Europa spaesata: l’orfana che cerca genitori in un mondo di giganti

Tra buone intenzioni, riunioni infinite e vertici senza vertice: ritratto semiserio di un continente che inciampa sulla propria storia. a a C’è un’immagine che riassume bene lo stato dell’Unione: l’Europa che guazza – sì, proprio guazza – in una pozza di pace impossibile e leadership evaporata. Un continente che, per darsi un tono, organizza riunioni come se fossero sagre paesane: bilaterali, multilaterali, interministeriali, interplanetarie… Peccato che, alla fine, l’unica cosa che si conclude davvero sia il rinfresco. I principi, quelli no, non mancano mai. Sventoliamo con orgoglio frasi tipo: “Noi non abbandoniamo gli alleati come qualcuno ha fatto in Afganistan!”, salvo poi constatare che, con le belle intenzioni e senza i mezzi, si finisce in atmosfera bucolica mentre, fuori dalla finestra, le bombe continuano a cadere su civili d’Ucraina e dintorni. È la versione geopolitica del dire ti sono vicino mentre si resta comodamente sul divano. Già, ci mancano i leader. Su questo punto perfino Trump, che tutto è tranne un faro di equilibrio, un po’ di ragione ce l’ha. Lui almeno ha una struttura politica che gli consente di decidere (bene o male è un altro capitolo); noi abbiamo un condominio dove anche per cambiare la lampadina serve l’unanimità. E così, nelle fantasie più esasperate, qualcuno immagina la nascita dell’USPE, acronimo altisonante: Unione Scatole Piene Europea. Nata per competere alla pari con USA, Russia e Cina… ma per il momento dotata solo di scatole, sì, ma rigorosamente vuote. Il riempimento è rimandato a data da destinarsi, dopo l’ennesima riunione a Bruxelles, naturalmente. Non vorremmo essere pedanti, ma i problemi stanno lì, in bella vista:– mancanza di teste pensanti,– mancanza di visione politica,– mancanza di un vertice vero. Viva la democrazia, per carità. Ma, se proprio vogliamo dirla tutta, l’abolizione del diritto di veto sarebbe già un miracolo natalizio. E forse un presidente europeo, uno con gli attributi istituzionali, non necessariamente anatomici,  potrebbe aiutarci a smettere di sbandare come un tram senza rotaie. Finché non accadrà, restiamo inchiodati alle nostre notizie di giornata, che oscillano tra il tragico e il surreale: – Papa vede Zelensky, proseguire il dialogo per una pace giusta (nel colloquio anche temi dello scambio dei prigionieri e del ritorno dei bambini. Su prigionieri e bambini siamo tutti d’accordo; sul resto, continua purtroppo il festival delle illusioni).– Panettone: e se fosse nato in Sicilia e non a Milano? (come se l’origine geografica potesse farlo lievitare meglio).– La FAO lancia l’Anno internazionale dei pascoli e dei pastori (ottima iniziativa, purché non diventi il modello geopolitico dell’Europa).– Polverone sul presepe,  rito immancabile di ogni Natale, puntuale come i cenoni indigesti. E guai a toccarlo: qualcuno giura che la sua eliminazione non è libertà ma sovversione culturale. In tutto questo bailamme, diventa difficile indossare i panni dell’attuale Europa: troppo stanca, troppo decaduta, troppo impegnata a litigare col proprio ombelico mentre il mondo corre. Ma non è neppure semplice empatizzare con Zelensky, ormai trasformato in un commesso viaggiatore della guerra: mille viaggi, zero fatturato, e la sensazione che nessuno apra più la porta. Che almeno il Natale porti un po’ di luce,  a lui e a noi, anche se l’Europa, come sempre, sarà lì a cercare l’interruttore nel buio. Chiosa finale:«Finché l’Europa continuerà a discutere sul presepe invece che sulla propria sopravvivenza, avremo la certezza di una cosa sola: che i Re Magi, quest’anno, da noi non passeranno. Temevano già di perdersi; ora hanno proprio disdetto il viaggio.» Giuseppe Arnò

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Belém, capitale del clima per due giorni

Leader di oltre 70 Paesi riuniti nella Cupula Climatica in vista della COP30. Lula apre i lavori, l’Italia rappresentata dal Vicepremier Tajani a               a Belém, alle porte dell’Amazzonia, è per due giorni il cuore pulsante della diplomazia climatica mondiale. Capi di Stato, ministri e rappresentanti di oltre settanta Paesi si sono riuniti il 6 e 7 novembre per la Cúpula Climatica, appuntamento preparatorio alla COP30 che si terrà dal 10 al 21 novembre. L’obiettivo, come sempre, è quello di “fare il punto”, espressione che in diplomazia significa mettersi d’accordo sul lessico prima ancora che sui contenuti. A rappresentare l’Italia è il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Antonio Tajani, accompagnato dall’Ambasciatore d’Italia in Brasile Alessandro Cortese. La presenza italiana sottolinea la volontà di contribuire al dibattito su transizione ecologica, cooperazione energetica e sviluppo sostenibile, tre concetti nobili che, a forza di essere ripetuti, rischiano ormai di suonare come una formula magica recitata in tutte le lingue. L’apertura dei lavori è avvenuta nella tarda mattinata del giorno 6 con l’intervento del Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, che ha ricordato come “non ci sia più tempo da perdere” e che “la foresta amazzonica è un patrimonio dell’umanità”. Concetti condivisibili, certo, ma che da anni rimbalzano nelle conferenze sul clima come eco nella foresta stessa: sempre gli stessi, solo un po’ più urgenti ogni volta. Nel pomeriggio, la plenaria “Clima e Natura: Foreste e Oceani” ha riunito esperti e ministri per discutere strategie comuni di tutela ambientale. Il giorno seguente, nuove sessioni e una fitta agenda di incontri bilaterali hanno completato il programma, con il Brasile al centro di una rete di alleanze e promesse. Belém, per due giorni, è diventata la capitale morale del pianeta verde. Poi i leader ripartiranno, gli aerei torneranno a solcare il cielo e i comunicati parleranno di “progressi significativi”. Finché, alla prossima conferenza, qualcuno non si accorgerà che il clima continua, testardo a non leggere i resoconti ufficiali.   In vista della COP30 La COP30, Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, si terrà sempre a Belém do Pará dal 10 al 21 novembre 2025.Si prevede la partecipazione di oltre cento delegazioni governative e migliaia di esperti, ricercatori e rappresentanti della società civile.Al centro dei negoziati: la revisione degli impegni assunti con l’Accordo di Parigi, la riduzione delle emissioni e i finanziamenti per la transizione energetica nei Paesi in via di sviluppo.Il Brasile, ospite e protagonista, punta a presentarsi come ponte tra Nord e Sud del mondo: l’Amazzonia come simbolo, e al tempo stesso banco di prova, della volontà collettiva di salvare il pianeta.   Paolo Carlucci e Giuseppe Arnò Foto: Paolo Carlucci

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Le regioni polari

Le regioni polari della Terra sono le aree del globo che circondano i poli. L’Artide è definita in vari modi, come ad esempio tutte le terre a nord del circolo polare artico o a nord di 70 gradi di latitudine. L’Antartide è il continente più meridionale della Terra, comprendente le terre e i mari che circondano il Polo Sud, tra i 66 e i 90 gradi di latitudine. Descrizione Carta delle regioni artiche del 1929[1] Il Polo nord e il Polo Sud sono i centri intorno ai quali sorgono queste regioni, e queste terre (calotte polari) sorgono rispettivamente sull’oceano e sul continente dell’Antartide. La calotta polare artica sta diminuendo la sua estensione, mentre quella antartica la sta leggermente aumentando; questo fatto è spesso citato dagli avversari della teoria del riscaldamento globale. Le regioni polari sono caratterizzate da clima polare, temperature estremamente fredde, pesanti glaciazioni ed estrema variazione della luce diurna; l’estate è caratterizzata da 24 ore di sole (il sole di mezzanotte) ed è molto fredda; l’inverno è invece caratterizzato da oscurità permanente Esistono molti insediamenti nelle regioni polari a Nord della Terra, ma nessuna (eccetto le basi per la ricerca scientifica) nelle regioni meridionali, che sono più fredde di quelle settentrionali. La vita ai poli è molto difficoltosa, a causa del freddo costante. L’unica popolazione che si è stanziata nella regione polare artica (a nord) è quella degli Inuit. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Regioni_polari

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I capricci dei satrapi vanno bene per i loro salotti

Poltrone, proiettili e… gli altri: finiamola con le guerre che comodano i potenti Perché i capricci dei satrapi vanno bene per i loro salotti; per il resto del mondo producono bara e bolletta.   C’è una regola non scritta nelle guerre moderne: se sei comodo in poltrona, le probabilità che tu finisca in trincea sono prossime allo zero. Se invece sei giovane, povero o “di troppo” nella demografia nazionale, la probabilità aumenta, e la guerra diventa l’ultimo, cinico spartito che qualcuno suona mentre gli altri pagano il biglietto. In questi mesi, e non lo dico per partito preso ma perché lo riportano osservatori indipendenti e le agenzie internazionali, la scarsità di carne da cannone ha assunto forme quasi inventarili: soldati inviati da Paesi terzi, reclute straniere, e perfino detenuti smistati verso il fronte. Non è fantapolitica: ci sono segnali concreti che Pyongyang abbia fornito truppe e che numeri di cittadini di paesi come Cuba siano stati citati come presenti nei teatri di guerra. Allo stesso tempo, i tassi di popolazione carceraria russa sono calati in modo rilevante da quando il reclutamento tra i detenuti è passato dall’essere voce di corridoio a pratica registrata.  Ora, oltre al grottesco, che qualcuno chiama “realpolitik”, c’è il danno: centinaia, migliaia di giovani che non torneranno; famiglie che portano ferite più profonde dei tagli nel bilancio statale; società che vedono la perdita dei migliori anni di una generazione. La tecnologia d’avanguardia, droni, guerre elettroniche, cyberattacchi, cambia strumenti ma non elimina la tragica contabilità umana: senza esseri umani che pianificano, riparano, portano rifornimenti e, soprattutto, muoiono, nessuna macchina tiene il campo da sola. È una verità banale ma spesso ignorata: la guerra rimane, per ora, un animale con cuore umano. E allora che si fa? Le soluzioni reali non sono quelle spettacolari che piacciono ai generatori di titoli: non bastano sanzioni, discorsi, o incontri di facciata. Serve chiedere conto a chi ordina e a chi beneficia. Serve ridisegnare incentivi, politici, economici, diplomatici,  perché la guerra non sia più l’opzione remunerativa o l’ultimo argomento dei narcisisti al potere. Serve, insomma, rendere costoso non solo per la periferia ma anche per la poltrona del potente l’avvio di conflitti. La satira, qui, non è gratuita: immaginiamoci per un attimo la logistica del rimedio perfetto, mandare al fronte chi ha firmato l’ordine di guerra. I burocrati con le mani pulite che firmano deportazioni di giovani, i manager della geopolitica che salvano i figli nello stesso collegio estivo dove si celebrano i valori della patria. Sarebbe una specie di catarsi collettiva: chi predica il fuoco vedrebbe la cenere in faccia. È ovviamente una fantasia vendicativa, divertente, ma ci dice qualcosa di serio: la dissonanza morale tra chi comanda e chi combatte è insopportabile. Meglio, allora, puntare su strumenti fattibili: trasparenza totale sulle mobilitazioni, responsabilità legale e politica per i decisori, più poteri alle istituzioni internazionali per fermare l’escalation, programmi di reinserimento e assistenza reale per le vittime, e una pressione diplomatica mirata sui regimi che trasformano i loro cittadini in merce da scambiare. Non sono soluzioni lampo, ma sono quelle che evitano la ripetizione quotidiana dell’orrore. E se qualcuno, tra gli editorialisti di salotto o nei corridoi del potere, obietta che la guerra è «necessaria» o «inevitabile», rispondiamo con qualcosa di semplice e poco retorico: la storia non è mai stata gentile con chi confonde il proprio ego con l’interesse nazionale. Le nazioni si costruiscono con scuole, ospedali, infrastrutture; non con fosse comuni e discorsi retorici. Chiudiamo con una battuta amara che suona quasi come un augurio: se davvero vogliamo provare una volta per tutte che le guerre sono una sciagura evitabile, cominciamo a far pagare il biglietto, non a chi non può permetterselo, ma a chi ha comprato il teatro e scrive copione e regia. Mettere i potenti a sentire il freddo, il rumore e l’inguaribile noia della guerra, per un giorno, per una settimana, per quanto basta, forse spegnerebbe qualche lucina vociante nei loro salotti. E se il “pacificatore” di turno, tra una conferenza e l’altra, non ci riuscisse… pazienza: come tutte le grandi commedie, anche questa può finire con un cambio di scena. Meglio prima che dopo. di Redazione

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Clima, bunker e cervelli fusi: l’Apocalisse siamo noi

Mentre la Terra va in fiamme e si inonda di lacrime e calore, i grandi della politica giocano a Risiko atomico. Ma forse non servirà il bottone rosso per estinguerci: ci basta il phon globale che abbiamo acceso. Intanto, tra un vertice e un’alluvione, qualcuno continua a chiedersi se sia poi così grave. L’umanità si prepara all’Apocalisse. Peccato abbia sbagliato tipo. Da millenni l’uomo sogna l’Armageddon, e ora che si fa davvero sentire… scopriamo che non sarà nucleare, ma meteorologico. Sì, perché mentre le élite mondiali pianificano scenari da guerra termonucleare globale e scavano bunker come talpe impazzite, la Terra sta già attuando il suo piano B: bollirci lentamente, ma con metodo. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato — 1,6 gradi sopra la media preindustriale — con record su record, in un gioco perverso che nessuno vuole vincere, ma che tutti continuano ad alimentare. Un decennio intero, dal 2015 al 2024, ha fatto segnare i dieci anni più roventi della storia registrata, mentre il vapore acqueo atmosferico ha raggiunto livelli da hammam globale, +5% sulla media 1991-2020. Cosa ci vuole per capire che siamo già in emergenza, ma senza sirene? I segni dell’inferno climatico sono chiari. Ma gli strateghi preferiscono le testate (atomiche) Invece di invertire la rotta, ci prepariamo come se la fine dovesse venire da un nemico umano: missili, guerre preventive, droni, arsenali. A cosa servirà il predominio militare su un pianeta in fiamme, avvolto da polveri, frane e fango? Forse per proteggere le ultime lattine di fagioli in un rifugio blindato a sei piani sottoterra. Nel frattempo, uragani, incendi, alluvioni e ondate di calore mietono vittime. Si stima che il caldo estremo, solo nel 2024, abbia ucciso circa 500.000 persone. Altro che “armi di distruzione di massa”: qui basta un anticiclone africano ben piazzato. Il clima impazzisce, noi pure Siccità estreme stanno devastando intere regioni, con conseguenze a cascata: penuria d’acqua, crisi alimentari, migrazioni climatiche. L’ONU parla di emergenza planetaria “senza precedenti”. E noi cosa facciamo? Produciamo nuove SUV da 400 cavalli e continuiamo a discutere se Greta sia troppo catastrofista. Come ricordano i climatologi: il calore è energia, e l’energia in eccesso crea disastri. L’atmosfera è un equilibrio fragile, non un sacco da boxe da colpire a colpi di CO₂. Ma c’è sempre qualche “statista” illuminato che, nel dubbio, scommette ancora sul carbone. Gli accordi? Parole in carta da riciclare Il famoso accordo di Parigi del 2015, tanto celebrato, ora sembra una di quelle promesse da campagna elettorale: firmata con entusiasmo, disattesa con maestria. Abbiamo promesso di non superare +1,5°C, ma ci siamo già sopra. E mentre l’Europa ci prova, c’è chi se ne tira fuori: Trump, tornato alla Casa Bianca, ha stracciato l’accordo di nuovo, forse convinto che l’aria condizionata basti a salvarci. Ma come si affronta un disastro annunciato? Le soluzioni ci sono, ma richiedono cervello. Che scarseggia Gli esperti parlano chiaro: azzerare le emissioni, pianificare territori, adattarsi localmente. Eppure sembriamo più inclini a costruire dighe su sabbie mobili che a ripensare modelli di sviluppo. Il clima non aspetta. E mentre la natura presenta il conto, i grandi della Terra continuano a prenotare stanze nei resort delle COP mondiali, tra strette di mano e dichiarazioni solenni che evaporano più in fretta di una pozzanghera a luglio. In conclusione: nessuna testata nucleare potrà eguagliare la nostra stupidità Non avremo bisogno di una guerra nucleare per autodistruggerci: ci stiamo già cucinando a fuoco lento, con una ricetta a base di CO₂, miopia strategica e arrogante presunzione. Mentre la Terra lancia SOS evidenti, noi rispondiamo con dibattiti, rinvii, piani decennali e conferenze ben climatizzate. E allora sorge spontanea la domanda: tra tutti i signori del mondo, ci sarà almeno una testa che non sia… di rapa? Giuseppe Arnò Foto originale: Il Palisades Fire alimentato dai forti venti devasta un quartiere a Pacific Palisades, Los Angeles, gennaio 2025 – Fonte: Ethan Swope/AP

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Caro Gesmundo, i ponti uniscono. I pregiudizi, no

    Caro Segretario Gesmundo, capisco che il fascino della traversata in traghetto abbia il suo perché – magari con una leggera brezza sul volto, un cannolo in mano e l’illusione che il tempo non conti. Ma se per Lei il futuro si misura col remo e non con l’ingegneria, allora sì, siamo su sponde opposte. Il Ponte sullo Stretto non è un vezzo del ministro di turno, né una “forzatura” estiva per la foto ricordo. È un’infrastruttura strategica europea, un tassello vitale nel corridoio Scan-Med che collega Norvegia e Sicilia, dal cuore industriale del Nord Europa al cuore potenzialmente pulsante del Mediterraneo. Lo sanno bene a Bruxelles, dove si finanziano da anni opere simili in contesti ben meno complessi. Siamo davvero il Paese dove si celebrano con orgoglio i record del passato – l’autostrada del Sole, la diga del Vajont, i treni AV – ma si demonizza qualsiasi ambizione contemporanea? Si costruiscono ponti in condizioni ambientali, ingegneristiche e politiche ben più complesse: in Cina, in Turchia, in Danimarca. Là si chiama progresso, qui si bolla come “faraonico”. Caro Gesmundo, Lei parla di 14 miliardi “bloccati”. Le ricordiamo che le infrastrutture non sono soldi sottratti, ma investimenti che generano PIL, occupazione, interconnessione, competitività. Il vero spreco è non farli. E poi: lo dice anche il Santo Padre – costruite ponti, non muri. Certo, lui parlava di altro, ma siamo certi che non pensasse al traghetto per Messina. Le preoccupazioni sulla legalità e sulla gestione sono legittime e vanno affrontate con estremo rigore, non con il riflesso pavloviano del “no” a prescindere. Si lavori per vigilare, non per affondare. Se vuole restare ancorato al passato, libero di remare. Ma non usi il timone del sindacato per impedire al Paese di navigare verso il futuro. Chi si oppone a ogni grande opera solo per partito preso non costruisce il Paese. Lo sabota. Con spirito costruttivo, (con rispetto parlando, un po’ più moderno del Suo) Giuseppe Arnò     Ecco una sintesi dei benefici concreti del Ponte sullo Stretto di Messina   Immagine ponte puramente illustrativa e libera da copyrights – Creative Commons CC0. https://pxhere.com/pt/photo/1179159

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Il paradosso del possesso

Perché desideriamo ciò che non possiamo avere di Krishan Chand Sethi Nel silenzio dei corridoi umani giace un paradosso, un sentimento espanso di desiderio per qualcosa che è sempre appena oltre la nostra portata. Siamo ossessionati dall’illusorio, dall’irraggiungibile, dal misterioso, e proprio queste cose riempiono le nostre menti, invitandoci con un fascino ultraterreno. È come se le vite non realizzate abitassero liberamente nella nostra mente, più preziose nella loro assenza di qualsiasi altra cosa che possiamo realmente raggiungere. Ci ricorda incessantemente ciò che non sarà mai, una sorta di chimera che sussurra piaceri ideali, di come le cose potrebbero essere se solo potessimo raggiungerle. Nel frattempo, tutto ciò che possediamo scivola nello sfondo, avvolto nella familiarità umida che genera apatia. Dimentichiamo i tesori che sono i nostri compagni quotidiani: le vittorie per cui abbiamo lavorato, le relazioni che abbiamo coltivato, e quelle piccole cose che portano gioia nelle nostre vite. Se questa è la realtà dell’essere fuori dal proprio cammino, ignorando ciò che si ha già per ciò che si deve ancora ottenere, potrebbe solo farci cadere in un ciclo infinito di desideri. Uno che promette sempre di soddisfare al prossimo traguardo, ma raramente mantiene la promessa. Questo è un ciclo vizioso che alla fine si rivela autodistruttivo nella misura in cui ci spinge indietro. Cercando il prossimo “oggetto,” sminuiamo il presente, privandoci della felicità che deriva dalla gratitudine e dall’apprezzamento, dicendoci che la contentezza è una destinazione futura, un luogo che raggiungeremo solo quando avremo ciò che ci manca. Eppure, più ci avviciniamo a un desiderio che un altro emerge davanti a noi, come un miraggio sull’orizzonte del deserto. È come se il cuore fosse stato addestrato ad inseguire, mai guardare indietro, concentrarsi solo sui vuoti e non sui tesori già acquisiti. Pensiamo per un momento alla bellezza di un’amicizia ben coltivata, alla serenità di un momento di solitudine, e al calore di sapere di essere amati. Tesori inestimabili, eppure troppo spesso non riconosciuti. Dimentichiamo ciò che almeno avevamo sognato; dimentichiamo ciò che aspiravamo a possedere. Un tempo avevano catturato la nostra mente quando erano irraggiungibili; ora, come sussurri in una stanza piena di rumori, svaniscono nel silenzio. È la possibilità che, prestando loro attenzione, perdiamo la pienezza della nostra vita, quella bellezza nascosta dietro la quotidianità. Questo paradosso — la consapevolezza che bramiamo ciò che ci manca trascurando ciò che abbiamo — è antico. I filosofi, poeti e pensatori di un tempo ci hanno avvertito di “volere ciò che abbiamo” piuttosto che “avere ciò che vogliamo”. Ma nel nostro mondo frenetico, orientato all’ottenimento di successi, siamo più propensi a celebrare l’ambizione e a scambiare la contentezza per la compiacenza. E la vera contentezza è tutt’altro che compiacente; piuttosto, è un atto di apprezzamento attivo e intenzionale della vita già piena, già abbastanza. Rompiamo questo ciclo attraverso l’arte della gratitudine consapevole. È una scelta, un atto intenzionale nel notare e valorizzare ciò che ci circonda. Quando ci fermiamo a riconoscere le nostre benedizioni, il nostro cuore trova pace e la nostra mente si stabilizza nell’apprezzamento. Riconosciamo la ricchezza già presente nelle nostre vite. Veramente, i piccoli miracoli: le risate degli amati insieme a noi; la natura splendida; le lezioni degne di essere apprese per la saggezza. Quando impariamo a valorizzare ciò che ci è caro, sbiadisce il fascino inquietante dell’irraggiungibile. Scopriamo che la maggior parte dei tesori nella vita non è qualcosa che possiamo afferrare con le mani, ma è ciò che conserviamo nel nostro cuore e nella nostra mente. Invece di riempire la testa con ciò che non abbiamo, pensiamo ai tesori che già possediamo. Facendo così, potremmo scoprire che la soddisfazione non sta nella corsa infinita verso il “di più,” ma nella profondità con cui apprezziamo tutto ciò che già abbiamo. Alla fine, ciò che non possiamo possedere perseguiterà sempre le nostre menti, ma lo fa come un maestro: un silenzioso promemoria a non cercare illusioni, ma a vivere pienamente con ciò che possediamo qui e ora. La vera ricchezza non è il miraggio del desiderio, ma l’apprezzamento calmo e contemplativo di ciò che è reale, e di ciò che dà alla vita una pienezza autentica. E allora scopriamo che la vita è un dono: traboccante e piena solo se lasciata essere. Autore Dr. Sethi K.C. Daman, India – Auckland, Nuova Zeland *** My New Philosophical Article in English(Original)  “The Paradox of Possession: Why We Yearn for What We Cannot  Hold” In the silence of man’s corridors, a paradox lies, an expanded feeling of wanting something that always is just a little beyond one’s reach. We are obsessed with the illusionary, the unreachable, the mysterious, and these very things fill our heads, beckoning to us with an otherworldly allure. It is as if the unrealized lives are free rent in our heads, more dear in its loss than any holding of the arms we can attain. It reminds us incessantly of what it will never be, a kind of chimera whispering of ideal pleasures, of how things could be if only one might attain it. Meanwhile, all that we have goes down into the backwash, shrouded in the damp familiarity that breeds apathy. Indeed, we forget the treasures that are our daily companions: the victory we have worked for, the relationships we have nurtured, and those simple things that bring joy into our lives. If such is the reality of being out of one’s way in ignoring what one already has in place for what’s still out of his or her reach, it may just land us in some sort of wheel-revolve-of-wishfulness. It is one that always promises to deliver at the next conquest but very seldom does. This is a vicious cycle that is ultimately self-defeating insofar as it drives us backward. In seeking the next “thing,” we debase the present, deprive ourselves of the happiness brought by gratitude and appreciation, and tell ourselves that contentment is a future destination, a place we will only reach when we have what we lack. Yet, the closer we

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Il difensore civico

Il difensore civico è una figura di garanzia a tutela del cittadino, che ha il compito di accogliere i reclami non accolti in prima istanza dall’ufficio reclami del soggetto che eroga un servizio. [In Italia, il difensore civico comunale, è stato soppresso dall’art 2 comma 186 lettera a) della Legge 191/2009, dal Decreto Legge 2 del 2010, convertito in Legge 42 del 2010]. È detto anche ombudsman, termine che deriva da un ufficio di garanzia costituzionale istituito in Svezia nel 1809 e letteralmente significa «uomo che funge da tramite». All’interno della dottrina giuridica l’istituto dell’ombudsman e la sua evoluzione sono ancora fonte di discussione. Se parte di essa ritiene che si possa parlare di difensore civico in senso proprio soltanto a partire dal XIX secolo, prendendo quindi come riferimento il primo ombudsman, quello nato in Svezia, esiste un’altra parte della dottrina che invece fa risalire questa particolare istituzione a tempi remoti. Il difensore civico nella storia La ricerca storica sull’esistenza di figure istituzionalmente preposte, nel passato, a vigilare sul buon andamento dell’attività amministrativa ed a tutelare le persone dagli abusi commessi dai funzionari pubblici, aiuta a comprendere meglio e ad inquadrare correttamente la figura del difensore civico per come emerge dalla normativa europea e statale in vigore. Lo studio della progressiva evoluzione storica dell’istituto evidenzia indubitabilmente che molte prerogative, riconosciute oggi all’ombudsman, sono sorprendentemente affini e talvolta identiche a quelle di figure istituite presso molte città dell’impero romano sin dai primi secoli dell’era cristiana. del resto dai primi tempi della repubblica lo ius intercessionis attribuiti ai tribuni della plebe copriva molte funzioni che ora sono pensate per il difensore civico Secondo altri, le prime figure pubbliche analoghe debbono essere riconosciute invece nel III secolo d.C., con particolare riferimento sia agli έκδικτοι (ecdici) che ai σύνδικοι (syndici), funzionari collocati in uno spazio intermedio tra comunità locale e strutture periferiche dello Stato romano che esercitavano funzioni peculiari in gran parte molto simili a quelle attribuite attualmente all’ombudsman. Questa istituzione romana era nota comunemente con il nome di defensor civitatis ed essa continuò ad essere presente nella cultura del tempo sino allo scomparire di entrambi gli imperi d’occidente ed oriente (in alcuni casi la figura del defensor civitatis rimase ancora all’interno dell’amministrazione, si pensi agli ostrogoti, ma successivamente andò oscurandosi).  Il difensore civico nella Svezia moderna Una figura simile al defensor civitatis romano è riapparsa molti secoli dopo, nel 1809, in Svezia, a seguito dell’emanazione della nuova costituzione successiva ad una rivoluzione contro la monarchia. Questa figura istituzionale, analoga a quella romano-imperiale, prese il nome di ombudsman. La necessità che veniva a configurarsi in quegli anni in Svezia era quella di bilanciare il potere del parlamento e del governo al fine di vedere salvaguardate le competenze dell’uno e dell’altro organo senza interferenze reciproche. In particolare il parlamento voleva affermare la sua indipendenza e centralità e si volevano inoltre tutelare i diritti e le libertà personali dei cittadini dagli abusi eventualmente compiuti dal governo nello svolgimento delle sue mansioni. La nuova figura istituzionale è quindi fin dalla nascita una figura di garanzia, un osservatore imparziale che ha l’onere di vigilare sull’operato del governo e le sue diramazioni, in breve sul funzionamento della pubblica amministrazione. Nella costituzione svedese del 1809, l’ombudsman fu concepito come organo fiduciario del parlamento con il compito di controllare e verificare solamente la legalità formale degli atti emanati dal potere esecutivo; l’esercizio di tale funzione venne suddivisa tra parlamento e ombudsman in modo tale da riservare al primo il controllo dell’attività del governo ed al secondo il controllo sulla pubblica amministrazione, saldamente nelle mani del monarca, al fine di contenere il potere assoluto di costui e di garantire l’indipendenza del parlamento rispetto agli apparati amministrativi. Inoltre l’ombudsman svedese fu dotato dei poteri d’inchiesta e di messa in stato di accusa dei funzionari ritenuti colpevoli; il suo intervento di controllo poteva incidere unicamente sugli organi e non anche sugli atti, perché gli venne attribuito solamente il compito di segnalare i vizi degli atti all’autorità competente ai fini disciplinari e non anche il potere di annullare, modificare o revocare l’atto inficiato; gli fu comunque estranea la funzione di tutela giurisdizionale delle posizioni soggettive di vantaggio dei cittadini.  La diffusione dell’ombudsman Nel corso del XX secolo la figura dell’ombudsman ebbe un notevole successo e si diffuse nel mondo all’interno dei diversi ordinamenti statali, pur prendendo nomi differenti ed avendo qualche caratteristica funzionale differente. Si può dire che quello svedese sia stato il modello base su cui poi altri Stati hanno configurato quelle che l’ONU definisce Istituzioni di tutela dei diritti umani. Per quanto concerne il contesto europeo, anche il Consiglio d’Europa in questi anni si è espresso più volte sull’opportunità di istituire un ombudsman nazionale per gli Stati Europei. Inizialmente non vi fu accordo unanime su quale dovesse essere lo spettro d’azione del difensore civico, anche perché vi erano diversi modi di rapportarsi alla stessa parola ombudsman, la quale nel frattempo si era diffusa anche nel settore delle aziende private.  La situazione attuale: L’istituto in esame è risultato avere caratteristiche abbastanza variabili nei diversi stati. Anche per questo ha assunto diverse denominazioni nei vari stati, basti pensare al francese Mediateur o allo spagnolo Defensor de Pueblo. Ciò è spiegabile osservando che le diversità culturali e sociali all’interno dei diversi Stati influenzano direttamente l’ordinamento giuridico e le sue modifiche. In Italia si parla di ombudsman soprattutto in ambito bancario. La figura del difensore civico è prevista nella pubblica amministrazione già dall’art. 8 della Legge 142/90[1] , dalle Leggi 59 e 127 del 1997, le cosiddette leggi Bassanini, dal D.Lvo 267/2000, dalla Legge 241/1990 e dalla Legge 104/1992, che in questo non hanno avuto ancora una realizzazione compiuta, anche se negli ultimi anni molte province e regioni lo hanno istituito. L’ANDCI (Associazione Nazionale dei Difensori Civici), membro di Civicrazia, è impegnata dal 2003 – anno di fondazione – per una maggiore collaborazione tra i difensori civici e per massimizzare il potere d’intervento dell’Ombudsman. Detto questo è comunque utile sottolineare come il difensore civico sia diffuso

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LOCRIDE VIRTUOSA

PERLE DI CALABRIA La Locride incarna davvero un’oasi di benessere totale, un luogo in cui è possibile riscoprire il senso più profondo dell’ospitalità e della connessione con la storia e la natura. La bellezza del territorio calabrese si fonde con un’atmosfera mistica, che affascina chiunque voglia rigenerare corpo, mente e spirito. Passeggiando lungo le coste della Locride, ci si imbatte in spiagge dorate e in paesaggi mozzafiato che sfiorano l’infinito del mar Jonio. Qui il nutrimento non arriva solo dal mare o dai boschi, ma anche dalle ricche testimonianze archeologiche delle antiche città di Locri Epizefiri e Kaulon, che rivelano un passato intriso di miti, storie e culture millenarie. Eppure, se il fascino di queste rovine nutre l’anima, è la cucina della Locride che rapisce i sensi in un vortice di sapori autentici. Il territorio si distingue come una vera roccaforte della gastronomia calabrese, dove l’amore per la tradizione si esprime attraverso piatti che raccontano storie di antiche ricette, tramandate di generazione in generazione, reinterpretate con un tocco di raffinatezza. Al centro di questa rinascita culinaria, il Barone Francesco Macrì spicca come una figura visionaria, quasi un “demiurgo” che, con passione e dedizione, ha saputo valorizzare i sapori della sua terra, trasformandoli in esperienze sensoriali uniche. Grazie a lui, ogni assaggio diventa un viaggio che mescola il piacere del gusto con l’intensità dei ricordi e delle emozioni che solo il cibo autentico e preparato con cura può evocare. (A destra) il Barone Francesco Macrì L’Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì” è un gioiello immerso nel cuore della Calabria, un luogo dove la bellezza del territorio della Locride si unisce a un’esperienza agrituristica autentica. Fondata nel 1991 e situata nella provincia di Reggio Calabria, questa azienda offre un’opportunità unica di vivere la natura calabrese e le tradizioni locali in un contesto che abbraccia il mare e la montagna, con uliveti, vigneti e agrumeti estesi su milioni di metri quadri. Olii, vini  e confetture di produzione propria Prodotti caseari dell´ Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì” Degustazione di specialità locali L’azienda rappresenta molto più che una semplice attività agricola: è un’oasi di pace per chi desidera un momento di relax, ma anche un luogo di esplorazione culinaria dove ogni pasto diventa un viaggio sensoriale, grazie a ricette che fondono sapori tradizionali e raffinatezza. Allo stesso tempo, la cura per l’ambiente e la cultura locale sono evidenti: la coltivazione biologica e il rispetto della biodiversità fanno parte dei valori fondamentali di questa realtà, insieme all’innovazione agricola che non rinuncia alle radici. La “Barone G.R. Macrì” ha sviluppato anche l’agriturismo, proponendo soggiorni e ristorazione in contesti naturalistici incantevoli, ideali per chi vuole scoprire la Calabria in modo autentico. Le sedi a Locri, Gerace e Portigliola sono punti di riferimento non solo per il turismo, ma anche per la promozione della cultura rurale calabrese, integrando percorsi didattici e sociali legati alle tradizioni locali. Da sin.: l´avv.Patricia Arnò e il dott.Ninni Speranza in visita all´Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì” Da sin.: il Barone Francesco Macrì e il dott. Antonino Coco La dott.ssa Elena Filippone, coordinatrice del GAL ( Gruppo Azione Locale) delle Terre Locridee Un brindisi alla vita e al successo dell´ Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì” Il dott. Ninni Speranza e l´avv. Giuseppe Arnò Per chi cerca una pausa dallo stress quotidiano e un’esperienza che unisce cultura, gusto e natura, una visita alla “Barone G.R. Macrì” è un’opzione che invita a lasciarsi sorprendere dalla bellezza della Locride e dal patrimonio calabrese. Visitare la Locride significa quindi vivere un’esperienza completa, dove il viaggio si fa scoperta e celebrazione della bellezza, della storia e della tradizione enogastronomica calabrese, per un benessere che accarezza corpo, mente e anima. Giuseppe Arnò     Per saperne di più sull´ L’Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì visita i siti: https://www.baronemacri.it/ https://www.baronemacri.it/azienda/ https://www.baronemacri.it/contatti/  

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La ricchezza naturalistica del territorio abruzzese

    di Gabriella Izzi Benedetti *   Noi abruzzesi forse non siamo abbastanza consapevoli di vivere in un territorio ricchissimo dal punto di vista naturale. La nostra terra che passa rapidamente da zone costiere a collinari e poi submontane e quindi montane, montagne alte, le più alte di tutto l’Appennino, e poi ricca di vallate e altipiani, possiede una complessità che la rende geomorfologicamente variegata, il che spiega come, ad esempio, nel settore botanico, essa possegga un numero di specie vegetali che supera le 3250 unità. Tenendo conto che in Italia le specie conosciute sono all’incirca 7700, possiamo comprendere quale varietà contraddistingua il nostro territorio. Inoltre si tratta di specie qualitativamente molto elevate. Fra i tanti gruppi che costituiscono le famiglie floristiche ne proponiamo alcuni: la grande famiglia degli Equiseti, tipici per la forma sottile allungata dei rami, con foglie piccole, quella delle Aspleniacee, felci, alcune delle quali per gli antichi avevano proprietà medicamentose, la famiglia dei Salici, delle Persicanie, nome derivante dalla Persia, con foglie lanceolate-lineari, le Arenarie che prediligono i luoghi sabbiosi, la Saponaria con proprietà detergenti contenute nel rizoma, le Anemone (dal greco, vento) poiché le corolle dai larghi petali denotano la presenza del vento, i Ranuncoli, le Crocifere, le Violacee, le Centauree. Pochi nomi in un mare, una ricchezza incalcolabile. La vegetazione della fascia costiera o di un entroterra poco elevato è quella a noi, nati in zone rivierasche, più nota. E sono piante in grado di adattarsi a periodi stagionali aridi. Il pensiero va alla macchia mediterranea con i suoi lecci, ginestre, cisti piccoli arbusti cespugliosi e sempreverdi, rosmarino, va agli olivi, viti, acacie, oleandri, alloro e arbusti come i ginepri; ai pini marittimi, agli eucalipti, oltre alla grande quantità di alberi da frutto fra cui i corbezzoli o albatri, sempreverdi. Fra i 500 e i 1000 metri di altitudine il paesaggio muta con il predominio di foreste caducifoglie come querce, carpini, ornielli; le caducifoglie proseguono tra i 1000 e i 2000 metri con foreste di faggeti, abeti, famiglie di aceri ecc… integrandosi nel salire con la flora più specifica alpina (il termine alpino è usato in senso ecologico, non geografico) che oltre i 2000 metri domina incondizionatamente o quasi. La zona montana è la più ricca e variegata in quanto vive più che altrove del concorso di fattori molteplici, orografici, climatici, geologici, biologici, antropici. Un insieme di fattori definiti ecologici. A varie quote poi esistono avvallamenti, strapiombi, valloni, dove l’umidità è forte e la vegetazione acquista una composizione tutta particolare. La Maiella in specie è ricca di valloni. Questa diversità determina non solamente un’alternanza di aree dalle differenti dimensioni strutturalmente armonizzanti, ma una cromia policroma che specie durante il periodo della fioritura e quello del foliage si presenta assai suggestiva.  La varietà e ricchezza della vegetazione abruzzese, specie montana, ha determinato da sempre grande attenzione da parte di botanici e studiosi. Riguardo ad essa Giovanni Galetti, un ingegnere bolognese, escursionista,  che ha vissuto in Abruzzo 20 anni, dal 1984 al 2004,  ha realizzato un libro sorprendente per immagini e non solo dal titolo Abruzzo in fiore  (Menabò edizioni, Ortona 2008), nel quale analizza i fattori ecologici che negli ambienti dell’alta montagna influiscono sulla vita vegetale, riconducibili alle severità climatiche, che si estrinsecano con le basse temperature, ai valori elevati della radiazione solare e delle escursioni termiche e l’intensità dei venti. Fattori plurimi determinano quindi la crescita delle varie specie. Uno di essi è l’altitudine: sappiamo che tra il livello del mare e le cime più alte del Gran Sasso la differenza media della temperatura è di circa 19 gradi. Quindi man mano che si sale si riduce il tempo vegetativo delle piante, che deve essere superiore a 0 gradi. Se a livello del mare il periodo vegetativo copre tutto l’arco dell’anno o quasi, in alta montagna poche piante riescono a superare un tempo così lungo; sopravvivono le piante perenni, cioè quelle che crescono molto lentamente e rimangono vitali per più anni.  A quelle quote i processi fisici chimici e biologici che agiscono su sedimenti e materiali rocciosi (che hanno un ruolo nella formazione del suolo) sono rallentati sia per effetto del freddo intenso, sia per l’erosione del suolo che diventa particolarmente vistosa lungo i versanti molto scoscesi. Diverse sono pertanto le strategie di adattamento (forme a cuscinetto, pubescenza, habitus succulento e altre formazioni) che, nel lunghissimo corso dei processi evolutivi, si sono evidenziate nelle specie alpine sotto la spinta della selezione naturale, trovando il loro habitat in questo rigido ambiente. Un esempio tipico è dato dalla Silene acaulis il cui cuscinetto aumenta di 10 cm ogni 20 anni, per cui se incontriamo una pianta del genere con 50 centimetri di diametro vuol dire che ha superato i 100 anni di vita. L’altitudine determina anche la stagionalità delle piante, cioè lo stesso tipo di pianta, per esempio la Doronicum columnae, fiorisce, in base all’altitudine, fra maggio e agosto. La stagionalità si evidenzia negli avvallamenti; modelli interessanti sono quelli situati sopra i 2000 metri in cui la neve si scioglie solo per un paio di mesi in estate. Altro fattore è l’esposizione; è chiaro che il versante Sud delle montagne, più caldo, produce una più ricca vegetazione. Così come l’inclinazione del terreno e l’esposizione ai raggi solari giocano un ruolo determinante. Per esempio nelle zone più riparate prosperano le piante cosiddette termofile, cioè amiche del caldo, e questo accade anche ad alta quota, un esempio è dato dal Sedum rupestre; in ambienti riparati ma freschi predominano le mesofile piante che esigono l’alternarsi regolare di acqua con periodi asciutti. Mentre a temperature molto basse troviamo le piante criofile, che amano il freddo, alcune delle quali prediligono le rocce scoscese e in ombra. Ma si tratta di eccezioni perché in genere le piante vogliono il sole diretto o indiretto come può essere un sottobosco o l’ingresso di una grotta. Altri fattori determinanti sono le precipitazioni atmosferiche; esistono piante che vivono immerse nell’acqua, le idrofile, desiderose di acqua, come i ranuncoli, quelle che vivono in zone umide

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