Il passo falso (con scarpe di vernice)

Da salotto buono a corridoio blindato: quando la vita decide di presentare il conto senza ricevuta

 

C’è un momento, nella vita degli uomini potenti e in quella dei comuni mortali, in cui il destino non bussa: entra senza togliersi il cappotto. È il momento del passo falso. Quello che non fa rumore subito, ma che riecheggia per anni nei corridoi della storia  o, più modestamente, nella coscienza.

Il cinema, che di queste scivolate è maestro indulgente, ci aveva già avvertiti con Ma chi te l’ha fatto fare: si può anche rischiare tutto per necessità, per disperazione, perfino per amore. La protagonista interpretata da Barbra Streisand speculava in borsa per non affogare. Una scelta discutibile, certo, ma almeno sorretta da un istinto primario: sopravvivere.

Ben diverso è il caso di chi, vivendo già nel miglior dei mondi possibili tra tavoli imbanditi, strette di mano internazionali e frequentazioni da copertina, decide di complicarsi l’esistenza per ragioni che, col tempo, appaiono sempre più evanescenti. O, peggio, immaginarie.

Prendiamo, per puro esercizio teorico, la parabola di Vladimir Putin. Un tempo presenza stabile nei salotti della finanza globale, interlocutore rispettato, uomo che dialogava con tutti, da Silvio Berlusconi agli amministratori delegati con vista su Wall Street. Insomma, uno che non aveva bisogno di cercarsi guai: li avrebbe potuti importare direttamente, se proprio ci teneva.

E invece no. Il passo falso è arrivato. E con esso, la trasformazione.

Oggi il potere non è più un palcoscenico, ma una stanza senza finestre. Le cronache raccontano di protocolli di sicurezza sempre più asfissianti, di incontri filtrati come caffè in tempo di guerra, di una quotidianità scandita da bunker, controlli e sospetti. Il leader che incarnava la stabilità si ritrova a vivere come un protagonista de Il prigioniero di Zenda, ma senza l’eleganza del travestimento e con molta più ansia da prestazione.

Il punto, però, non è la geopolitica. È la filosofia da bar, quella che spesso ci azzecca più dei think tank.

Ne valeva la pena?

Domanda brutale, quasi scortese. Ma inevitabile. Perché il passo falso ha questa caratteristica: quando lo compi, ti sembra necessario. Quando lo guardi dopo, ti appare gratuito.

E allora si scopre che il vero lusso non era il potere, ma la normalità. Non erano i vertici internazionali, ma la possibilità di dormire senza chiedersi da quale direzione arriverà il prossimo drone, o il prossimo tradimento.

Qualcuno, con saggezza meno appariscente ma più duratura, ha ricordato che non esistono strade senza uscita. Si può sempre tornare indietro. Costa fatica, certo. E un certo grado di umiltà, merce rara nei palazzi dove gli specchi sono più numerosi delle finestre.

Ma è possibile.

Il problema è volerlo.

Perché il passo falso, in fondo, non è cadere. È restare per terra fingendo che sia una scelta strategica.

E qui la satira si ferma, lasciando spazio a una constatazione quasi tenera: a volte la vita offre una seconda possibilità. Non la annuncia, non la pubblicizza. La lascia lì, come una porta socchiusa.

Sta a chi ha sbagliato decidere se attraversarla.

Oppure blindarla.

Di Redazione

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