Sulle orme dell’autore di “Romeo e Giulietta”. Verona e William Shakespeare, un connubio secolare dall’incontro diretto mai avvenuto. Ma con tracce del mito-tragedia di Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti (titolo originale in inglese The most excellent and lamentable tragedy of Romeo and Juliet, elaborato tra il 1594 ed il 1596) forgiate e disperse in città perché viaggino nel tempo quali meste emozioni d’amore. Dalla Casa di Giulietta, in via Cappello (con la statua della giovane in cortile d’ingresso posta nel 2014, copia di quella originale del 1969 dello scultore Nereo Costantini, Caselle di Nogara, 13 novembre 1905 – Verona, 4 agosto 1969, piazzata nel 1972), a quella di Romeo, in via Arche Scaligere. Per poi immergersi nella cupa atmosfera tombale della dolce e sventurata fanciulla, davanti al sarcofago di marmo rosso nell’ex Convento di San Francesco al Corso, ora sede del Museo degli Affreschi “Giovanni Battista Cavalcaselle”, in via Luigi da Porto. Sotto i portoni della Bra, inoltre, accanto all’ingresso del Museo Lapidario Maffeiano, è stato inaugurato il 23 settembre 2005 un busto raffigurante, appunto, William Shakespeare (drammaturgo e poeta, Stratford-upon-Avon, presumibile 23 aprile 1564 – Stratford-upon-Avon, varie fonti citano la data di morte con un improbabile parallelismo al giorno e mese di nascita, 23 aprile 1616, secondo il calendario giuliano in voga, il 3 maggio stando al gregoriano). L’opera si deve all’artista Sergio Pasetto (Quinzano,Verona, 1936, con studio a laboratorio a Castel d’Azzano) ed è stata acquistata dal Club di Giulietta per poi essere donata al Comune di Verona. Vicino al lavoro scultoreo è presente una lapide marmorea in inglese ed in italiano che riporta alcuni versi tratti da “Romeo e Giulietta” (atto III, scena III): “There is no world withovt Verona walls, / bvt pvrgatory, tortvre, hell itself, / hence banished is banish’d from the world, / and world’s exile is death… (Non esiste mondo fvor dalle mvra di Verona; / ma solo pvrgatorio, tortvra, inferno. / Chi è bandito di qvi è bandito dal mondo / e l’esilio dal mondo è morte.)”. Sempre suggestionato dalla tragedia shakespeariana, Pasetto ha realizzato anche dieci formelle in bronzo (alla Tomba di Giulietta), altre cinque con gli stemmi del Comune di Verona e delle casate Montecchi e Capuleti (nei giardini della fontana, in piazza Bra) e l’ennesimo bronzo, intitolato “Il duello”, cioè l’uccisione di Tebaldo Capuleti da parte di Romeo Montecchi vendicando la morte dell’amico Mercuzio per mano del primo (sulla facciata di Palazzo Carlotti, in corso Cavour). E, ancora, “Il bacio” (in via Dietro Pallone) e “La fuga di Romeo verso Mantova” (alla Casa di Romeo) Tutto ciò, ma non solo… Viene quasi snobbato un originale omaggio minore a Shakespeare che non salta subito all’occhio a quanti vi passano davanti camminando in lungadige San Giorgio. Si tratta d’un manufatto in bronzo o ferro battuto, applicato su una parete della torretta asburgica sull’Adige nei pressi della chiesa di San Giorgio in Braida, di Porta San Giorgio (o Porta Trento) e del bastione di San Giorgio. È la raffigurazione, più artigianale che artistica, di Shakespeare and his Muse (Shakespeare e la sua Musa) con l’effigie bifronte (maschile e femminile) e, in alto a destra, un “medaglione” con Romeo e Giulietta stilizzati. Curiosità segnalata anche da Google Maps. Sebbene il concetto di “musa” sia piuttosto tortuoso e non agevolmente riferibile ad un’unica entità (reale od immaginaria), l’ipotesi interpretativa corre ad una misteriosa figura femminile suscitatrice su cui si sono sbizzarriti autori e ricercatori. Tra cui Sally O’Really, inglese residente a Brighton, nel suo romanzo “La dama nera – La storia, vera e commovente, della Dark Lady di Shakespeare” (traduzione di Marinella Negri, Sonzogno, 1^ Ediz. 2014, pagg. 448), un mix tra verità e fantasy. La donna in questione, esistita veramente, fu l’affascinante Aemilia Bassano (Bishopsgate, battezzata nella locale chiesa di San Botulfo il 27 gennaio 1569 – inumata a Clerkenwell il 3 aprile 1645, nota pure come Aemilia Lanyer, col cognome del marito). Figlia d’un musicista d’origine italiana della corte inglese, Baptista e dell’inglese Margaret Johnson, affidata, dopo la morte dei genitori, a Susan Bertie, contessa di Kent, maturando cultura umanista e bravura quale suonatrice di virginale al seguito di Elisabetta I Tudor, regina d’Inghilterra e d’Irlanda dal 17 novembre 1558 al 24 marzo 1603, che la elesse a sua favorita. Dotta e spregiudicata, amante (tra vari altri) di Henry Carey (barone di Hunsdon, gran ciambellano del regno e cugino, o forse fratellastro, della sovrana), di cui rimase incinta nel 1592, venne rifilata in fretta come sposa al musicista di corte Alphonso Lanyer, suo cugino. Ebbero due figli: Henry (con Carey vero padre) ed Odillya (che morì a soli dieci mesi). Ma i ruoli di amante, moglie e madre le furono stretti. Ambì alla musica ed alla scrittura e nel 1611 diede alle stampe un’antologia di poesie in inglese dal titolo in latino Salve Deus Rex Judaeorum (dieci componimenti poetici più un poemetto) che le fece pretendere d’essere riconosciuta come poetessa di professione, attributo femminile del tutto inedito in quanto prerogativa maschile. Gli uomini poterono permettersi il titolo di poeta professionista mentre per le donne (dame di corte e nobildonne) la particolare attività intellettuale fu considerata un passatempo, un diversivo. Aemilia, allora, assunse un ruolo da iniziale protofemminista, in quanto prima donna inglese a scrivere un libro di poesie per motivi prettamente economici, in cerca di mecenati. Stando a studiosi, sarebbe stata l’irrequieta Dark Lady (Dama bruna, Signora oscura) lo stimolo ispiratore di alcuni dei 154 “Sonetti” del Bardo dell’Avon. Infatti, pare che i due avrebbero avuto una tormentata relazione dopo essersi conosciuti tramite Lord Hunsdon, protettore della compagnia teatrale The Chamberlain’s Players dello stesso Shakespeare. Ma mancano prove attendibili e storiche sull’effettiva conoscenza personale tra William ed Aemilia… Servizio e foto di Claudio Beccalossi