Da diecimila anni l’uomo tenta di eliminare le differenze sociali. Nel frattempo è riuscito soprattutto a sostituire aristocratici, burocrati, oligarchi e tecnocrati, lasciando intatto il vizio dell’ineguaglianza.
C’è un vecchio proverbio calabrese che meriterebbe una cattedra universitaria per la sua capacità di sintetizzare secoli di storia umana in una sola frase:
“Tri sugnu li potenti: ‘u papa, ‘u re e cui non ava nenta.”
Tre sono i potenti: il papa, il re e chi non possiede nulla.
A prima vista sembra una battuta. A una seconda lettura diventa una lezione di sociologia. A una terza, persino di filosofia politica.
Ogni generazione scopre con sincero stupore che esistono ricchi e poveri, privilegiati e svantaggiati, potenti e sudditi. Poi arriva puntuale qualcuno a promettere che questa sarà l’epoca definitiva dell’uguaglianza. È accaduto con le rivoluzioni, con le ideologie, con le utopie e persino con certi programmi elettorali scritti nelle notti di luna piena.
La storia, tuttavia, si ostina a non collaborare.
Gli archeologi ci raccontano che per gran parte della sua esistenza Homo sapiens visse in comunità relativamente egualitarie. Poi arrivò l’agricoltura. Con essa arrivarono i granai, la proprietà, le eredità, le gerarchie e, inevitabilmente, le differenze di ricchezza.
Da allora sono trascorsi circa diecimila anni e il fenomeno non sembra aver manifestato particolari segni di stanchezza.
Questo non significa che la povertà sia una benedizione o che le disuguaglianze siano moralmente desiderabili. Significa semplicemente che esiste una certa differenza tra la speranza e la realtà. La prima è necessaria. La seconda è testarda.
Ogni sistema politico promette di ridurre le distanze. Alcuni vi riescono meglio, altri peggio. Ma nessuno è mai riuscito a cancellarle. Quando qualcuno ci ha provato seriamente, il risultato è stato spesso sorprendente: l’uguaglianza è arrivata per tutti tranne che per coloro che la amministravano.
La Rivoluzione francese proclamò l’uguaglianza universale. Poco dopo scoprì che c’erano cittadini incaricati di spiegare agli altri come essere uguali. Le rivoluzioni del Novecento fecero ancora meglio: abolirono i privilegi, salvo crearne di nuovi riservati ai custodi dell’abolizione.
L’essere umano, del resto, possiede un talento straordinario. Riesce a trasformare qualsiasi ideale in una struttura gerarchica nel tempo necessario a stampare una tessera o inaugurare un ufficio.
Naturalmente è giusto combattere la miseria, ampliare le opportunità, evitare che il destino di una persona sia deciso dal conto in banca dei genitori. Una società civile si misura anche da questo.
Ma immaginare una completa uguaglianza economica e sociale assomiglia sempre più a un esercizio letterario. Affascinante, suggestivo e perfino nobile. Tuttavia pur sempre letterario.
Forse il segreto consiste nel rendere le differenze meno crudeli, non nel fingere che possano scomparire.
Quanto al resto, possiamo continuare a sperare. La speranza, dopotutto, è la ricchezza che nessuna inflazione è mai riuscita a svalutare.
E se dopo diecimila anni il problema non è ancora stato risolto, non perdiamo l’ottimismo: altri diecimila anni passano in fretta.
Come annoterebbe un vecchio cronista seduto al tavolino di un caffè, osservando sfilare ideologi, rivoluzionari e miliardari: l’uguaglianza è una splendida destinazione. Peccato che l’umanità continui a usarla soprattutto come cartello stradale.
Giuseppe Arnò
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