Sovranità, pesca e risorse: Reykjavík sceglie di restare padrona del proprio destino. E c’è da capire perché.
Ci sono Paesi che bussano alla porta dell’Unione europea con l’entusiasmo di chi vede nell’adesione la soluzione a ogni problema. E poi c’è l’Islanda, che quella porta ha preferito lasciarla socchiusa, continuando a guardare l’Europa da vicino senza entrarvi dentro. Una scelta che, al netto della retorica europeista, appare assai meno irrazionale di quanto qualcuno vorrebbe far credere.
Perché, in fondo, la domanda è semplice: cosa avrebbe realmente guadagnato Reykjavík entrando nell’Unione? La risposta, dal punto di vista islandese, è tutt’altro che scontata. Anzi.
L’isola nordatlantica già partecipa allo Spazio economico europeo, e fa parte della NATO. In altre parole, beneficia di gran parte dei vantaggi del mercato europeo senza dover cedere quote significative della propria sovranità. Una posizione privilegiata che difficilmente avrebbe tratto ulteriori benefici dall’adesione piena.
Il primo nodo è quello della pesca. Per l’Islanda non rappresenta semplicemente un comparto economico: è storia nazionale, identità, indipendenza. Le cosiddette Guerre del Merluzzo, combattute diplomaticamente e perfino con speronamenti navali contro il Regno Unito tra gli anni Cinquanta e Settanta, dimostrano quanto gli islandesi considerino intoccabile il controllo delle proprie acque.
Affidare a Bruxelles la regolamentazione di quote, catture, etichettature e commercializzazione avrebbe significato consegnare il cuore dell’economia nazionale a decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza. Sarebbe stato, per usare un’espressione cara ai pescatori, prendere il Paese… a pesci in faccia.
Lo stesso discorso vale per l’agricoltura. In un territorio estremo, dove coltivare significa sfidare clima e natura, le regole costruite per i grandi produttori continentali rischierebbero di alterare un equilibrio delicato. Non si tratta di protezionismo ideologico, ma della consapevolezza che non tutti i sistemi economici possono essere infilati nello stesso stampo normativo.
Poi c’è la questione energetica e mineraria.
L’Islanda è un gigante della geotermia e produce gran parte della propria energia sfruttando il calore della Terra. Inoltre, il progressivo scioglimento dei ghiacci artici sta riportando al centro dell’attenzione internazionale il Nord Atlantico e le immense potenzialità minerarie ed energetiche dell’intera regione. Nessuno può dire con certezza quali ricchezze emergeranno domani, ma è proprio per questo che il controllo nazionale delle risorse assume un valore strategico crescente.
Ed è qui che si arriva al vero punto della questione.
Le recenti tensioni internazionali intorno alla Groenlandia hanno dimostrato come l’Artico sia diventato uno degli scacchieri geopolitici più importanti del XXI secolo. Quando in gioco entrano energia, minerali strategici e nuove rotte commerciali, la sovranità torna improvvisamente di moda.
Napoleone osservava che «la sovranità non è un mantello che si indossa e si toglie a piacimento». Gli islandesi sembrano averlo capito benissimo.
Restare fuori dall’Unione non significa isolarsi. Significa scegliere quali competenze condividere e quali conservare gelosamente. È una differenza sostanziale.
In fondo, Reykjavík continua a commerciare con l’Europa, coopera con l’Europa, circola con l’Europa. Ma decide ancora in casa propria come gestire il mare, l’energia e le risorse naturali. Non è poco.
Qualcuno definirà questa scelta egoismo. Gli islandesi preferiscono chiamarla indipendenza.
L’Europa continuerà a vendere agli islandesi regolamenti. L’Islanda continuerà a vendere all’Europa merluzzo. E, tutto sommato, ciascuno farà il mestiere che gli riesce meglio.
Giuseppe Arnò
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Foto: Merluzzo by Ultimate foto Blender
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