze inquinanti – Stati Uniti, Cina, India e Russia – pesa come un macigno.Quanto è difficile negoziare in un contesto in cui mancano i protagonisti decisivi? E cosa può fare la diplomazia europea per evitare che la COP30 si riduca a un forum di buone intenzioni? È vero che qualche Paese è mancato al vertice, ma a mio avviso la partecipazione è stata cospicua: vi erano più di 50 Paesi rappresentati al massimo livello, come l’Italia con il Vicepresidente del Consiglio. Tra quelli che ha citato, la Cina con il Vice Primo Ministro, l’India, la Russia presente ma

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Intervista a Giuseppe Massaro

Il medico Giuseppe Massaro dedica tanta passione anche alla scrittura e alla saggistica storica Giuseppe Massaro – Pino per i familiari e gli amici – è medico e sessuologo, ma al culmine della sua carriera medica ha avvertito l’esigenza di dedicarsi alla scrittura, alla saggistica storica ma anche alla pubblicazione di una specie di “diario intimo” per liberarsi dei suoi assilli personali di natura psicologica. A tal proposito, il vescovo di Cassano all’Jonio, mons. Francesco Savino, nella postfazione di un lavoro di Massaro, annota:< l’autore è riuscito a scoprire e vivere di fede, a trovare la felicità affrontando e superando tutti gli ostacoli che ha incontrato durante il suo cammino>. Scopriamo di più nel corso di questa intervista. 1-Lei è medico, specialista in patologia generale, sessuologia e ostetricia-ginecologia: come mai si è dedicato alla scrittura con tanta passione?      <Necessità di distrarmi dalla mia materia>. 2-Dalla raccolta di poesie giovanili L’altra faccia, 1989 è passato alla ricerca sulla cultura popolare con Ditt’ e Dittate, 1995 e alla saggistica storica: chi o cosa lo ha spinto a indirizzare il suo interesse letterario in tale direzione?      <Esplorando le mie radici, la mia crescita e la curiosità con piacere di scoprire risvolti importanti>. 3-Il suo recente Ricatto Massaro ricostruisce un episodio legato a un suo antenato nel contesto del brigantaggio nella Sibaritide del 1872; si è ispirato soltanto al caso del suo congiunto o intendeva ricostruire il fenomeno del brigantaggio in Calabria?      <Dalla storia familiare con un’analisi più attenta è venuto fuori anche lo studio del fenomeno brigantaggio in Calabria>. 4-Nel volume Ditt’ e Dittate, che vuole essere un omaggio alla saggezza popolare e alle tradizioni della sua terra, la prefatrice -professoressa Pina Basile- osserva che <l’indagine, si snoda, attraverso percorsi di tradizione scritta e orale, tra fonemi dall’etimo greco, latino, arabo, francese e catalano>. In particolare cosa lo ha spinto a condurre una ricerca sulla tradizione popolare orale?      <Mi ha affascinato la continua scoperta di noi stessi attraverso la meravigliosa mescolanza di genti che dà l’effetto dei nostri usi e costumi piacevoli e interessanti>. 5-Con Diadema della Sibaritide, del 1997, continua le sue ricerche storiche pubblicando la monografia storica su Francavilla Marittima: vuole essere soltanto un omaggio alla sua comunità o vi sono altri motivi?      <Sì, la convinzione che le micro storie fanno la STORIA e in più colpito dallo sforzo, dal sacrificio degli antenati>. 6–Squarci di luce, voglia di cambiare, del 2015, è senza meno un diario intimo che contiene riflessioni, paure, incertezze annotate in un arco di tempo abbastanza ragguardevole. <Giuseppe Massaro si racconta con la prospettiva di liberarsi dalle dipendenze, dagli assilli, dalle ossessioni. Il dottor Massaro -continua Filippo Maria Boscia, professore di Fisiopatologia della riproduzione Umana e Bioetica dell’Università di Bari e Consultore pontificio- racconta la “conflittualità interiore” che a lungo non gli ha dato tregua e che ha cercato di superare dapprima con la psicologia, alla ricerca della fiducia in sé stesso, e poi con la religione sublimandola nell’amore cristiano salvifico>. Condivide l’analisi fatta dal professor Boscia?    <Sì, senz’altro. Il percorso, la condivisione dei lettori, vuole appunto giovare a chi è in difficoltà similare, come anche confermato nella postfazione da S.E. Mons. Savino>.                                                                            Martino Zuccaro    

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Intervista amarcord di C. Beccalossi

    Intervista amarcord   Suora cattolica nella Romania comunista. Condannata a 15 anni di galera come “spia del Vaticano”   Bucarest (Romania), febbraio 1993 – Se, per un miracolo biologico o per una capsula del tempo, fosse ancora viva, ora avrebbe ben 113 anni… Era lei che, in genere, nel passato, s’affacciava all’ingresso della Nunziatura apostolica in Romania per accogliere i visitatori. L’“avamposto” dello Stato del Vaticano a Bucarest, in Str. Pictor Stahi 5/7, s’apriva spesso con il sorriso di suor Chiara, al secolo Ecaterina Laszlo, 81 anni (nel 1993, n.d.a.), nata a Bacău, nella Moldavia romena. Dietro la sua dolce affabilità, però, si nascondeva il peso doloroso di ricordi che, ancora, la facevano piangere.    Certo era penoso frugare nel passato della suora, appartenente all’Istituto della Beata Vergine Maria, vittima d’una persecuzione religiosa particolarmente dura in Romania rispetto ad altri Paesi europei asserviti al comunismo. Era, ed è, importante sapere cosa avvenne allora…    Entrata in convento nel 1929 con voti perpetui dati nel ’40, suor Chiara, dal 4 gennaio 1938 al 19 luglio 1950, aveva sempre prestato servizio presso la nunziatura di Bucarest. E di quel 19 luglio la religiosa conservava ben nitidi i particolari.    «Dopo l’espulsione del nunzio (o reggente) mons. Gerald Patrick Aloysius O’Hara, in carica dal 21 maggio 1946 al 1950 – rammentava con palese emozione ed in un buon italiano l’interessata – restai nell’edificio, passato sotto tutela dell’ambasciata svizzera, assieme a tre consorelle. Agenti della Securitate (in italiano “Sicurezza”, sintesi della denominazione ufficiale del Departamentul Securităţii Statului, Dipartimento di Sicurezza dello Stato, servizio segreto della Romania comunista, n.d.a.) c’intimarono d’aprire la porta per cercare all’interno la… “bomba atomica”. Con una candela in una mano ed un’arma nell’altra, perquisirono dappertutto e, abbattuta la porta della cappella, vi scoprirono un vescovo nascosto. Poi, ci dissero di raccogliere indumenti ed oggetti personali sufficienti per un paio di settimane e ci portarono via».    «Ci rinchiusero a due a due in celle della Securitate, a Bucarest. Durante gli interrogatori ci promisero di lasciarci libere a condizione d’abbandonare la vita monacale oppure di diventare monache ortodosse o, ancora, di trasformarci in informatrici spiando preti cattolici. Inutile dire che a simili proposte rispondemmo con un secco rifiuto. Per due settimane rimasi nella prigione di Jilava, vicino a Bucarest, in un deposito di munizioni a venti metri sotto terra».    «I successivi interrogatori per sei mesi presso il ministero degli Interni si svolsero in piccole stanze, davanti a cinque o sei ufficiali intenzionati a confondermi. Pregai dentro di me e mi convinsi a non avere paura perché lo Spirito Santo m’avrebbe aiutato a rispondere. Un capitano, facendomi una serie di domande, mi colpì sulle ginocchia con i suoi speroni di ferro, altri bestemmiarono. Nelle stanze vicine sentivo donne urlare ed un pugno sul petto mi procurò un’emorragia interna che mi fece sputare sangue. Non mi fidai a bere quanto mi portarono e considerai chi mi maltrattava strumenti nelle mani di Dio per purificare la Chiesa. Dissi a chi mi torchiava delle mie preghiere per lui e la sua famiglia e questi mi rispose d’essere passato da credente a torturatore. Replicai che avrebbe dovuto rispondere a Dio».    «Il 5 gennaio 1951 mi vollero ancora interrogare. Mi misero occhiali completamente oscurati per non farmi comprendere dove andavamo. Ricordo d’una stanza di tortura sulla sinistra. Rividi il capitano con un dossier sui miei interrogatori».   «Nel 1952, dopo due anni dall’arresto, durante il venerdì santo ortodosso, venni sottoposta a processo davanti a sette giudici militari ed insieme ad altri tredici imputati. Dichiararono che “il capo bandito Papa di Roma aveva dato denaro al nunzio perché, attraverso i vescovi, finisse nelle mani dei partigiani che combattevano il governo”. Il processo iniziò alle ore 8 e terminò alle 22, senza nessuna parvenza di legalità, anche perché gli eventuali testimoni a favore, compresi gli avvocati difensori, non sarebbero più tornati a casa. Concluso il dibattimento a senso unico, ognuno di noi ebbe diritto di parlare ed il vescovo imputato affermò d’essere contento di venir giudicato il venerdì santo. Tutti fummo condannati come spie del Vaticano a pene che andavano dal minimo di quattro anni all’ergastolo. Io presi 15 anni ed il vescovo il carcere a vita».    «Quattro anni di detenzione li trascorsi in una prigione a Mislea, tra Ploieşti e Sinaia. – riferiva suor Chiara tra le lacrime – Rinchiusa con altre 650 donne, per la maggior parte studentesse. Nel ’56 mi trasferirono due mesi a Timişoara per interrogarmi e ripropormi un ruolo da spia in cambio della libertà e, poi, in un carcere a Miercurea Ciuc. E dal ’63 fino al 15 aprile 1964, data della mia liberazione, rimasi in una prigione di Oradea. Di 15 anni comminati ne scontai 12 più i 2 di segregazione preventiva».    «Scarcerata, entrai in un monastero a Popeşti-Leordeni, presso Bucarest, ma mai mi sarei aspettata di rimettere piede nella nunziatura dopo tanti anni di drammatica lontananza. A rivoluzione contro Ceauşescu ormai conclusa, autorità del Vaticano si recarono a controllare le condizioni dell’ex rappresentanza della Santa Sede. Credo fosse stata adattata a centro per l’addestramento di frange paramilitari di stampo repressivo, dato che vi venne trovata una cella con fili elettrici per probabili torture. La nunziatura venne riconsegnata al Vaticano il 26 giugno 1990. La riprendemmo padre Tataru, padre Vortos ed io. Successivi lavori di restauro permisero l’inaugurazione ufficiale della Nunziatura apostolica il 5 novembre 1992. Dio ha voluto anche il mio ritorno tra le mura da cui, nel ’50, venni trascinata via».      Nota – Le autorità comuniste di Bucarest denunciarono il concordato del 1927 tra la Romania e la Santa Sede il 17 luglio 1948, rompendo unilateralmente le relazioni. Perseguitarono pure i fedeli greco e romano-cattolici del Paese. Suor Chiara assunse il ruolo storico di testimone diretta dell’evacuazione della nunziatura in quanto, all’epoca, amministratrice, contabile. Il modo in cui subì l’arresto le fecero pensare alla cattura di Gesù nell’Orto degli Ulivi. A differenza sua, le religiose prelevate con lei vennero liberate dopo

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Tania Di Giorgio in intervista

               TANIA DI GIORGIO                Il dono della voce. Unica     Tania Di Giorgio dotata d’occhi profondi  penetranti  e capelli neri corvini, si muove piena di grazia e leggiadria, nelle vesti di soprano lirico  esibendosi  stavolta nel suono pulsante del rosso rubino a corollario del libro “Il bacio da sfogliare” di Ilaria Guidantoni per “Cinque sensi” editore.Nel corso della sua professione alla RAI,  è stata notata anche da Michele Guardì e voluta appositamente  per: “I fatti vostri” facendo infiammare i telespettatori. D’altronde che è uno splendido puledro, si vede e si ascolta avendo cantato in tutto il mondo in luoghi belli e prestigiosissimi  arrivando a cantare sino ad Ushuaia che si trova in capo al mondo. Non è uno scherzo, decisamente in capo alla terra visto che è una località di villeggiatura argentina  zona nell’arcipelago ‘Terra del Fuoco’ soprannominato ‘ la fine del mondo ‘. Richiesta  persino al ‘Metropolitan’ della “Grande Mela” si distingue anche nel campo della musica barocca in Italia, Europa e Russia, nonché in altre parti del mondo alternando i suoi concerti presso Chiese, Hotel, Pala, Teatri ed appositi spazi musicali. Una della sue ultime esibizioni è stata nella capitale presso la “Sala del Campidoglio” per il Giubileo a Roma, voluta fortemente dal Consigliere Comunale di “Roma Capitale” –  Presidente della “Commissione Giubileo” Dario Nanni,  e dal “CFU – Italia Odv”,  associazione che si occupa della cura  della fibromialgia. Stavolta la  location dell’incontro è  “Hotel Villa Tiziana” presso “Le Focette” Marina di Pietrasanta ed ex cinema. Luogo che colpisce per  l’oasi – giardino respirato nell’immenso spazio del complesso, ove è piacevolissimo essere serviti dall’attento e premuroso staff professionale nel porgere aperitivi e stuzzicherie varie, prima della cena. Il salone colazione, pranzo e cena luminosissimo, offre specialità del territorio locale espresse, accontentando anche altre esigenze dal momento che i fedelissimi clienti da anni ed anni, ritornano nella splendida struttura marina del mare Tirreno vivendo cultura, arte, storia e tradizioni, abbracciati dalle Alpi Apuane. Luogo mondano d’eccellenza, si caratterizza per aver segnato la storia del costume italiano d’anni ’60, per il Carnevale ripetuto ogni mese di febbraio la cui maestria è data dai famosi ‘carristi’, ed ancora per il “Festival Internazionale della Satira” nell’ampio  museo. Sprofondata in una bella poltrona, raggiungiamo la Di Giorgio  mentre racconta di vivere a Roccasecca, provincia di Frosinone. “Luogo che ha dato i natali a Severino Gazzelloni per la musica, nonché a San Tommaso D’Aquino di cui quest’anno ricorrono gli 800 anni della nascita. Logico appuntamenti ed incontri a lui dedicati, con tanto di festeggiamenti in corso. Questo per dire che  è una terra che amo moltissimo nonostante sia nata a Roma.” Studiando al prestigioso “Conservatorio Santa Cecilia”. “Esatto, mio primo passo, continuando poi privatamente poiché avevo famiglia, marito e due  splendidi pargoletti. Districarmi non fu  facile, ma ci riuscii.” Come nasce questo “Bacio da sfogliare?” “Conoscendo Ilaria a Roma presso la “Chiesa degli Artisti” in piazza del Popolo  per una sua presentazione assieme agli editori, entrammo subito in sintonia dando vita a questo duetto lirico e musicale. Perché il bacio “ce sta…ce sta.” Sta bene ed ovunque. Lei moto carina, mi fece  improvvisare qualche aria del mio repertorio musicale, il pubblico fu entusiasta…e da lì è partito tutto. Seguirà replica sempre qui al ‘Tiziana’ il 17 di agosto, per poi proseguire a Napoli , ritorno  ad esibirci in Versilia, e…vedremo! dal momento che piovono richieste.”  “Perché tutto questo  piace molto  lei mi chiede? Perché esiste  una letteratura musicale che parla del ‘Bacio’ affrontato nella musica antica sino ai tempi odierni.” Effettivamente l’esibizione di note romantiche diventano  via via sempre più aggressive, spargendo  nell’aria vibrazioni vitali per il nostro equilibrio psico-fisico. Le mani battono a suon di ritmo, applaudendo poi calorosamente alla fine per ‘ Bèsame Mucho’ di Velàzquez, profondamente   veemente e nostalgica. Seguono  “I te vurria vasà”, note delicatissime che, nel giardino di malvarosa, rievocano l’intimità dei  due  amanti, ed ancora “L’ultimo Bacio” di Francesco Paolo Tosti dalle note stupende, richiamanti anche il film di Muccino. Finito? Quando mai! “Musica proibita” di Gastaldon è come se incorniciasse “i tuoi capelli neri, le labbra tue e gli occhi tuoi severi”, arrivando a gran richiesta “Ave Maria” di Gomez  con chitarra della Giorgio, dedicata a tutte le mamme. Immancabile ‘A’ Vucchella’. Signora Tania, splendida e bellissima in questo raffinato completo con gioielli luccicanti che la riflettono in pieno, ci può fare la genesi della ‘A’ Vucchella’ e perché spunta D’Annunzio? “Fu composta dal grande  Francesco Paolo Tosti, con parole d’annata 1904, del mitico ‘Vate’. Approfitto per osservare che Il prossimo anno, Abruzzo sarà capitale della cultura e, guarda caso, proprio questo grande poeta, era abruzzese. Immaginatevi le celebrazioni in suo onore! Dunque, ‘vucchella’ sta per boccuccia e fu interamente scritta ai tavolini d’un caffè quando D’Annunzio lavorava a Napoli, fine ‘800, collaborando al  ‘Mattino’ e “Il Corriere di Napoli”. Bravo e scellerato, di getto scrisse sul marmo d’un tavolino del Gambrinus, tale storia nata  per accattivarsi l’amore della  bellissima donzella mentre degustava o’caffè. Tavolino conservato poi da quel furbo cameriere di nome ‘Ciccillo’. Ehhh,  mica scemo Ciccillo nella sua saggezza napulitana! “Eh, mentre ‘Ciccillo’ più tardi recuperava il marmo, a D’Annunzio fu intimato di  scriverla in fretta e furia, in napoletano. Proprio  lui che era  abruzzese! Morale? Una operazione audace, dubbiosa assai, con tanto di  scommessa  vinta da parte d’entrambi. Il seguito è questo  brano musicale immortale, richiesto ovunque.” E poi? “E poi  e poi ! Sta di fatto che A’ Vucchella’ lasciò a piedi entrambi!” La risata è all’unisono per questa vecchia edizione della ‘Ricordi’, sempre piacevolissima ascoltarla. “Si comm’a nusciurillo…tu tiene ‘na vucchella’….appassionatella…” e via di seguito. La fantasia adesso  mettetela voi!     Carla Cavicchini –   [email protected] Nelle foto: Tania Di Giorgio 

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Nelle tue mani. le sculture di Matteo Pugliese tra forza, fragilità e trasformazione

Intervista a cura di Silvia Gambadoro     Fino al 6 luglio 2025, Palazzo Merulana, sede della Fondazione Elena e Claudio Cerasi, gestita e valorizzata da Coopculture ospita «Nelle tue mani», personale dello scultore Matteo Pugliese, a cura di Carmen Sabbatini. L’esposizione è realizzata con il patrocinio di Roma Capitale e con il contributo di Zurich Bank, sponsor ufficiale. Incontriamo Matteo Pugliese tra le sue opere, nelle sale di Palazzo Merulana. Lo scultore, già protagonista nella collezione permanente del palazzo con Gravitas, presenta la sua mostra personale. La mostra raccoglie opere già esposte in molte città del mondo da New York a Hong Kong. Il percorso espositivo si snoda in quattro sezioni: Extra Moenia, I Custodi, Scarabei, Pachamama, quest’ultima dedicata all’archetipo della Grande Madre. La mostra attraversa vent’anni di lavoro  e racconta un percorso umano prima ancora che artistico. Scultura come memoria, libertà, denuncia e intuizione. Una conversazione in cui forma e pensiero si intrecciano, esattamente come nel suo lavoro.   Cominciamo dal principio. Quando ha capito che l’arte sarebbe diventata la sua strada? Ormai posso dirlo con chiarezza: l’arte è sempre un terreno ambiguo, fragile, e vivere d’arte, ancora oggi, è qualcosa che per molti resta difficile da concepire. Anche nel mio caso è andata così. Da ragazzo desideravo iscrivermi all’Accademia di Belle Arti, volevo studiare, formarmi. Ma i miei genitori mi dissero: “No, non è una strada. Trova un altro lavoro, poi nel fine settimana potrai dedicarti a questa tua passione”. Così mi sono laureato in Lettere Moderne. Una scelta diversa. Ma la verità è che l’arte mi ha sempre richiamato. Una passione costante, ostinata, che mi ha riportato sempre lì, nel mio mondo.   E oggi quel mondo prende forma in una mostra personale. Che significato ha per lei questa esposizione? Esporre in un luogo come Palazzo Merulana ha per me un valore particolare. È un luogo ricco di storia, ma anche vivo, accessibile. Vedere le mie opere accanto all’interesse di tante persone e all’attenzione di una realtà importante come Zurich, che ha sostenuto la mostra, è qualcosa che mi emoziona profondamente. Sento che questo percorso, iniziato quasi per necessità, oggi ha trovato un suo spazio, una sua voce.   Lei non ama spiegare le sue opere. Perché? Perché credo che l’arte non vada spiegata. L’arte va percepita. Se un’opera non trasmette qualcosa da sola, allora forse ho già fallito. Mi viene in mente un episodio che ho sempre amato: Leonard Cohen, grande poeta canadese, era stato invitato in radio per leggere una sua poesia. Quando la conduttrice gli chiese cosa volesse dire con quei versi, lui alzò gli occhi al cielo  e la rilesse. Tutto era già lì. Nessuna spiegazione poteva aggiungere qualcosa. Ecco, la mia visione è simile. La mostra si articola in quattro serie. Ci racconta come sono nate? Ogni serie corrisponde a un momento preciso della mia vita, non solo artistica, ma esistenziale. La prima, Extramoenia   raccoglie sculture nate in un periodo piuttosto tormentato. Le figure cercano una rinascita, si liberano da qualcosa che le opprime. Ero in un momento in cui sentivo il bisogno urgente di uscire da una realtà che non mi apparteneva. Le sculture sono diventate la mia via d’uscita. La seconda serie “I custodi” invece sembra raccontare un momento nuovo…  Sì, è una fase diversa, più leggera. si tratta di figure che hanno una funzione apotropaica, sono armate ma non vogliono essere violente, io le ho immaginate a difesa della nostra casa, del nostro spazio sacro. Ogni religione ha delle figure predisposte per allontanare gli spiriti maligni o proteggere i suoi fedeli. La proporzione classica delle corporature è deformata per trasmettere un’idea di sicurezza.  E sono fatti di materiali diversi, ce n’è una realizzata con migliaia di zip. È una serie in cui emerge un equilibrio nuovo, una certa serenità. E mi piace che possano convivere nella mia opera registri differenti. Siamo esseri complessi, non lineari. Contraddittori. E l’arte, per me, è proprio lo spazio dove questa complessità può trovare forma. Poi arrivano gli scarabei. Un altro cambio di tono. Una serie più giocosa, più ludica, ma non per questo meno intensa. È anche una serie di grande sperimentazione, soprattutto nei materiali. Bronzo, alluminio, argilla, ceramica, resina… Ogni materiale ha un proprio linguaggio. Lo scelgo non solo per un fatto tecnico, ma per ciò che riesce a suggerire, a evocare. La libertà di cambiare materiali, tecniche, approcci è una delle cose che amo di più del mio lavoro. Una delle opere più forti della mostra è ispirata all’Ultima Cena di Leonardo. Ma ha scelto di rappresentarla solo con le mani. Perché? Questa è forse l’opera di cui sono più orgoglioso: le mani sono l’unica forma presente. Abitando a Milano ho avuto la possibilità di vedere più volte il Cenacolo. E mi ha colpito come tutta la drammaticità della scena sia affidata alle mani: mani che si interrogano, si accusano, stringono denari, trattengono rabbia. Ho voluto raccontare tutto questo solo attraverso le mani. È la mia personale lettura di un capolavoro che mi ha sempre affascinato. Alcune opere, invece, sembrano nate per caso. È così? C’è un’opera in particolare che è nata in modo del tutto spontaneo. In studio si erano accatastate delle terre cotte, alcune culture incompiute e frammenti di lavori lasciati lì nel tempo. Un giorno, guardandoli, ho sentito che trasmetteva qualcosa. E’ nata così, spontaneamente, un’opera vera e propria, senza pianificazione, una sorta di “creazione involontaria”.Questo mi ha divertito molto: oggi si parla tanto di arte concettuale, ma a volte le cose più interessanti nascono senza progetto, per forza propria.   C’è anche una scultura che affronta un tema doloroso: la violenza sulle donne. È un’opera volutamente disturbante. E’ una figura classica, sfigurata: il volto è devastato, il corpo è spezzato. Ho voluto congelare quel momento di violenza come fosse una fotografia. E’ una ferita che dobbiamo continuare a guardare, a denunciare.   L’ultima sezione della mostra è dedicata alla Madre Terra. Cosa rappresenta questo tema? È il nucleo più recente del mio lavoro, e probabilmente il più personale, nasce da una

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Verso i referendum popolari abrogativi (art. 75 della Costituzione)

     Come tutti sanno (o dovrebbero sapere) l’8 ed il 9 giugno si terrà il referendum abrogativo dai cinque quesiti e dalle altrettante schede, quattro sul tema del lavoro ed il quinto sulla cittadinanza.    L’attualità vede maggioranza ed opposizione divisi, con una sinistra che invita ad andare al voto sottolineandone l’importanza e la controparte che fa propaganda per l’astensionismo.    Va ricordato che la parte dedicata al lavoro è frutto dell’iniziativa del sindacato CGIL, con il segretario Maurizio Landini come protagonista, mentre quella sulla cittadinanza emerge dalla raccolta firme dei vari partiti di sinistra. Sinistra che, per non dare all’occhio, ha inserito l’“intruso” della cittadinanza in mezzo a questioni connesse al lavoro, con la scusa dell’andare a votare tutto nell’interesse dei lavoratori. Anche se ai promotori non interessa tanto quest’ultima categoria ma hanno in testa i due milioni e mezzo di stranieri regolari che, in poco tempo, diventerebbero cittadini italiani ed un futuro cassetto elettorale.    Pertanbto, anche se una percentuale di italiani ritiene abrogabili i quesiti sul lavoro, alla quinta domanda iniziano a storcere il naso, chiedendosi se valga la pena andare a votare per favorire il raggiungimento del quorum (ovvero il 50%+1).    Sintomatiche sono state le risposte date da tre personaggi pubblici incontrati a Firenze, nel corso dell’evento “Spazio cultura. Valorizzare il passato, immaginare il futuro” organizzato dai gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia alla Camera ed al Senato, tenutosi presso il Teatro “Niccolini”.    Alla fatidica domanda: «Ma quanta importanza dà a questo referendum?», il presidente del Senato Ignazio La Russa ha subito replicato: «Una piena insufficienza: 3!».    Il direttore responsabile de “Il Tempo”, Tommaso Cerno, ha obiettato: «Il peso di questo referendum è quello d’una bella giornata di sole. Si festeggia un partito che, oltre ad aver governato senza vincere, chiama fascista quello che governa con i voti, ma che passa il tempo a fare e votare delle leggi che non gli piacciono, portando ad un referendum da 140 milioni di euro che paghiamo noi… Per cosa, poi? Semplicemente per vederli litigare tra loro? Ma se devono fare il congresso del Partito democratico non se lo possono pagare da soli?»    Pietro Senaldi, condirettore di “Libero”, ha drasticamente ribattuto: «Il referendum è la sinistra che si conta. Se otterrà tanti consensi è successo, Landini dichiarerà d’essere il vero capo della sinistra perché penserà d’essere quello che ha unito la gente. Se, invece, dovesse risultare un flop, nessuno si prenderà le responsabilità del fallimento».    Il conduttore, giornalista ed opinionista Giuseppe Cruciani ed il conduttore televisivo, giornalista e saggista Mario Giordano, interpellati nel corso del Festival letterario “Soave Città del libro”, hanno reagito all’interrogativo: «La destra che chiama all’astensione dimostra un atteggiamento antidemocratico od una semplice libertà d’espressione?».    «È una facoltà assolutamente legittima. – ha affermato Cruciani – L’hanno sempre fatto tutti, da sinistra a destra, indistintamente. L’astensione è una delle opzioni possibili, perciò perché criticare più di tanto?»    D – Ed il valore di questo referendum?    «Bah… Io, sinceramente, non penso d’andare a votare. Il sistema del referendum è una di quelle cose che, nel corso del tempo, s’è persa totalmente, quasi a spegnersi. Non siamo più ai tempi di Pannella. Concludo pronosticando che questo referendum non raggiungerà il quorum».    «Una delle modalità di voto è l’astensione. – ha rimarcato a sua volta Mario Giordano – Lo hanno fatto tutti, esponenti sia di sinistra e sia di destra, invitando i cittadini all’astensione. Non si tratta assolutamente d’antidemocrazia, ma di scelta d’una delle modalità previste»    «La portata di questo referendum? È uno strumento di democrazia diretta, per cui ciascuno decide quanta rilevanza dare. La fortuna è quella di rivolgersi direttamente ai cittadini. Per quanto mi riguarda, appoggio la linea del non andare a votare. Quattro referendum sul lavoro, a mio avviso, non sono incisivi e quello sulla cittadinanza è negativo. Perciò io, personalmente, non andrò a votare. Poi, ognuno è libero di pensarla come vuole». Servizio e foto di Alessandro Beccalossi

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METTI UNA SERA AL SANTUARIO

Le varie  eccellenze artistiche a Partenope   Veri e propri incontri graditissimi, hanno siglato “Metti una sera al Santuario “, splendido momento  d’arte musica e teatro, nell’  affascinante ‘Napule’ presso il Santuario dell’Immacolata a Chiaia di Via F.lli Magnoni. Grazie alla partecipazione straordinaria del soprano Tania Di Giorgio che ha condotto l’incontro insieme alla pianista Monica Vanin, sul palco sono saliti ospiti illustri quali Patrizio Oliva, Luciano Ceriello, Alessandro Maugeri, Pasquale Severino, Elisa Cantagallo, Carla Cavicchini,  Chloe Zang, Anna, Oledzka, Annarita Garofalo, Martina De Rosa, Chiara De Rosa, Carmen De Rosa, Domenico Di Conza, ricevendo  il prestigioso  premio “La palma d’oro.” L’evento unico e straordinario svolto in uno dei luoghi più iconici del culto mariano, uno  tra i più belli nella città del sole, ci  ha fatto immergere nella grande cultura locale e non solo grazie a  personaggi distinti per meriti vari, con sguardo attento nei confronti del sociale. Il risultato? Un forte messaggio d’amore e di pace in questo momento storico travagliato assai, colpito da guerre, riscaldamento globale  e disastri ambientali, con forte speranza di rinascita per un futuro migliore.      Patrizio Oliva non ha bisogno di molte presentazione mentre di fronte al folto pubblico racconta d’essere senz’altro  napoletano, con provenienza tuttavia di genitori calabresi. “La mia vita attuale? Direi decisamente intensa! Quella precedente? Beh…presumo interessante visto che nel mese di giugno la Rai inizierà le riprese del mio vissuto.” Simpatico e solare come tutte le persone del sud coi suoi capelli brizzolati  ben scolpiti, gli domandiamo del suo pugilato e di quello in generale, dal momento che lo considera altamente formativo. “Eh, certo, come no! Quando un ragazzino…parliamo d’un tredicenne circa visto che si inizia a quell’età… ha il coraggio di salire sul ring trovandosi solo e puntando tutto su se stesso, ecco! ecco che in quel momento avviene la  crescita, quella straordinaria  scuola di  vita  che ti fa di ragionare da vincente, in ogni settore. Un esempio? Ai miei 4 figli ho fatto fare sport non a livello agonistico, bensì a livello educativo. Devi sapere che Alessandra, la prima che tirava di boxe con me, doveva fare uno dei concorsi più difficili in Italia: quello da diplomatico. Arrivo: “Figlia mia, adesso suona il gong, papà tuo scende e ti ritrovi sola col tuo avversario. Ecco, in  questo momento, devi puntare solamente sulle tue capacità, su come ti sei allenata e su  come ti sei comportata, dal momento  che il ring rappresenta la vita. E ricorda, non sperare mai che qualcuno ti aiuti, poiché questo non succederà mai! Parole interessanti e formative le sue come uno sprone maggiore, che porta ulteriormente  ad affinare noi stessi. “Esatto, sai come è andata a finire? Che ad Alessandra nel  mentre tutte le amiche la incitavano a smettere nella carriera diplomatica  pensando ai figli,  lei stessa, forte dei valori acquisiti, facendo  tutto di testa sua,  studia, studia ed ancora studia,  beh, oggi è console a New York. “ Che bello…ma è fantastico! L’orgoglio di papà suo sarà alle stelle!!! Sorrise adesso  Patrizio Oliva non nascondendo gli occhi lucidi del fiero, fierissimo papà Bene, ultima domanda visto che altre persone ti attendono per premiarti: oggigiorno sono molte le donne boxeur? “Si, decisamente, un numero che aumenta sempre più. Donne toste ancor più aggressive di noi uomini . Sai una cosa Carla? Personalmente ho visto un sacco di pugili paurosi sul ring, e mai, dico mai, una donna piena di paura! Addirittura si sfidano a volto aperto senza nemmeno darsi il buongiorno! Hai avuto modo anche di lavorare  anche con Cassius Clay? “No, l’ho conosciuto, però  essendo di due epoche diverse, lui del ’38, io del ’59…capisci. L’incontrai  a Milano in un programma di Gianni Minà assieme a Nino Benvenuti e credimi, trovarmi difronte a due veri e propri fari del pugilato…ho   già detto tutto. Una vera e propria fonte d’ispirazione. “ Incalzato più  tardi  da Tania Di Giorgio sui  suoi  trascorsi di quando era bimbo e poi fanciullo, racconta d’essere venuto dalle macerie dell’infanzia con seguito dello   sport ‘salvavita’ “ Oggi mi dedico ai ragazzi che hanno bisogno d’aiuto morale, psicologico e fisico e ricevere questo premio nella mia città,  mi fa estremamente piacere visto che la mia carriera è stata e continua ad essere un esempio per tanti giovani capaci di credere che la strada del successo sia quella veloce e comoda. Niente di più sbagliato, così si cresce senza carattere e senza spina dorsale. E’ basilare pertanto formare  una gioventù forte, capace d’accettare le proprie debolezze,  trasformandole in punti di forza. Oggigiorno esistono troppi ragazzi allo sbando, una vera e propria emergenza sociale dal momento che già a 13, 14 anni, delinquono senza provare emozioni. Le cause sono molteplici: in primis metterei la mancanza di una sana guida familiare, ed ancora questa scuola che dovrebbe prodigarsi maggiormente. Quello che avviene è molto pericoloso, così facendo perdi la propria identità verso un percorso estremamente superficiale mentre l’affetto, ‘ragà’, non si compra  con i soldi, bensì coi valori giusti!” E’ il momento della pausa musicale con Tania  elegantissima e magistrale come sempre, che  accorda le note della chitarra sino a trovarne l’intonazione. Seduta sulla sedia flette  regalmente il busto cantando  ora l’Ave Maria di Gomez, ora  Fratello Sole, Sorella Luna di Ritz Ortolani, ora Gabriel’s oboe di Ennio Morricone. A’ Vucchella’  di Francesco Paolo Tosti su parole di D’annunzio, è richiestissima facendo scrosciare letteralmente d’appalusi  il Santuario dell’Immacolata a Chiaia come del resto accade anche per Imagine di John Lennon. Beh…cavalli di razza si nasce!     Prosegue più tarda Patrizio  Oliva avvolto nel suo bel completo casual e raffinato, osservando che il lavoro degli insegnanti dovrebbe essere pagato molto ed ancora molto di più, “ dal momento che parliamo di educatori, e che la loro missione è anche quella di far ben crescere i fanciulli. D’obbligo il ritorno allo sport che, imponendo il rispetto delle regole, della solidarietà, tolleranza e disciplina  nei confronti dell’avversario,  attua automaticamente  quella forma di  educazione civica nei confronti di leggi, ambiente e persona in generale, con

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Intervista con Giuseppe Bellantonio

La Massoneria in Italia, 2 intervista a Giuseppe Bellantonio, Presidente della Comunione di Piazza del Gesù Interviste & Opinioni Albero della vita Di Redazione Del 20 Marzo 2025 alle ore 13:19 Notizie e curiosità, al pari di eventi di cronaca spicciola, richiamano con frequenza alla Massoneria, ai suoi contenuti storici, filosofici, etici e morali, ma anche a tutta una serie di interrogativi che sembrano renderne il futuro ancorché prossimo quantomeno incerto e contrassegnato da ostacoli. Oggi pubblichiamo in esclusiva nazionale su questo quotidiano, ‘Il Corriere Nazionale, la seconda parte di una intervista a Giuseppe Bellantonio di Torradrano, Presidente della storica “Comunione di Piazza del Gesù” oltre che dell’ “Accademia di Alta Cultura” e Gran Maestro della ”Serenissima Gran Loggia Nazionale Italiana degli Antichi Liberi ed Accettati Massoni”. Prima intervista al seguente link Lo scopo del nostro Network è quello di offrire elementi chiari di lettura non solo ai curiosi e agli studiosi, ma soprattutto a quanti – già inseriti nei più diversi contesti che alla Libera Muratorìa possano più o meno esplicitamente richiamarsi – hanno visioni incomplete quando non confliggenti e persino parcellizzate da bizantinismi interpretativi o applicativi. (seconda e ultima parte) D: Può darci alcuni chiarimenti specifici? È noto che nel 1717, a Londra, quattro Logge si riunirono – come usava allora – nella birreria ‘The Goose and Gridiron’ decidendo di fondare la Gran Loggia di Londra. Questo è l’atto di nascita della massoneria speculativa ‘moderna’ ben distinta dalla tradizionale libera muratorìa medievale (quella degli operativi, dei costruttori). Questa Gran Loggia divenne il modello di immediato riferimento non solo per la Massoneria inglese ma, con grande rapidità per la Massoneria europea. E non solo, se pensiamo alla costituzione del Supremo Consiglio degli Stati Uniti d’America nel 1801 a Charleston: dalla sera alla mattina, nottetempo, spuntarono SGIG 33°  Il 1717 non sta a indicare soltanto la nascita della c.d. ‘Massoneria Moderna’, eminentemente speculativa, determinata sotto l’egida operativa della Royal Society e quindi sotto la diretta protezione e il sostegno, della Corona Inglese, come lo è tuttora. La data è anche storica tanto per la nascita della Gran Loggia di Londra, ma anche per il rapido avvio del c.d.  sistema delle Grandi Logge, saldatosi nel 1813 con la nascita della United Grand Lodge of England grazie all’unione dei ‘Moderns’ e degli Antients’. Fin qui tutte cose ben note. Meno noto è che con il sistema delle Grandi Logge, le Logge che vi confluivano – e che fino allora avevano goduto di Autonomia, Libertà, Indipendenza e Sovranità – persero tali prerogative, divenute così mere citazioni del tutto simboliche quanto inconcrete (come spesso ho sostenuto, forzando la mano, soldatini in ordine e bella uniforme, con il fuciletto sulle spalle. Ma con il turacciolo sulla punta). Le Logge, in barba alle loro singole prerogative, divennero così ‘sottomesse e obbedienti’ a una Gran Loggia e ai suoi vari organi dirigenti (Gran Maestranza e Gran Loggia di amministrazione), come pure vennero sottoposte a un insieme di tariffazioni, per cui tutto diveniva ‘concessione’ a fronte della quale andava corrisposto un qualche contributo. Faccio un esempio personale quanto banale: se il mio percorso all’interno della struttura è proficuo, così da meritare il riconoscimento di un qualche grado, perché al conferimento di questo devo pagare? Ossia, ‘tu’ mi premi e io devo pagare? Ecco, uno dei mali attuali: l’iscritto, l’aderente, alla fin fine è un utile soggetto pagante che, spesso, non trova contropartite di qualità. Uno degli strumenti utilizzati per sostenere queste dinamiche, sono stati i famosi (o famigerati…) ‘riconoscimenti’ per perseguire i quali si acconsentiva ad accettare la sudditanza da un soggetto che era riuscito a triangolare riconoscimenti e amicizie disciplinate da trattai ufficiali (ma, guarda caso, non tutti i Trattati sono buoni…). Sudditanza che è collocata fermamente all’opposto delle originarie autonomie di libertà, autonomia, indipendenza, sovranità. Cedute a una qualche Gran Loggia dalla quale poi dipendere non solo amministrativamente ma anche ritualisticamente. Ma le storture sono anche altre: torniamo al pratico adeguarsi a uno standard stabilito altrove, come pure ‘beandoci’ indirettamente di un qualche ‘riconoscimento’ in capo alla struttura cui la mia Loggia fa vertice. Mi segua, per favore: mi iscrivo a una Loggia Italiana; il suo capo è denominato presidente o venerabile; la Loggia inizia a operare autonomamente godendo delle prerogative e autonomie sopra indicate, sotto il coordinamento del presidente/venerabile; un bel giorno, questa struttura decide di aderire a una struttura più grande e organizzata, una Grande Loggia, ‘facendo vertice’ sulla stessa; i meccanismi standard comunemente seguiti prevedono una specifica richiesta dell’aderente e una nota di corredo sottoscritta da tutti i componenti che esprimono obbedienza e sottomissione al legale rappresentate di detta Gran Loggia e alla Gran Loggia stessa, accettandone ogni norma vigente. Seguendo la trafila – sempre basandoci su una semplice unità, la Loggia – abbiamo: sette Fratelli costituiscono una Loggia regolare; tra di loro designano un Presidente/Venerabile per coordinarli e dirigerli nel pieno dei loro diritti e delle loro prerogative; a un certo punto, rinunciandovi, fanno vertice su una Gran Loggia, il cui GM diventa il loro vertice sacrificando anche parte dell’autorità del Venerabile; se questa Gran Loggia è legata al sistema (ambito…) dei ‘riconoscimenti’ la stessa fa chapeau! All’ente da cui viene riconosciuta, dal quale inizierà a prendere disposizioni e quindi agendo in conformità; scavalcata l’autorità del Venerabile a favore del GM e scavalcato questo dagli accordi spesso vincolanti con l’ente estero che rilascia il ‘riconoscimento’, il semplice Fratello membro di quella Loggia ed elemento portante delle stessa si trova ad avere come proprio punto apicale di riferimento un Gentile Dignitario straniero. Che con l’iniziale energia propulsiva costituente la Loggia, non c’entra proprio. Io ho iniziato il mio percorso su questo Mondo chiamato Terra – anche se posso sentirmi ‘cittadino di un più ampio Universo’ – e francamente di appartenere a una sorta di ‘catena’ che alla fine si scappella davanti al Princeps Venusiano sol perché costui mi dà la formula dei friarielli intergalattici sempre croccanti, facendomi entrare nel novero dei miracolati detentori di tale succulenta formula, ce ne corre e molto. Attenzione, Direttore, non sto ‘dissacrando’, sto solo semplificando e di molto architetture che nel tempo hanno determinato

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Mimma Cucinotta intervista il regista Fabrizio Catalano

Verità e denuncia di Leonardo Sciascia: il regista Fabrizio Catalano prosegue l’opera del nonno Intrervista a cura di Mimma Cucinotta – direttore responsabile Paeseitaliapress.it Sommario: Una incursione nel mondo esplorativo e di denuncia di Sciascia.  L’indagine anche se in una mutazione di genere  è ancora in corso nella versione artistica in Italia e all’estero. La scomparsa di Majorana a Teatro e Todo Modo per la regia di Fabrizio Catalano brillante autore cinematografico, di saggi  spazi di opinione. Una delle poche, autentiche voci scomode rimaste.  Un sopravvissuto. Un irregolare. Sul filo  della intelligibilità densa e netta  di Leonardo Sciascia. Che di Fabrizio Catalano fu il nonno. Da un processo che guarda alla verità all’interno di una indagine di superamento del  pensare monolitico e pacificatore, esaltando le differenze  in una logica dialettica, Dunque quello di Sciascia, un viaggio verso la verità. Per la verità.  Uno scavo nel dubbio e nel mistero anche sfidando la scienza tra i massimi interpreti che con chirurgico preveggente spirito critico è senz’altro Leonardo Sciascia un viaggio verso la verità. Per la verità.  Uno scavo nel dubbio e nel mistero anche sfidando la scienza. Al centro il tragico. In un processo esplorativo nella storia della civiltà, la tessitura di costruzioni sociali e storiche sviluppa una trama che intreccia teorie del potere ad analisi trascinanti nel captare particolari minimi e grandi della realtà. Presentato nei suoi tratti fondamentali l’esame ridefinisce il “ritratto” contro costruzioni di verità surrogate intorno a dinamiche spesso accolte come certe, capaci di porre in essere un oscuramento della consapevolezza. Meccanismo  tendente  all’annullamento della ragione che diviene ostaggio della rappresentazione scenica di grande suggestione. Rappresentazione che azzera il dubbio. Interrogarsi  sulle pratiche di costruzione della verità restituisce valore al dubbio elemento fondante di ricerca infinita della verità. Verità come esperienza di indagine. Si pone chiaramente un approccio epistemologico alla questione.  Tra formulazione affermazione e analisi della realtà da un lato e, dall’altro una fenomelogia del mistero o appunto del dubbio legata al processo antropologico  del concetto di verità.  Ovvero un processo che guarda alla verità all’interno di una indagine conoscitiva di superamento del  pensare monolitico e pacificatore, esaltando le differenze  in una logica dialettica. Da cui il mondo delle emozioni, delle relazioni, della mente intesa non solo come ragione e, il mondo spirituale dell’uomo interagiscono dall’alto ad una verità generale. Diversamente da certa “conoscenza scientifica” che si afferma universale pretendendo essere riconosciuta tale,citando Raimon Panikkar Alemany (Barcellona, 2 novembre 1918 – Tavertet, 26 agosto 2010), filosofo, teologo, presbitero e scrittore spagnolo, di cultura indiana e spagnola. Noi “stiamo sopra”, a un livello sovrastante la realtà, secondo cui diversi orientamenti di pensiero possono accedere a distinte fonti intelligibili e concorrere alla comprensione della verità. Sosteneva così Panikkar mistico e teorico del pluralismo della verità.  La filosofia di un metodo per giungere alla verità da confluenze di studi epistemologici.  Un campo che ha suscitato fascinazione tra filosofi, letterati, poeti, scrittori  di tutte le epoche anche se non per tutti è emerso quel modo di percepire alcuni  aspetti dell’esistere e del morire per i quali fantasia, intuizione si traducono in immagini e vicende. Il cerchio della vita nel senso tragico della morte.  All’interno del concetto di anthrôpos l’ indagine filosofica dell’esistenza in un intreccio tra dubbio e verità. Il nastro si riavvolge intorno al processo esplorativo e primordiale delle civiltà. Indagine che non sottrae spazio alla denuncia negli attraversamenti di ogni epoca, secondo codici filosofico-sociologici, letterari o razionali. Analisi coincidenti si trovano negli attraversamenti filosofici di Pierfranco  Bruni, l’antropologo dallo sguardo epistemologico graffiante nei confronti della società, lungo una prospettiva di denuncia della verità  sul  piano esistenziale e metafisico. Citando (Arthur Schopenhauer 1788 – 1860) ” Chi ha giuste intuizioni in mezzo a cervelli confusi si trova come uno che abbia un orologio che funziona in una città dove tutti i campanili hanno orologi che vanno male. Lui solo conosce l’ora esatta, ma a che gli giova? Tutti si regolano secondo gli orologi della città che indicano l’ora sbagliata, persino chi è al corrente che solo il suo orologio segna l’ora giusta.” Nella nostra contemporaneità tra i massimi interpreti dei processi antropo-sociologici che coniugando letteratura e ragione ha analizzato profondamente la società del Novecento, con chirurgico preveggente spirito critico è senz’altro Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989) scrittore, giornalista, saggista, drammaturgo, poeta, politico e critico d’arte italiano. Per il quale la rappresentazione della verità legata inscindilbilmente al senso del dubbio e quindi del mistero, afferma il potere della  ragione e della bellezza, in ragione del proprio temperamento schietto e avulso da ogni meccanismo sociale  mascherato e contradditorio. Male avverso alla società sfidato da Sciascia con rara capacità esplorativa dove l’intuizione, nel superamento del realismo critico si fonda al senso innato di giustezza proprio dello scrittore siciliano di Racalmuto. Il contrasto di Leonardo Sciascia, alla “proiezione scenica” di azzeramento del dubbio, fu di rilevante costanza e coerenza.  Nel 1988 un anno prima di morire dichiarò : ” Io ho dovuto fare i conti da trent’anni a questa parte, prima con coloro che non credevano o non volevano credere all’esistenza della mafia e ora con coloro che non vedono altro che mafia. Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza… Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. Ho sessantasette anni, ho da rimproverarmi e da rimpiangere tante cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è come si è.” Dunque quello di Sciascia, un viaggio verso la verità. Per la verità.  Uno scavo nel dubbio e nel mistero anche sfidando la scienza. Al centro il tragico.  “La scomparsa di Majorana”. Il dramma interiore dello scienziato svanito nel nulla nel 1938 a pochi mesi dallo  scoppio della  seconda Guerra Mondiale. Una scomparsa finora irrisolta all’interno di un conflitto psicologico vissuto da Ettore Majorana, fisico siciliano facente parte della equipe scientifica che scoprì l’arma più micidiale al mondo. La bomba atomica. Alla sparizione di Majorana, tradotta da molti in suicidio, Leonardo Sciascia

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