Il mondo va a rotoli

Tra una natura che presenta il conto, una politica in coma vigile e cittadini che continuano a premiare gli stessi attori. Con Indro Montanelli, nostro complice, a ricordarci che la memoria degli elettori è sempre stata un bene deperibile.

Una volta si diceva che il mondo andasse a rotoli per modo di dire. Oggi il dubbio è che qualcuno abbia tolto i freni. Non è catastrofismo: basta leggere i giornali, possibilmente senza saltare la cronaca estera, quella economica e quella meteorologica.

Se poi Indro Montanelli potesse sfogliare il giornale di oggi, probabilmente non cambierebbe mestiere. Continuerebbe a fare il giornalista, con l’aggravante di dover distinguere, ogni mattina, la satira dalla cronaca. E non è affatto detto che ci riuscirebbe sempre.

La natura, da parte sua, non ha mai promesso di essere gentile. Terremoti, alluvioni, eruzioni e uragani esistono da quando la Terra ha imparato a girare su se stessa. Ma oggi c’è una differenza sostanziale: la frequenza e l’intensità di molti fenomeni estremi non sono più soltanto materia per geologi e climatologi, bensì cronaca quotidiana.

Il cambiamento climatico rappresenta una delle sfide più urgenti e complesse del nostro tempo. Le temperature aumentano, i ghiacciai arretrano, le stagioni sembrano aver perso il calendario e gli eventi estremi si susseguono con una regolarità inquietante. Ondate di calore, siccità, alluvioni, incendi e tempeste non sono più eccezioni, ma una consuetudine che ridisegna il paesaggio e condiziona l’economia, l’agricoltura e perfino la salute pubblica.

L’Italia ne è un laboratorio a cielo aperto. Un’estate senz’acqua viene seguita da piogge torrenziali che trasformano le città in piscine improvvisate. Le Alpi perdono i loro ghiacciai, mentre il Mediterraneo si riscalda più rapidamente di quanto facciano le nostre coscienze. Eppure continuiamo a discutere se sia il caso di piantare un albero o di abbatterlo per ricavare un parcheggio in più.

Ma la natura non è l’unica ad aver perso l’equilibrio.

Anche l’uomo sembra essersi specializzato nell’arte dell’autodistruzione. Guerre che faticano perfino a trovare una giustificazione razionale continuano a decimare popolazioni, seminando morte, odio e povertà. Si combatte in nome della sicurezza, della religione, delle risorse, dell’identità nazionale. Cambiano le bandiere, non il risultato: migliaia di vite spezzate e milioni di persone costrette a fuggire.

E mentre il mondo brucia, la politica offre spesso il peggio di sé.

Non governa gli eventi: li rincorre. Non costruisce il futuro: pianifica la prossima campagna elettorale. La politica non ha smesso di promettere il futuro; ha semplicemente ridotto il futuro alla prossima tornata elettorale. Invece di unire le forze davanti a problemi globali, preferisce combattersi in interminabili schermaglie di partito, come un esercito ormai sconfitto che continua a sparare gli ultimi colpi solo per orgoglio.

Sì, la politica appare moribonda. E, come spesso accade ai moribondi, continua a fare rumore.

Il guaio è che non possiamo attribuirle ogni responsabilità.

I cittadini hanno la loro parte. Protestano al bar, si indignano sui social, scuotono la testa davanti al telegiornale, salvo poi tornare disciplinatamente alle urne per riconsegnare il timone agli stessi protagonisti di ieri. È il trionfo dell’abitudine elevata a sistema democratico.

Qui il nostro complice Montanelli avrebbe probabilmente alzato un sopracciglio. Per tutta la vita ha osservato con lucidità un Paese capace di lamentarsi dei propri governanti e, puntualmente, di riconfermarli. Più che una democrazia dell’alternanza, talvolta sembriamo praticare una democrazia della nostalgia: quella per ciò che critichiamo il lunedì e rieleggiamo la domenica.

E non illudiamoci che il fenomeno sia soltanto italiano. Cambiano le lingue, i sistemi elettorali e i colori delle bandiere, ma il copione è sorprendentemente simile ovunque. È un problema globale.

Antonio Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite, lo ha detto senza ricorrere a giri di parole: «Il mondo deve svegliarsi, siamo sull’orlo dell’abisso e ci muoviamo nella direzione sbagliata. Il mondo non è mai stato così diviso.»

Meno male che qualcuno lo dice.

Anche Agatha Christie osservava che «l’Europa ha bisogno di svegliarsi. È mezza addormentata». Un’affermazione che oggi suona meno come una riflessione letteraria e più come una diagnosi.

Il problema è che queste parole rischiano di trasformarsi nelle proverbiali voci di chi grida nel deserto.

Forse qualcuno obietterà che il vero risveglio dovrebbe essere spirituale. Ed è difficile negare che una società priva di valori finisca inevitabilmente per smarrire anche il senso della responsabilità. Ma, con tutto il rispetto per la dimensione interiore dell’uomo, il risveglio spirituale, da solo, non abbassa la temperatura del pianeta, non ferma una guerra e non rende più lungimirante una classe politica.

Servono coscienze, certo. Ma servono anche decisioni.

Forse il mondo non va a rotoli perché mancano le soluzioni. Va a rotoli perché abbondano le giustificazioni. La natura presenta il conto, la politica rinvia il pagamento e i cittadini, invece di cambiare amministratore, continuano a rinnovargli l’incarico.

Poi ci stupiamo se arriva il pignoramento della Storia.

Montanelli, probabilmente, avrebbe chiuso il giornale, acceso una sigaretta e annotato con il suo consueto sarcasmo che i tempi cambiano, ma i vizi dell’uomo sembrano godere di un’invidiabile stabilità.

Ed è forse questa la notizia più inquietante di tutte.

Giuseppe Arnò

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Foto by Canva remix

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