Luglio, il mese della memoria. L’Occidente allo specchio
Vent’anni senza Oriana Fallaci. Le idee sopravvivono agli anniversari. Le civiltà, invece, sopravvivono soltanto se ricordano chi sono.
Civis Romanus sum.
Tre parole che un tempo bastavano a definire un’appartenenza.
Oggi dovrebbero bastare almeno a ricordarci che ogni civiltà sopravvive finché conserva coscienza di sé.
Civis Romanus sum.
Non era una semplice formula. Era un passaporto morale, prima ancora che giuridico. Bastavano tre parole per evocare una civiltà, un diritto, una cultura, un modo di concepire il mondo. Un cittadino romano non portava soltanto un nome: portava un’eredità.
Forse oggi, nell’epoca delle identità liquide, dei confini elastici e delle mode globali che cambiano più rapidamente delle stagioni, quella locuzione latina potrebbe sembrare un reperto da museo. Eppure è proprio nei musei che si custodiscono le cose preziose, non quelle inutili.
Vent’anni fa scompariva Oriana Fallaci. Il tempo ha compiuto il suo mestiere: ha consumato le polemiche, ma non ha cancellato le domande che ella pose con ostinazione. Anzi, molte di esse sembrano essersi accomodate in prima fila nel teatro del XXI secolo.
“L’Occidente non dimentichi chi è.”
Non era un invito alla nostalgia, bensì alla memoria. Due concetti che spesso vengono confusi. La nostalgia guarda indietro con malinconia; la memoria guarda avanti con consapevolezza.
Viviamo in un tempo nel quale tutto scorre, come ricordava Eraclito. Panta rei. Cambiano gli equilibri geopolitici, le economie, le tecnologie, perfino il modo di parlare. Ma esistono realtà che non possono essere trattate come applicazioni da aggiornare ogni sei mesi: la storia, la cultura, l’identità di un popolo.
L’Europa non nasce da un regolamento comunitario né da una direttiva scritta in burocratese. Nasce molto prima.
Nasce ad Atene, dove si impara che la libertà richiede cittadini e non sudditi.
Nasce a Roma, dove il diritto diventa il linguaggio della convivenza civile.
Nasce a Gerusalemme, dove la dignità della persona assume un valore universale.
Il resto è amministrazione.
Già Erodoto raccontava che gli Ateniesi decisero di opporsi all’invasione persiana non soltanto per ragioni militari, ma perché si riconoscevano appartenenti allo to ellenikòn: comunanza di sangue, lingua, santuari, riti e costumi. Una definizione che oggi farebbe probabilmente convocare un convegno internazionale per discuterne la “problematicità”. Gli antichi, invece, combattevano.
Non perché odiassero gli altri, ma perché amavano sé stessi.
Ed è qui che il dibattito contemporaneo inciampa spesso nella stessa pietra.
Difendere un’identità non significa disprezzarne altre.
Custodire la propria casa non equivale a incendiare quella del vicino.
Esiste una differenza sostanziale fra apertura e dissoluzione. L’Occidente è diventato grande proprio perché ha saputo dialogare, assimilare, innovare. Ma ogni dialogo presuppone due interlocutori riconoscibili. Se uno dei due rinuncia a essere sé stesso, il dialogo cessa e resta soltanto un lungo monologo della confusione.
Oggi il rischio più sottile non è tanto un’invasione di eserciti quanto quella delle idee che suggeriscono che tutte le culture siano identiche, tutte le tradizioni intercambiabili, tutti i valori equivalenti.
Se tutto vale allo stesso modo, alla fine non vale più nulla.
La globalizzazione ha portato opportunità straordinarie. Ha avvicinato continenti, economie e persone. Ma quando pretende di trasformare il mondo in un gigantesco centro commerciale dove perfino le identità diventano prodotti standardizzati, allora smette di essere uno strumento e diventa un fine.
E le civiltà che smettono di distinguersi finiscono inevitabilmente per confondersi.
Persino la mitologia greca raccontava questa differenza attraverso il contrasto fra Polluce e il barbaro Amico: l’uno rappresentazione della misura, dell’armonia e dell’eleganza; l’altro simbolo della forza priva di cultura. Non era una questione etnica, ma una metafora della civiltà.
Naturalmente nessuno auspica scontri fra popoli o presunte gerarchie culturali. Sarebbe una caricatura della storia e un tradimento dell’intelligenza.
Esiste però un principio che rimane attuale quanto il celebre Nosce te ipsum: chi dimentica la propria identità diventa facilmente ciò che altri decidono per lui.
Per questo l’Europa dovrebbe recuperare il coraggio della propria autocoscienza. Non per erigere muri contro il mondo, ma per costruire fondamenta sotto la propria casa.
Anche perché le case senza fondamenta non hanno bisogno di essere conquistate: basta aspettare che crollino da sole.
In fondo aveva ragione anche l’antico stratega cinese quando osservava che “l’invincibilità sta nella difesa”. La difesa non è paura. È conoscenza di sé. È la serenità di chi sa cosa custodisce.
E forse il miglior omaggio che possiamo rendere a Oriana Fallaci, vent’anni dopo, non consiste nel trasformarla in un’icona da celebrare una volta l’anno. Le idee, come le civiltà, non vivono di commemorazioni ma di confronto.
Montanelli amava ricordare che «un popolo che perde la memoria perde anche il futuro». È una frase che oggi suona meno come una citazione e più come un promemoria.
Perché il problema dell’Occidente non è sapere dove sta andando.
È ricordarsi, prima di partire, da dove viene.
Giuseppe Arnò
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