Quando la politica estera assomiglia a un reality show e la diplomazia diventa una questione di umore
“Sì, vendetta, tremenda vendetta.”
Verdi presterebbe volentieri qualche battuta del suo Rigoletto alle cronache di questi giorni. Ma forse né lui né Piave avrebbero bisogno di riscrivere il libretto. Basterebbe aggiornare il palcoscenico.
Perché Donald Trump continua a offrire al mondo uno spettacolo che oscilla tra la tragedia diplomatica e la commedia degli equivoci.
Una ne fa e cento ne pensa. Peccato che, sempre più spesso, le cento pensate finiscano per smentire l’unica cosa fatta il giorno prima.
Da anni il Tycoon immagina il pianeta come una grande proprietà immobiliare: il Canada da annettere, la Groenlandia da acquistare, il Golfo del Messico da ribattezzare come fosse un campo da golf appena ristrutturato. I dazi vengono annunciati e ritirati con la stessa frequenza con cui un comune mortale consulta il meteo prima di uscire di casa.
Nella sua visione, la politica internazionale sembra ridursi a un principio elementare: chi è d’accordo con lui è un genio; chi non lo è diventa improvvisamente un incapace.
Lo hanno scoperto Zelensky, Netanyahu, Macron, Sánchez, Starmer, Elon Musk e persino il Papa. Tutti, prima o poi, hanno ricevuto la medesima onorificenza trumpiana: la pubblica scomunica.
L’ultimo capitolo riguarda Giorgia Meloni.
Secondo la narrazione del presidente americano, sarebbe stata lei a implorare una fotografia, quasi una fan emozionata davanti alla star. Una ricostruzione che la presidente del Consiglio ha liquidato con la freddezza di chi non ha alcuna intenzione di recitare una parte scritta da altri: dichiarazioni inventate, nessuna supplica, nessuna implorazione.
La vicenda sarebbe rimasta una curiosità da rotocalco se non avesse rivelato qualcosa di più interessante.
Probabilmente a Trump non è piaciuto tanto il dissenso italiano su alcune questioni strategiche quanto il fatto che, per una volta, il copione non sia andato come previsto. Nella rappresentazione che ama offrire al pubblico, lui è sempre il protagonista assoluto. Gli altri possono essere comprimari, alleati, avversari, ma raramente interlocutori alla pari.
Quando qualcuno gli resiste senza alzare la voce, il copione si inceppa.
E allora ecco comparire quella forma particolare di risentimento che assomiglia alla vendetta, ma con meno Shakespeare e più social network.
Il paradosso è che Trump continua a essere uno dei leader più influenti del pianeta proprio mentre sembra impegnato a dimostrare il contrario. Possiede una capacità straordinaria di attirare l’attenzione e una altrettanto straordinaria inclinazione a disperderla in polemiche che durano meno di un ciclo di notizie.
Un tempo gli imperatori ordinavano campagne militari. Oggi basta un post.
Naturalmente esiste una scuola di pensiero secondo cui la spavalderia paga sempre. Forse è vero. Talvolta l’arroganza produce dividendi politici che la prudenza non riesce a garantire.
Ma esiste anche un limite.
Persino nei teatri d’opera, dopo il terzo atto, il pubblico pretende che la trama abbia un senso.
E qui sta il problema del Tycoon: continua a comportarsi come se fosse il regista dello spettacolo, senza accorgersi che sempre più spesso viene percepito come il personaggio più pittoresco della compagnia.
Alla fine resta un dubbio. È vero che nella vita si guadagna spesso di più con la spavalderia che con l’insicurezza. Ma la spavalderia funziona finché gli altri la scambiano per forza. Quando cominciano a scambiarla per vanità, il gioco cambia.
E forse il vecchio Rigoletto, osservando il frastuono del nostro tempo, si limiterebbe a sorridere amaramente.
Perché i potenti passano la vita a cercare applausi. Il guaio comincia quando scambiano gli applausi per voti e i voti per adorazione. Da quel momento il sipario cala, ma loro, ahinoi, continuano a salutare il pubblico.
Giuseppe Arnò
