A RIO ARRIVA FERRARESE. E LA DIPLOMAZIA SI METTE A TAVOLA
Il nuovo Console Generale d’Italia raccoglie il testimone di Massimiliano Iacchini. Una lunga carriera tra diplomazia, crisi internazionali e missioni delicate. Ma c’è un’altra specialità che potrebbe rivelarsi preziosa: la buona cucina. E in Brasile, si sa, anche a tavola la diplomazia conta.

La diplomazia è una cosa seria. Talmente seria che, di tanto in tanto, ha bisogno di una buona cena per ricordarsi che, dietro le bandiere, gli stemmi e i protocolli, esistono pur sempre gli esseri umani.
A Rio de Janeiro sta per arrivare Andreas Ferrarese, nuovo Console Generale d’Italia, chiamato a raccogliere il testimone di Massimiliano Iacchini, destinato a Bruxelles per un nuovo e importante incarico.
A Iacchini va il nostro ringraziamento per il lavoro svolto durante il suo mandato, nel quale ha saputo rappresentare l’Italia con attenzione e partecipazione, contribuendo a rafforzare i rapporti con la comunità italiana e con la realtà brasiliana. A lui rivolgiamo i nostri migliori auguri per la nuova missione europea.
E ora, dunque, tocca a Ferrarese.
Il nuovo Console non arriva esattamente con il curriculum di chi ha appena cominciato a orientarsi sulla carta geografica. La sua carriera diplomatica, iniziata nel 1994, lo ha portato in diversi angoli del mondo e, soprattutto, in luoghi nei quali la diplomazia non è mai stata un esercizio da salotto.
Manila, Tel Aviv, Beirut, Brasilia. Poi le missioni di ambasciatore a Pristina e Islamabad. Nel mezzo, incarichi al Ministero degli Esteri, responsabilità nella gestione delle crisi e un passaggio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Insomma, una carriera nella quale non sono mancati né i dossier complicati né le situazioni nelle quali, prima di parlare, è consigliabile pensare. E magari pensare bene.
Ferrarese conosce già il Brasile, avendo prestato servizio a Brasilia. Un vantaggio non trascurabile per chi si appresta a guidare il Consolato Generale di Rio de Janeiro, competente anche per l’Espírito Santo, territori nei quali la presenza italiana e degli italo-discendenti è particolarmente significativa.
Ora lo attende Rio.
E Rio, bisogna ammetterlo, è una città che mette alla prova chiunque. Anche i diplomatici. Qui il lavoro consolare, le relazioni istituzionali e le iniziative culturali dovranno procedere di pari passo con il consolidamento di quel ponte umano e culturale che unisce Italia e Brasile.
Un ponte che passa certamente attraverso i servizi ai cittadini, ma anche attraverso la cultura, l’arte, la musica, la moda e tutte quelle espressioni che fanno del nostro Paese un interlocutore privilegiato dell’immaginario brasiliano.
E poi c’è il grande capitolo delle strutture consolari, nel cuore della città, che rappresentano non soltanto uffici, ma un luogo fisico nel quale la comunità italiana può riconoscersi e incontrarsi. Un punto di riferimento che, con il completamento degli interventi previsti, potrà assumere un ruolo ancora più importante.
Fin qui, la diplomazia ufficiale.
Ma Ferrarese, a quanto pare, possiede anche un’altra credenziale che a Rio potrebbe rivelarsi assai utile: la passione per la gastronomia.
E qui, francamente, il discorso si fa interessante.
Perché un Console che conosce la diplomazia è certamente una buona notizia. Un Console che conosce anche la cucina potrebbe essere una notizia ancora migliore.
Non vorremmo esagerare, naturalmente. Ma in un Paese come il Brasile, dove la convivialità è quasi una forma di diplomazia parallela, saper apprezzare un buon piatto può facilitare parecchio le relazioni internazionali.
La cucina italiana, poi, ha già svolto innumerevoli missioni diplomatiche. È entrata nelle case, nei ristoranti e nei cuori di milioni di brasiliani senza mai chiedere un visto. Ha attraversato l’oceano, superato le frontiere e, con una certa disinvoltura, ha persino convinto il mondo che si può discutere di politica internazionale con maggiore serenità davanti a un piatto di pasta.
Claude Lévi-Strauss osservava che la cucina di una società è il linguaggio nel quale essa traduce inconsciamente la propria struttura.
Non sappiamo se il grande antropologo avesse previsto anche la diplomazia culinaria. Ma, nel dubbio, noi italiani continuiamo a praticarla con una certa competenza.
E così, mentre il nuovo Console si prepara a immergersi nella realtà di Rio, possiamo già immaginare che il suo lavoro si svilupperà su due tavoli: quello istituzionale e quello, più conviviale, della cultura gastronomica.
Naturalmente, non si vive di solo lavoro. Il lavoro produce ciò di cui abbiamo bisogno, ma la vita è anche altro. Sono le passioni, gli affetti, le amicizie, la cultura e quei momenti che nessun curriculum può inserire in una riga, ma che spesso valgono più di molte pagine.
E se una buona tavola riuscirà, ogni tanto, a riunire italiani e brasiliani, diplomatici e cittadini, istituzioni e comunità, tanto meglio.
In fondo, è questa la diplomazia che ci piace di più: quella che non rinuncia alla serietà, ma che sa anche sorridere.
Console Ferrarese, benvenuto a Rio de Janeiro.
Troverà una comunità italiana vivace e orgogliosa, un Brasile che ama l’Italia e una città che, nel bene e nel male, non lascia mai nessuno indifferente.
Troverà anche un lavoro impegnativo, naturalmente. Ma, considerata la sua esperienza, immaginiamo che non sia proprio il tipo da spaventarsi davanti a qualche difficoltà.
Per la parte gastronomica, invece, non possiamo garantire nulla.
Possiamo soltanto assicurare che, da queste parti, la diplomazia comincia spesso con un buon caffè, prosegue davanti a un piatto di pasta e, se tutto va bene, finisce con un brindisi.
Il resto, Console, sarà certamente nelle Sue mani.
E, possibilmente, anche nelle mani di chi cucina.
Giuseppe Arnò
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Foto credito: Giornale Diplomatico