Dalla fantasia di James Bond alla tecnologia del Pentagono: una navicella per ripulire l’orbita. E se, una volta tanto, provassimo a usarne una anche sulla Terra?
di Giuseppe Arnò

Dicono che la fantascienza serva soprattutto a distrarci dalla realtà. Evidentemente non sempre. A volte, con qualche decennio di ritardo, la realtà si mette diligentemente a copiare la fantasia.
Il Pentagono ha affidato a D-Orbit Space, controllata americana del gruppo italiano D-Orbit, un contratto da 24 milioni di dollari nell’ambito del programma Deorbit-as-a-Service. L’idea è tanto semplice quanto futuristica: raggiungere i satelliti militari arrivati a fine vita, agganciarli e portarli fuori dall’orbita, evitando che continuino a vagare lassù come rifiuti abbandonati in autostrada.
Una specie di spazzino spaziale. Solo più costoso e con qualche problema in più se, anziché un satellite americano, dovesse incontrarne uno russo o cinese.
Ma l’idea, a ben vedere, non è poi così nuova. Nel 1967, quando la tecnologia reale non aveva ancora imparato a fare ciò che oggi promette, James Bond ci aveva già pensato. In Si vive solo due volte, Sean Connery, nei panni dell’immarcescibile 007, assisteva alla comparsa della misteriosa Bird One, una navicella della SPECTRE capace di catturare in orbita capsule spaziali americane e sovietiche. Lo scopo, naturalmente, era molto meno ecologico: provocare la Terza guerra mondiale.
La differenza è che allora era fantascienza. Oggi è un contratto del Pentagono.
Possiamo dunque immaginare, con un minimo di fantasia e una buona dose di malizia, una futura “Aspira-satelliti 007”, versione aggiornata e politicamente corretta della Bird One: niente complotti della SPECTRE, per carità, soltanto pulizia dell’orbita. Se poi, durante le operazioni di nettezza urbana, qualche satellite russo o cinese dovesse accidentalmente finire nell’aspirapolvere, sarà certamente un inconveniente tecnico.
E qui, per fortuna, Donald Trump non c’entra. Almeno questa volta.
I poveri satelliti aspirati, tuttavia, non avranno la fortuna di Pinocchio, che dal ventre della balena riuscì a uscire. Quelli finiranno probabilmente dove devono finire i rottami spaziali: senza possibilità di rigurgito.
La cosa più interessante, però, è che al progetto partecipa anche la tecnologia italiana. E questo, ai più fantasiosi tra noi, potrebbe suggerire un’applicazione terrestre dell’invenzione.
Perché, se abbiamo finalmente imparato ad aspirare ciò che non serve nello spazio, perché non provare a farlo anche sulla Terra?
Un’Aspira-mali 007, per esempio, potrebbe cominciare dalla malapolitica. Non tutta, naturalmente: rischieremmo di lasciare il Parlamento con qualche poltrona vuota. Ma una selezione accurata potrebbe essere utile.
Potrebbe poi passare ai ladri d’arte, a cominciare da quelli che riescono a far sparire opere dai musei con una facilità che farebbe impallidire persino la SPECTRE. Dal Louvre a Parma, quando un quadro prende il volo, non sempre sappiamo dove atterrerà.
Potrebbe aspirare anche certi misteri giudiziari, purché senza aspirare la giustizia insieme al mistero. Per esempio, dopo diciannove anni, forse qualcuno potrebbe spiegare al cittadino perché il caso Garlasco continui a occupare tanto spazio nella nostra vita pubblica e mediatica: in diciotto mesi, si è parlato del caso con circa 1,6 milioni di menzioni e quasi 25 milioni di interazioni. A questo punto, più che un caso giudiziario, sembra diventato un abbonamento.
Ma l’aspirapolvere più importante sarebbe un altro.
La guerra.
Quella sì che meriterebbe una tecnologia capace di aspirarla tutta, lasciando al suo posto soltanto ciò che ancora merita di essere conservato: la vita, le case, le madri, i figli, la memoria.
Marco Imarisio lo ha ricordato con parole che non hanno bisogno di effetti speciali: la guerra, alla fine, è questo. Figli che muoiono e madri che piangono i figli.
Il resto sono comunicati, strategie, mappe, conferenze, proclami e spiegazioni per convincerci che, da qualche parte, qualcuno stia vincendo.
Noi, francamente, ci accontenteremmo di non perdere tutti.
E allora ben venga l’Aspira-satelliti. Ben venga la tecnologia italiana. Ben venga persino il Pentagono, se davvero vuole ripulire qualcosa senza sporcare qualcos’altro.
Ma se un giorno D-Orbit riuscisse a costruire una versione terrestre della sua macchina, avremmo finalmente trovato l’apparecchio più utile della storia: uno che aspira il male e restituisce il buono.
Montanelli, probabilmente, davanti a una simile invenzione avrebbe sorriso con quella sua aria da uomo che aveva già visto tutto. E forse avrebbe aggiunto:
«Il problema non sarà costruire l’aspirapolvere. Sarà convincere gli aspirati che non si tratta di una nuova forma di promozione sociale.»
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Foto Canva remixed