Abbattuti i muri della discriminazione, li ricostruiamo con materiali ecosostenibili e li inauguriamo come simboli del progresso.

Ci avevano promesso l’inclusione universale. Stanno consegnando l’inclusione condominiale: ognuno nel proprio appartamento, con tanto di targhetta sulla porta.
In Italia si pensa alle piscine riservate alle donne islamiche. A Berlino il venerdì, non quello delle offerte ma quello dei costumi da bagno, si sperimentano giornate o fasce orarie riservate. Domani arriverà la corsia per gli eterosessuali, dopodomani quella per i mancini, poi per i vegani, gli astemi e magari per chi nuota solo a rana. La fantasia amministrativa, quando spende denaro altrui, non conosce limiti.
L’obiettivo dichiarato è l’inclusione. Il risultato pratico assomiglia, con sorprendente puntualità, all’esclusione. Cambia il nome, resta il principio: dividere.
È curioso osservare come certe parole invecchino male. L’apartheid era la vergogna della separazione. Oggi la separazione, se accompagnata da una conferenza stampa, qualche slogan ben confezionato e una dose abbondante di lessico inclusivo, rischia perfino di sembrare una conquista civile. Evidentemente i dizionari sono più veloci della storia.
Naturalmente tutto questo ha un costo. E poiché le buone intenzioni non bastano mai, si ricorre all’unica fonte inesauribile: il portafoglio dei contribuenti. C’è chi fatica ad arrivare alla quarta settimana del mese e chi, invece, arriva serenamente alla fine del bilancio pubblico, purché sia quello degli altri.
Sia ben chiaro. L’inclusione delle persone con disabilità è un dovere morale e civile. Rimuovere gli ostacoli che impediscono loro di vivere pienamente la società significa rendere la società migliore per tutti. Qui, invece, si imbocca un’altra strada: non si eliminano le barriere, si moltiplicano i cancelli.
E ogni cancello porta inevitabilmente un cartello: “Riservato”.
La politica osserva soddisfatta. Del resto, ha conservato soltanto il nome della polis. Una volta amministrava la res publica; oggi sembra specializzata nella tutela della res privata, possibilmente la propria. Le leggi non guardano più alle prossime generazioni, ma al prossimo sondaggio. È una forma di lungimiranza con il fiato corto.
“Tutto da rifare, pover’uomo”, diceva un vecchio titolo televisivo che oggi suona come una diagnosi. Da rifare non sono le piscine, ma il modo di ragionare. Perché una società che crea spazi separati per sentirsi più unita è un po’ come uno che rompe lo specchio per migliorare il proprio riflesso.
Montanelli avrebbe liquidato la faccenda con una delle sue frasi secche: gli italiani possiedono un talento singolare, riescono a complicare perfino le idee semplici. E l’inclusione è un’idea semplicissima: stare insieme. Non uno accanto all’altro, ma insieme.
Quando, invece, ogni categoria reclama il proprio recinto, la convivenza lascia il posto al condominio delle identità. Ci si saluta dal balcone, ma guai ad attraversare il pianerottolo.
Poi ci domandiamo perché la società si stia frammentando.
La risposta, forse, galleggia proprio in quelle piscine dove tutti sono i benvenuti. Purché appartengano alla categoria giusta.
Credo che, se c’è un autore al quale questa conclusione sarebbe piaciuta, è proprio Indro Montanelli: “Quando una società ha bisogno di un regolamento per stabilire chi possa stare accanto a chi, non sta costruendo l’inclusione. Sta soltanto cambiando il nome alla separazione.” È una frase originale, non una citazione, ma ne richiama il gusto per la battuta asciutta e il paradosso.
Giuseppe Arnò
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Foto Canva remix